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Cinema

Andres Veiel

La scatola nera

Andres Veiel, regista tedesco del documentario Black Box BRD (Germania), film in competizione alla tredicesima edizione dell’Alpe Adria Film Festival. Il film è già stato premiato con il prestigioso oscar europeo nel 2001, come miglior documentario dell’anno.

Martina Palaskov Begov (MP): Come le è venuto in mente di sviluppare questo tipo d’opera? Sono particolarmente interessata al titolo.

Andrei Veiel (AV): Black Box è come una stanza molto buia dove non entra nemmeno uno spiraglio di luce… perché? Perché volevo collegarmi allo schianto di un aereo. Infatti quando succede una catastrofe simile, l’unico oggetto che può suggerire agli investigatori che cosa sia realmente successo è la scatola nera. In secondo luogo, ho cercato di rifarmi a quello che è il significato del termine nel linguaggio psicologico. In psicologia “black box” è qualcosa che non si conosce, che non si può studiare. Abbiamo un input e un output nello studio della mente, ma non siamo a conoscenza di che cosa esattamente succeda all’interno di quest’oscura scatola nera.

Per quanto riguarda la vicenda che io ho narrato nel mio documentario, ci troviamo un po’ nella stessa situazione; infatti non sappiamo che cosa sia successo a Wolfgang Grams quando si trovava sottoterra per un lunghissimo periodo, dal 1984 al 1993, quando appunto è stato ucciso in Badklein. Possiamo solamente dedurre quella che è stata la sua esperienza, attraverso dei piccoli suggerimenti che ci sono dati dalla storia, ma è tutto. Non sappiamo esattamente in quali attentati egli abbia veramente operato. Lui infatti faceva parte della RAF (Movimento per la Lotta Armata) in quel periodo, ma non siamo ancora a conoscenza di quello che è veramente successo.

Inoltre siamo all’oscuro di quello che era il retroscena dell’assassinio di Alfred Herrhausen, il direttore della Deutche Bank, l’altro personaggio della mia storia. Non volevo creare illusioni per lo spettatore curioso né volevo parlare di verità assoluta. Lo scopo di questo documentario è di non risolvere il mistero ma di collezionare tanti piccoli frammenti della storia, comprese testimonianze dirette da parte di amici e famigliari di questi due personaggi.
Volevamo raccontare chiaramente una storia — quella di Grams — fino a quando non si è rifugiato sotto terra e spiegare il perché del suo gesto e le motivazioni che portarono tanta gente verso la lotta armata. Per quanto riguarda Alfred Herrhausen era nostra intenzione mostrare il suo passato, la sua carriera non da un punto di vista giornalistico, ma da quello personale. Abbiamo infatti sottolineato quelli che sono stati i cambiamenti nella sua vita.

MP: Lei ha lavorato a queste due biografie in maniera incrociata…

AV: Volevo che le due storie fossero bilanciate, in altre parole volevo che il documentario fosse equamente diviso tra i due personaggi. Non è stato facile poiché avevo molto più materiale da sfruttare per il personaggio di Alfred, poiché non era un fuggitivo ed era il direttore della più grande banca tedesca. Avevo un sacco di materiale d’archivio. Quindi sarebbe stato facile cadere in tentazione e abbondare troppo e rendere il documentario una specie di monumento per quest’uomo. Molte persone, ancora oggi, lo ammirano molto. Si tratta di un personaggio molto forte, si rischiava di cadere nella pura retorica. La vita di Grams è molto più misteriosa. Avevamo un po’ di materiale d’archivio e immagini su di lui, ma non molto. Non abbiamo niente di scritto.
Esiste soltanto un documento redatto dalla RAF, ma non sappiamo con certezza se sia stato Wolfgang a scriverlo. All’interno delle dichiarazioni della RAF, l’assassinio, come soluzione finale, viene giustificato… Quale attentato però ha visto come protagonista Wolfgang, questo non è dato modo di sapere a nessuno.
Di conseguenza non potevamo utilizzare ciò che la RAF aveva scritto come testimonianza nel documentario. La sfida è stata per me proprio questa: voler riuscire a creare l’equilibrio nonostante tutto. Non fraintendetemi, non giravo con l’orologio al polso calcolando i minuti esatti… l’equilibrio doveva essere quello psicologico e sentimentale: volevo che lo spettatore si identificasse una volta con un personaggio e una volta con l’altro. Entrambi i personaggi, infatti, potevano, a seconda degli eventi, scaturire grossa simpatia o inevitabile antipatia. Questo è stato il passo più difficile per la costruzione di siffatto equilibrio.

MP: Il film ha riscosso un grandissimo successo in Germania, soprattutto tra i giovani. Perché crede che la popolazione tedesca sia stata così interessata a questa vicenda?

AV: Si parla molto di “rinascimento” dell’interesse per la RAF. Ci sono molte ragioni che giustificano questo atteggiamento. Prima fra tutte è la mancanza di eroi che caratterizza la nostra epoca. Tante volte ho creduto che questo interesse per personaggi come Grams e Herrhausen fosse provinciale e anacronistico. I giovani però ascoltano volentieri e sono affascinati da queste persone che hanno sacrificato la loro vita per una causa.
Il secondo motivo riguarda la globalizzazione, credo, e in particolare i fatti che sono successi a Genova, quest’anno, durante il vertice del G8. Non solo Genova però, anche Goteborg e Seattle.

Qualcuno mi disse una volta che durante gli anni settanta e ottanta l’immagine del nemico era molto chiara, si sapeva contro chi si stava combattendo. Gli schieramenti erano ben distinti. Il movimento di liberazione, i movimenti contro la fame nel mondo e ancora, all’inizio degli anni settanta, la grande protesta contro la guerra in Vietnam e i vietcong. Poi abbiamo avuto, anzi avete avuto le Brigate Rosse in Italia, la RAF in Germania, l’Action Direct in Francia…
Dopo il 1989, quando crollò il famigerato muro di Berlino, queste frange si trovarono disorientate e incapaci di seguire una linea comune di attacco, poiché si stava sgretolando ciò in cui credevano fermamente.

La lotta di questo tipo non funziona più. Se qualcuno decidesse di occupare un’azienda oggi, i dirigenti non si farebbero scrupoli ad aprirne un’altra in Nicaragua o in Brasile per continuare la produzione. L’idea di quegli anni invece era di creare un fronte d’attacco molto potente che terrorizzasse la popolazione… Questo è il motivo per cui i giovani sono accorsi numerosi a vedere il mio film, credo.

MP: Sulla base di quello che mi ha detto poc’anzi, lei crede che il suo documentario poteva essere basato sulla vita di altri due personaggi simili ma in paesi diversi, come in Italia, per esempio?

AV: Certo, mi sono anche interessato a due biografie, in particolare Renato Curcio e Mario Moretti, entrambi membri delle Brigate Rosse. Credo che il documentario sarebbe potuto essere ancora più interessante e rivelatorio poiché lo stesso Moretti cinque anni fa ha confessato di essere stato coinvolto in un attentato, quello di Aldo Moro. Egli confessò di aver sparato personalmente alla testa del deputato.

Quindi mentre in Germania si tratta di una situazione “black box”, come dicevo prima, in Italia invece le testimonianze e il materiale sarebbero stati più esaurienti. Ciò può essere considerato un altro modo per entrare in contatto con il periodo della vita politica europea di quegli anni. Credo che chi volesse potrebbe fare come me una ricerca su questo periodo e ricavarne del materiale davvero molto interessante.

MP: Il modo in cui lei si è concentrato sulla personalità dei personaggi mi fa pensare alla sua laurea in Psicologia. Quanto, appunto, la sua formazione professionale e culturale le è risultata utile durante la lavorazione del film?

AV: La domanda è molto difficile, poiché ho incominciato con un approccio psicologico anche se la Psicologia che si studia all’università è molto accademica. La Psicologia, tuttavia mi è stata molto utile quando avevo a che fare con le emozioni della gente e dei personaggi del mio documentario. Emozioni positive e negative.
Tuttavia ciò poteva, a volte, trarmi in inganno. Infatti le persone, i famigliari con cui ho parlato non erano miei pazienti: io per loro non ero un medico ma una persona esterna, il regista, appunto. Bisogna sempre stare molto attenti con la psicologia e i sentimenti delle persone. Non va dimenticato, infatti, che il documentario sarebbe passato pubblicamente sugli schermi di tutta la Germania.
Quando ricevevo insulti da parte di alcune persone o quando qualcuno s’offendeva per la mancanza di tatto che dimostravo in certe occasioni, sapevo che il loro odio non era rivolto tanto a me come persona, quanto a me nel ruolo di regista.
A loro infastidiva che io come cineasta stuzzicassi la loro intima vita privata… dolorosa. Posso paragonare questa mia esperienza alle montagne russe: la prima volta può essere scioccante, ma la seconda il divertimento è assicurato, la fiducia è maggiore. Da questo punto di vista la psicologia mi ha aiutato molto, ma non credo che sia necessario studiare Psicologia per diventare un buon documentarista.
Penso piuttosto che l’unico modo per soddisfare le persone con cui si lavora sia dimostrare che il progetto è un progetto serio, che l’argomento interessa veramente. Volevo dimostrare a queste persone che la loro testimonianza mi interessava veramente, io come Andres, non come regista. Anche una volta finito il documentario, mi sono sempre informato molto sulle vicende dei due protagonisti.

MP: Come ha reagito il pubblico quando il documentario è uscito nelle sale?

AV: Le opinioni sono state molto diverse. I genitori di Wolfgang, per esempio, erano molto preoccupati della reazione che la gente avrebbe avuto nel vedere che il padre faceva parte delle SS. Egli era molto nervoso e ansioso poiché non voleva che l’opinione pubblica pensasse che ci fosse una consequenzialità tra la vita politica dei due. In altre parole non voleva che la gente ritenesse inevitabile che che il figlio di un nazista diventasse a sua volta un terrorista.
Ho lavorato molto per convincerlo, gli ho ribadito che la gente non sarebbe giunta a siffatta conclusione. Ricordo che egli venne all’anteprima del film, a Berlino. Le persone tra la folla che volevano fotografarlo assieme alla moglie erano talmente tante che abbiamo dovuto provvedere con delle guardie del corpo. Alla fine egli giunse e al termine del film gli applausi erano per lui, ed erano molti applausi e calorosi. Ricordo che mi sono alzato in piedi e ho specificato che senza l’aiuto dei genitori di Wolfgang e la moglie di Herrhausen non avrei potuto fare niente. Il pubblico in sala si alzò e gli applausi durarono minuti…

Ho avuto dei problemi anche con la moglie di Herrhausen, poiché non ha apprezzato alcune scene del film, soprattutto quella in cui intervistiamo un personaggio in un night club. Mi ha sempre detto che il mio non è affatto il film che lei si aspettava su suo marito, poiché ho tralasciato importanti momenti della sua vita. Mi ha detto che questa era la mia personale interpretazione della vita di suo marito. Tuttavia ha accettato il film e mi ha detto che nonostante le diverse e divergenti opinioni, questo è il più bel documentario sulla vita di un personaggio, in Germania. Piccole soddisfazioni…

MP: Ha avuto problemi diciamo politici nel girare il documentario? Intendo dire problemi derivanti dal descrivere e dire cose che forse qualcuno non voleva che venissero dette o sapute?

AV: Non ho mai avuto problemi con la censura, anche se abbiamo vissuto costantemente con la paura che qualche giudice considerasse il nostro lavoro troppo esplicito. Ricordo che il giorno dell’anteprima, mi sono recato alla Deutche Bank e ho fatto vedere il documentario ai colleghi di Alfred che hanno collaborato al progetto. Erano molto insoddisfatti e preoccupati. Non sapevano, infatti, che i due personaggi avrebbero avuto lo stesso spazio e la stessa importanza nel film. è chiaro che loro consideravano Grams il cattivo della situazione. A lungo andare però hanno capito che il film non intendeva giudicare nessuno e lo hanno accettato.
Credo di essere stato molto fortunato da questo punto di vista: nessuno ha mosso accuse contro di noi e nessuno ci ha citati in giudizio… La tensione che avevo sulle spalle durante la lavorazione del film è sparita appena dopo l’anteprima. Prima, ricordo, ero ossessionato da queste angosce; temevo che quattro anni di lavoro andassero in fumo per colpa di un idiota che non avrebbe capito il vero significato del mio documentario. Temevo che qualcuno mi obbligasse a rifare o cancellare delle sequenze…

MP: Ultima domanda, il suo prossimo progetto? Sarà un documentario o un lungometraggio di fiction?

AV: Ho due progetti in mente. Uno è un film. Ci intendo lavorare per un po’, però, tendo ad essere molto lento quando lavoro, quindi penso che ci perderò un paio di anni sopra. Vorrei girare un film molto autentico, molto vero, come un documentario. Intenso, profondo.
Penso che ora, dopo le tragedie dell’undici settembre, possa essere più semplice cercare il successo con una pellicola che non sia una commedia leggera.

L’altro progetto è un documentario al quale sto lavorando da cinque anni. Il film narra della vita di studenti di recitazione. Ho passato tantissimo tempo con loro. Ho scelto una classe e ho seguito tutto il loro iter scolastico fino al loro primo ingaggio. Non si tratta soltanto di un documentario sulla scuola ma anche sulla crescita, in un certo senso, di questi giovani.
Si tratta di un documentario completamente diverso dai miei soliti che hanno trattato tematiche come l’Olocausto, il suicidio, il terrorismo. Volevo girare un qualcosa di più rilassante anche se alla fine il progetto si sta rivelando più impegnativo di quello che mi aspettavo. I ragazzi, infatti, vogliono che io filmi solo i loro successi, preferiscono che tagli le sequenze in cui loro sbagliano o falliscono la prova…

Black Box
Dagli anni Settanta fino agli anni Novanta, la Repubblica Federale Tedesca è stata segnata da una lotta di potere, dai risvolti oscuri, fra lo Stato e la RAF (Movimento per la Lotta Armata). Wolfgang Grams e Alfred Herrhausen erano due uomini di fazione opposta ma con un destino comune, scelti dal regista come simbolo di questa lotta. Attraverso le testimonianze di parenti, amici e colleghi di entrambi, ancora oggi con punti di vista diametralmente opposti, Veiel cerca di far luce su questo periodo buio della storia del paese. Black Box BRD è stato premiato come miglior documentario agli European Film Awards 2001.


(fonte: www.spin.it)

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