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Cinema

Alfredo Li Gotti

Tango, Cinema e Argentina

Lorenzo Acquaviva (LA): Il signor Li Gotti è un collezionista, più di mille pellicole fanno parte della sua collezione. Ha, inoltre, una sala a Buenos Aires dove promuove iniziative per diffondere la cultura italiana. Lei è qui presente a Trieste, al Festival del Cinema Latino Americano per un evento speciale. Uno dei personaggi che il Festival ha voluto infatti promuovere quest’anno è Carlos Gardel uno dei più grandi artisti argentini…

Alfredo Li Gotti (ALG): Carlo Gardel era un gran cantante argentino, morto a 45 anni in un maledetto incidente mentre rientrava da un tour nel centro America. Stava venendo a Buenos Aires con l’intenzione di realizzare i veri film argentini. Lui era stato negli Stati Uniti, realizzando anche qualche film in Francia anche se essi non furono realmente film Argentini quanto piuttosto un’opportunità stereotipata, perché né gli argomenti né i personaggi secondari erano nello stile argentino. Casomai provavano ad assomigliare a quelli argentini: le canzoni erano molto carine, ma non cantavano il tango. Si trattava di canzoni molto piacevoli che lo fecero diventare famoso in tutto il mondo. Originariamente quello che lui cantava erano tanghi, El tiro Camperos, Pirongas, però questo lo fece meglio nelle registrazioni in cui quasi sempre cantava accompagnato dalla chitarra, lo strumento musicale che più gli piaceva.
Nei dieci cortometraggi che io ho portato a Trieste lo vediamo in questi panni e possiamo dire molto di quello che egli cantava, la forma in cui lui cantava, cosa che in seguito non fece negli Stati Uniti, poiché sappiamo bene che le cose cambiano a seconda dell’ingaggio. Gardel fu il cantante di tango più grande d’Argentina, tanto che, ancora oggi si usa dire: Gardel ogni giorno canta meglio! Perché? Perché non nasceva nessuno che cantava meglio di lui. Aveva una grande particolarità… era così, il suo cantare era molto sobrio, la voce era naturale, improntata, come quella dei cantanti lirici d’opera.

LA: Lei è un cantante lirico tra l’altro no?

ALG: Io ero un cantante lirico… Ma egli aveva una voce sempre uguale, simile. Si tratta di una voce ben improntata, senza alcun difetto di comunicazione, che risultava quindi chiara. In più fu un grande interprete dei tanghi umoristici, cantando in una sorta di slang, in un linguaggio che non è molto comprensibile per coloro che non hanno vissuto in Argentina e per coloro che non hanno vissuto per lo meno nel Rio De La Plata. È fondamentale conoscere una certa terminologia che non si può trasportare in un’altra parte del mondo, però si possono apprezzare le sue doti di cantante.

LA: Può dirci qualcosa sulle dieci pellicole che ha portato con sé a Trieste in occasione del Festival del Cinema Latino Americano?

Immagine articolo Fucine Mute

ALG: Si tratta di dieci cortometraggi che, in realtà, erano in origine quindici.
I corti si proiettavano separatamente, e se si proiettavano nelle sale cinematografiche, cosa succedeva? Si proiettava il lungometraggio dopo il corto e il corto all’inizio del film sccessivo. Il pubblico guardava il corto, ascoltava Gardel e se ne andava, non si fermavano per il lungometraggio, molte volte se ne andavano: venivano esclusivamente per ascoltare Gardel. Questo è il valore di questi corti che sono unici. Soprattutto, sono i primi film argentini sonori, con la banda del suono ottico. Sappiamo che precedentemente c’era i sistema Beta Fon che aveva i sui difetti; il sistema utilizzato nei cortometraggi è invece quello del primo Fon argentino realizzato con il suono ottico all’interno della stessa pellicola.

LA: Ricordiamo che queste dieci pellicole si intitolano: “Così Canta Gardel”. Si tratta delle uniche copie di questa raccolta o ce ne sono delle altre?

ALG: No, no, no, che io sappia, io sono l’unico ad averle. Anche se adesso, nel mondo del cinema, non si può mai dire. Forse, quando io me ne andrò, ci sarà qualcun altro che si presenterà con una copia dei corti. Non si può mai dire questa è l’unica. Che io sappia, la sola persona a possedere le uniche copie esistenti son proprio io… e parlo da collezionista.

LA: Lei ha una sala a Buenos Aires, dove promuove anche dei film italiani. Come viene vista la cinematografia italiana in Argentina?

ALG: Straordinaria! Quando io ero piccolo vedevo solo i film americani, ma quando la gente portò i film italiani non andai più a vedere il cinema americano, guardavo cinema francese e soprattutto italiano perché il Neorealismo e quello che venne dopo fu straordinario. L’Italia ebbe un gran risorgimento cinematografico con il Neorealismo. Non so molto di quanto accaduto in Italia all’epoca ma posso dire che in Argentina fu un boom straordinario.

LA: Martin Scorsese e Coppola assieme a tanti altri registi americani e non solo, a mio avviso, si sono ispirati al Neorealismo italiano. Questo modo di fare cinema ha in qualche modo inaugurato il modo nuovo di fare un cinema diverso…

ALG: La morte del Neorealismo fu la commediola, quando apparve la commediola il Neorealismo di fatto morì. La commediola non è male, ma vuoi mettere…

LA: Parliamo un po’ della situazione cinematografica in Argentina anche dal punto di vista dei collezionisti. Dopo quello che è successo, come sono cambiate le cose?

ALG: Io credo che la cinematografia argentina attuale sia migliorata rispetto a quella di una volta, perché è più reale. Il cinema argentino di una volta si rivolgeva, in modo molto commerciale all’America Latina e alla Spagna. Si soleva dare del tu, cosa che in Argentina non esisteva, noi usavamo il ‘vos’ non il tu. Preferisco il cinema argentino attuale.

LA: Se parla di cinema antico, che periodo intende?

ALG: Intendo il periodo che va dagli anni ’40 agli anni ’60. Vent’anni che non sono molti, tuttavia si tratta di un gran periodo di produzione; gli attori erano validi, ma i temi trattati e l’ambientazione non erano il massimo e inoltre il modo di recitare era troppo imponente, a me non piaceva. Ma questo non implica che non piacesse agli altri.

LA: Per finire ci parli un po’ della sua sala a Buenos Aires, della programmazione e come funziona in generale. Come ha organizzato, ad esempio, le sue proiezioni?

ALG: La mia sala è a Buenos Aires, all’interno della Capitale Federale, vuole l’indirizzo? Via Catamarca 1634. La sala contiene cento persone… è un micro cinema. Una delle programmazioni che impongo è costituita dai cicli che permettono allo spettatore di conoscere il cinema, vivendolo. Faccio vedere film italiani, polacchi, cecoslovacchi, spagnoli; cinema argentino e qualche cosa del Neorealismo poetico francese che è il mio preferito. In generale, un cinema internazionale. Non impongo un genere fisso, sono eclettico, non sono uno che si fissa, vedo a 360 gradi, il meglio. A volte si trovano anche dei film che non hanno nulla di interessante anche se si riferiscono allo stesso genere…

LA: Io la ringrazio molto di essere stato qui con noi e le auguro uno buona permanenza In Italia. Lei che ha origini italiane, meridionali…

ALG: Sì, io sono figlio di italiani, sicché mi piace molto stare qua, mi sento un po’ come a casa mia. Adesso vado a Milano per sei giorni, poi a Roma e poi torno in Argentina. Ringrazio “Fucine Mute” per l’intervista che mi avete fatto.

Dal 20 al 28 ottobre 2001 si è svolto a Trieste la sedicesima edizione del Festival del Cinema Latino Americano, rassegna che da ben undici anni si tiene a Trieste con il pieno sostegno delle autorità e degli enti locali. Un’iniziativa di interesse non soltanto culturale, ma anche economico, per la città e per l’Italia in generale. Oltre ad essere un’occasione d’oro per vedere pellicole che altrimenti non sarebbero distribuite nella penisola.

Il cinema in America Latina, ha spiegato il direttore del Festival Rodrigo Diaz, nasce appena un paio d’anni dopo l’invenzione parigina. Un cinema che oggi è povero di soldi ma ricco di contenuti, e che ha avuto le sue stagioni d’oro in decenni ormai passati: il cinema messicano è stato al suo apice negli anni dal ’35 al ’50, anni in cui l’Europa era in preda alla guerra.

Il Festival, inoltre, rappresenta un’ottima occasione commerciale. La creazione di contatti stabili e duraturi con il lato sud del continente americano dà l’occasione a registi, produttori e distributori non solo di acquistare opere, ma anche di vendere titoli italiani in paesi “non allineati” con il grande mercato hollywoodiano. Le grandi cineteche latino americane hanno fame di film che non siano quelli distribuiti ogni mese a decine dalla grande mecca del cinema internazionale. E’ un bacino di mercato enorme, anche tenendo conto della presenza delle numerosissime comunità di origine italiana sparse in tutto il subcontinente. L’Argentina, ad esempio, è il maggiore produttore di film in America Latina, e molti fra i suoi registi sono di origine italiana. Lamentarsi del fatto che gli USA abbiano il monopolio del cinema è sbagliato: bisognerebbe imitarli, seguire un progetto, portare avanti una promozione.

In quest’ottica, il Festival del Cinema Latino Americano ha stretto accordi con la Nuova Università del Cinema e della Televisione (NUCT), con l’Unione Latina, e rafforzato le relazioni con Fabrica Cinema e con la Fondazione Marzio Tremaglia per lo sviluppo di progetti volti a creare un legame con la comunità italiana in America Latina.


(Giulia Blasi da Trieste.com)

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