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Cinema

Thomas Bertacche

Che cosa è il CEC?

Il Cec organizza oramai da quattro anni il Far East Film Festival, manifestazione oramai conosciuta e stimata internazionalmente. Ottimo portale sulla cinematografia asiatica, il festival fa, infatti, conoscere ogni anni agli abitanti di Udine, ma non solo, una deliziosa programmazione di film provenienti da tutta l’Asia; Hong Kong, Singapore, Cina continentale, Tailandia, Giappone, Sud Corea…

Abbiamo incontrato Thomas Bertacche, membro del direttivo del Centro Espressioni Cinematografiche di Udine, per farci spiegare come è nata l’idea di un festival sull’Estremo Oriente.

Martina Palaskov Begov (MPB): Parliamo della nascita del Festival. Ricordo che il primo anno il Festival, ancora giovane, ha proposto una selezione esclusivamente hongkonghese. Infatti la manifestazione prendeva il nome di Hong Kong Film Festival.

Tomas Bertacche (TB): Il novanta percento delle volte, si tratta di una scelta casuale. Udine Incontri esiste oramai da quindici anni, credo. Quando abbiamo preso in mano noi il progetto, ricordo che abbiamo trattato il cinema italiano degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Nel 1997, ci siamo allargati un po’, e ci siamo occupati del cinema western europeo. All’epoca il gruppo era formato da studiosi come Lorenzo Codelli, direttore artistico, tra virgolette, perché la parola direttore a lui non si addice, anche se era lui quello che cercava di dare le linee guida alla manifestazione. Poi c’eravamo io, Sabrina Baracetti, Giulia Cane, Alberto Cettul…

Dopo l’edizione dell’EuroWestern, eravamo negli anni in cui del materiale asiatico arrivava in Occidente. Mi riferisco al cinema honkonghese, HongKong Express, ma non solo quello, anche altri. Quindi ci siamo interessati a questi film, di cui, peraltro, non si sapeva nulla, erano poco conosciuti. Tramite Lorenzo abbiamo contattato un suo amico, anzi lui stesso, direttamente, ha contattato il suo amico Derek Elley, giornalista della rivista cinematografica Variety, che seguiva molto il cinema honkonghese e il cinema asiatico da sempre. Derek infatti è il corrispondente che si occupa del cinema asiatico per la rivista. Abbiamo dunque deciso di fare questa rassegna sul cinema honkonghese degli ultimi anni. A parte il successo locale della manifestazione, abbastanza prevedibile poiché si è svolta al cinema Ferroviario, siamo riusciti a creare dei legami molto forti con le case di distribuzione asiatiche, i produttori, giornalisti e via dicendo. Poi abbiamo avuto ospiti molto importanti come Ringo Lam, Johnny To, una grandissima diva che si è trascinata dietro sette-otto reporter da Hong Kong, che l’hanno seguita nel suo viaggio occidentale. Tutto ciò ci ha fatto pensare che forse l’indagine andava approfondita. Prendere in considerazione il panorama del Far East, allargandosi a partire da quella che era il luogo più conosciuto, Hong Kong, appunto, fino ad arrivare alla Cina continentale, poteva essere una cosa interessante. Da lì poi si è sviluppato un discorso più ampio che ci ha portati a considerare i legami tra Hong Kong e le altre cinematografie. Adesso, infatti, il Festival è la manifestazione più importante in Europa sulla cinematografia asiatica. Si tratta di un Festival che, per esempio, ha portato il cinema coreano in Europa per la prima volta. Il primo film coreano conosciuto in Europa è stato Perché Bodhi Dharma è partito per l’Oriente (Dharmaga tongjoguro kan kkadalgun, 1989) circa dieci anni fa. Quindi abbiamo trattato tutta un’industria sconosciuta che ha preso piede e che, anche grazie a noi, si è fatta conoscere in Europa.

MPB: La programmazione del Festival impone la selezione di materiale popolare; spieghiamo il significato della parola “popolare”

TB: La programmazione impone innanzitutto la selezione di buoni film, di qualità. La maggior parte dei film selezionati per i Festival cinematografici sono film d’essai, d’arte. Noi invece abbiamo pensato di avere un occhio di riguardo per quel cinema di genere che ha ottenuto o può ottenere un grosso successo di botteghino, che è assolutamente invisibile nei festival. Quindi, popolare significa anche un’indagine popolare, sociologica. Abbiamo pensato di inserire quei film che vengono, per la maggiore, visti e apprezzati in Asia e quei film che portano la gente al cinema in Oriente. Ci siamo accorti che effettivamente c’è un patrimonio enorme di pellicole che, con costi ridicoli rispetto ai film prodotti in America, sono altrettanto interessanti, anzi sicuramente molto più interessanti per quanto riguarda la storia, il racconto narrativo, le caratteristiche tecniche. Anche commerciali, perché no. Chiaramente se c’è un film che incassa tanto al box office di quell’anno, che sia tailandese o coreano, quel film deve essere presentato al nostro Festival, perché si tratta di un film rappresentativo della stagione cinematografica dell’anno, appunto. I film sono anche commerciali, ma di solito si tratta di film di genere: film d’azione, commedie… Chiaramente questo non vuol dire eliminare altre pellicole che ci sono piaciute, o film di qualità che riteniamo importanti.

MPB: I primi organizzatori e selezionatori sono stati Derek Elley e Lorenzo Codelli: come è cambiata la filosofia del festival con l’avvento del nuovo staff, quest’anno?

TB: Lorenzo non è mai stato, perché non vuole neanche esserlo, un “selezionatore”. Lui ha tracciato alcune linee, suggeriva delle idee per delle retrospettive, lavorava sulla ricerca, sui rapporti con le personalità, organizzava un po’ il quadro del festival.

Derek, invece, è una persona completamente diversa. Quando egli seguiva il festival, come direttore artistico, tendeva a lasciare un’impronta molto forte sulla selezione del materiale. I film doveva sceglierli lui, la selezione doveva essere un prodotto del suo intelletto. La convivenza tra i due era abbastanza facile nei primi anni, anche se gli scambi di opinione a volte erano molto forti. Noi intervenivamo poco, giustamente, perché gli esperti non eravamo noi. Poi, purtroppo, alla fine, i rapporti tra loro due si sono un po’ scaldati e la coppia si è scissa. A quel punto non era logico continuare o con l’uno o con l’altro. Quest’anno, il chief programmer è stato Stephen Cremin e ha lavorato molto di più in collaborazione con noi. Avevamo una gamma di film tra cui scegliere quelli più adatti per la quarta edizione e anche il nostro parere contava molto. Noi siamo stati molti più coinvolti. Credo che dal prossimo anno lo saremo ancora di più.

MPB: Anche perché, di volta in volta, diventate anche voi sempre più esperti.

TB: Sicuramente. E poi, riusciamo ogni anno ad avere una rete di collaboratori che provengono dai paesi asiatici sempre più ricca. Abbiamo diverse persone cui facciamo riferimento che ci aiutano nella scelta dei film. Inoltre, è difficile che una persona che non vive in Italia, e a Udine in particolare, riesca a conoscere i gusti, gli andamenti del pubblico locale. Possiamo sicuramente migliorare la programmazione delle fasce serali. Devo dire, però, che la programmazione per l’edizione di quest’anno è stata molto soddisfacente. Chiaramente, poi, in parte dipende dalla nostra selezione, ma la qualità del prodotto conta molto per l’andamento positivo della manifestazione. Non è detto che se la selezione di un annata è peggiore di quella precedente, dipende dai selezionatori. Può anche darsi che i film prodotti quell’anno siano meno interessanti di quelli girati l’anno prima.

MPB: Avete intenzione di rendere il Festival competitivo, ingaggiando una giuria di professionisti?

TB: Il Festival è competitivo. L’audiece Award (Il premio del pubblico), a mio avviso, è molto più importante di quattro “papaveri” che vengono qua, si vedono tutti i film e decidono. Il pubblico ogni anno decide quale è il film più importante e più bello. Da una parte potrebbe essere conveniente, per quanto riguarda i rapporti con l’Oriente, nel senso che loro ci tengono a queste cose, apprezzano una giuria internazionale, la competizione. A noi però l’idea non piace, non ci piace il fatto di avere cinque persone che dicono “questo è bello, questo non è bello”. Inoltre, per il momento, all’Audience Award partecipano tutti i film della rassegna. Se noi, appunto, avessimo una giuria, come potremmo chiedere ai giurati di vedere cinquanta film in una settimana? Quindi, oltre alla giuria, noi dovremmo anche fare una selezione all’interno del programma, una selezione che ci imporrebbe di preferire alcuni film ad altri, magari più adatti a vincere il premio. Come la prenderebbero i registi esclusi e i film non inseriti in competizione? Noi li invitiamo a Udine per partecipare ad un Festival competitivo al quale loro non possono partecipare. Non credo che organizzeremo una giuria. Forse quello che faremo sarà aggiungere accanto all’Audience Award altri premi e sotto premi, che non implicano solo il giudizio per il miglior film, ma anche la miglior opera prima, o la miglior interpretazione. Sarà comunque sempre il pubblico a decidere. Comunque già da quest’anno abbiamo dato un premio per il miglio pink film, all’interno della sezione di film ‘rosa’ proiettati in seconda serata.

MPB: Un festival popolare al 100%… Ho notato, inoltre, che da quest’anno le proiezioni sono a pagamento.

TB: Sì, una cifra insignificante che non ha affatto influito sull’affluenza del pubblico.

MPB: Parlaci della tua personale esperienza al CEC, se non erro tu sei il primo tra gli obiettori.

TB: Penso che della mia personale esperienza al CEC interessi meno di zero a chiunque. Allora, ho incominciato a lavorare al CEC prima di essere chiamato per il servizio di leva; quando però era ora di partire, ho deciso di optare per l’obiezione di coscienza e di lavorare un anno al CEC. Sono appunto stato il primo, mi sono creato un posto da solo.

MPB: Parliamo del CEC in generale: che tipo di lavoro svolgete durante l’anno, che tipo di servizi offre il vostro centro e quali gli obiettivi?

TB: Il CEC è il prodotto di un grande fermento culturale che si è sviluppato negli ultimi anni in Regione, intorno al cinema. In Friuli ci sono almeno tre o quattro circoli storici, due dei quali il CEC e CinemaZero di Pordenone, i quali lavorano moltissimo sul cinema, con un grandissimo riscontro di pubblico. Ciò è anche dovuto al fatto che sia noi che CinemaZero abbiamo una sala cinematografica di riferimento, che per altro sono le uniche sale delle rispettive città a proporre materiale d’essai. A fianco al lavoro che facciamo con le sale si è sviluppato un lavoro di ricerca cinematografica che ci impegna tutto l’anno. Oltre alla programmazione di cinema d’essai, presentiamo in prima visioni tutti i film di qualità che riteniamo interessanti usciti durante l’anno, c’è il Festival, c’è una manifestazione che organizziamo assieme a CinemaZero che ogni anno dedichiamo ad un grande maestro del cinema. Ogni anno vengono presentati in lingua originale tutti i film del regista. L’anno scorso per esempio abbiamo trattato Ophlus, due anni fa Tati, tre anni fa Buñuel, quattro anni fa Bresson, mentre il prossimo anno tratteremo Dreyer. Inoltre, a complementare la manifestazione, ogni anno pubblichiamo gli atti del convegno a cura dell’edizione Castoro. Quindi una manifestazione importante, credo. Dall’anno scorso, inoltre, ci occupiamo di una cosa non esclusivamente cinematografica, ovvero di illustratori o comunque di artisti contemporanei. L’anno scorso abbiamo fatto conoscere l’Arte di Mattoti, allestendo una mostra al Palamostre di Udine, quest’anno ci occuperemo di Toccafondo, grande illustratore, anzi disegnatore di film d’animazione. Il flyer che abbiamo proposta mostra alcuni disegni di un suo film realizzato in Francia che si chiama Le Criminal. Toccafondo è famoso in Italia per delle piccole cose, come ad esempio la sigla di Tunnel e Avanzi, la pubblicità della Sambuca Molinari, la sigla del festival di Venezia — quella con Asia Argento — che è assolutamente straordinaria. Lo “Sguardo dei Maestri” si svolge in un periodo che va da Ottobre e Gennaio, quindi un periodo autunno-invernale. In primavera realizziamo invece un’altra rassegna di maestri contemporanei. Mi riferisco alle retrospettive su Kitano, Lynch, Kusturica, Kieslowski. Quest’anno abbiamo fatto una rassegna sul cinema iraniano, adesso probabilmente presenteremo del materiale su Jaques Demy, un regista francese, purtroppo, poco conosciuto. Poi chiaramente ci sono le attività estive, l’arena di Udine, il Torso, dove ogni anno proponiamo degli eventi cinematografici, come proiezioni di film muti o altro. Abbiamo contribuito al restauro del film Gli Ultimi,   presentato in marzo a Udine e che presto farà il giro in molte città italiane. Adesso, inoltre, andremo a realizzare una copia del film in videocassetta e DVD. Per il MittelFest abbiamo in programma di presentare una versione restaurata di Metropolis, il capolavoro di Lang con accompagnamento di una band guidata da Zimmerman. Poi ancora facciamo un enorme lavoro con le scuole, attività didattiche, approfondimenti si tematiche come la Shoah, che dopo molti anni ci ha dato la possibilità di lavorare con la Survivors of the Shoah Visual History Foundation di Los Angeles, la Fondazione di Spielberg. Noi abbiamo distribuito per l’Italia tre dei film prodotti dalla Fondazione. I film sono Mi Ricordo di Andrzej Waijda, Alcuni che Vissero di Luis Puenzo e Bambini dall’Abisso di Chukhraj.

MPB: Avete qualcosa a che fare con la produzione di quell’interessante film girato indipendentemente, in lingua friulana di nome Radice Quadrata di Tre?

TB: Noi siamo coinvolti a livello distributivo. Il film deve essere distribuito anche a Trieste, e lo sarà presto. Il film, in Friuli ha avuto un grandissimo successo. Noi lo abbiamo proposto per due giorni e l’affluenza è stata un qualcosa di incredibile. Lo hanno anche portato nel Multiplex, in giro per i paesetti intorno a Udine. È stato mostrato anche al Festival. A Trieste io sono abbastanza in buoni rapporti con Gianni Torrenti: si pensa di presentarlo al Teatro Miela.

MPB: Anticipazioni per l’edizione del prossimo anno?

TB: Sono già due anni oramai che cerchiamo di concentrarci su delle retrospettive importanti. Quest’anno le sezioni erano molto interessanti e simpatiche: c’era il porno, l’animazione… divertente! Dobbiamo lavorare di più a livello sia di retrospettive –  quindi trovare degli argomenti interessanti — sia a livello di pubblicazioni; bisogna realizzare qualche pubblicazione che copra le lacune sulla cinematografia asiatica. Su Hong Kong qualcosa è uscito, sul Giappone anche, ma sulla Corea qualche piccolo manuale sarebbe utile.

Il Centro Espressioni Cinematografiche, con sede in via Villalta 24 – Udine, nasce nel 1975 con il dichiarato compito di promuovere il cinema di qualità e d’autore. In breve tempo, grazie alla realizzazione di importanti iniziative cinematografiche, diventa una delle organizzazioni di riferimento per la cultura in Regione. Riattivata la sala del Cinema Ferroviario, nelle vicinanze della stazione, crea a partire dall’inizio degli anni Ottanta un punto di incontro, di scambio e di fruizione, unico nel suo genere sul territorio, di quel cinema spesso assente e invisibile nelle altre sale.Associazione culturale non a fini di lucro, il Centro Espressioni Cinematografiche, negli oltre vent’anni della sua attività, ha visto sempre di più crescere il numero dei suoi soci che partecipano attivamente alle iniziative e fruiscono dei numerosi servizi legati al cinema di cui il Centro è promotore (rassegne, incontri con gli autori e attori, corsi di aggiornamento annui, seminari di studi, pubblicazioni monografiche e di approfondimento, proiezioni per le scuole, ecc.).
Sebbene dislocato in un’area periferica e lontana dai luoghi di produzione nazionale di opere cinematografiche, il Centro Espressioni Cinematografiche, nel corso della sua attività è stato capace di creare dei momenti di studio sul cinema che hanno catalizzato l’attenzione di studiosi, storici e critici nazionali ed europei convogliando a Udine un notevole numero di personaggi del mondo del cinema e cercando anche di sviluppare e incrementare in Regione la produzione cinematografica (anche in lingua friulana). Dall’epoca della sua nascita ad oggi, l’Associazione attraversa così le varie fasi dell’industria cinematografica: dalla grande crisi degli anni Ottanta al rilancio degli anni Novanta, sempre con uno spirito innovativo e sempre comunque alla scoperta di nuovi cineasti e di cinematografie lontane.


(Fonte: sito web del CEC,www.cecudine.org)

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