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Cinema

2002: Come cambia il FEF

Il Far East Film Festival è stato lanciato per riempire un vuoto nel circuito internazionale dei festival. Sotto la direzione di Derek Elley, che ha fondato il festival in collaborazione con il Centro Espressioni Cinematografiche nel 1999, l’intenzione era quella di mostrare le migliori produzioni cinematografiche dell’Asia. Chiunque poteva recarsi a Udine e per una settimana vedere, in compagnia di alcune tra le più importanti star della regione, una rappresentativa fetta di cosa vede il pubblico asiatico. La precedenza viene sempre data al pubblico: tutti le proiezioni sono gratuite, chiunque può parlare con i registi e le star, e tutti sono invitati alla serata inaugurale.

Non è cosa strana, tuttavia, che, da quando il festival ha preso corpo, altri festival internazionali ora tendono ad evidenziare il prodotto commerciale. Esiste, infatti, una nuova generazione di selezionatori, di distributori, di critici che sono cresciuti con la cinematografia asiatica fin dagl’anni ottanta, di cui conoscono il respiro internazionale. Cinque anni fa, i giornali parlavano timidamente di questo fenomeno, perché mancavano di una conoscenza specifica del campo; una specializzazione di cui non sembravano aver bisogno per discutere di cinema in generale. Si sente ancora questa insicurezza nei confronti dell’Asia in festival più conservatori, anche se la situazione sta cambiando.

Il FEF ha dovuto non soltanto combattere contro la competitività di altri festival, ma anche contro l’invasione americana. È stato impossibile, per esempio, proiettare il film Shaolin Soccer di Stephen Chow e La Leggenda di Zu di Tsui Hark, nonostante mesi di negoziati. È nata una nuova tendenza; quella di lanciare sequenze di importanti film asiatici al Marchè di Cannes a maggio; all’iniziativa hanno già partecipato film come Chinese Odyssey 2002 di Jeff Lau o Volcano High di Kim Tae-gyun o ancora Suriyothai di Chatrichalerm Yukol. Ciò rende impossibile la presentazione di alcuni fra i materiali asiatici più importanti al FEF, così ho cercato di evidenziare il festival come uno spazio per avere una visione generale delle principali mode e talenti asiatici, con delle valide retrospettive.

Quando ho incominciato a lavorare per i festival di Udine come direttore di programmazione per l’edizione di quest’anno, ho scelto un team di consulenti bilingue che risiedono in Asia e che si trovano a loro agio anche con lo sviluppo della musica locale, della televisione e della generale cultura pop oltre che in campo cinematografico. Anche se io personalmente vedo milioni di film asiatici e infine sono io a scegliere il taglio definitivo del programma, il mio lavoro per lo più consiste nello scegliere il materiale che mi viene proposto dai collaboratori. Sono perfettamente in grado di programmare l’intero festival da solo, ma credo sia più interessante avere questo tipo di dialogo con persone fidate sul posto. Dovrei evidenziare che il FEF non è un festival programmato da ‘comitive’: sono un selezionatore molto brutale.

Da questo punto di vista il festival è unico poiché non selezioniamo materiale di altre programmazioni e non facciamo riferimento ad agenti internazionali di distribuzione per filtrare il materiale da proporre in selezione. Consideriamo ogni film in Asia, nel momento in cui escono nelle sale ed è questo uno dei motivi che ci ha garantito di proporre un’anteprima mondiale sulle retrospettive di animazione intorno al film My life as McDull a breve distanza dall’anteprima asiatica. Spesso riceviamo delle critiche poiché tendiamo a focalizzare troppa attenzione sulle anteprime internazionali, ma non dimentichiamo che il FEF nasce dal desiderio di ‘ricerca’ — riempire il buco, appunto — e inoltre noterete che i tre film vincitori del premio per il pubblico di quest’anno sono stati delle anteprime internazionali.

Due altri aspetti chiave che riguardano il mio lavoro vedono la scelta degli ospiti e della documentazione. La maggior parte dei registi, produttori e star presenti, non hanno mai partecipato a un festival cinematografico prima, e molti ora lo frequentano regolarmente. Storicamente, il FEF vanta il primato di aver fatto partecipare alla manifestazione personaggi chiave della cinematografia asiatica come Stephen Chow, Wong Jing, Motohiro Katsuyuki, Miriam Yeung. Jung Woo-sung e Johnnie To. Sono inoltre responsabile editoriale del catalogo del festival, compito che impone la commissione di saggi e articoli originali che testualizzano il programma; il lavoro comporta poi la traduzione dei testi dalla lingua originale in italiano.

L’Italia, inoltre, si propone come terreno “non politico”, quindi adatto per presentare una rassegna di film asiatici., senza incappare in pesanti pressioni sulla selezione di materiale cinematografico. Il cinema asiatico, inoltre, è storicamente una cinematografia di genere, che il pubblico italiano ha incominciato ad apprezzare. Tuttavia, il festival nasce con la filosofia di stuzzicare un pubblico internazionale, non solo locale. Tutti i festival, infatti, devono decidere se preferiscono avere un impatto locale o internazionale; spero che Udine possa giostrarsi tra entrambe le scelte.

Il futuro del FEF s trova in un punto estremamente precario. Visto il successo del festival, che ha un’affluenza di pubblico di 40,000 persone a proiezione, temiamo che la manifestazione perda la sua unicità internazionale e che diventi un festival dei festival per un pubblico italiano, oppure un festival che enfatizzi troppo il cinema cult. Il mio dovere è stato, nell’anno trascorso, di mantenere fede alla filosofia originaria del festival cercando contemporaneamente di prendere in considerazione i cambiamenti all’interno dell’evento, portati dall’affluenza del mercato internazionale. Ci sono oltre 600 festival cinematografici nel mondo e fino a quando il Far East Film Festival manterrà la propria unicità e capacità di intrattenere il pubblico, allora avrà un valore.

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