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Scrittura

Yukio Mishima: l’uomo, il genio, il samurai

“E mentre io guardo la tua pace, dorme / Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.” Questi versi di Foscoliana memoria ben si sarebbero adattati a descrivere la complessità di sentimenti e di passioni che dovevano tormentare uno dei più grandi scrittori del XX secolo, Yukio Mishima. Mishima, appassionato lettore della letteratura europea, chissà se li abbia mai letti. Di certo aveva letto i versi di Lord Byron, che tanto ammirava, anche se, probabilmente, più che il poeta deve averlo attratto la vita dell’ispirato Lord inglese, con il suo sfrenato amore per la libertà che l’aveva portato prima a combattere (ed a finanziare, ma questo gli italici libri di storia spesso se lo dimenticano… ) il movimento della Carboneria italiana e, successivamente, a morire in Grecia nella lotta per l’indipendenza dalla Turchia. Ma anche se non li dovesse aver mai visti, certamente si possono usare per analizzare la personalità dello scrittore nipponico.

Il 14 gennaio 1925, anno 14 dell’epoca Taisho secondo il calendario giapponese, nasceva a Tokyo Kimitake Hiraoka, vero nome di Yukio Mishima, figlio di un ufficiale governativo, Azusa Hiraoka. L’anno dopo l’imperatore moriva, lasciando il trono al giovane imperatore Hirohito, che trasformò il nome della sua era in Showa, ovvero “Armonia Illuminata”. A dire il vero, il regno dell’imperatore Hirohito ha visto molta poca illuminazione ed ancor meno armonia, segnato com’è stato dall’intervento giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, che aveva portato alle catastrofi di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945, quando le due bombe atomiche sganciate dagli americani su queste città causarono 140.000 morti subito ed altre centinaia di migliaia in seguito ai devastanti effetti delle radiazioni nucleari. Per l’imperatore non ci fu altra scelta se non quella di dichiarare la resa incondizionata. Le nazioni alleate posero delle tremende condizioni al Paese del Sol Levante, alcune delle quali molto umilianti. Prima fra tutti, Hirohito fu obbligato a negare pubblicamente la propria origine divina. Ciò che forse può sembrare un anacronismo alla materialistica mentalità occidentale fu invece uno shock per i giapponesi. Infatti, lo stesso Mishima considerava la lealtà e la fedeltà all’imperatore dovere primario di ogni giapponese.

Nell’animo di Mishima convivevano tre aspetti ben differenziati l’uno dall’altro, ma che alla fine convergevano perfettamente in un corpus unico, una miscela esplosiva che quando ebbe via libera fece più fragore di una bomba. Il giovane Kimitake aveva una fragile e debole costituzione fisica, una cosa praticamente inaccettabile per un giapponese cresciuto con l’ideale dei samurai. Il momento di massima crisi ci fu quando nel febbraio del 1945, Showa 20, fu dichiarato inabile al servizio militare. Un sospetto di tubercolosi segnò il resto della sua vita. Mishima non voleva, non POTEVA sopportare una simile vergogna. Tanti suoi coetanei ed amici erano partiti per la guerra, molti avevano trovato quella che lui considerava la più onorevole delle morti, ovvero la morte sul campo di battaglia, e lui non aveva mai potuto avere un ruolo attivo al servizio della patria, ma, soprattutto, al servizio di Sua Maestà l’Imperatore del Giappone, il Tenno. All’epoca Kimitake aveva già iniziato a scrivere. Il suo romanzo Hanazakari no Mori era stato pubblicato nel settembre del 1941, ed in quell’occasione lui aveva adottato per la prima volta lo pseudonimo che lo avrebbe reso famoso, ovvero Yukio Mishima. La scelta di un tale nome d’arte voleva essere un omaggio al famoso poeta Sachio Ito. Sia Ito che Mishima, infatti, sono delle incantevoli località nella prefettura di Shizuoka. Mishima, in particolare, è famosa poiché sembra essere il luogo con la più bella veduta del monte Fuji. L’anno successivo aveva preso l’importante decisione di dedicarsi allo studio della letteratura di corte dell’epoca Heian. Quindi, fino a quel momento la letteratura era stata la cosa più importante della sua vita. Eppure, mentre l’artista cresceva, maturava, sbocciava l’uomo diventava sempre più fragile, come una bambolina del teatro Kabuki. E quell’inabilità al servizio militare, arrivata proprio nel momento cruciale della guerra, era la conferma di ciò. Mishima era però ancora lontano dal desiderare ardentemente di trasformarsi in un samurai del ventesimo secolo. Il primo gennaio del ’46, come già detto, l’imperatore venne costretto a negare la sua divinità. Niente più discendenza dalla dea del sole Amaterasu, quindi, per il Mikado. Affermare che l’imperatore fosse un uomo qualunque, esattamente come tutto il resto del mondo, era una cosa intollerabile per la maggior parte dei giapponesi. Il rancore verso la modernizzazione doveva crescere sordo in Mishima, che però si gettò a capofitto nella creazione letteraria. Infatti, il 25 novembre (un giorno ed un mese che ricorreranno nuovamente, e tristemente, nella biografia di Mishima) del 1948 il romanziere iniziò il suo lavoro più spietatamente autobiografico, più, tragico, eppure il più meravigliosamente poetico: Confessioni Di Una Maschera. La crudeltà con cui Mishima si mise a nudo in questo romanzo può già essere considerata come la triste Cassandra della sua vita: il suo masochismo, il suo sadismo, la sua omosessualità, il suo desiderio di emergere, ma anche la sua solitudine, il suo edonismo. Oscar Wilde giapponese, Gabriele D’Annunzio nipponico, in Confessioni Di Una Maschera Mishima è tutto questo ed anche più. Il romanzo fu pubblicato nel luglio dell’anno successivo. Ma la sua ricerca dell’edonismo wildiano era appena all’inizio. Nel 1950, in aprile, a confermare la strada ormai scelta Mishima pubblicò il saggio “Su Oscar Wilde”. Quante affinità tra i due autori, e non solo letterarie, ma anche biografiche. Così distanti geograficamente, eppure così vicini edonisticamente.

Il Giappone stava riprendendosi dalle ferite della guerra alla velocità della luce. Nel 1951 la cinematografia giapponese sbarca al Festival Internazionale del Cinema di Venezia, con il film Rashomon che si porta a casa il Premio. è il trionfo del Sol Levante. Verso la fine dell’anno esce la prima parte di Colori Proibiti, uno dei tanti romanzi di Mishima che parla dell’omosessualità. Un argomento che, in Giappone, al contrario del tanto (???) evoluto Occidente non è affatto tabù.

L’omosessualità in Giappone non è una cosa di cui vergognarsi. Da sempre il teatro Kabuki non ammette attrici donne. Per le parti femminili vengono scelti dei giovani attori, spesso già effeminati, che poi perdono forse davvero la loro identità per strada, in cambio di una venerazione da parte del pubblico e da parte di altri attori che sfiora persino il fanatismo. Ed il trattato dei samurai per eccellenza, l’Hagakure, arriva al punto di dare consigli ai samurai per come scegliersi e come comportarsi con un compagno dello stesso sesso.

Nel 1955, a soli trent’anni, Mishima era già un autore famoso, amato, apprezzato. Dopo la prima parte di Colori Proibiti, aveva pubblicato anche la seconda, la raccolta di racconti brevi Morte di Mezza Estate ed il romanzo Il Suono Delle Onde. L’anno prima, questo romanzo gli era valso il premio letterario Shinchosha.

Se il genio Mishima non aveva più ostacoli sul suo cammino, se ormai la sua carriera lo aveva già lanciato nell’Olimpo degli dei, restavano però ancora da formare il samurai e l’uomo. L’onta dell’essere stato dichiarato inabile al servizio militare era cosa invero difficile da scordare, ancora di più da accettare. Nacque così in lui il desiderio di rafforzare quel corpo che l’aveva umiliato. Iniziò a fare body-building, ancora attratto di più dall’Occidente che dallo stesso Giappone. Poco dopo iniziò anche a praticare la boxe. Il tutto mentre il suo genio creativo partoriva il romanzo Il Padiglione d’Oro. Il 1957 fu un anno di grandi successi. In gennaio ricevette l’ottavo premio letterario Yomiuri, e verso la fine dell’anno vide la pubblicazione della traduzione inglese de Il Suono Delle Onde e soprattutto della sua raccolta Cinque Noh Moderni, raccolta che l’aveva confermato anche come apprezzatissimo autore teatrale.

Eppure non fu che l’inizio. Nel 1958 si schiuse, per Yukio Mishima, una nuova vita. Prima il matrimonio con Yoko Sugiyama, che gli darà due figli (una bambina, Noriko, che nascerà il 2 giugno del 1959, ed un maschietto, Iichiro, nato il 2 maggio del 1962). La cosa, nonostante l’ormai risaputa omosessualità dell’autore, non deve stupire. è la ricerca della tradizione, della famiglia, della continuità della stirpe, del rispetto verso i propri avi. L’altra novità che cambiò profondamente Mishima fu il cominciare a praticare Kendo, la scherma giapponese, sotto la guida di un Maestro settimo Dan. Fu così Mishima iniziò la sua trasformazione in moderno samurai.

Da quel momento furono presenti in Mishima tutti e tre i suoi aspetti: l’artista era sempre più prolifico, componeva ogni volta dei capolavori, raccoglieva sempre più successi, sia in patria che all’estero. Poliedrico e versatile, tradusse la Salome di Oscar Wilde, e la portò a teatro, sotto la sua regia. Pubblicò altri romanzi, tra cui Dopo il Banchetto e Musica; vinse premi letterari, sia per la prosa che per il teatro, come il premio Yomiuri per l’opera teatrale Ten-Day Chrysanthemum od il premio Mainichi Art Prize per Silk and Insight. Tradusse Il Martirio di San Sebastiano di Gabriele D’Annunzio, facendolo pubblicare in giapponese. E nel 1965 fu candidato al Premio Nobel per la letteratura. In realtà, ricevette tale candidatura per ben tre volte, non riuscendolo mai a vincere. E risalea questi anni anche la concezione di quello che è stato chiamato “il lavoro di tutta la sua vita”: la tetralogia de Il Mare Della Fertilità, il cui primo volume, Neve di Primavera, uscì nel 1965.

In questi anni l’uomo Mishima, come già detto, conobbe la realizzazione della paternità; eppure, nonostante tutto questo, ciò che più influenzò gli anni a venire fu proprio la crescita del Mishima samurai.

Iniziare a praticare Kendo assiduamente sotto la guida di valenti Maestri fu l’inizio della sua carriera del Bushido. L’uomo Mishima era diviso in due, spaccato tra occidente ed oriente. Viveva in una casa in stile coloniale, circondato da oggetti occidentali, vestiva all’europea. Ma dentro a sé “ruggiva lo spirto guerrier”: dentro a sé batteva un cuore da samurai, pronto come i nobili guerrieri dell’antico Giappone a dare la vita per il proprio Signore. E come i samurai, per realizzarsi pienamente aveva bisogno di un lungo, duro allenamento che spaziasse all’interno delle varie arti marziali.

La scelta del Kendo come base da cui partire fu logica. Il Kendo rappresenta a tutt’oggi i samurai, con le armature sempre uguali da centinaia di secoli, con le stesse tecniche di combattimento, con la stessa filosofia, oggi come nel Medioevo nipponico. Il Kendo è gerarchia, è disciplina, abnegazione, ma è anche individualismo, lealtà, generosità. Ed è il passo principale del Bushido, l’antico codice cavalleresco dei samurai. Nel Bushido i samurai dovevano saper usare più armi ed essere specializzati in più arti marziali, anche se tutta la loro figura ruotava principalmente attorno alla spada. Soprattutto, sviluppavano quel codice guerriero che faceva di loro una macchina da guerra invincibile, pronti com’erano, in ogni istante, a votarsi alla morte, sia per mano del nemico che per loro stessa scelta. Yukio Mishima applicò il Bushido a se stesso in modo così totale da sembrare quasi spietato: in dieci anni raggiunse il grado di quinto Dan; partecipò anche ad un Campionato Mondiale di Kendo, fatto al Nihon Budo-Kan di Tokyo, nel 1969. E non si limitò al Kendo: nell’ottobre del 1966, Showa 41, decise di rinforzare mente e corpo. Per non lasciare adito a dubbi, si unì anche alle forze di auto-difesa. Dal dicembre dello stesso anno cominciò a fare regolarmente jogging. Fu in questo periodo che conobbe un gruppo di giovani che, oltre a nutrire un’ammirazione totale per lui, condividevano anche i suoi stessi ideali ed il suo stesso desiderio di una restaurazione dei poteri nelle mani del Mikado, dell’imperatore. Eppure anche la sua produzione letteraria continuò. Nel 1967 pubblicò Cavalli In Fuga, il secondo volume de Il Mare Della Fertilità.

Dopo aver iniziato ad avvicinarsi al Bushido, non potè più distaccarsene. Era chiaro che per essere un perfetto samurai mancasse qualcosa: cominciò così lo studio dello Iai-do, l’antica arte dell’estrazione della spada giapponese. E studiò anche il Karate.

A questo punto, era inevitabile che la sua produzione letteraria non risentisse di questa svolta. I suoi romanzi di fiction erano sempre più affiancati da saggi sulle arti marziali e sui samurai. Come si può vedere nel saggio Sull’Hagakure — Il Bushido è Vivo, un testo noto anche come La Via Del Samurai. La frase dell’originale Hagakure che più colpì Mishima fu quella che dice:

“Ho scoperto che la via del samurai è la morte . […] Per essere un perfetto samurai, è necessario prepararsi alla morte dal mattino alla sera, giorno dopo giorno. ” Ed infatti, Mmishima voleva morire da giovane, di una morte gloriosa, tradizionale, nipponica. L’eroe idealizzato da Mishima era forse un po’ l’eroe Byroniano, un essere che non avesse bisogno di nessuno. Perciò disse di aver cercato di vivere sempre nello spirito dell’Hagakure. In questo saggio Mishima esplorò e commentò anche altri recessi dell’animo umano, come ad esempio l’opinione sulla forma di amore più sublime. Sia per l’autore dell’Hagakure originale, che per Mishima stesso, l’amore più sublime era quello inconfessato, quello che rimaneva segreto fino alla morte.

La morte. Sempre lei, sempre la morte. Per Mishima e per i samurai la morte era il supremo movente. Per un giapponese il suicidio non è un disonore, anzi. Il suicidio rituale, il Seppuku, è la morte più onorevole che un uomo possa trovare.

Mishima in questo periodo della sua vita aveva sviluppato un culto del corpo quasi maniacale. Eppure, anche questo trovava il suo riscontro nell’ Hagakure, quando si dice che un samurai doveva sempre cercare di dare il meglio di se stesso riguardo all’aspetto fisico, affinché la morte (ancora lei) non lo trovasse impreparato, trasandato.

Ma forse l’insegnamento che più di ogni altro Mishima trasse dall’ Hagakure è stato quello che dice:

“Un samurai deve andare molto orgoglioso del proprio valore militare. Deve essere risoluto a morire da fanatico.”

Ormai Mishima era sempre più lanciato su questo argomento. Nel novembre del 1967 pubblicò il dialogo Le Arti Marziali e La Letteratura: Le Loro Filosofie Di Morte. Il mese dopo fece parlare di sé per essere il primo scrittore a provare l’ebbrezza di un volo su un jet supersonico. Ormai il giovane scartato perché non idoneo non esisteva più. Al suo posto c’era un perfetto guerriero.

L’anno seguente gli allenamenti fisici di Mishima continuarono con regolarità, così come la sua attività di scrittore. Pubblicò un altro saggio critico sulla sua esperienza nelle arti marziali: Lezioni Spirituali Per Giovani Samurai. Anche Il Mare Della Fertilità proseguì il suo cammino, con la pubblicazione del terzo volume, Il Tempio Dell’Alba.

Ormai il suo fanatismo militarista aveva raggiunto l’apice. Riunì a sé alcuni giovani studenti che aveva incontrato al corso di Karate. Scoprendo di condividere con loro gli stessi ideali, formò il suo esercito privato. Il riformato, quel soldato mancato che l’esercito giapponese non aveva voluto divenne così capo di un’intera armata. Nacque il Tate-no-Kai, ovvero “L’Associazione degli Scudi”. Il Tate-no-Kai venne ufficialmente formalizzato il 5 ottobre del 1968, piccolo esercito privato che si allenava quotidianamente, che giurava fedeltà al proprio capo ed all’imperatore, che aveva le uniformi disegnate dallo stilista Tsukumo Igarashi, lo stesso che disegnò le uniformi di De Gaulle.

Nel 1970, Showa 45, la rivista statunitense Esquire stilò la classifica delle 100 persone più importanti del mondo. Yukio Mishima fu tra loro, ed in quest’occasione la rivista lo salutò come “l’Hemingway giapponese”. Dopo aver partecipato, assieme ai membri del Tate-no-Kai, ai campionati giapponesi di Karate ed ad aver ottenuto la cintura nera anche in questa specialità, Mishima cominciò ad esercitarsi regolarmente assieme alla sua milizia personale. Ottenne anche il permesso di portare in pubblico, quando indossava l’uniforme del Tate-no-Kai, una katana (la spada giapponese) del sedicesimo secolo che gli era stata regalata da Hiroshi Funasaka.

Gli allenamenti del Tate-no-Kai si svolgevano sul piazzale antistante la terrazza del Quartier Generale Ichigaya dell’armata orientale, con scadenza mensile.

Il 17 novembre ottenne gli ultimi due premi letterari della sua vita, il premio Tanizaki ed il premio Yoshino. Non era minimamente immaginabile, allora, ciò che il samurai Mishima avesse concepito di fare soltanto alcuni giorni dopo, precisamente il 25 novembre.

Quel giorno, Mishima si svegliò presto. Preparò una busta per il suo editore che conteneva la stesura finale de La Caduta Dell’Angelo, il capitolo conclusivo de Il Mare Della Fertilità. Lasciò la busta sulla sua scrivania. Da lì telefonò ad alcuni giornalisti e fotografi, invitandoli a recarsi al Quartier Generale alle 11 di quella stessa mattina per assistere ad uno spettacolo senza precedenti.

I suoi quattro cadetti più fidati vennero a prenderlo in macchina poco dopo. Insieme, risoluti a portare a termine il compito che si erano prefissati, si recarono al Quartier Generale Ichigaya. Con una rapida azione diversiva riuscirono a salire sulla terrazza prospiciente il piazzale. Lì, nella sua uniforme di ufficiale da sogno, Mishima lesse il suo “Manifesto”, un proclama di sollevazione diretto ai membri dell’esercito giapponese, affinché lo spirito nipponico si risollevasse nelle sue tradizioni, nella sua combattività, per ridare all’imperatore il ruolo che gli era stato tolto e per restituire al Giappone la dignità perduta con la sconfitta subita alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

I membri dell’esercito, i soldati, gli ufficiali presenti non gli diedero ascolto. Peggio ancora, lo derisero, lo insultarono, lo incitarono a smettere. Ad un certo punto le loro urla di scherno e di protesta coprirono le sue parole. Sconfitto, deluso, abbattuto, amareggiato, Mishima si ritirò nell’ufficio da cui era uscito, dopo aver gridato per tre volte “Lunga vita a Sua Maestà l’Imperatore”, ovvero “Banzai”, il temibile grido di guerra degli invincibili Kamikaze.

Dov’erano finite, in quel momento, le sue speranze, i suoi sogni, le sue aspettative? Cosa deve aver pensato, in quel momento, il genio Mishima, lo stesso che gli aveva fatto scrivere quel breve capolavoro che era La Voce Degli Spiriti Eroici, un breve romanzo che parlava di una seduta spiritica in cui venivano evocate le anime di quel gruppo di giovani ufficiali che nel 1936 tentarono una rivolta per ristabilire la totale autorità dell’imperatore, e che per questo motivo furono giustiziati, nonché le anime dei piloti Kamikaze della Seconda Guerra Mondiale? Cosa deve aver provato l’uomo Mishima, che aveva cullato la speranza di vedere restituita all’imperatore la dignità che lui riteneva dovesse appartenergli di diritto? Di certo possiamo indovinare cosa pensò il samurai Mishima, davanti a quegli ufficiali e soldati nipponici che avevano dimostrato di non considerare più il valore della tradizione.

Il samurai Mishima, una volta rientrato, tolse con calma la giacca e la camicia dell’uniforme, si slacciò i pantaloni ed assunse la posizione di seiza, ovvero si inginocchiò a terra. Prese una spada corta, e fece harakiri. Si tagliò l’addome secondo la tradizione dei samurai. Tutto era già stato predisposto. Aveva anche già scelto il suo Kaishaku, ovvero il suo “secondo”, colui che per mettere fine alle sue sofferenze dopo l’harakiri avrebbe dovuto decapitarlo con un solo colpo di spada. Il suo secondo era il fido Morita, che però fallì il taglio per ben tre volte. Il coraggio del suo Maestro non scorreva altrettanto forte in lui. Mishima fu decapitato alla fine da Hiroyasu Koga. Morita tentò di seguire il suo Maestro almeno nell’effettuare harakiri su se stesso. Anche qui, però, il coraggio gli mancò. Riuscì ad infliggersi solo una ferita superficiale all’addome, ma fu quello che bastò a Koga per adempiere al suo ruolo di Kaishaku anche su di lui. Lo decapitò senza esitazione.

Durante la cerimonia funebre, Yukio Mishima ottenne il nome buddhista postumo di Shobuin Bunkan Koikoji, che significa “Spirito Buddhista di Letteratura ed Arti Marziali, Specchio della Cultura, Kimitake”.

Eppure lo spirito di Mishima non morì con il suo seppuku. Il 28 febbraio 1971 il Tate-no-kai venne ufficialmente sciolto. Il 27 aprile dell’anno successivo, alla diciottesima udienza del processo per “L’Affare Mishima” i tre giovani sopravvissuti furono condannati a quattro anni di carcere.

Nel 1983 il regista giapponese Nagisa Oshima diresse il film “Merry Christmas Mr Lawrence”, più noto in Italia con il titolo di “Furyo”. La storia era ambientata in un campo di prigionia asiatico, e parlava dell’impossibile amore tra un ufficiale giapponese, interpretato da Riyuichi Sakamoto ed un ufficiale britannico, David Bowie. La colonna sonora fu affidata allo stesso Sakamoto, che produsse un album di incredibile, delicata bellezza. Nessuno, ancor oggi, probabilmente ha dimenticato la musica che apriva e chiudeva il film. La stessa musica fu registrata anche in versione cantata, anche se questo brano non fu, alla fine, inserito nel film. La canzone si chiamava “Forbidden Colours” ed era cantata da David Sylvian. Forbidden Colours, Colori Proibiti. Esattamente come il romanzo di Mishima.

Nel 1985 Paul Schrader diresse il film “Mishima”, onirica biografia dello scrittore. Il ruolo del protagonista è rivestito dall’attore Ken Ogata, perfetto nella parte. Il film vinse il Premio per il Miglior Contributo Artistico al Festival di Cannes. Ciò nonostante, la vedova di Mishima riuscì a vincere una causa che proibì la diffusione del film in Giappone.

Nel 1989 il Giappone visse un altro momento drammatico: la morte dell’imperatore Hirohito. Con lui si chiudeva un’epoca, si assisteva ad una svolta. L’era Showa cedeva il passo all’era Heisei, “Fautrice di Pace”. Le ferite della Seconda Guerra Mondiale potevano finalmente rimarginarsi.

Il rispetto e l’ammirazione nei confronti di Yukio Mishima sono ancora forti in tutto il mondo, oltre che in Giappone. Il Paese il cui esercito non seppe comprendere l’incredibile amore che Yukio Mishima provava per esso si è parzialmente sdebitato con lui costruendo, nel 1996, il “Mishima Yukio Museum” nella città di Yamanakako, prefettura di Yamanashi. Il museo ospita i lavori ed i manoscritti di Mishima, e tra questi si possono trovare 363 documenti inediti. Il corpus letterario è affiancato da più di settecento oggetti personali appartenuti allo stesso Mishima.

Chissà se qualcuno di quegli ufficiali che lo derisero il 25 novembre del 1970, decretandone, in un certo senso, la morte, l’abbia mai visitato.

Yukio Mishima nato a Tokio da famiglia borghese, il giovane Yukio non si rimetterà mai dall’aver mancato l’appuntamento con la storia non avendo partecipato ai combattimenti per il Giappone del sogno imperiale. Reso celebre a soli 24 anni dal successo del suo romanzo Confessioni di una maschera, il “D’Annunzio d’Oriente” scrive tra il 1949 e il 1970 una quarantina di romanzi, opere teatrali, novelle e saggi. i più notevoli, Il Padiglione d’oro, Dopo il banchetto e la tetralogia Il mare di fertilità, con il romanzo Cavalli in fuga, trattano tutti dell’umiliazione subita dal Giappone a causa dell’occupazione americana e della progressiva perdita della sua anima, inesorabilmente anestetizzata e soffocata dalla inconsistenza e volgare cultura americana. La risposta al deserto spirituale che dilaga, gli appare una sola: l’adesione coerente al bushido ( la via del guerriero). Fonda perciò nel 1968, con un gruppo di studenti, un’associazione paramilitare denominata “Società dello Scudo”. In nome dell’Imperatore e del “suo” Giappone, tenta, nel 1970, con il suo piccolo esercito privato, di far sollevare il Quartier generale delle forze di autodifesa giapponesi. Fallito il tentativo, dinanzi all’apatia di quella che credeva l’ultima speranza della Nazione; la casta degli ufficiali, si dà la morte col tradizionale seppuku. Tutta la vita di Mishima può riassumersi nell’affermazione che “il sapere senza l’azione è osceno”.

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