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Musica

“The modern Jazz Quartet” ovvero il jazz in smoking

La notizia è stata riportata su quasi tutti i quotidiani, ma senza particolare rilievo : il 29 marzo 2001 è morto John Lewis. Qualche riga di commento. anche per evidenziare che era stato il pianista fondatore del “Modern Jazz Quartet” Non aveva né poteva avere, l’enorme popolarità di un Armstrong, del quale nel medesimo anno si è celebrato il centenario della nascita, e neppure quella dell’indimenticabile Charles Trenet, destinato all’insipida definizione di “cantante folle”, scomparso lui pure in questo 2001.

È la sorte, del resto, degli artisti che in vita hanno fatto parte di un gruppo, anche se in posizione eminente. Uno di questi era appunto John Lewis, il pianista di un piccolo gruppo del quale vorrei parlare. E forse ne vale la pena.

John Aaron Lewis era nato il 3 maggio 1920 a La Grange, Illinois, nei pressi di Chicago, in una famiglia borghese, di razza negra che poco dopo si era trasferita al Sud, ad Albuquerque nel New Mexico, dov’erano vissuti i loro antenati. John ricordava sempre che un suo avo aveva messo su un albergo a Santa Fe, in pieno clima “Western”.

In quella zona c’erano pochi negri e non esistevano per loro dei problemi razziali, che potevano al massimo riguardare qualche abitante messicano o indiano. Il ragazzo Lewis dimostrò subito molto interesse per la musica, specialmente quel “jazz” di cui gli giungevano echi da ogni parte. Ma la guerra lo tolse dal diletto pianoforte, e per qualche anno lo trattenne in Normandia dove ebbe per compagno un musicista americano che si chiamava Kenny Clarke. I due riuscirono a farsi inserire in un’orchestra militare, evitando guai peggiori.

Tornato poi in patria, poté dedicarsi completamente alla sua musica, abbandonando del tutto un suo precedente (e tiepido) interesse per l’antropologia. E se non fosse bastato a deciderlo l’incontro con Clarke, i programmi radio di jazz che giungevano fino ad Albuquerque dalla California avrebbero segnato la sua scelta definitiva.

Completati diligentemente i suoi studi, si trasferì a New York nel corso dell’anno 1946, per perfezionarsi alla Manhattan School of Music. E si fece strada assai presto nel mondo del jazz. non solo grazie all’amico Clarke, ma anche per l’appoggio di John Hammond, un giovane e ricco appassionato di quella musica, che lo aveva raccomandato presso la famosa scuola e anche aiutato finanziariamente.

Le cose si mettevano bene per il giovane pianista di Albuquerque.


Fuor¡ dalla grande orchestra, il quartetto

Tutto ebbe inizio fra il ‘51 e il ‘52 nell’orchestra di Dizzy Gillespie, un suonatore di tromba la cui fama era ormai seconda dopo Armstrong, e che stava percorrendo con molto successo la nuova strada dello stile “be bop”. Nella formazione di. Gillespie c’era anche un ottimo solista di vibrafono che si chiamava Milton (M¡lt) Jackson: aveva ventotto anni e parecchia esperienza. Questo strumento a percussione, forse derivato dalla “marimba”, lo xilofono dei latino-americani, e poi perfezionato elettricamente, era già stato lanciato da altri specialisti come Red Norvo e soprattutto Lionel Hampton, personaggio geniale e pittoresco, vecchio amico di Armstrong e di Benny Goodman.

Milt Jackson si stava affermando come maestro di abilità e di delicatezza, padroneggiando un non facile strumento musicale, proprio mentre nell’orchestra di Gillespie entrava anche John Lewis come pianista e arrangiatore, introdotto dall’amico dei tempi d¡. guerra Kenny Clarke, che a sua volta era diventato il batterista della prestigiosa “band”. Ma già l’anno dopo Clarke si trasferiva in Europa, e il ruolo vacante veniva subito affidato a Connie Kay.

Kay era un personaggio speciale nel mondo estremamente vario dei percussionisti di jazz: uno dei primi ad arricchire gli accessori della batteria con parecchie altre fonti di sonorità (triangolo, timpani, campanelli, cembali e altro ancora). Ma la sua peculiarità era nella maniera di usare queste cose su uno sfondo di assoluta leggerezza, proprio come faceva Jackon sfiorando il suo vibrafono, e non per nulla sarebbero andati molto d’accordo. Questo Connie era nato nel 1927 e il suo nome completo era Conrad Kirnon, fino a quando un presentatore un po’ smemorato lo aveva annunciato al pubblico come “Connie K” alla inglese dove la lettera K è appunto “Kay”. E il nome era piaciuto. Era anche molto conosciuta fra i colleghi la sua riluttanza a prendere gli “assoli” rumorosi tanto cari a buona parte dei suonatori di batteria. Era quindi un grande accompagnatore.

A completare la sezione ritmica della grande orchestra, c’era il contrabbasso di Percy Heath. Percy veniva da una famiglia di musicisti della North Carolina dove era nato nel 1923. Cresciuto a Philadelphia, si era dedicato dapprima al violino, e poi definitivamente al contrabbasso.

La sua figura snella (era il più magro dei quattro) accentuava il contrasto con il suo corpulento strumento che, secondo le regole del jazz, non veniva usato con l’archetto ma eseguendo agili sequenze di pizzicato tecnica in cui Percy era molto esperto John Lewis si intendeva bene con i tre colleghi dell’orchestra.

Avevano formato un quartetto che si esibiva spesso durante gli intervalli della grande formazione allo scopo di far prendere un po’ di riposo agli uomini degli strumenti a fiato, duramente provati dagli impegnativi arrangiamenti dell’estroso Gillespie. E parve logico che a questo punto il piccolo complesso avesse un nome: fu scelto quello del vibrafonista, che in quel periodo era il più conosciuto. Così si ebbe il Milton Jackson Quartet” che con la sigla MJQ cominciò a fare dei dischi, soprattutto con la casa discografica “Prestige”.

Nel frattempo, Lewis volle svincolarsi dall’impegno con l’orchestra e fece, come pianista accompagnatore, una lunga tournée con, Ella Fitzgerald in Europa. Ma cambiò ancora, e rapidamente i suoi programmi quando seppe, nell’estate del ‘54, che i critici della nota rivista “Down Beat” nel loro annuale referendum avevano segnalato il quartetto dei dischi Prestige come il migliore del mondo.

Il MJQ fu subito riunito con molto entusiasmo, e la sigla con le tre iniziali rimase invariata, però senza contenere nessun cognome. Così, in piena autonomia e senza altri impegni orchestrali, nasceva il “Modern Jazz Quartet”.

Inizio di un lungo percorso

Di comune accordo, la direzione musicale venne affidata a John Lewis, e fu inoltre deciso che i quattro avrebbero sempre lavorato su basi di cooperazione alla pari. In quel lontano 1955 nessuno di loro poteva prevedere che sarebbero rimasti insieme per quasi quarant’anni, salvo un intervallo fra il ’74 e il 1981 dovuto a vari motivi che poi vedremo. Arrigo Polillo, ¡indimenticabile e preciso narratore del jazz d’ogni tempo, affermava, molti anni fa, che Lewis creava la musica per il suo quartetto all’incirca come Duke Ellington creava la sua per l’orchestra: ed erano pianisti entrambi. Questo vuol dire che avevano sempre considerato essenziale la personalità strumentale di ciascuno dei componenti del gruppo, grande o piccolo che fosse. E non basta: la grande orchestra del “Duca” e il riunito quartetto di Lewis avrebbero mantenuto integra per decenni la loro compagine senza ritocchi o sostituzioni. Sono due casi eccezionali in un settore della musica sempre molto movimentato.

Fin dagli inizi del suo cammino, il Modern jazz Quartet, sotto la direzione di Lewis dimostrò di avere delle idee molto chiare circa lo stile e l’immagine che avrebbe mantenuto sempre: molto dignitosa, talvolta anche troppo, secondo qualche critica benevola. Anni dopo, in una intervista al critico di jazz Joe Goldberg, Lewis precisava: “Io sono un negro americano orgoglioso di esserlo, e desidero esaltare tutta la dignità di questa mia posizione”

E il loro programma era conforme con questo assunto: il quartetto doveva esibirsi di preferenza nelle sale da concerto, evitando le sedi tradizionali del jazz, spesso ospitato in locali dove i clienti erano abituati in quegli anni a bere, fumare e fare rumore, coprendo le note di una musica che doveva essere eseguita In forma attenuata. Le sequenze musicali erano ovviamente affidate agli unici due strumenti strettamente sonori, pianoforte e vibrafono, cioè Lewis e Jackson. Che erano proprio due temperamenti di opposta sensibilità: composto e controllato nella continua ricerca di elementi melodici il pianista, improvvisatone disinibito ed emotivo il vibrafonista. Eppure la loro intesa era completa, e la loro reciproca integrazione perfetta, soprattutto con l’adattarsi l’uno alle esigenze dell’altro senza contrasto. E gli altri due, i fabbricatori di ritmo? Percy Heath offriva sempre una base lieve, molto musicale ma perfettamente scandita secondo le esigenze del suo “basso”, mentre Connie Kay, dalla sua batteria con tanti oggetti da percussione traeva solo elementi di sottile adattamento alle note musicali degli altri strumenti. Era un’intesa che si poteva riassumere in una sola parola: perfezione.

Immagine articolo Fucine Mute

Le registrazioni del 1954 con la Casa “Prestige” avevano cominciato a rendere note le principali caratteristiche delle loro esecuzioni, sotto la meticolosa direzione di John Lewis : da un lato lo spirito e il linguaggio del jazz con le sue radici popolari e folcloristiche, mentre dall’altro emergevano i procedimenti di composizione secondo le regole della musica classica.

Lewis, fin dai suoi studi giovanili alla “Manhattan School of Music” aveva continuato ad approfondire le sue conoscenze classiche, soprattutto nel settore che gli era più congeniale, quello dello stile barocco. E il suo jazz, sempre intimamente legato allo spirito del “blues” che aveva assimilato nel Sud dov’era cresciuto, non incontrava alcun ostacolo nell’allinearsi a contrappunto e fughe. Dal cielo probabilmente, l’ombra di Giovanni, Sebastiano Bach aveva guidato questo giovane e diligente pianista lasciandogli un  importante segnale, da mettere accanto ai suoi indiscutibili ispiratori con un grande Charlie Parker in testa…

Immagine articolo Fucine MuteMilt Jackson detto “Bags”, quasi coetaneo di Lewis (era nato a Detroit nel 1923) aveva suonato giovanissimo nelle chiese, prima la chitarra, poi il pianoforte, facendo parte anche di un complesso vocale specializzato nei “gospel” religiosi. Poi aveva cominciato a dedicarsi al vibrafono, e non lo avrebbe mai più lasciato. Da allora era sempre stato un solista eccezionale in molte orchestre, fino al suo approdo in quella di Dizzy Gillespie. E il resto ci è noto: è solo da sottolineare la disciplina alla quale Milt sapeva attenersi nella esecuzioni “a due” con Lewis, forse ricordando ogni tanto il suo passato di ragazzo del coro, in chiesa.


Sulla scena: il “look” e la musica

Si stabilì che l’immagine del quartetto doveva essere sempre la stessa. Per i concerti, abito rigorosamente nero, possibilmente uno smoking (il “tuxedo” degli americani). In occasioni un po’ meno normali avrebbero comunque indossato un abito molto decoroso e uguale per tutti. Questi quattro trentenni (Lewis era il più anziano, Heath il più giovane ma con poca differenza di età) si prestavano egregiamente a questa tenuta da lavoro che portavano con molto stile.

E poi c’era la loro musica. L’abbiamo tanto ascoltata, su nuove registrazioni e riedizioni che in questi vari decenni le case discografiche hanno pubblicato di continuo. Ma ascoltarli e poterli vedere contemporaneamente, era tutt’altra cosa: lo può confermare chi abbia potuto assistere a un loro concerto. Il rituale, semplicissimo, era sempre lo stesso, e la sede un teatro: a Milano l’Odeon o il Lirico. Il sipario. si alzava sul palcoscenico vuoto e con gli strumenti già allineati: il pianoforte di Lewis a sinistra, il contrabbasso di Percy Heath e la batteria di Connie Kay nel mezzo, e il vibrafono di Jackson a destra. Entrata degli esecutori fra gli applausi, poi Lewis annunciava subito e molto sobriamente il titolo del primo pezzo aggiungendo, se necessario, qualche breve dettaglio. Applausi scroscianti al termine di ogni esecuzione e alla fine di tutto il concerto un breve commiato, sempre da parte di Lewis. Si usciva dal teatro con la precisa idea di aver assistito a qualcosa di insolito e degno di ammirazione.

Cosa suonavano

Il loro repertorio era molto vasto, e proveremo a percorrerlo senza troppe omissioni, seguendo una certa cronologia e cercando possibilmente di accostare sempre i due elementi essenziali del jazz e del “classico”.

Dal ‘56 in poi la loro produzione musicale si fece sempre più intensa: buona parte delle composizioni erano dello stesso Lewis, ma non mancavano dei contributi di Milt Jackson. Inoltre, col tempo, avevano inserito nel loro programma anche motivi d’altri autori. Le cosiddette “ballads” soprattutto quelle di maggiore diffusione, che Lewis si caricava di adeguare al loro stile.

Uomo del jazz e della musica colta, Lewis non poteva esimersi dal fare seguito ad una sua tendenza culturale europea e ai suoi aspetti lievemente poetici. per i quali aveva sempre dimostrato un grande interesse. Ne diede subito una prova nello stesso 1956, consegnando al suo quartetto una “suite” raffinata ed elegante ispirata alla Commedia dell’Arte italiana, dal nome un po’ curioso di “Fontessa”. Egli stesso, nel presentarla, diceva di avere ben chiaro quanto accadeva nella Commedia tradizionale, dove quasi tutto era improvvisazione giocosa. Ed ecco, nella sua composizione, un breve preludio per avviare il tema musicale, poi un brano ispirato a echi del vecchio jazz con una improvvisa fuga al vibrafono. Seguivano altri brevi spunti che volevano ispirarsi alle figure classiche di Arlecchino, Pierrot, Pantalone e infine Colombina (che era appunto la “Fontessa” del titolo). La fusione tra le parti scritte e quelle improvvisate era veramente perfetta: lo possiamo ancora constatare sul disco.

Nel 1960 Lewis avrebbe ripreso questa suite presentandola in uno stile più elaborato e il nuovo titolo di “The Comedy”, con l’aggiunta di un brano in chiusura, “Piazza Navona”, pieno di colore. Vivo successo a Parigi per questo omaggio “europeo” da parte del chitarrista americano e nero.

Fin dalle prime registrazioni non è difficile individuare. nel vasto repertorio del MJQ dei “filoni” ai quali si sarebbero sempre mantenuti fedeli. Un primo esempio ci viene dal filone della “fuga”, particolarmente caro a Lewis, e merita subito ricordare alcune sue belle composizioni dedicate a Parigi: “Concorde”, “Vendome”, “Versailles” e altre, insieme ad un triplice motivo dal titolo “Three Windows” (che più tardi troveremo anche in un film). Un altro settore molto interessante è quello che deriva dai ritmi dei “blues”, dove l’elemento jazzistico è più evidente e si fa anche molto elegante grazie al vibrafono di Jackson usato con “aerea levità” secondo un critico del tempo. Per esempio va ricordato lo splendido “Milano” (sempre Europa!) di Lewis e anche “Bluesology”, del fantasioso M¡lt. Ma il capolavoro di Lewis è sicuramente un brano composto già nel 1953 per la morte di Jean Reinhardt detto Django, un famoso zingaro chitarrista creatore d’un complesso — jazz di soli strumenti a corda conosciuto poi in tutto il mondo, il “Quintet de l’hot Club de France”. Il pezzo, che si chiama appunto “Django” è composto da due parti: lenta e triste la prima e molto vivace la seconda, una improvvisazione ritmica ispirata a Lewis dai funerali della vecchia New Orleans. “Django” è poi sempre stato il motivo — bandiera del MJQ, sopravvissuto negli anni, come spetta a un grande pezzo musicale.

E infine, ricordiamo pure le non poche “Ballads” tratte da motivi molto noti di altri autori, come “Stardust”, “Over the Rainbow”, “Autumn in New York”, “But not for Me” e tanti altri brani che alla loro intrinseca bellezza aggiungono una suggestione tutta particolare: magico MJQ…


Molti viaggi per il mondo, e la “Terza Corrente”

Con gli anni ’60 il quartetto viaggiò moltissimo: America, Europa, ma anche Giappone e Australia. Alcuni loro concerti presentati in Scandinavia vennero registrati e poi trascritti su alcuni dischi, a cura della loro Casa principale, la Atlantic, e una di queste registrazioni conteneva un altro motivo diventato celebre, “La Ronde”.

La critica non risparmiava i superlativi: quando uscirono i dischi della Atlantic si potevano leggere frasi come “The most Uniques” oppure “The World Greatest” e così via. I quattro erano al vertice. E quei dischi storici portavano la scritta: “The European Concerts”. Nel 1962 Lewis sposava una musicista slava, Mirijana, e avrebbe avuto due figli, un maschio, Sasha, e una femmina, Nina. pur restando strettamente vincolato al suo quartetto ebbe anche molte occasioni di presentarsi come solista, soprattutto di musica classica, naturalmente sotto la tutela spirituale del suo Bach, con preludi e fughe di grande qualità. È anche di questi anni l’amicizia per Gunther Schuller, un compositore e primo corno nell’orchestra del Metropolitan, che si prefiggeva la creazione di una “Third Stream Music”, musica della terza corrente, in cui potessero confluire il jazz e la musica colta. Insieme fondarono la “Jazz and Classical Music Society” per farvi giungere le proposte e le composizioni di chi, come loro, credesse in questa possibilità.

Sempre nel 1962 la loro collaborazione si concretò nella “Orchestra USA”, un grosso insieme che riuniva solisti classici e del jazz, presentando nuove creazioni musicali. La direzione fu affidata a Schuller, più esperto di orchestre sinfoniche, ma l’impresa risultò molto più faticosa del previsto, permettendo solo pochi concerti all’anno, causa gli altri impegni di lavoro dei due responsabili. Non si poté‚ raggiungere il successo sperato, pur confermandosi l’entusiasmo e il generoso impegno di Lewis.


Il MJQ al cinema, e altre cose

Nel 1957 Lewis era stato incaricato di scrivere le musiche, e di eseguirle poi col quartetto, per un film francese diretto da Roger Vadim, “Sait — on jamais”, in Italia “Un colpo da due miliardi”. Era un poliziesco ambientato in Provenza e a Venezia, nel quale le musiche accompagnavano una fosca vicenda di rapina con dei brani inseriti lungo la sceneggiatura. Fra gli altri motivi c’era quel “Three Windows”, un pezzo di “fuga” che abbiamo già ricordato, insieme ad un “Cortège” molto suggestivo, temi che sarebbero rimasti a lungo nei programmi del complesso. E l’ottimo contributo del MJQ avrebbe anche sollevato la qualità del film, molto superficiale e cartolinesco: era l’unico film a colori che avrebbero fatto.

La seconda pellicola, del ‘59 era “Strategia di una rapina” (Odds against Tomorrow), che aveva una buona. direzione di Robert Wise, storia di un altro furto molto avventuroso e per di più finito male a causa di un duro conflitto razziale fra i due principali esecutori, che erano Harry Belafonte e Robert Ryan. Qui la colonna sonora era soprattutto sostenuta da John Lewis al pianoforte, anche se il vibrafono di Milt Jackson con gli altri due strumenti ritmici, rendeva completa la linea musicale. Molto suggestivo il tema del titolo, che si ripeteva nei momenti più drammatici.

Il terzo e ultimo film era, italiano, del 1962, “Una storia milanese” di Eriprando Visconti, nipote del grande Luchino. Una vicenda di amore senza passione fra due giovani della ricca borghesia lombarda, vissuta in una Milano invernale e distaccata. La colonna sonora era tutta di Lewis anche questa volta, ma con una partitura che impiegava anche altri esecutori oltre al quartetto. Notevoli soltanto i “dialoghi” musicali, molto felici, fra pianoforte e vibrafono, purtroppo non frequenti. Immaturi i due protagonisti, però compensati da due personalità come Romolo Valli e un simpatico Ermanno Olmi, molto giovani anche loro, nelle parti a lato.

Il decennio successivo trovò il quartetto costantemente occupato. Lewis aveva ottenuto la direzione del Jazz Festival di Monterey, California, un incarico che assolse con la solita precisione e chiarezza per molti anni. Vi fu poi la collaborazione, in parecchi concerti, di ospiti aggiunti, sia in America che in Europa: fra questi ricorderemo il chitarrista Laurindo Almeida e in seguito un gruppo vocale francese, “Les Swingle Singers”, specializzato in versioni jazz da motivi di musica barocca. È d’obbligo segnalare inoltre che nel ‘69 vi fu un loro concerto alla Casa bianca, che rese definitivo il loro inserimento fra le istituzioni d’America.

Continuavano intanto le loro tournée un po’ dappertutto, e ad alto livello: le loro esecuzioni avevano sempre e ovunque quella lucentezza che aveva stupito il mondo del jazz quindici anni prima.


Gli anni della separazione

Nel 1974 il MJQ si sciolse. Non fu una decisione improvvisa, e la causa era dovuta in buona parte a Milt Jackson che già da tempo si mostrava intollerante alla rigida disciplina che Lewis continuava a mantenere come regola nella gestione del complesso: non si è mai potuto escludere che vi fosse anche qualche ragione economica.

I componenti, a cominciare dallo stesso Jackson sempre molto richiesto per delle esibizioni con altri solisti, scelsero ognuno la propria strada. Lewis a sua volta, con la sua classe di raffinato pianista, ebbe offerte d’ogni genere: il fondatore del MJQ non poteva certo restare inoperoso. E non mancarono le opportunità a Connie Kay che, in qualche concerto avrebbe ancora accompagnato Lewis, per associarsi, in seguito, a Eddie Condon, un famoso chitarrista che veniva dai “Chicagoans”, i noti solisti bianchi di Chicago. Percy Heath non ebbe difficoltà a spostare il suo contrabbasso presso altri colleghi: avrebbe anche costituito un complesso associandosi a suo fratello Tootie Heath, un buon batterista in piena attività.

Scriveva Arrigo Polillo nel suo godibile volume “Stasera Jazz” di qualche anno dopo: “Quelli del MJQ erano diversi, sono sempre stati diversi, e John Lewis era un uomo beneducato, colto e forse un poco snob, come qualche collega assicurava. Ma era egualmente un grande piacere avere a che fare con lui, che nel quartetto aveva proiettato tutta la sua personalità e le proprie concezioni musicali, sulle quali non sembrava disposto a transigere”.

Su John Lewis “senza MJQ” vorrei riferire, scusandomene, una mia piccola esperienza personale, il cui fondamento è tutto nella “Grande Parade du Jazz” che veniva organizzata a Nizza nel mese di luglio fra il ‘70 e gli anni ottanta. Era un grande incontro di “All stars” di tutto il mondo, con gli americani in prima linea, e si svolgeva a Cimiez, sulla collina, in una grande arena romana e nel parco circostante. Nel luglio del ’77 era prevista, nel vasto programma, abituale, la presenza di alcuni “grandi” del pianoforte come Dave Brubeck, Teddy Wilson e altri ancora. C’era anche Lewis. La sua esibizione come solista fu, come prevedibile, di alta classe, basata principalmente sulle sue stesse musiche.

Grazie ad una mia gentile amica americana. gli rivolsi qualche domanda alla fine del concerto. L’argomento che esitavo un po’ ad affrontare, riguardava la sua intensa attività “da solo” di quegli anni. Molto cortese ed essenziale (come la sua musica) non nascose il suo rammarico per il quartetto “disbanded”, cioè disperso senza alcun rancore da parte sua, e si congedò dicendo che contava molto su una loro riunione non troppo lontana.

Per pura deplorevole vanità aggiungerò che la foto di lui al piano l’avevo fatta proprio io…

Le “Parades du Jazz” di Nizza continuarono per diversi anni e non mi fu possibile vederle tutte, neppure quella del 1982 che aveva in bella mostra nel programma il ritorno di Lewis con il suo MJQ ricostituito.

Li avrei visti ancora a Milano, sempre nel loro perfetto “smoking”, e dopo qualche anno anche al “Verdi” di Trieste, dove tennero un bel concerto. Fra l’altro, uno degli applauditissimi brani si chiamava “Trieste” e Lewis l’aveva già composto molti anni prima. Non era il suo primo tributo a una città italiana, perché già nel 1954 aveva inserito in un suo disco la suonata “Milano”. Ne parla per l’appunto in un recente articolo sul “Corriere” Guido Martinotti, sottolineando la dolcezza un po’ fredda e intellettuale di una musica di classe, tanto lontana dagli echi della città d’oggi “sguaiata e chiassosa”, infarcita di cultura televisiva… Il MJQ era indubbiamente anche un sapiente evocatore di belle nostalgie.


Ancora insieme, ma per il congedo

Si erano ricongiunti nel 1981 per una serie di concerti in Giappone. Erano rimasti separati per sette anni, e questo loro ritorno venne accolto con gioia dal pubblico di tutto il mondo. Furono anni di grande attività pubblica e di abbondante produzione discografica. Era inteso che ognuno di loro potesse anche assentarsi per qualche impegno di lavoro, e le cose procedettero sempre di buon accordo. Lewis era il più occupato. Aveva diretto per anni una scuola di jazz a Lenox, Massachussets, poi era diventato insegnante all’Università di Harvard e poi anche al New York College. E, non gli mancavano altri riconoscimenti in Europa: dal governo francese venne nominato “Officier des Arts et Lettres” nel 1989. Ancora più recente un suo “Award for Artistic Excellence” che gli è stato assegnato dal Lincoln Center, al termine di un suo splendido concerto.

Se ne sono andati uno per volta in pochi anni. Il 30 novembre del 1994 si sono fermate le delicate percussioni di Connie Kay su tutto quel suo corredo oggetti sonori disposti attorno alla batteria. Lo ha sostituito per un po’ Tootie Heath, fratello di Percy, e il quartetto è andato avanti per qualche tempo con due Heath, uno alla batteria e l’altro al consueto contrabbasso.

Più recente è la scomparsa di Milt Jackson, il 9 ottobre ‘99, ed è sceso il silenzio sulla suggestiva “seconda voce” del quartetto. Cosi questa è stata la fine, senza sostituzioni e con tanta tristezza. Non mi è stato possibile avere notizie recenti su Percy Heath, che in aprile ha compiuto settantotto anni, spero. Il 29 marzo 2001 un tumore si è portato via anche John Lewis. La sua scomparsa ha richiamato alla memoria di chi gli voleva bene (ed eravamo in tanti) una sola incancellabile immagine: quattro distintissimi signori in nero con la barbetta, curvi sul loro strumento per diffondere nel mondo la voce dell’arte e diciamolo pure, il parolone: del genio.

Nella complessa nomenclatura delle varie formazioni di jazz, dai piccoli gruppi delle origini fino alle più famose “Big band” dell’epoca d’oro, si distingue un nomignolo di dubbia origine. Il “Combo” è un termine che vuole indicare un esiguo numero di suonatori, da tre a cinque o poco più. E se guardiamo indietro, la storia del jazz è costellata da tanti “combo” d’ogni genere e d’ogni tempo, dagli storici “Hot five” di Armstrong al “Benny Goodman Trio”, dai “Kansas City S¡x” di Count basie al. Quartetto di Gerry Mullingan: si potrebbe continuare all’infinito. Sovente, il piccolo gruppo nasceva da alcuni solisti che si esibivano uscendo dalla loro “big band” nella quale in seguito rientravano, oppure provenivano da ogni località dove si suonasse il jazz, inclusa anche la costa occidentale, arrivata un po’ più tardi ma molto attiva. Ma qualunque storia del jazz, spaziando dalle origini fino ai tempi moderni, deve necessariamente soffermarsi sul più importante dei “Combo” d’ogni epoca, per la sua durata, la sua coesione, la sua originalità senza pari: il “Modern Jazz Quartet”. E soprattutto su John Lewis, il pianista che gli aveva dato tutta la sua vita.


Bibliografia e iconografia


Joachim Ernst Berendt: Il nuovo libro del Jazz. Sansoni Ed. Firenze 1959


Arrigo Polillo: John Lewis, in “Jazz”. Ed. Mondadori, Milano 1975


Arrigo Polillo: Stasera Jazz. Ed. Mondadori, Milano id. id. 1978


Leonard Feather: The Quartet that wouldn’t Die: MJQ. Los Angeles Times Calendar, 27/3/1983, Pag. 68


Leonard Feather: The Evolution of Milt Jackson. Los Angeles Times Calendar. Los Angeles. Times Calendar, 2/9/1984, Pag. 55


Jean-Max Tronchon: John Lewis avec les rois … in “nice-Matin”, 16/7/1977


Vittorio Castelli: Nizza, Grande Parade du Jazz: L’Europeo 7/7/1979


Guido Martinotti: Il buon gusto di Milano. Corriere della sera, 21/10/2001

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