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Cinema

Yuthlert Sippapak

Un “Pulp tailandese”

Ci troviamo con Yuthelert Sippapak, regista tailandese dello spettacolare film, Killer Tatoo. Il regista non ha un background cinematografico; infatti, si è diplomato alla scuola di design a Silpakor Un, si è poi spostato a New York per intraprendere studi di belle arti. Il film ha riscosso un grande successo in Tailandia. Si tratta di una sorta di film commedia d’azione, che, infatti, mescola un sacco di generi: ciò che ha reso il film un grande successo è anche dovuto al fatto che il regista ha ingaggiato attori comici molto conosciuti in Tailandia.

Martina Palaskov Begov (MPB): Parliamo di questo suo primo progetto: com’è nata l’idea e come ha affrontato le difficoltà di produzione, tipiche di ogni debutto?

Yuthelert Sippapak (YS): Volevo girare qualcosa per il pubblico tailandese in generale. Volevo che il pubblico venisse al cinema per vedere un film tailandese. Vedete, lo spettatore si sta allontanando molto dalle sale, a scapito della produzione locale. Volevo trovare il modo per trascinare la gente al cinema; questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a contattare tutti i comici. Il comico, infatti, in Tailandia è una figura del mondo dello spettacolo molto legata al popolo, allo spettatore medio. Volevo però che il modello fosse diverso. Infatti, nessuno dei miei personaggi è stato sviluppato per soddisfare le esigenze e caratteristiche dei comici, anzi. Ho voluto che gli attori si comportassero in maniera diversa da come recitano solitamente, renderli diversi anche agli occhi del pubblico. Volevo renderli più interessanti. Ho cercato di dare molto spessore psicologico ai personaggi. Vedete, un comico non ha mai un ruolo principale in un film, di solito la parte che interpreta riguarda una figura secondaria, che fa ridere di tanto in tanto. Ci ho messo due anni per realizzare il film; nessuno in Tailandia credeva che una pellicola interpretata da soli comici potesse interessare il pubblico, poiché essi vengono già visti spesso in televisioni, nei teatri. Queste sono state le difficoltà più cruccianti. Un’altra difficoltà da non sottovalutare è che io non ho nessuna esperienza in campo cinematografico. Non ho mai girato un cortometraggio, mai fatto un videoclip…
Inizialmente, la mia idea era quella di vendere la sceneggiatura, però non potevo dare ai produttori nessun tipo di informazione tecnica sulla realizzazione del film. Non ho un mio stile.

MPB: Parliamo dei tanti generi diversi utilizzati nel film: comico, d’azione, giallo, fantascienza (il film si svolge in un futuro prossimo)…

YS: Penso sia dovuto al fattoche non ho uno stile personale o perché si tratta della mia prima opera… non lo so. Credo sia questo il motivo per cui non mi impongo nessuna regola, non ne ho. Non ho preso in considerazione le regole fondamentali di ogni genere, bensì ho improvvisato, ho agito d’impulso. Ecco perché ho creato una sorta di pulpone. Ho girato quello che mi piaceva girare e come lo volevo io.

MPB: Che tipo di difficoltà ha dovuto affrontare nel girare questa prima pellicola in Tailandia? Mi riferisco al denaro, alla ricerca dei fondi, del materiale.

TS: È stata dura perché, come ho detto, non avevo nessuna esperienza. Nessuno voleva avere niente a che fare con me, nessuno voleva darmi dei soldi per realizzare il progetto. Ho provato a vendere il soggetto a tutti gli studi cinematografici tailandesi, tutti conoscevano l’idea del film, ma nessuno comperava la sceneggiatura. Ho pregato tutti di darmi ascolto, ma nessuno si fidava, non credevano che il film potesse incassare dei soldi. Finalmente però un mio vecchio amico, che aveva da poco aperto una nuova casa di produzione, mi ha dato ascolto. Con lui sono riuscito a collaborare e a realizzare il film. Credo che uno dei motivi principali che rende la produzione cinematografica locale così intransigente nei confronti delle nuove proposte sia la mancanza di soggetti interessanti. L’idea del film deve sfondare. Il film può coinvolgere grandi star o avere delle potenzialità enormi che non interessano se l’idea non “buca lo schermo”. In Tailandia, per esempio, la popolazione è molto anziana, quindi i produttori pensavano che la mia idea fosse troppo innovativa, pensavano che il pubblico non era adatto a un film del genere.

MPB: Interessante è stata anche l’idea di inserire un sacco di personaggi stranieri per lo più americani, dipinti come gelidi conquistatori e brutali colonizzatori. Ha voluto offrire una sua visione del futuro tailandese o è solamente una trovata per rendere la pellicola più divertente?

YS: Il messaggio che ho voluto dare non riguarda tanto gli stranieri quanto i tailandesi. Infatti non apprezzo il modo in cui i tailandesi trattano gli stranieri e non condivido questa paura dell’invasore che molti hanno. Vedete, quando un bianco viene in Tailandia, i tailandesi si sentono in soggezione, soffrono di una sorta di crisi d’inferiorità nei confronti degli europei e americani. I tailandesi credono che lavorando per i bianchi si incrementa il loro potere. Ho pensato di inserire questa caratteristica nel film, e ho pensato a lungo come sviluppare quest’idea: se rendere il tutto ridicolo e leggero o se creare un vero argomento di discussione. Non si tratta però di un importante punto su cui discutere: credo che infondo i tailandesi si comportino così per una questione di orgoglio, niente di serio. In Tailandia, la gente guarda un sacco di materiale statunitense; finiscono poi per convincersi che l’America sia Hollywood. Ho voluto sdrammatizzare i ruoli facendo vedere che anche gli americani sono goffi e a volte stupidi come noi.

MPB: Uno dei personaggi nel film lo sottolinea infatti, dicendo “guardiamo troppi film americani”.

YS: Vero: quello è un messaggio diretto che ho lanciato ai tailandesi.

MPB: Vorrei soffermarmi sulla mostra di arte contemporanea cui i protagonisti assistono per freddare Iron Cop. Lei infatti si è diplomato ad una scuola d’arte: ha forse creato lei le sculture e che tipo di Arte voleva esprimere?

YS: (Ride di gusto, infatti le sculture erano volutamente esagerate — enormi peni che si incrociano, bimbi insanguinati che escono passeggiando dalla pancia delle partorienti — per scaturire la comicità).

Sì, le ho fatte io, tutte le installazioni sono opera mia. Una delle caratteristiche dei tailandesi è quella di essere poco originali. Gli artisti tendono ad imitare idee che provengono dall’occidente. Nessuno studia mai in Tailandia, preferiscono andare all’estero per ottenere una specializzazione. Finiti gli studi poi quello che riportano in patria io lo paragono ad una macchina importata, non c’è cuore in quello che fanno, non c’è iniziativa, non c’è creazione. Non ritornano e non riportano mai un’idea innovativa, propria, da sviluppare tramite la cultura tailandese.

Le installazioni che vedete nel mio film non fanno parte del mio repertorio, ho creato quelle sculture per divertimento. Ci sono delle persone che creano quel tipo di Arte, ma io personalmente non li capisco.

MPB: Che tipo di Arte crea lei invece?

YS: Io tendo a mantenermi su un piano realistico, non opero molto con l’astratto. A volte creo fumetti o cartoni animati. Non si tratta di una cosa seria però. Credo che l’Arte mi dia la possibilità di essere veramente libero. Non ho studiato Arte per vendere le mie creazioni, non credo che riuscirei a lavorare con l’Arte.

MPB: Gli studi artistici sono stati utili nella realizzazione del film?

YS: L’arte mi ha insegnato a conoscere me stesso. Ciò mi ha aiutato molto a girare il film perché sapevo esattamente quello che volevo. Io non conosco affatto il cinema, non mi sono ispirato a nessun regista in particolare, quindi dovevo avere le idee chiare per poter realizzare la pellicola.

MPB: Volevo sapere qualcosa dei personaggi: come ha inventato i nomi buffi che li caratterizzano come individui, e come ha lavorato sulle loro personalità?

YS: Ho scelto gli attori prima di scrivere la sceneggiatura. Ho cercato quindi di scrivere una parte adatta agli attori. Però ho cercato di adattare un ruolo che differisse molto dai soliti ruoli interpretati solitamente dagli attori: per esempio ricorderete nel film il personaggio di Pae Buffgun interpretato da Thep Phongam, un personaggio molto diverso dai soliti ruoli che predilige Thep. Egli è un grandissimo comico, molto seguito e apprezzato dal pubblico tailandese. Nel mio film però volevo che si astenesse dal ridere. Gli ho imposto di non ridere e di non comportarsi in modo ridicolo, come fa di solito. Non avevo bisogno del solito Thep, e questo è il motivo per cui ho cercato di far interpretare a tutti un ruolo diverso e molto caratterizzato dal punto di vista della personalità. Tutti gli attori si sono impegnati molto nel seguire le mie direttive. Quindi ho scritto la sceneggiatura cambiando radicalmente le caratteristiche dei ruoli chiave interpretati dai comici. Chiaramente l’indole comica degli attori non può cambiare, quindi anche nei panni dei miei “killer” gli attori avrebbero divertito il pubblico. C’è stato un problema quando ho incominciato a scrivere il soggetto: io ho voluto inserire tre omoni palestrati giganteschi, cattivissimi, e volevo che anche loro avessero un sottile spessore psicologico. Infatti tutti i personaggi che muoiono nel mio film, muoiono per un motivo ben specifico, poiché non volevo che la morte passasse inosservata. Questo non è stato facile da realizzare. Infatti, nessuno è il protagonista del film, e si tratta di una pellicola corale dove tutti i personaggi hanno la loro importanza.

MPB: Parliamo un po’ della Tailandia e del business cinematografico tailandese. Il cinema, infatti risorge in questi anni: vengono prodotti molti film in costume che rievocano la storia della Tailandia. Lei ha agito in modo contrario, girando un film che si svolge nel futuro. Anche se non ha parlato esplicitamente della storia e della cultura tailandese, nella sua opera molti aspetti del suo paese sono visibili. Come classificherebbe o giudicherebbe il suo film nel complesso dell’orizzonte cinematografico tailandese oggi?

YS: Quando ho girato il mio film non ho pensato troppo al trend cinematografico del momento e non ho voluto fare una pellicola tipicamente tailandese. Credo però che i tailandesi abbiano sempre amato il cinema, e in particolare amino il cinema tailandese. Titanic ha incassato molto ma è stato battuto dal film tailandese Bang Rajan che ha incassato la bellezza di 3,5 milioni di dollari. Perché? Perché ai tailandesi piacciono i film tailandesi… qualsiasi tipo di film, dallo storico, al film d’azione e così via. L’importante è che il film sia carino, divertente, bello insomma. Tempo fa i registi tailandesi giravano sempre le stesse pellicole, con la stessa storia; adesso le cose stanno cambiando, ci sono registi giovani che hanno voglia di essere originali, la gente se ne accorge e ha voglia di partecipare a questa rinascita. Prima, il mondo della cinematografia era popolato di vecchi, adesso i giovani incominciano a farsi sentire.

MPB: Come si sente ad essere il solo rappresentante della cinematografia tailandese presente al Far East Film Festival? E quale sarà il suo prossimo progetto?

YS: Il mio prossimo film sarà una storia d’amore ambientata a New York; non ci sarà niente da ridere, questa volta dovrò trattare con le lacrime.

Udine è fantastica, tranquilla, un ottimo posto per preparare un progetto. Avrei volentieri approfittato per scrivere qualcosa. New York è una città molto rumorosa, per non parlare poi della Tailandia. Udine invece è silenziosa, adatta per scrivere una sceneggiatura, distesi sotto il sole…

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