// stai leggendo...

Scrittura

Claudio Recalcati

In viaggio con Claudio Recalcati attraverso la poesia del premio Montale

Christian Sinicco (CS): Una domanda veloce, perché il poeta beve lo spumante e festeggia la vittoria: quali valori la poesia può portare socialmente?

Claudio Recalcati (CR): La poesia da alcuni anni è stata una forma d’arte emarginata: io spero che grazie a questa iniziativa, il Premio Montale, ed anche ad altri concorsi e circoli che stanno fiorendo la poesia riesca a rientrare prepotentemente come genere letterario. La funzione sociale? Penso questo sulla poesia: l’autore scrive e non deve scrivere solo per se stesso, anche se il dato autobiografico rientra logicamente nelle proprie composizioni poetiche. La poesia deve donarsi ad altri, a un ipotetico lettore.

CS: Deve oltrepassare i muri dell’intimismo e riuscire a comunicare?

CR: Certo, deve staccarsi dallo scrittore, andare col messaggio per forza chiaro. Anche quando il poeta è ermetico, è preponderante l’interpretazione del lettore rispetto al senso del testo. L’importante è leggere la poesia, sentirla immediatamente propria, riuscire a interpretarla. L’importante è che ci sia un messaggio chiaro, che il lettore faccia immediatamente proprio.

Quella di Recalcati, intervistato quale supervincitore del Premio Montale — votato come migliore dai circa settecento appartenenti al Centro Montale di Roma —, è una risposta equilibrata, un ottimo “luogo” da cui giudicare i vincitori, sia quelli della Sezione Poesia Edita sia quelli della Sezione Poesia Inedita. Usiamo questa chiave di lettura e analizziamo tutti i poeti vincitori del Premio.

La riflessione di Claudio Recalcati si ritrova nel fare poesia dell’autore: la presenza di un messaggio avvicina il pubblico (l’intervista ci rende consapevoli che la trasmissione di contenuti da un individuo all’altro è alla base della poesia, sebbene questo processo sia condizionato dallo stile che il poeta con difficoltà muta per comunicare: è una pelle che ci si ritrova addosso).

Possiamo ritenere la trasmissione del messaggio l’istanza principale che la poesia italiana, uscita dalle sperimentazioni botaniche sul linguaggio e dalla serrata stagione dell’intimismo, deve affrontare.

Il messaggio è importante dice il supervincitore: vi sono infatti moltissimi rimandi ad un altro da sé in “Un altrove qualunque” (Ed. Moretti e Vitali).

L’impressione è comunque una produzione lirica composta da un dialogo difficile con l’ipotetico lettore, ma la consapevolezza dell’autore ribalta questa situazione legandoci al suo verso, imprigionandoci alla sua musica. Il messaggio c’è ma la trasmissione è lenta, un paziente costruire senso.

In linea generale vengono intersecati molti concetti nello sviluppo di una lirica di Claudio Recalcati e queste sovrapposizioni di significato non facilitano la comprensione, ma allo stesso tempo provocano tensione e attenzione nel lettore che vi si relaziona.

I versi che si susseguono, che rimandano a ciò che è stato precedentemente scritto e che anticipano ciò che verrà, in poesia non sono mai logici. Questo permette alla “nobile arte” di stupire; vorremmo che fossero chiari, che il messaggio non si perdesse.

Leggendo il libro qualcosa si perde e la causa è l’utilizzo di uno stile puntato sulla musicalità: lo nota Paolo Lagazzi nella breve introduzione in copertina, definendo farmaci imperfetti le parole dell’autore; nella postfazione Giancarlo Pontiggia si sofferma su come l’autore riesca invece a salvaguardare l’unità del discorso poetico, discorso che si muove sempre nella definizione di un concetto, di un’immagine carica di significato e così facendo non cade nell’irrazionalità.

Questa è la cosa importante, cioè la definizione di un messaggio: sebbene la trasmissione non sia perfetta il senso giunge al lettore. Non è facile mediare tra musicalità e messaggio, ma questi due poli sono indispensabili alla poesia e Recalcati non ne è sprovvisto.

Dove l’autore risulta più comunicativo le parole sono cariche di dolore sfumato o amplificato attraverso chiusure finali impeccabili, che velocemente impressionano.

In “E’ questo dolore, pressione” usa versi che vogliono scuotere:

È questo dolore, pressione
costante, al torace, sulle anche è
questo il male che porta al bene
la gioia irriverente dello stare al mondo e
sentirsi assente, estraneo, amorale.

È questa carenza di sonno dice
devi nutrirti e mi tende la mano ma
non passa la gola neppure parola
figurati l’osso, l’oliva, il grano.

Solo l’insetto inghiotto stupito
nella mia bocca ad O.

Ti invito ad un atto concreto,
più umano, violento.

Incide il torpore di un vivere annoiato Recalcati; ci rende consci che l’azione e le emozioni sono necessarie all’individualità, per quanto le nostre palpebre siano infrante, corrose.
Poi si diverte a sfidare con garbo e con sottile ironia il pubblico, nel concludere la poesia.
Nello slancio esterno il poeta trova forza e suscita e, in un altrove qualunque, si appropria della scena.

Immagine articolo Fucine Mute

Tiziano Broggiato, vincitore del Premio Montale per la Sezione Poesia Edita con “Parca Lux” (Ed. Marsilio Elleffe), si sofferma su temi quali necessità, storia, i miti, i luoghi misteriosi (ad esempio la Tule di Edgar Allan Poe) che si tuffano nella memoria dell’autore. C’è la sensazione di riconoscere questi ambienti e questo ci avvicina, ma una volta accanto non ci sentiamo trattenuti o abbracciati; semplicemente cullati come in “Non conoscevano loro”:

Non conoscevano loro
il passo della fuga
l’equilibrio oscillante
sopra la slitta azzurra.

È stato dopo un’abbondante nevicata
durata tutta la notte
che è giunta l’ora quieta
esatta
del loro addio.

Andrea Gibellini, vincitore del Premio Montale per la Sezione Poesia Edita con “La Felicità Improvvisa” (Ed. Jaca Book) sposta l’asse della poesia verso la comunicazione e le sue composizioni stupiscono con un linguaggio prosastico e musicale che resiste come poesia.

Carico di emozioni e immagini è Gibellini: a volte eccede nel “sublime”, in una aggettivazione di troppo, ma lo perdoniamo per quel sacrificare musicalità al messaggio, che è un’altra via per cantare la realtà di oggi. Meravigliano i paesaggi della periferia industriale, familiari e straordinariamente umani in “Fabbriche cemento e altre cose”; oppure “Una strada”, una delle tante che percorriamo:

Una strada verso il centro della città
– ai più forse sconosciuta –
dove sempre ci sono cantieri,
case in costruzione e dentro anime –
che io non vedo.
Improvvisamente c’è l’abbaglio di un prato
e di una casa oramai vuota
– di molti anni fa.
In questa sperduta, semplice, grande aiuola
ci giocano i cani, c’è un asilo per bambini,
che non ho visto.
Poco oltre un’edicola, delle panchine,
una macchina sventrata, arrugginita dal fuoco
e il rumore a lampi di segni vividi sull’asfalto.
Questo posto non è tra i più belli
ma da qualche parte esiste una gioia nascosta,
i fiori che non vedo e vedrò più tardi –
l’abbandono della brina sui rami
è il polline che ricopre silenzioso un prato a primavera.

I vincitori per la sezione poesia inedita sono stati raccolti dall’Editore Crocetti in una antologia “7 POETI DEL PREMIO MONTALE” che ci permette di sbirciare, di prevedere la poesia che sarà. O che è. i vincitori sono Francesco Balsamo, Livia Candiani, Filippo Davoli, Ivan Fedeli, Paola Malavasi, Roberto Romanato, Cristina Sparagana.


Eluard visto da Picasso Francesco Balsamo
, in “Appendere l’ombra a un chiodo” la raccolta pubblicata nell’antologia, lo si cattura per il surrealismo alla Paul Éluard e per l’ottima ritmica dei versi.L’autore scollina nelle sue visioni l’alta quota di intimismo che infetta la poesia italiana, ma non ottimizza al massimo la sua capacità linguistica per un messaggio che arrivi con forza.Non ci resta, con piacere, che districare l’enigma di una poesia che non rompe il muro dove è appesa, che non si schioda da quell’ombra dipinta “dai rami che si oscurano”.

Il messaggio del poeta è nel lanciare un grande occhio per vedere: lo lancia sulle cose toccandole direttamente con la retina, giudicandole indirettamente quindi.

Poesia che si trasmette grazie all’intuito del lettore; un toccare improvviso è l’intuizione che avanza lentamente come in questa poesia:

c’è il gatto
con le sue sette ombre su per le scale
che circonda la casa in gran silenzio
e fissa tutti con un occhio solo
è il gatto che segue tutte le case in fila
e muove la coda
che sale come fumo

Livia Candiani, in “Lettere mai scritte”, la interpreto interessante per l’ironia sottile.

Nella prefazione scopro che Maria Luisa Spaziani la considera drammatica per la solitudine del poeta.

Se fossero poesie drammatiche, cercherei di dimenticarlo.

D’altronde alla solitudine del poeta può confortare la solitudine di tutto il mondo poetico, concetto gioiosamente espresso da Fernando Bandini durante la premiazione, giurato del premio e poeta che scrive pure in latino! Ironizzando sulla solitudo, una bella poesia di Livia Candiani dedicata a quelli che sbagliano indirizzo di posta elettronica:

sbaglierei sempre lettera
e all’amico scriverei
da amante e all’amante
scriverei da sola a solo
sbaglierei sempre proporzioni
tra la fronte e la distanza
dal cuore, scriverei
senza registro come i merli
dopo il temporale. come
se le emozioni si facessero
tacito pane venduto in fila
dal panettiere, come
bisbigliare dentro una lettera
incollare e poi spedire
sussurri. sì, molto meglio stare
in silenzio davanti
al foglio bianco, bianco
come carta asciugante
per sproporzionate macchie.

Filippo Davoli, in “14 solitari”, si dedica sovente all’intimismo. è necessario che questo autore sposti l’asse della sua ricerca poetica in un altrove che già conosce: l’altro.Infatti con farmaci perfetti sfugge a questo virus: il messaggio è forte in “Quel mio padre bambino che non la smette”, dialogo particolarissimo sopra il tema psicologico del rapporto tra genitore e figlio. In “Sto pensando alle mani” invece raggiunge ognuno divincolandosi dalla presa di una vecchia poesia sociale, riconoscendo all’uomo la sua appartenenza alla massa e senza rifiutare questa accezione poichè la comprensione ci solleva, ci porta a riconoscere il segreto dell’individualità attraverso la creazione e gli altri.

Questa è la possibilità che fa l’uomo e la poesia universale:

Sto pensando alle mani
che intagliarono le pietre
e a chi scavò i solchi delle strade
e scelse l’ordine per dare luce e vento
ai borghi. Sto
tra la gente che nessuno conosce
e ricorderà. Mi sento
felicemente nel flusso
come se all’orizzonte ogni cosa
si riassorbisse lontana
da ogni suo tempo e rumore.

Se queste mani del silenzio
riapparissero, mi fermerei
alle vene, alle unghie, magari alle
linee del palmo, alle giunture. E se proprio

vuoi, quasi spiando,
all’attaccatura degli avambracci,
ai polsi nodosi, ma basta:
niente più, per pudore
che se la storia ha una sua traccia
pure la cronaca un suo segreto
universo. è dolce sparire,
io credo.

Ivan Fedeli con “Dialoghi a distanza” ci racconta di una esistenza il cui esorcismo non può che essere poesia. Il messaggio è debole, la distanza c’è e allora cambiamo rotta, avviciniamo la poesia al lettore senza chiuderlo in una “nicchia”, se pur di versi semplici e melodiosi: anche un dire fragile è colmo di significati perché è vita e non solo parola.

Così i toni bianco e nero di quel personaggio che dialoga sopra la propria esistenza e che vorrebbe colori risultano poco efficaci: l’autore si dimentica di ipotizzarli questi colori, accennarli, incuriosire di più un pubblico che ha bisogno di senso e risposte.

Meglio mescolare le tinte, oltrepassare realmente le distanze, poichè la poesia non è solo un rimedio:

Non è tempo di scrivere e io non ho
che il solco della penna e sotto il foglio.
Un inchiostro facile, un dire fragile
tra voci che confondono, che vanno.
E questo è un anno che trattiene i giorni
li lega al calendario. I volti stanno
lì, per caso. Ci chiedono un appiglio,
lo scompiglio di un’altra primavera.
Quasi non ci fossero, come se
svanissero. Sistemali per poco
qui, con le parole. In qualche stanza
chiusa, in una nuova sera. Una nicchia,
e poi fermarli, e poi imparare a dirli,
a riconoscerli dagli occhi almeno.


Tu, punto a capo senza corpo. Tu
rimedio all’assenza, poesia.

Paola Malavasi, con la raccolta “Primitive”, colpisce per il concetto di genesi di cui la donna è parte per natura e per il sentimento che la lega al figlio: una poesia che ricrea il grembo e ci unisce all’uomo. Stilisticamente invece l’autrice spezza il ritmo all’improvviso — la femminilità dei versi si scatena quasi con violenza — ed è un fare funzionale il contrasto tra la dolcezza di fondo dei contenuti e lo stile aggressivo, che è comunque da perfezionare: certi aggettivi ci appaiono antichi “indomiti” e per la comunicazione a volte le sensazioni sono troppo “gelate” (bisogna costruire all’interno del verso un tempo e una azione per cristallizzare il corpo dalle mani ai piedi)… L’importante è che ci siano versi meravigliosi, di una sensualità unica, che non potremmo “cancellare” e che sorreggono poesie come “Nel cuore e nel silenzio”:

Ti ho costudita nel cuore
e nel silenzio.
Ora parla, sciogliendoti
dall’oscurità. Anche se
il sole per questo dovesse
morire e le tue parole
durassero una notte, gelo nelle ossa.
Parla della solitudine,
del vuoto intorno ai fili,
di quanto ai cancellato
e taciuto, per non dispiacere,
per sorreggere la casa
e dare un volto di madre a tuo figlio.
Della Medea che nascondi,
la santa, dalle mistiche visioni,
matrimonio, promesse, offuscamento.

Nel tempo di una poesia, la tua voce.
Non prenderti la vita che voglio:
in pace tra sorrisi, lontana dal tormento,
indomita veggenza.

Roberto Romanato, in “Colloqui”, ci parla delle sue allucinazioni.

Le parole giocano brutti scherzi se assunte a dosi massicce ma un poeta visionario è raro e preziosi sono gli ambienti di questa raccolta, in cui è purtroppo assente il genere umano… Poesia che risiede nelle immagini, per cui arriva con difficoltà un messaggio chiaro. Se Romanato abbracciasse la propria penna e marciasse sulla realtà delle nostre città, sul nostro vivere, potremmo dire di essere stati travolti, un giorno, non solo dalle notevoli visioni o dalla grande immaginazione che veleggia su “L’abisso”, ma dal messaggio:

Quando muore la maschera del giorno
e la vela lucente cade a pezzi,
il grande buio del perpetuo abisso
si spalanca sul mondo spaventato.
Senza ostacoli, senza intermediari
direttamente l’uomo lo contempla,
ma un orrore stellato gela il sangue,
e l’ombra di pianeti sconosciuti
vola nel vuoto, scende sulla terra
e si mescola all’ombra delle piante
agitate dal brivido profondo
di un intero universo, che in silenzio
si china sulla musica del mondo,
e come un mare senza flutti, unito,
si chiude intorno a un atomo sonoro.

Cristina Sparagana, con “Poesie”, canta forte.Si sente la lezione della poesia spagnola e sudamericana, votata al messaggio instancabilmente: addirittura l’assenza è presenza di inconsci neri, dolorosi, di sonno. Ma non solo, c’è di tutto, un mondo in trasformazione, una letteratura scaturita per innumerevoli modelli appresi, e la conoscenza unita alla sensibilità innova la poesia: è una scoperta da non trascurare la Sparagana.

I concetti si acquisiscono grazie alle immagini vibranti delle sue visioni dove stupori e colori si mischiano. La poesia ci cade dentro, accade che immaginiamo; le tinte cariche di emozioni ci portano vita, uomini, ci raccontano storie, andiamo lontano. Sognare di essere svegli è il tema di “Veglia a Valparaiso”:

Dicono che una volta un terremoto
sradicò il cimitero
e variopinti morti
rotolarono al mare,
come barche da pesca, come cani
annegati nel sonno.
Il loro cuore si gonfio di iodio
e li compiansero le strade, e i tetti
gli lanciarono mazzi di violette.
Dai cortili grondarono bambini
deformati dal vento,
i gatti spalancarono le braccia
come croci confitte nei lucenti
intestini dei pesci.

Ci fu una veglia funebre
di barboni, ubriachi, fumatori,
venditori ambulanti, giornalai,
prostitute, studenti, pescatori,
funicolari aggrovigliate, topi,
figli randagi.
I gabbiani gemevano, i piccioni
si vestivano a lutto
e cantavano i pazzi a mezza voce.
Poi qualcuno andò a prendersi una birra
e al porto giunse un carico di ricci
dal fragrante sapore di sirena,
e d’un tratto i voraci pellicani
inghiottirono il centro della terra.
E ci si chiuse nei caffè, pazienti,
aspettando il tramonto.

Claudio Recalcati, nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato le raccolte di poesia Idoli lunari (7 poeti del Premio Montale 1992, Scheiwiller), Riti di passaggio (Campanotto 1995) e Senza più regno (Lions Club Salerno, Premio Alfonso Gatto 1998). Suoi testi sono apparsi su Poesia.


Tiziano Broggiato, nato a Vicenza nel 1953. Ha pubblicato Piani alti (1983), Predizione dell’albero secco (1991) e Il copiatore di foglie (1998). Ha curato le antologie Canti dell’universo – dieci poeti italiani degli anni ottanta (1998) e Lune gemelle (1998).


Andrea Gibellini, nato a Sassuolo nel 1965. Ha pubblicato Le ossa di Bering (NCE 1993), E’ solo il vento (edizioni Pulcino Elefante). Ha tradotto racconti di Kipling e poesie di Mansfield, Larkin, Stevens e Bishop. Ha curato un volume della rivista PANTA (Bompiani 1999), dedicato alla poesia straniera.


Francesco Balsamo, nato nel 1969 a Catania. In prima pubblicazione, 7 poeti del Premio Montale (CROCETTI EDITORE 2002).


Livia Candiani, nata nel 1952 a Milano. Ha pubblicato Fiabe vegetali (Aelia Laelia 1984), Una poesia e Ritratto (edizioni Pulcino Elefante 1996, 1998).


Filippo Davoli, nato a Fermo nel 1965. Ha pubblicato Poemetti del contatto (Tracce 1994), Alla luce della luce (Nuova Compagnia Editrice 1996), Un vizio di scrittura e Una bellissima storia (Stamperia dell’Arancio 1998, 2000).


Ivan Fedeli, nato a Monza nel 1964. Ha pubblicato Un luogo condiviso (Ibiskos Editrice), Abiti comuni (Ed. Il Ponte Vecchio), Una religione di parole (Ed. La Fenice).


Paola Malavasi, nata nel 1965. Ha pubblicato In una stanza (Premio Pagine 1999). Per la scuola ha curato le antologie I ribelli. Maledetti, futuristi e beat (2000) e I luoghi del mito (2001).


Roberto Romanato, nato a Vicenza nel 1960. In prima pubblicazione, 7 poeti del Premio Montale (CROCETTI EDITORE 2002).


Cristina Sparagana, nata nel 1957. E’ stata traduttrice (spagnolo, francese, inglese) di romanzi per la Rizzoli. Ha pubblicato Canto di Natale (Edizioni Beta 1991). Ha pubblicato in Cile Autori Italiani e Fior di canto, traduzioni in spagnolo di poeti italiani contemporanei.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Casomai un’immagine

mar-42 th-75 10 11 28_pm kubrick-15 kubrick-50 dobrilovic_06 bis_I_02 busdon-10 busdon-12 tyc 3 tyc3 cor05 02-garcia holy_wood_13 holy_wood_19 pm-03 pm-21 galleria01 18 24 esplosa-02 10 31 34 Hajnal Németh / Padiglione Ungheria Urs Fischer Jingle SCI-FI cornell-57