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Musica

Gea

Caleidoscopio rock’n’roll

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I Gea: da sinistra Stefano Locatelli (voce, chitarra), Nicola Troiani (basso, cori), Benny Brezzolari (batteria, cori)Giuliano Cottone (GC): Partiamo da una domanda piuttosto canonica: perché “Gea”?

Stefano Locatelli (voce, chitarra) (SL): Sostanzialmente eravamo alla ricerca di un nome corto, facile da memorizzare… “Giocando” con il nostro vecchio monicker “Gardenia” abbiamo eliminato alcune lettere e alla fine è uscito Gea… Poi abbiamo scoperto di essere tutti segni zodiacali di terra e quindi abbiamo capito che era il nome adatto… Inoltre è legato ad un certo concetto di “concretezza terricola” che rispecchia bene il nostro modo di essere.

GC: Le vostre fonti di ispirazione musicale mi sembrano molteplici: si va da un certo rock italiano (ad esempio i Litfiba), al punk hardcore (specialmente certe band meno convenzionali di quell’ambito, come i NoMeansNo), dal post-rock e l’indie-rock (alla Fugazi, un nome su tutti), fino ad arrivare all’emo-core e al noise. Ti sembra un quadro adatto? Voi chi indichereste come vostri riferimenti?

SL: Direi che, a parte Litfiba, hai azzeccato in pieno alcune delle nostre band preferite… Ce ne sono altre che rispecchiano altri stili e poi ognuno ha i suoi beniamini tra noi tre. Però il quadro che hai descritto è molto vicino a ciò che noi pensiamo possano essere i Gea. Aggiungerei gruppi come Thin White Rope, Rollins, Swervedriver, Soundgarden e, perché no? Motorpsycho. Comunque il nostro background è molto ampio, ascoltiamo un sacco di roba che poi si riflette nel suono della band.

GC: Quali sono i gruppi o i musicisti dell’attuale panorama che ascoltate di più e che consigliereste di ascoltare? Indicaci qualche nome, italiano o straniero, che ritenete valido.

Stefano Locatelli, voce e chitarra dei Gea, live a Pesaro, 2002SL: Checché ne dicano alcuni, secondo me l’underground italico è in un periodo molto positivo: ci sono un sacco di band capaci e personali che “darebbero la paga” a molte realtà straniere. A livello di visibilità ed esposizione è invece vero che questo è uno dei periodi più critici degli ultimi vent’anni, e i motivi sono molteplici (caro cd, mancanza di cultura musicale dei grandi network, e così via).

Nomi interessanti? Diversi… Personalmente segnalerei Hogwash, Bartok, One Dimensional Man, Fluxus, Zu, Barrato, Jennifer Gentle, Perturbazione, ma ce ne sono molti altri. Quelli che ho detto sono ciò che sto ascoltando in questo periodo.

GC: Trovi interessanti le ultime propaggini dell’hardcore, che partoriscono musiche caratterizzate dalla struttura complessa, da giri e pattern “storti” e irregolari, dal miscuglio di vari stili e dalla sperimentazione sonora? Sto parlando, per esempio, degli americani Coalesce, Dillinger Escare Plan, Botch, Drowningman, oppure degli italiani La Quiete e With Love (solo per citarne alcuni), tutti gruppi dall’impatto piuttosto violento…

SL: Purtroppo non conosco i gruppi da te citati. è vero che un certo modo di “scrivere” hardcore (per es. Neurosis, At The Drive In) personalmente mi affascina, trovo questo tipo di approccio estremamente creativo e Dio solo sa quanto bisogno c’è in giro di musica creativa… Ci sono altri modi comunque di rendere al meglio le emozioni in musica… ultimamente per esempio io ascolto molto il cosiddetto “slow core”: Sophia, Mojave3 o Willard Grant Conspiracy… gruppi di questo tipo… L’importante è esprimere delle emozioni condivisibili e profonde, questo è uno degli scopi della musica. Il metodo che uno sceglie poi può piacere o meno, l’importante è fare le cose con convinzione. Il genere è leggermente secondario… Per dire: pur essendo due band simili, mi piacciono molto i June Of ’44 e non mi piacciono gli Shipping News… Mi danno emozioni diverse.

GC: Un elemento che mi sembra caratteristico di molti dei vostri brani è la loro natura “progressive”, nel senso di una ricchezza di cambi di tempo, accelerazioni, rallentamenti, tempi dispari, giustapposizione di parti soft e lente con altre più dure e concitate. Dico bene?

SL: Dici bene. Rientra tutto nel discorso di cui sopra anche se è vero che la musica che scriviamo viene in maniera spontanea, senza calcoli, e in ciò siamo poco “progressive”, perlomeno nell’accezione canonica di questo termine… Per intenderci: l’ispirazione è sempre pura, limpida, prende spazio da sé; poi proviamo le canzoni in modo quasi maniacale per renderle al meglio, ma questo è un metodo che va a supporto dell’ispirazione, dell’emozione, e non il fine.

GC: La vostra tendenza al mix di stili, sonorità e ritmi rende difficile etichettare la vostra musica. Come definiresti il vostro genere (se è definibile e se vi interessa definirlo)?

SL: Mah… In realtà questo è un “problema” che ci portiamo dietro da sempre… Ci viene difficile etichettarci: è un po’ come chiedere all’oste se il suo vino è buono… Abbiamo deciso di eliminare l’inghippo alla radice, autodefinendoci una rock band. Suona un po’ semplicistico, ma alla fine è la verità.

GC: Dedicate molta attenzione al lavoro sui suoni (oltre che, ovviamente, sulle melodie e le strutture dei pezzi) quando incidete o eseguite dal vivo un pezzo?

SL: Sì, assolutamente… Il suono di un brano non è il cuore dello stesso, però è vero che il giusto suono rende più chiare le idee di chi fa musica e di chi la ascolta… Il suono è un po’ come il colore per un pittore: puoi avere delle idee meravigliose, delle intuizioni pazzesche, ma poi devi anche sapere quali sono i colori giusti per renderle al meglio. Detto questo, preferisco sempre ascoltare la “musica” piuttosto che il “suono” di una band, perché è la prima che ne decreta il valore… Perlomeno secondo me! Meglio un vecchio disco dei Killing Joke registrato con il culo che qualsiasi nuova stoner band dai suoni pazzeschi ma dal gradiente creativo nullo.

GC: Come componete i vostri brani? C’è un “cervello” della band, oppure ognuno di voi fornisce un contributo in modo piuttosto paritario?

SL: Non c’è un metodo predeterminato. Diciamo che statisticamente, più o meno (non male come precisione statistica, vero?) il 75% dei brani nasce da spunti personali di uno di noi e il restante 25% viene da “jam” in sala prove. Comunque le versioni definitive vengono vagliate e riarrangiate da tutti quanti.

GC: Ho letto nella vostra intervista alla webzine “Freakout.it” che dal vivo non siete soliti lasciarvi andare a “session” d’improvvisazione strumentale, ma preferite piuttosto suonare i vostri pezzi in modo più energico e diretto possibile.

SL: Non siamo contrari all’improvvisazione on stage, anzi in passato capitava spesso: oggi un po’ meno. In realtà il momento dell’improvvisazione è un momento speciale, quasi magico… Deve esserci un’intesa non verbale immediata che coinvolge tutti contemporaneamente allo stesso modo… è una chimica che, quando c’è, è realmente magica: se non c’è invece diventa una forzatura dire “Facciamo un pezzo improvvisato durante il concerto”. Spesso si risolve in una cagata autoreferenziale che annoia pure. L’improvvisazione deve essere un momento non pianificato, a meno che non ci sia una totale e assoluta padronanza dello strumento e delle sensazioni di ogni componente della band. Queste cose le lasciamo quindi ai mostri tipo Chick Corea o Keith Jarrett… Preferisco fare bene quel poco che so fare.

GC: All’interno del booklet di “Ruggine” si legge che alla realizzazione dell’album ha collaborato anche il vostro amico Enrico Ruggeri (non quello famoso, ndr), il quale, oltre a suonare la chitarra solista in “Ancora in viaggio”, vi ha fornito quella che avete definito “consulenza artistico-desmantica”. Cosa significa?

SL: Il “desmanto” è uno strano animale tipo ornitorinco le cui terminazioni plantari puzzano di muschio… Cioè esattamente ciò che è Enrico Ruggeri!

Scherzi a parte, non vuol dir nulla. è un modo scherzoso di ringraziare un grande amico e grande musicista.

GC: I vostri testi mostrano un’attitudine introspettiva ed hanno le sembianze del “flusso di coscienza”. Di cosa vi piace parlare nelle canzoni che scrivete?

SL: I testi del primo album sono in effetti abbastanza “impressionisti”… Attraverso delle immagini in parola cerchiamo di descrivere delle sensazioni, delle emozioni e, indirettamente, il nostro modo di vedere le cose, di “leggere” il mondo. Sul secondo disco i contenuti saranno simili (forse meno impressionistici e più concreti) ma la forma sarà diversa: molti testi hanno la forma delle favole, inoltre abbiamo giocato molto con le parole… Emergerà comunque e sempre la nostra personale chiave di lettura di quello che ci sta intorno.

La cover di SSSSh...Blam!GC: Quest’ultimo vostro album in cosa si differenzia rispetto al precedente? Parlaci un po’ della vostra ultima “creatura”, spiegando anche se la scelta del titolo “SSSSh…Blam!” deriva da una vostra passione per i fumetti.

SL: Il nuovo album sarà sensibilmente diverso dal primo, principalmente per i suoni: questo nuovo è stato fatto tutto in analogico, con un “tiro” e un calore notevoli. D’altro canto l’abbiamo registrato in un posto dove l’analogico è una religione, ovvero i Red House Studios di David Lenci (Cut, Gang, Bartok, One Dimensional Man…).

Poi anche la musica suonerà un po’ diversa dal primo album: questo disco è un po’ meno “grunge” e un po’ più “core”, meno “metal” e più “rock’n’roll”. Per certi versi anche più sbarazzino!!!

Per il titolo volevamo qualcosa di immediato, e cosa più immediato di un suono onomatopeico?

GC: Mi risulta che vi siete esibiti diverse volte in varie regioni d’Italia. Avete già suonato anche all’estero?

SL: Se per “estero” intendi il Canton Ticino, allora sì, abbiamo anche suonato all’estero (ride, ndr).

GC: E riuscite a sopravvivere grazie alla vostra musica?

SL: No, assolutamente, abbiamo tutti altri lavori che ci permettono di pagare i rispettivi mutui. Diciamo che reinvestiamo nella musica ciò che con essa guadagniamo (strumenti, incisioni…).

GC: Puoi indicare qualche altra band che incide per la vostra casa discografica?

SL: Dunque, per Santeria/Audioglobe incidono i Mondo Candido (lounge), i Perturbazione (rock d’autore), i Six Minute War Madness, Andrea Chimenti, i Quattrocentocolpi, i Sux!, è uscito da poco un mini dei Gatto Ciliegia… Un’etichetta decisamente varia ed anche, in un certo senso, coraggiosa, visti i tempi e le vendite di musica in Italia.

La cover di RuggineGC: In occasione di un vostro concerto al Centro Sociale “Pacì Paciana” di Bergamo ho potuto acquistare “Ruggine” pagandolo ventimila delle vecchie lire: sulla confezione si legge l’indicazione “prezzo consigliato £ 29.900”, un costo abbordabile per un cd, considerati i prezzi correnti. Quanto decidete voi e quanto la vostra etichetta riguardo al prezzo dei vostri album?

SL: La decisione è stata presa da una nostra iniziativa, ma il consenso di Audioglobe è stato pressoché immediato. Pur essendo una struttura commerciale, Santeria ha molto a cuore questa problematica e per fortuna riesce sempre a mediare tra esigenze di mercato, dettate anche dai costi di produzione e della struttura, e fruibilità della proposta in modo onesto… Insomma, non vogliono lucrare sull’ascoltatore! Da parte nostra, il concetto è il medesimo: vogliamo che i nostri dischi si trovino in giro ed abbiano un prezzo onesto. Non troviamo giusta la gratuità ad ogni costo, ma l’onestà sì. La differenza tra il prezzo del negozio (29.900) e quello che facciamo noi ai concerti (20.000) è proprio il ricarico del negoziante. Per fortuna che l’etichetta la pensa come noi…

GC: Suonate spesso in centri sociali occupati o autogestiti? Li preferite ai locali e perché? Ti sembra che svolgano una funzione importante nel concedere spazi e visibilità a musicisti poco noti e, più in generale, nel diffondere cultura?

SL: I centri sociali svolgono sicuramente un importante funzione di stimolo per tutta una serie di iniziative che valorizzino una cultura “alternativa” fuori dai circuiti ufficiali. Inoltre i prezzi popolari testimoniano come non vi sia il lucro come fine, ma la diffusione di idee “altre”… Poi ci sono centri sociali seri ed altri no, così come ci sono locali “privati” seri ed altri no. Molto dipende dalle persone più che dalla “forma istituzionale” della struttura.
La serietà delle persone è la prerogativa fondamentale per noi per suonare in un posto, sia esso centro sociale o club.

La cover del demo autorprodotto dei GeaGC: Come sta il panorama della musica indipendente attualmente in Italia? Ti sembra che ci sia abbondanza di piccole etichette e opere autoprodotte?

SL: Come dicevo, a livello qualitativo è un ottimo momento. Purtroppo la crisi della discografia sta mettendo in ginocchio la musica, e come al solito i primi a rimetterci sono i “pesci piccoli”… La visibilità di una certa scena oggi è quasi nulla, se non nei canali underground che però vanno ad alimentare i soliti 3/4000 appassionati… Basterebbe che a “Taratatà” chiamassero… che so, Bugo piuttosto che i soliti Dalla, Morandi e compagnia cantante… Ovviamente ciò non sarebbe sufficiente, però sarebbe un bel segnale…

GC: Quali comportamenti ritieni negativi o dannosi, nei confronti di chi crea o chi ascolta musica, da parte delle major discografiche?

SL: Be’… Non dobbiamo scandalizzarci più di tanto: la major è una multinazionale, il cui scopo primario unico e assoluto è il maggior profitto possibile al minor costo possibile. Che produca motoscafi, cucine o dischi, non cambia assolutamente nulla. Purtroppo così gira il mondo adesso. L’unica cosa che possiamo fare, in quanto consumatori, è di fare delle scelte! Anche “dolorose”, a volte, ma precise e nette…una per esempio potrebbe essere quella di masterizzare i dischi major e comperare originali i dischi indie (ride, ndr).

Non aspettiamoci nulla dalle major che non sia finalizzato al profitto…questo fa bene alla musica (e indirettamente al suo mercato)? Io credo di no, ma spesso i direttori (artistici e commerciali) sono molto, molto miopi…

GC: La masterizzazione dei cd è un tema piuttosto controverso. Trovi che duplicare un compact sia un giusto strumento di difesa dai prezzi stabiliti dal business discografico o qualcosa di pericoloso per la musica stessa? Mi sembra opportuno ricordare qui che chi masterizza un cd, anche senza scopo di lucro, va teoricamente incontro a sanzioni penali.

SL: Vedi la risposta precedente…
Per approfondire: è vero che masterizzare è reato (non in tutti i casi, comunque), ma è anche vero che se i prezzi della musica “originale” restano gli attuali, in Italia, la gente per forza continuerà a rivolgersi a forme “alternative” di consumo della musica. Uno compra tre cd e spende 62/63 euro? Non è possibile…C’è qualcosa che non va, è urgente che chi ha il potere di prendere decisioni (politiche e di mercato) lo faccia. Noi, da parte nostra, non abbiamo altra arma che il consumo critico e una soluzione come quella che ho espresso nella risposta precedente potrebbe anche essere eticamente corretta.

GC: Vorrei chiederti qualcosa anche sul rapporto tra musica e internet. Quanto la rete può rappresentare una possibilità di espressione e visibilità per artisti (specialmente poco conosciuti) e quanto invece può risultare pericolosa per la fragile economia delle piccole band e delle produzioni indipendenti?

SL: Anche qui si tratta di avere un approccio critico al problema: la rete è un formidabile volano di informazioni e conoscenze, però va usata nel modo giusto; prendi Napster: per me è stata una delle più grosse bufale degli ultimi anni… Alla fine chi ne ha beneficiato sono stati i grossi network, mentre i piccoli indipendenti si sono certamente fatti conoscere, ma i soldi che hanno investito per promuovere musica realmente alternativa sono rientrati? Non credo…
Una bella forma, anche se molto perfettibile, per me è quella di Vitaminic: uno o due pezzi gratis e il resto ad un prezzo onesto.

Loser, my religion #2 la compilation scaricabile gratuitamente dal sito Loser — Contiene un brano degli GeaGC: Dato che voi vivete queste problematiche molto da vicino, puoi darci un parere fondato: in base alla vostra esperienza, pensi che la SIAE eserciti una necessaria funzione di protezione dei diritti dei musicisti, oppure anche una sorta di “pizzo” legalizzato, che chi fa musica è costretto a pagare per non avere noie con la legge?

SL: La SIAE è un’organizzazione statale che gestisce danaro maturato attraverso le manifestazioni artistiche e culturali.

Questa gestione favorisce quasi completamente gli artisti che hanno grosse strutture alle spalle.

La SIAE non fa nient’altro.

GC: Musica in tv. Secondo te, nelle reti del servizio pubblico e nelle commerciali, viene concesso il giusto spazio alla musica? A me sembra che la situazione sia piuttosto grigia, soprattutto riguardo la musica più particolare, magari poco riconducibile o addirittura antagonista al “mainstream”. E come valuti canali tematici come MTV, Viva o Rock Tv (la quale ha fra l’altro ospitato i Gea in una sua trasmissione, ndr)?

SL: La situazione, come dicevo, non è grigia… è nera. Gli spazi sono veramente pochi e quei pochi o sono per loro stessa natura “elitari” (i tipi di Rock Tv sono in gambissima, ma li vedi solo con il digitale) oppure sono estemporanei e legati più alla volontà del singolo che a un progetto generale (mi viene in mente Supersonic di MTV).

Non parliamo della Rai, realmente scandalosa.

GC: Parlando invece di radio, non pensi che questo mezzo di comunicazione sia quasi monopolizzato da musica scadente, proposta in modo martellante solamente perché spinta da grossi interessi economici? Vorrei anche sapere se qualche vostro pezzo è mai stato messo in onda in qualche stazione radio.

SL: Idem con patate… Non aggiungo altro se no divento noioso. Nostri pezzi in radio? So che è passato qualcosa su Radio Popolare, e poi su diverse radio locali in giro per l’Italia (tipo Radio Città del Capo a Bologna), ma niente di “martellante”!

GC: Torniamo ai Gea: so che avete realizzato due video-clip, il primo dei quali d’animazione, con il figlio di Bruno Bozzetto, Fabio. Avete avuto un ruolo importante nella loro realizzazione, proponendo idee vostre? Raccontaci in breve i due soggetti e qualcosa sulla particolare esperienza di modellare le immagini sulla musica.

SL: Il primo video è quasi tutto farina del sacco dei ragazzi di Alienatio (Fabio Bozzetto e Diego Zucchi)… Era il clip del singolo di “Ruggine” (il nostro primo lp), cioè “Ancora in viaggio”. In pratica c’è questo pupazzo (Golpho) che si diverte ad inseguire una ruota con il suo automezzo fantastico… Gliene succedono di tutti i colori! In pratica, una “sottile” metafora sul viaggio.

Il nuovo video è ancora in montaggio e ancora non sappiamo bene come uscirà…di certo sappiamo che sosterrà il singolo del nuovo album (il singolo si intitola “Cocktail”, il disco “SSSSh… blam!”) che uscirà a settembre o ottobre, e che stavolta non si tratta di un video animato ma ripreso “live”… L’”action” è all’interno di un pub dove gira gente molto particolare e dove ci sono cocktail magici che invogliano alla convivialità. Noi resteremo sullo sfondo, lontani e sfuocati, come spettatori divertiti e coinvolti. Di più non posso dire perché non lo so! Sarà una sorpresa anche per noi!

GC: La domanda conclusiva torna all’inizio del vostro percorso musicale: quanto i Gea devono a ciò che sono stati, cioè i Bug?

SL: Molto, moltissimo… Se Gea è l’albero, Bug ne è le radici!

I Bug, le radici degli Gea

Le immagini relative ai Gea sono tratte da www.geaband.com

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  1. […] intitolata “Loser, my religion”, a cui hanno partecipato gruppi italiani come i Gea, i One Dimensional Man, Red Worm’s Farm e Bugo; queste raccolte sono scaricabili gratuitamente […]

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