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Cinema

Estremo oriente: poco estremo, molto soft

Un’indagine sulla cinematografia ‘soft-erotica’ in Asia.

Chi potrebbe, in questa società che ci insegna a venerare i principi che hanno caratterizzato le realtà delle città bibliche Sodoma e Gomorra, privarsi di un genuino e rassicurante (?) filmino pornografico? Persino la bella e ingenua Pamela Anderson insegna che, in fondo, anche il sesso con il proprio coniuge diventa di dominio pubblico. Hardcore, penetrazioni che raggiungono livelli inverosimili, “fuck the duck”, pissing, coprofagia e chi ne ha più ne metta. Il pubblico e il seguito che hanno queste produzioni al limite sono indirizzate a chi, frustrato sul lavoro e in famiglia, deve rifugiarsi in doccia per trovare il vero piacere (ricordate American Beauty?) La pornografia sembra non passare mai di moda, e adesso che la ragnatela telematica offre ai navigatori sempre più siti del proibito, la popolazione dell’illecito sembra essersi moltiplicata. Noi crediamo nell’amore, noi crediamo che non possa esserci alcun amplesso senza la dolce musica di cupido che ci ricorda quanto è raro trovare una persona con cui condividere i propri liquidi fisiologici (citando Derek Elley)… ma questa è un’altra storia. Il porno c’è, esiste e merita dunque di essere considerato come fenomeno sociale.

Noi però siamo andati più lontano e abbiamo provato ad esaminare e considerare questa tematica facendo riferimento ad un altro tipo di società… l’estremo oriente.
I giapponesi, costretti a lavorare dodici ore al giorno e obbligati a vivere in loculi disposti affianco all’ufficio, avrebbero il sacrosanto diritto di godere dei benefici del porno. I Filippini poi? Logorati da quattrocento anni di dominio spagnolo e lobotomizzati dalla religione cattolica… per non parlare di Hong Kong, isola, città, stato… britannica o cinese, europea o asiatica (si vive strettissimi pure lì).
E invece nooo… non soltanto l’hardcore, la pornografia più bassa che coinvolge i vari cavalli, oche e mucche sono vietati e illegali, ma anche far vedere i seni e i capezzoli delle donnine non rientra nei canoni dell’ambiente asiatico. Le motivazioni sono varie, storicamente reperibili e fortemente radicalizzate. La nostra indagine si soffermerà sulle realtà cinematografiche dei tre paesi suddetti sottolineando le differenze e citando le affinità tra i campi artistici.

Non potendo produrre, vedere né vendere ‘sesso’, gli asiatici sono diventati i maggiori produttori di quello che chiameremo soft porno (termine poco adatto e troppo generale per indicare una filmografia ricca di tante sfumature e nomenclature). Le pellicole sono prodotte per un pubblico chiaramente adulto e maschile, tuttavia i rapporti sessuali descritti dalla macchina da presa devono rigorosamente essere recitazione; i peli pubici degli amanti non si svelano e a volte quando la penetrazione sussiste, il classico bollino nero si sovrappone alle immagini proibite (il cosiddetto blurring). Vietato, illegale, proibito, indecente, famigerato, scandaloso… che dramma!

Giappone e l’affascinante mondo dei PINK EIGA

La società giapponese… che paura! Del Sol Levante ricordiamo i samurai, la filosofia marziale (rigidissima e severissima), la gerarchia inscalfibile della famiglia, la profonda e quasi letale dedizione al lavoro.
Negli anni sessanta, nasce una cinematografia controcorrente, rivoluzionaria e indipendente. Questo nuovo genere prende il nome di “film rosa”, pink eiga, per l’appunto. Le radici di questa cinematografia si possono far risalire al 1956, ai romanzi erotici di Ishihara Shintaro e alla “generazione del sole” (Tayozoku), corrente cinematografica che prendeva spunto dai romanzi erotici. Lo scopo principale era quello di inneggiare all’amore libero, al puro desiderio fisico e alla liberazione sessuale dei giapponesi.
I Pink Eiga impongono però un genere più estremo. Il corpo si rivela, il sesso si fa più esplicito, le avventure si tingono di rosso. Generalmente si cita l’anno 1964 per indicare la nascita dei pink con il film Hakujitsumu di Takechi Tetsuji.

Le motivazioni che hanno spinto i giapponesi a produrre film di questo tipo (i film, infatti, venivano prodotti e commissionati direttamente da case di produzione affiliate con le sale cinematografiche) sono varie. Il 1960 segna l’avvento e la rivoluzione televisiva che ha involontariamente allontanato il pubblico dalle sale cinematografiche. I produttori quindi dovevano ricorrere ad estremi rimedi e hanno ripiegato su queste produzioni di serie B, di base indipendenti con focalizzazione su immagini di tipo pornografico. I pink eiga tuttavia non risolvevano il problema proponendo rutilanti e vertiginosi accoppiamenti multipli. Le sceneggiature che animavano i pink erano di carattere volutamente politico; politico nel senso che le pellicole si ponevano come alternativa alla rigida mentalità giapponese. Negli anni sessanta queste produzioni indipendenti si moltiplicano e i pink prodotti aumentano rapidamente (da 4 nel 1962 a 58 nel 1964 e 250 nel 1969).
Il genere sembra avere molto in comune con cinematografie “soft” che hanno caratterizzato anche realtà occidentali prima dell’avvento dell’hardcore (ricordiamo il cinema nostrano di Alvaro Vitali e Edwidge Fenech soprannominato simpaticamente “italian trash”). Bisogna sottolineare però che i pink sono una realtà completamente giapponese. Le caratteristiche di questo genere sono uniche e il pubblico segue lo sviluppo dei pink con un interesse che va al di là di una semplice goduria momentanea. A Udine, al Far East Film Festival, abbiamo incontrato Sato Toshiki, regista pink, il quale ci rivela che girare un pink eiga richiede passione e dedizione. Il prodotto, infatti, non viene distribuito all’estero e non ha nessuna velleità lucrosa. I film hanno una durata di sessanta minuti e sono programmati tre alla volta. La programmazione viene ripetuta tre volte al giorno per un totale di nove ore. Le sale cinematografiche, solitamente, sono riservate ai pink e il pubblico che le frequenta è amante di questo genere.

Film indirizzati ad un pubblico adulto (seijn eiga), che ha tuttavia imparato con gli anni ad affezionarsi al genere. Oramai la globalizzazione ha raggiunto confini che vanno ben oltre il Sol Levante e impedire agli adolescenti acneici di venire a contatto con realtà pornografiche (soprattutto via ‘etere’) risulta improponibile. Quindi, coloro che si godono l’atmosfera pink sono i rappresentanti della generazione che ha visto nascere questo fenomeno. C’è inoltre da specificare un particolare importante: il pubblico giapponese che frequenta regolarmente le salette pink, non suole imitare le disgustose abitudini di uno spettatore che segue con interesse le prodezze di un hardcore occidentale… niente masturbazioni in campo! Gli uomini giapponesi, lavoratori, a volte si recano al cinema per schiacciare un pisolino, a volte sono interessati nel vedere l’ultima opera di un regista in particolare. Non dimentichiamoci infatti che molti registi conosciuti anche in occidente hanno collaborato a produzioni pink (vedi Suo Masayuki).
I pink eiga sono tuttavia cambiati molto oggi rispetto ai film prodotti negli anni sessanta. Le scene di sesso si sono fatte più esplicite anche se i “dogmi” imposti dalla Eirin (Consiglio per il codice Etico nella Cinematografia) limitano la vista dei peli pubici e delle penetrazioni. Le carambole che gli attori (rimembra… attori) debbono fare per evitare di infrangere queste regole a volte raggiungono picchi esilaranti (divertentissima la sequenza del film Moans from next Door di Toshiki, quando una giovane donna si accinge a eccitare “oralmente” il protagonista facendo il possibile per evitare di rivelare alla macchina da presa le sue parti intime).
L’Eirin è composto, per la maggior parte, da ex-produttori o ex-registi che tendono a capire quelle che sono le esigenze e le difficoltà dei produttori / registi pink. Poche volte la censura si impone drasticamente, anche perché il genere è molto rispettato, essendo ancora oggi una cinematografia tra quelle che più incassano e producono in Giappone.
La pink mania, e lo sviluppo dei pink, è un interessante fenomeno da prendere in considerazione. Negli anni sessanta, la connotazione politica e sociale aveva un’importanza diretta nella produzione dei pink. Registi come Wakamatsu Koji, che con il film Secrets be’ind Walls ha partecipato al Festival Internazionale di Berlino nel 1965, trasmettono il malcontento e la frustrazione delle giovani generazioni giapponesi. Negli anni ottanta, tuttavia il mercato dei pink entra in crisi, a causa dell’avvento dell’homevideo e del mercato video. Ciò che ancora oggi garantisce una notevole affluenza di pubblico è che il porno in Giappone è illegale e, nonostante il mercato nero, i pink sembrano essere ancora una valida alternativa allo hardcore.
L’importanza cinematografica dei pink viene notata negli anni ottanta, quando il Centro Culturale Athenée Français a Tokyo propone una serie di proiezioni sulla biografia di nuovi autori giapponesi (Shin nihon sakkashugi retsuden). Tra questi spiccano Zeze Takahisa (presente a Udine con il film Tokyo Erotica), Sano Kazuhiro, Sato Toshiki e Sato Hisayasu. I quattro vengono definiti i “Quattro Re Divini” e ben presto incoronati in quanto esponenti di una “Pink Nouvelle Vague”.
Nel 2000 a primavera nasce una vera e propria competizione, il K-1 Grand Prix in Wrestling. La manifestazione che vede gli autori gareggiare per il titolo di “film più apprezzato da un pubblico estremamente variegato”, ha visto lo schermo della Nakano Museum Hall, attraversato da sedici film di registi pink. La stessa programmazione è stata inserita quest’anno al Far East Film Festival, promossa dal consulente Roland Domenig. è stato interessante vedere la reazione di un pubblico occidentale ai pink eiga. Nonostante la delusione del pubblico “notturno”, che sperava di vedere prodezze pornografiche degne del miglior Siffredi, la gente ha votato per il film Rustling in Bed di Tajiri Yuji; interessantissima pellicola che offre una profonda meditazione sull’importanza del sesso tra i giovani giapponesi timorosi dell’eterna solitudine.

L’opinione pubblica giapponese, tuttavia, non è mai andata fiera di questo genere cinematografico. Nel 1964, l’anno in cui a Tokyo si celebravano i giochi olimpici, la gente aveva paura che la nascita del genere alterasse l’immagine che l’Europa e il mondo si erano fatti del Giappone. Inoltre quando il film di Wakamatsu Koji venne presentato a Berlino, lo scandalo fu assoluto. La gente parlava addirittura di “disonore”.

Il cinema filippino e la passione latina

Il cinema filippino, internazionalmente poco conosciuto fatta eccezione per le produzioni di Lino Brocka, ha delle radici profonde e solide. La cinematografia filippina nasce nel periodo del muto e, anche se fortemente influenzata dal regime spagnolo prima e americano poi, (Le filippine ottengono l’indipendenza nel 1946) ha dimostrato di avere un’identità propria.
Senza soffermarci sull’indagine della cinematografia del sud-est asiatico in maniera generale e inconcludente, ci concentreremo su un tipo particolare di produzione, che riguarda le tematiche del soft porno.
Il 1986 segna la fine della dittatura che prese il nome di Ferdinando Marcos. Paradossalmente, però, con l’avvento del nuovo presidente (Corazon Aquino, moglie di un desaparecido che poco però capiva di economia), l’industria cinematografica entra in crisi; una crisi che ancora oggi risulta impoverire la produzione locale. Il periodo d’oro della cinematografia filippina (quando l’industria produceva pellicole d’importanza pari allo statunitense Titanic) si conclude proprio in questo periodo. Tuttavia l’importanza della settima arte nelle Filippine ha sempre suscitato un grande interesse e la società non ha mai ripudiato le sale cinematografiche se non per un problema di soldi (un presidente filippino è stato un attore cinematografico, Joseph Ejercito).

I film a sfondo sessuale nascono nelle Filippine negli anni settanta e prendono il nome di “bomba”. Il fenomeno però diventa un cliché filmografico quando, negli anni che vanno dal 1983 al 1986 — morte di Marcos —, il social mood permette un’apertura mentale e sessuale notevole. In questi anni viene anche fondata la ECP (Esperimental Film Center, a Manila) e le produzioni cinematografiche si tingono di colori spesso condannati dalla (eccezionale in Asia) cultura cattolica. Anche nelle Filippine i film vengono precedentemente visionati da una commissione di censura (la MTCRB, Movie and Telvision Rating Classification board), a volte messa in discussione a causa di film troppo espliciti (nel 1999, il film Sutla venne approvato senza tagli e lo scandalo fu inevitabile). Inoltre, come accade anche in Giappone, le sequenze che mostrano il coito, sono sempre recitate e gli attori sono professionisti.
Nonostante alcuni elementi che le due cinematografie hanno in comune, la cultura filippina sembra avere molte affinità con la mentalità europea e il “calor latino”.
Partiamo dall’analisi di questo tipo di cinematografia e dai motivi che spingevano i produttori a imporre l’uso del sesso. Come sovente accade, il bel corpo di una giovane attrice (spesso raccolta tra le molte baracche che circondano il centro di Manila) attira e conquista l’immaginazione delle persone (maschi). Prima dell’avvento dell’attuale presidenza, le scene di sesso venivano imposte dalla produzione anche in pellicole che non richiedevano la descrizione così dettagliata di un rapporto. Ricordiamo il film Tuhog di Jeffery Jeturian, presentato l’anno scorso a Venezia. Nel film, il regista, attraverso la mise en abyme, racconta la vicenda di due donne la cui vita viene poi raccolta in un film che travia volutamente la vera tragedia che hanno subito le due (entrambe ripetutamente violentate dal padre / nonno). Dalla pellicola risulta che le donne avrebbero istigato l’uomo a compiere tali crudeltà. Jeturian avanza una forte polemica alla propria cinematografia, sottolineando come l’imposizione di sequenze “hot” spesso tolga valore e veridicità alla storia che il regista vuole raccontare. A differenza però del Giappone e di Hong Kong, alla cultura filippina e in particolare modo alle donne filippina mancano quel opprimente senso di vergogna. Il regista descrive con attenzione i corpi di queste giovani ed inesperte attrice come fossero delle modelle in posa. Le sequenze che mostrano l’atto sessuale sono cariche di passione e di sudore. Il sesso serve spesso per spiegare le diverse classi sociali. “I bimbi che provengono da un’estrazione povera hanno molte più possibilità di optare per il sesso libero” dice il critico filippino Noel Vera. “Nel film precedente a Tuhog, Fetch a Pail of Water, Jeturian spiega molto bene, pur utilizzando molte scene piccanti, questa realtà sociale che vede adolescenti abbandonati a se stessi”.

Le pellicole che fanno parte di questo filone sono tante e meritano poco rilievo. Ci sono alcune produzioni che hanno però suscitato interesse di critica. Mi riferisco ai due film di Tikoi Aguilous, Paradise Express (2000) e Dead Sure (1996); a Scorpio Nights (1985) di Peque Gallaga. Il film di Gallaga riflette benissimo quella che era l’atmosfera e il risentimento sociale nelle Filippine. Intriso di allegorie sia politiche sia sociali, la pellicola narra di una donna che intraprende una relazione con un giovane studente. La passione tra i due si consuma proprio nel letto matrimoniale della donna, consapevole del rischio che sta correndo. Il marito rappresenta il totalitarismo ‘marcoide’ che dovrebbe far desistere i due. “I due scopano letteralmente in faccia alla morte” ci racconta ancora Noel, “non c’è speranza, e i due lo sanno. È questo il motivo a renderli così inconsapevoli”.
Il film Midnight Passion — Init Sa Magdamag — (1983) di Laurice Guillen mostra un’altra faccia delle donne filippine. La donna inizialmente viene sottomessa al volere del marito che la costringe a cambiare personalità. A lungo andare però sarà la donna a decidere e, nonostante il suo ruolo, sarà lei ad avere la meglio. Anche la sceneggiatura è ad opera di una donna. La pellicola infatti celebra il ruolo delle donne ed è un tentativo per dimostrare la parità dei sessi (le sequenze pepate non vedono mai i due protagonisti nudi).
La considerazione, che ci porta alla fine del paragrafo sulla cinematografia filippina, riguarda le peculiarità di questa cultura asiatica… Asiatica? I quattrocento anni di forte conservatorismo cattolico hanno probabilmente intensificato e scaldato i desideri sessuali della gente filippina costretta a rifugiarsi nel proibizionismo della libido. È, infatti, la classe media quella a soffrire per la durezza dei dogmi religiosi, mentre i disperati che popolano la provincia filippina, come detto poc’anzi, non temono la mano di Dio e preferiscono conoscere i piaceri della carne, delusi dalla società del proprio paese.

Hong Kong e le donne che temono i “tre punti”

Chi non conosce la saga dei vari Sex and Zen? L’ironia e la violenza che sfiora l’inverosimile sono sempre state due peculiarità che hanno caratterizzato la cinematografia dell’ex colonia britannica. I film eccessivamente violenti e quelli che mostrano scene sessualmente esplicite, a Hong Kong, prendono il nome di “Categoria III”. Si tratta di un sistema di censura adottato dagli honkonghesi per classificare le pellicole cinematografiche; un po’ come il nostro “vietato ai minori”. Non dimentichiamo che anche nell’isola i film pornografici e hardcore sono banditi, nonostante pittoresche bancarelle esposte ai lati delle videoteche suggeriscano lo scambio di questo materiale illecito.
Soffermandoci su una rapida considerazione della società hongkongese, si potrebbe guardare alla città come una via di mezzo tra Oriente e Occidente. Dopotutto correva l’anno 1997 quando la Cina si riappropriò di Hong Kong. Invece la pudicizia, la timidezza e la vergogna verso certe tematiche non hanno mai abbandonato la mentalità profondamente cinese dell’isola.
I film come Sex and Zen di Michael Mak e Raped by an Angel di Wai Keung Lau sono vietati ai minori di diciott’anni, poiché rientrano tra i film dove i “tre punti” (three dots) delle donne si rivelano al pubblico. I film però non sono di matrice pornografica (ufficiosamente indicati come “Categoria IV”), gli interpreti sono attori e la penetrazione non sussiste.

l mercato dei Categoria III tuttavia sta scomparendo, anzi la produzione di queste pellicole si è estinta. Uno dei motivi può essere l’avvento dei VCD e DVD che permettono, illegalmente, la visione di materiale hardcore. Sta di fatto che Hong Kong sembra non aver più bisogno di questi racconti. Fino al 1998, il mercato cinematografico hongkongese produceva Cat. III e inoltre il mercato nero offriva molto materiale di contrabbando proveniente dal Giappone. Il crollo dell’economia cinematografica ha determinato la morte dei soft. Attenzione… dobbiamo ricordare che sotto la sigla Cat. III rientrano pellicole non solo erotiche, ma anche quelle che affrontano la violenza troppo direttamente o i film zeppi di parole non ortodosse.
Tornando sulla castità e virtù delle donne hongkongesi, poche attrici hanno infatti intrapreso la carriera “soft”. Le produzioni locali di film Cat. III ospitavano spesso donne provenienti dalla Cina continentale, dalla Tailandia e dalle Filippine. Raramente capitava che queste starlette diventassero qualcuno, poiché il salto di qualità non è così immediato (interessante il caso dell’attrice Hsu Qi, Miss H.K nel 1974, ora barbona). Il critico Timmi Youngs ci confessa che risulta improponibile prendere il bagno sulle coste dell’isola in bikini. Se poi una ingenua ragazza occidentale si dovesse presentare in topless, non sarebbe strano l’intervento delle forze dell’ordine.
Il rapporto con la cinematografia soft-porno non è lo stesso che hanno i fratelli giapponesi con il filone pink. Il pubblico non si reca al cinema per degustare le pellicole. Spesso, quando la sala propone film a sfondo erotico, lo spettatore (solitamente maschile) si comporta come lo spettatore occidentale, che si reca al cinema a luci rosse per sfogare i propri desideri repressi; sfogo che spesso si consuma tramite la masturbazione.
I film non hanno l’importanza sociale o politica dei pink o dei post-bomba filippini. I soft hongkonghesi sembrano inglobare nel genere il desiderio degli asiatici più affini all’occidente, di far ridere. I protagonisti si arrampicano, saltano, dondolano, mangiano… facendo sesso. Un’ironia che non ha frontiere, che si propone di far sorridere anche coloro ai quali (poveri loro) “queste cose” fanno schifo.

Buona visione.

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