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Musica

Nobody

“News from Nowhere”

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Cover di News from Nowhere, ultimo full-length di Nobody“Nobody” è il nome dato da Stefano Di Felice al suo progetto solista. In diversi anni di attività ha ottenuto ampi consensi nell’ambito della scena dark, pubblicando album con etichette internazionali del settore, come l’inglese World Serpent.
I suoi brani sono melanconici ed eterei. A volte i toni si incupiscono maggiormente, traspare un certo disagio esistenziale.
Esattamente come si può evincere dall’intervista ai Gea, pubblicata in questo stesso numero, si tratta di musica interessante e fuori dagli schemi, che sceglie di rimanere “sotterranea”, ma ottiene in ogni caso riscontri positivi presso il pubblico italiano e, fatto inusuale per gruppi nazionali ben più in vista, estero.

Fabrizio Garau (FG): Anzitutto ti chiederei di presentare il tuo progetto musicale ai nostri lettori, facendone una breve storia.

Nobody (NO): Questo progetto nasce circa otto anni fa dopo alcune esperienze in gruppi locali, suonando per lo più il basso, fino a quando mi sono reso conto che avrei potuto continuare da solo questa attività tramite le macchine, che piano piano si stavano evolvendo. Ho iniziato a fare le prime sperimentazioni e i miei primi brani da solista con un registratore a bobine quattro piste. Alla fine del 1991 avevo provato a presentare un mio demo a Douglas Pearce dei Death in June, il quale si era dimostrato piuttosto interessato; avrebbe voluto estrarne due brani per una compilation che aveva in mente di fare, però — ahimè — la cosa non è mai andata in porto, si è fermata lì. A quel punto ho cominciato ad aumentare il numero dei brani composti e ho pensato di far uscire un demo-tape più consistente — siamo nel 1994 — per un etichetta di Pordenone, la Old Europa Café (tuttora in attività) che si occupava allora di uscite su cassetta; oggi si occupa anche della pubblicazione di cd e — mi sembra — di video. Questa demo-tape ha circolato un po’ nell’ambiente e ha ricevuto delle recensioni positive: da lì ho cominciato a fare delle registrazioni più professionali che sono poi confluite nel primo album del 1998, “Transparent Seasons”.

Da qui tutto il resto.

FG: Oltre alla chitarra acustica, in buona sostanza ogni strumento di un tuo disco è suonato da te. Ci puoi dire quali strumenti utilizzi o hai utilizzato?

Cover di Double dreamNO: Principalmente uso tastiere e campionamenti. A parte la chitarra acustica e la chitarra elettrica, può servirmi qualche particolare rumore, ma lo estrapolo da qualsiasi cosa, non necessariamente strumenti musicali. Uno strumento che in linea di massima uso è una raganella pakistana, che ha un suono che mi affascina e che mi piaceva già da tempo. Per il resto utilizzo molti campionamenti presi di qua e di là, soprattutto dall’ambito della musica classica, magari non in evidenza nei brani: piccoli segmenti elaborati che poi vanno a formare la base di un brano oppure solo un piccolo intervento.

FG: Hai pubblicato due album con la World Serpent, etichetta inglese nota a livello internazionale (e sinonimo di qualità di una proposta musicale afferente al genere, ndr). Cosa ha significato per te dal punto di vista professionale?

NO: Preciso: due album, un “mini”, e un altro “mini” in collaborazione con Leutha, di cui forse volevi parlare dopo. Quando ho registrato “Transparent Seasons” non avevo ben chiaro chi avrebbe potuto essere l’editore di questo disco: come prima etichetta ho pensato proprio alla World Serpent, in quanto credevo potesse rappresentarmi al meglio. Ero da tempo un loro fan, così ho provato a proporre loro questo cd. Dopo breve ho ricevuto una risposta affermativa e la cosa è andata in porto. Debbo dire che sicuramente si è trattata dell’etichetta adatta al caso. Anzi, a proposito di “caso”, forse non è stato un caso che io sia uscito per loro, in quanto penso che i miei suoni si richiamino molto a quelli di altre formazioni presenti su World Serpent. Questo ha avuto un significato abbastanza grosso, perché da distribuzioni ultra sotterranee via posta, alle quali ero abituato fino a quel momento, ho ritrovato i miei dischi sparsi un po’ per tutto il mondo. Mondo occidentale chiaramente: tutto il resto non è da sottovalutare, ma purtroppo è tagliato fuori da questo tipo di esperienze culturali.

FG: Come tu stesso hai affermato, il tuo stile è influenzato dai Death in June di Douglas Pearce, un gruppo che sin dagli anni ’80 è stato un punto di riferimento per moltissime formazioni di musica dark. Anche se è complesso, mi piacerebbe tu descrivessi la loro musica e la loro poetica, o, se preferisci, cosa hanno significato per te.

La formazione originale dei Death In June: da sinistra Douglas Pearce, Tony Wakeford, Patrick Legas

NO: Preferirei il secondo tipo di intervento, in quanto descrivere l’opera altrui è, non dico impossibile, comunque molto difficile. è un tipo di musica sicuramente profondo nella sua semplicità. Questa è stata forse la cosa che mi ha colpito di più fin dall’inizio. Si tratta di brani essenziali, poco elaborati magari, però molto sentiti: quindi è il talento che ne esce a renderli veramente unici. Potrei farne, se vuoi, una descrizione puramente esteriore: si trattata per lo più di ballate acustiche con una scarna sezione ritmica, con una voce molto calda e presente, che interpreta dei testi molto a loro volta molto profondi, che hanno un loro significato, ecco. È un gruppo che finora ha presentato solo cose sensate. è fondamentale secondo me nelle produzioni artistiche cercare di far qualcosa che abbia un senso. Altrimenti… non avrebbe senso, appunto.

FG: Ai Death in June si lega il concetto di “formazione aperta”, ovvero la realizzazione di un album con altri musicisti esterni al gruppo, i quali magari non parteciperanno più al progetto in seguito. Credo si possa dire tu abbia realizzato un album in questa maniera. Vuoi parlarcene e dirci cosa pensi di questa approccio creativo?

NO: Secondo me in tutti i campi c’è una mente che ha un progetto ben preciso che vuole esplicitare in qualche modo. In alcuni campi è più semplice farlo da soli: pensiamo alla pittura o alla poesia; in altri ci vuole qualcuno che ti aiuti a farlo. Nell’ambito musicale questo discorso è identico: fortunatamente, con l’avvento dell’era digitale, sta cominciando a diventare molto più semplice per i musicisti esprimersi in completa solitudine, se questo va loro bene chiaramente. Questo è sempre stato il mio caso, per cui ben vengano il digitale e il progresso, almeno in questo campo.

Nobody & LeuthaComunque, quest’esperienza con Roberta Astolfo, alla quale tu accennavi, è stata un diversivo sicuramente interessante, in quanto non lo avevo calcolato e non avevo nemmeno pensato a questa possibilità. è capitato, nel senso che sono stato contattato da lei, dopo che aveva ascoltato alcuni miei brani. Ci siamo visti, lei mi ha proposto un demo-tape, che poi è uscito con la produzione di Angelo Bergamini dei Kirlian Camera. Questo demo mi ha colpito, anzi un suo brano ha ispirato una prima canzone di quel mini album, al quale ho accennato prima, “Meet”, uscito per World Serpent nel 1999. Non so se ci sarà un seguito a questa collaborazione, ma sicuramente è stato un interessante confronto di metodi di composizione e della rispettiva visione delle cose, che non sempre coincidono, ma questo non è fondamentale.

FG: Oggi molti dj si avvicinano in qualche maniera al concetto di “formazione aperta”, perché realizzano quasi sempre il loro album con l’apporto — va detto soprattutto vocale — di altri musicisti. Secondo te è possibile un paragone o si possono individuare delle origini culturali comuni di tale “modus operandi”?

NO: Sicuramente si tratta di due mondi piuttosto separati per il genere di proposta musicale. Ciò che ci unisce è il modus operandi, il modo di procedere con la composizione dei brani e col missaggio, perché no. Trovo comunque che per il resto siano completamente separati. Io personalmente però apprezzo molto alcune cose che sento in giro ultimamente. Le trovo molto fresche, non nel senso di leggere, ma nel senso di molto interessanti. Certo non riuscirei a trovare altri paragoni più in profondità.

FG: Jan Morris è una scrittrice inglese di successo che ha scritto un “best-seller” su Trieste, dove tu sei nato e vivi: il titolo è “Trieste and the meaning of Nowhere” (“Trieste e il significato del non-luogo”), perché trova che il fascino di questa città sia quello di assomigliare molto a una sorta di limbo, di non-luogo appunto. Il tuo ultimo lavoro curiosamente si intitola “News from Nowhere” (“Notizie dal non-luogo”). è stato ispirato anche da Trieste? In ogni caso, in che modo questa città influenza la tua musica?

Ezra PoundNO: La risposta sarebbe molto complessa. Intanto devo dire che non conoscevo questa scrittrice. Sicuramente una produzione artistica è autobiografica alla fine, quindi non si può dire che Trieste non abbia una sua importanza. Io però mi ero ispirato a un altro personaggio: Ezra Pound, il quale, durante gli anni della guerra, aveva un programma radiofonico che si intitolava proprio “Notizie dal nulla”. Tanto che ho cercato di pensare a una “traduzione” di questo suo programma. Sicuramente Trieste la vedo abbastanza come un non-luogo. è anche un paragone piuttosto semplice da farsi, nel senso che la posizione geografica non è molto ben definita, o meglio, adesso lo è, ma proprio per la natura di una zona di confine è facile parlare di non-luogo. Sicuramente uno si sente molto più in Italia a Bologna o a Roma che non qui.

FG: I testi delle tue canzoni sono scritti in diverse lingue (inglese, tedesco, francese, italiano). Puoi spiegarci i motivi di questa scelta? è favorita in qualche modo dalla particolare posizione geografica della tua città?

NO: Non credo. Penso che Trieste sia una città piuttosto chiusa, nonostante voglia dare di sé un’immagine di città aperta in quanto di confine. Forse anche per il fatto che la popolazione è in gran parte costituita da persone anziane. Per quanto riguarda la tua domanda, penso si tratti di abitudine, nel senso che quando uno è solito ascoltare musica composta e cantata da artisti di lingua anglosassone, poi, quando si trova lui a fare un percorso del genere, è quasi spontaneo che tenti di fare qualcosa di simile. In secondo luogo l’inglese rimane la seconda lingua più parlata nel mondo, la prima credo sia lo spagnolo, cosa che permette di raggiungere un maggior numero di persone. Per quanto riguarda il tedesco e il francese io mi richiamerei piuttosto a influenze culturali a più ampio raggio: essendo io europeo mi viene spontaneo utilizzare le lingue del continente in cui vivo, non solamente della città. Anzi… dovrei utilizzare il triestino… (allude all’utilizzo esasperato del dialetto che fanno i triestini, ndr)

Emile CioranFG: Nel testo della tua canzone “Heavenhell” citi il titolo di un’opera di Emile Cioran (1911-1995), “L’inconveniente di essere nati”. Puoi parlarci del tuo rapporto con l’opera di questo scrittore?

NO: Sì, nel testo c’è questo riferimento a Cioran. Sicuramente è un rapporto d’immediata simpatia, nel senso etimologico del termine.
Molti dei suoi libri sono formati da aforismi. L’aforisma è una forma breve, concisa, profonda, diretta per dire cose anche molto grandi. E Cioran era molto bravo in questo. Spesso, addentrandosi in territori molto dark, molto profondi, oscuri, e sempre con un tocco di sottile ironia, che non guasta mai. Anzi, trovo che al giorno d’oggi l’ironia sia piuttosto assente, che molti si prendano troppo sul serio. Cioran è stato l’esempio di una persona seria, ma non seriosa, capace di dimostrare uno spirito lucido, ma anche brillante.

FG: Cioran è in qualche maniera imparentato con l’esistenzialismo. Sin dai tempi dei Joy Division e dei Cure (ispiratisi ad Albert Camus) c’è un legame tra la musica dark e questa corrente filosofico-letteraria. Quali sono secondo te le cause?

NO: Probabilmente perché si fa un tentativo maggiore di approfondimento. Un’espressione artistica è una ricerca di significato dentro se stessi e negli altri. In questo genere musicale appunto definito “dark”, scuro, tenebroso… gli aggettivi si sprecano… come dicevo si fa un tentativo di andare più in profondità nelle cose e soprattutto in se stessi. Lo ha tentato anche l’esistenzialismo con una ricerca interiore fino ad allora mai così completa. I Joy Division, i Death in June… Hai ragione. Soprattutto i Joy Division — anche perché sono durati pochi anni — hanno fatto un grosso scandaglio dentro se stessi. Io non li definirei un gruppo dark, bensì esistenzialista, oppure anche “espressionista”, perché no…

Paul Celan, immagine copyright di Eric Horn

FG: Sempre rimanendo in ambito letterario, nella tua collaborazione con Roberta Astolfo (Leutha), c’è la trasposizione musicale di “Todesfuge” (in italiano suona come “fuga sul tema della morte”) di Paul Celan, una poesia bellissima che restituisce al lettore l’atmosfera dei campi di concentramento. Anche in questo caso si può parlare per molti gruppi a te vicini di una fascinazione — che, si badi bene, non è un identificazione — per il nazionalsocialismo e la sua storia (si pensi all’origine del nome “Joy Division” o — nuovamente — all’iconografia e ai testi dei Death in June).

NO: è molto difficile cercare di dare una panoramica di questo argomento. Inizialmente pensavo si trattasse essenzialmente di qualcosa di estetico. Poi, man mano che passa il tempo, ho notato che i gruppi che ancora esistono mantengono il loro attaccamento a determinati simboli. Ti assicuro che è una cosa a me completamente estranea. Anzi spesso mi rende un po’ difficile l’accostarmi ad altri gruppi che fanno parte della mia area musicale. Non mi riguarda. Al limite penso che esteticamente questo periodo storico abbia avuto una sua importanza. Penso che… gli stilisti del duce fossero delle brave persone… (sorride, ndr). Hanno fatto sicuramente un buon lavoro… Più di questo non so che dire.

FG: All’inizio della tua canzone “Let me hate” si sente un “sample” di un dialogo tratto da “Europa 51” di Roberto Rossellini. Puoi spiegare perché soprattutto all’interno del tuo genere musicale si è soliti campionare dialoghi dalle fonti più svariate (per non fare l’esempio dei Death in June, mi vengono in mente gli Skinny Puppy, i Ministry…) e quale è il significato di queste scelte?

NO: Io penso che la produzione artistica audiovisiva dell’ultimo secolo sia oramai talmente vasta che sarebbe un peccato lasciarla lì dov’è. Quindi il recupero di alcuni brani è una cosa sensata, da farsi. Quel brano è stato composto su un quatto piste, in casa, proprio pochi giorni dopo aver rivisto questo film in videocassetta. La scrittura del testo è avvenuta quasi spontaneamente. Ho associato immediatamente quel dialogo al testo della canzone. Si utilizza parecchio questa tecnica, è vero: penso proprio per una questione di grande quantità di materiale disponibile, diritti d’autore permettendo…

FG: Non è la sola citazione cinematografica presente nei tuoi album: sei particolarmente legato a qualche periodo della storia del cinema, o a qualche genere specifico?

NO: Sono legato molto ad alcuni autori, ai più grandi, come Fellini e Rossellini; anche il cinema muto ha prodotto delle grandi opere, non lo scopro io. Mi piace molto andare al cinema, per parlare di autori contemporanei mi piacciono Almodovar, il cui ultimo film è molto bello, Gus van Sant, Greg Araki, di cui sto sempre aspettando “Nowhere”, tanto per rimanere in tema… Johnny Depp, come attore ma anche come regista: mi è piaciuto moltissimo il suo “The brave” di qualche anno fa. Anche Vincent Gallo da regista ha fatto un bellissimo film “Buffalo 66”, oltre a un bel discolo scorso anno.

FG: I nostri lettori potranno ascoltare due canzoni dal tuo ultimo album, “One more time” e “On to your trail”. Mi ha colpito testo della prima, che sembra essere più concentrato sulle cose positive e semplici della vita, mentre la musica mantiene la tua impronta melanconica. Puoi parlarne?

Marcel ProustNO: Hai fatto un analisi giusta, nel senso che la cosa più difficile per me è riuscire a mantenere una certa leggerezza. Abbiamo parlato prima del genere musicale e dei suoi rimandi all’esistenzialismo: questo si può fare anche senza toni cupi e pesanti. In questo brano sono riuscito a mantenere un tono leggero, quasi aereo a mio modo di vedere, non distaccandomi completamente da quello che è il mio umore. In questo brano c’è un altro riferimento: a un certo punto dico “one more kiss, one more time”, quindi mi rifaccio al famoso episodio della “Recherche” di Proust, nel quale il bambino chiede un bacio che poi gli verrà negato dalla madre. Sì, è una canzone abbastanza positiva rispetto alle altre, almeno apparentemente… Vai a sapere magari come stanno i realtà le cose… Volevo affrontare il discorso de “l’ancora una volta”: il respiro ancora una volta, il voler fare sempre alla fine le stesse cose; fa parte della natura umana. Ti ringrazio di aver tirato in ballo questo brano, perché lo sento molto vicino al mio modo di vedere e di comporre in questi ultimi tempi.

FG: In occasione del festival “Musica in nero”, svoltosi al teatro Miela di Trieste nel 1999, hai avuto l’occasione di esibirti di fronte ad un pubblico numeroso, eterogeneo ma interessato e curioso. In più hai preceduto l’esibizione dei “Sol Invictus”, un gruppo che molto probabilmente apprezzerai. Puoi raccontare quest’esperienza?

NO: è stata una bella esperienza in quanto ha radunato molte band valide e affermate, come appunto i Sol Invictus. E poi soprattutto il pubblico era eterogeneo, magari interessato all’evento pur senza conoscere nei particolari ciò che proponevano le tre serate. è stato sicuramente positivo suonare per un pubblico di quella consistenza e aprire per quel gruppo. è un peccato che non si sia ripetuto, in quanto sarebbe bello che in questa Trieste poco vivace, almeno dal mio punto di vista. C’è vivacità di questi tempi, ma si tratta secondo me di vivacità di bassa lega, di piazza… Dipiazza… (gioco di parole col nome dell’attuale sindaco di Trieste, la cui amministrazione ha organizzato gli eventi in questione, ndr). Non si raggiungono livelli più interessanti, con maggior spessore.

The Cure — Three imaginary boysFG: Il tuo nome d’arte mi fa pensare che tu ti rifaccia alla tradizione d’anonimato del tuo genere musicale. Un esempio su tutti la copertina del primo album dei Cure, dove i tre si rappresentavano ironicamente come un frigorifero, un lampadario e un aspirapolvere. Che cosa si vuole e vuoi comunicare con questa scelta?

NO: Intanto è un lato del mio carattere: mi considero una persona riservata. Non avrei potuto scegliere un nome altisonante. Poi detesto l’egocentrismo negli altri e in me stesso, anche se penso non sia proprio il mio caso, o almeno lo spero. Mi piaceva molto anche la parola “Nobody”, proprio esteticamente: ha una sua simmetria, una sua eleganza, con la “ipsilon” finale e la “enne” iniziale. Sai, alla fine i nomi con l’uso perdono il loro significato, spesso resta il marchio e il significato perde la sua importanza, o non ha più l’importanza che si pensava avesse. Così come le parole; se ci pensi un po’ più insistentemente, le svuoti.

FG: Progetti futuri?

NO: Sto registrando il nuovo album, spero di finirlo entro il 2002, e sto collaborando con una radio russa che ha in previsione uno speciale su “Nobody”. Stavo pensando di inviare degli mp3 per avere quasi un contatto in differita col loro pubblico. Per il momento è tutto, se non ricordo male.

Discografia


Cassette

Maybe One Day – Old Europa Café, 1994

7″
A Place in the World – NoComm., 1995

CD

Transparent Seasons – World Serpent, 1998

Nobody & Leutha “Meet” – World Serpent, 1999

Double Dream – Dénial/WSD, 2000

News From Nowhere – Dénial/WSD, 2001

Presenze su compilation

Cassette

Reaping Time – Psychotic Release, 1995

CD

Intimations of Immortality II – Energeia, 1995

Onore alle Arti – My Castle, 1996

The Gothic Grimoire – Celtic Circle, 1996

MM – World Serpent, 2000

Songs for Landeric – Cynfeirdd, 2002

12″Lp

Il Sium e il Vencul – Sin Org., 1999


www.nobody.it
I brani che si possono ascoltare su Fucine Mute Web Magazine sono scaricabili dal sito personale di Stefano Di Felice, sul quale si possono trovare tutte le novità inerenti a Nobody

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