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Fumetto

Altre anatomie argentine: i dimenticati

Luis “Lucho” Olivera

GilgameshÈ nato a Buenos Aires nel 1942 ed ha esordito molto giovane nel mondo del fumetto. Per chi leggeva Lanciostory e Skorpio negli anni ’70 pensare a Olivera ed alla sua evoluzione come artista è piuttosto doloroso. Dopo alcune prove non entusiasmanti, difatti, rivela tutta la sua carica dirompente ed innovativa con opere memorabili, vere pietre miliari del fumetto di cui ancora oggi gli appassionati si ricordano. Pianeta rosso, Ronar, Io, cyborg ed i primi episodi di Gilgamesh hanno veramente segnato un’epoca, dimostrando come il fumetto possa essere un linguaggio vivo e sperimentale senza perdere in leggibilità.
I primi passi di Lucho Olivera, per fortuna, ci sono stati risparmiati. Recentemente Lanciostory ha ospitato uno dei suoi primi fumetti realizzati insieme a Wood (Il corazziere dell’imperatore, nel n° 12 del 2000) e i difetti di questo lavoro saranno poi gli stessi della prima stagione di Nippur di Lagash, disegnata dal solo Olivera ed inedita in Italia. Le silhouette vengono abbozzate piuttosto grezzamente ed anche alcuni dettagli come le mani o gli sfondi denunciano una certa fretta (o approssimazione) nel disegno. La struttura a quattro strisce favorita dall’Editorial Columba è ancora un grosso limite e, come fecero altri disegnatori, per ovviare ad una certa staticità Olivera satura le vignette di grosse campiture o tratteggi che in linea di massima appesantiscono le tavole e basta.
Nella prima metà degli anni ’70 Olivera compie un impressionante balzo in avanti. I risultati si vedono principalmente su Skorpio, che ospita le miniserie ideate per la rivista omonima argentina. Si tratta di quelle “pietre miliari” di cui parlavamo sopra.
In piena conformità con l’eclettismo e la suggestione dei testi (probabilmente dovuti a Ricardo Ferrari in incognito dietro il nome del maestro Alfredo Grassi) Olivera disegna delle tavole visionarie e psichedeliche, in cui la raffinata ricerca grafica non va assolutamente a scapito della leggibilità e della narrazione, ma aiuta anzi il fluire delle trame sottolineandone i momenti più intensi e affidando alle barocche divagazioni grafiche la produzione di nuovi significati e ulteriori emozioni. Soggetti ritratti da angolazioni ardite si sposano armoniosamente con una sofisticata scelta dei materiali stessi con cui disegnare. Se Alberto Breccia per un episodio di Mort Cinder era passato sopra una vignetta con una ruota di bicicletta (!) Olivera abbellisce i suoi sfondi con le asettiche decalcomanie usate dai geometri, quelle che normalmente nelle piantine indicano letti, armadi, ecc. E persino lettere e numeri trasferibili possono servire da decoro senza che la loro presenza sia percepita come un fastidio o un errore.

Per quanto concerne la figura umana Olivera compie un’impressionante opera di modernizzazione del fumetto: trovare dei banali campi lunghi o primi piani nelle sue opere degli anni ’70 è quasi impossibile, e quelli che ci sono non hanno nulla a che vedere con le loro controparti classiche. Si può dire senza timore (anzi, lo si dovrebbe urlare) che Olivera ha letteralmente insegnato ad una generazione come si disegnano i contrasti chiaroscurali, le fasce muscolari, le inquadrature perpendicolari dall’alto e dal basso, la scultoreità dei corpi, persino le gocce d’acqua…
Guardare una tavola di Olivera voleva dire veramente affacciarsi su un’altra dimensione, onirica e delirante, dove anche le creature più strane o mostruose erano dotate delle giuste proporzioni e di una loro visionaria credibilità. Nemmeno l’occasionale uso del colore arginava l’impeto creativo e sperimentale di Olivera: lo testimoniano qualche rara copertina (ad esempio quella di Skorpio 11 del 1978) e la bellissima storia Invasione (il racconto di Mr. Smith) scritta da Barreiro (su L’Eternauta 20 e poi variamente ristampata).
Olivera fu addirittura designato come successore di Josè Luis Salinas nella realizzazione della strip Dick l’artigliere (scritta dal “vero” Grassi).
Forse fu il passaggio dalla griglia di quattro strisce della Columba alla maggiore libertà offerta dalla Editorial Record a scatenare in Olivera la sua spettacolare, quasi furiosa, creazione di un nuovo modo di fare fumetti. Anche se già i primissimi episodi di Gilgamesh (databili indicativamente intorno ai primi anni ’70 ma forse addirittura posteriori all’esperienza di Skorpio) testimoniano la sua cura maniacale per i dettagli e la sua capacità di distruggere le convenzioni della letteratura disegnata per rifondarla in maniera più efficace e spettacolare.

GilgameshMa la parabola di Lucho Olivera conobbe dopo alcuni anni il suo lento ma inesorabile declino. Anche in questo caso non è semplice definire con precisione delle date. Di sicuro c’è che Io, cyborg e gli altri capolavori della Serie fantasy furono realizzati tra il 1974 e il 1980 mentre il capitolo 44 di Gilgamesh è datato 1983. Arrivato a questo punto della sua saga, Gilgamesh aveva già esaurito da un po’ la sua vena migliore, sia come testo che come disegno, ed è quindi lecito supporre che l’inizio della “stanchezza” di Olivera sia da collocarsi nei primi anni ’80. Già negli indimenticabili episodi dedicati all’apocalisse, infatti, l’epopea dell’Immortale aveva conosciuto dei momenti poco felici a livello grafico (mentre il lirismo di Wood aveva al contrario raggiunto la sua vetta storica) e poco dopo, con la saga “spaziale” di Gilgamesh, la serie avrebbe subito un netto calo qualitativo sia grafico che testuale fino alla “rinascita” con l’arrivo sul pianeta Sumer. Olivera sembra veramente stufo di raccontare le vicende dell’Immortale. Grosse campiture di nero si accumulano nelle vignette che fino a qualche anno prima erano un tripudio di texture e anatomie ricercate. La pesante inchiostrazione è il risultato diretto di un progressivo deformarsi delle anatomie, che ormai si avviano ad essere approssimative e sproporzionate. Contemporaneamente (Gilgamesh in patria è continuato anche dopo l’ultimo episodio pubblicato dall’Eura) anche il suo lavoro per la Editorial Record subisce un drastico ridimensionamento. Lavori come Martan, I Successori e Figlio del sole sono ancora caratterizzati da scelte registiche originali, ma la loro efficacia è compromessa dalla eccessiva rapidità con cui sono messe in opera. Le anatomie sono sempre più “tirate via” mentre ormai gli sfondi non ci sono quasi più, oppure compaiono a intermittenza senza nemmeno la giusta continuità tra l’uno e l’altro. I tratteggi si fanno pesanti e sono relegati quasi esclusivamente ai primi piani, alcuni dei quali ancora molto ben disegnati (e quindi assolutamente disomogenei col resto), forse perché disegnati a partire da fotografie. All’interno di una stessa tavola possono convivere semplici schizzi abbozzati e dettagli un po’ più curati, con l’effetto di disorientare il lettore. Tanto più che di solito questi dettagli più curati riguardano le passioni personali di Olivera, che non hanno nessuna attinenza con la storia. Nei liberi e nelle miniserie degli ultimi anni, ad esempio, abbiamo visto celebrati alla rinfusa i quadri di Bosch, le donne che praticano il culturismo, i modelli più moderni di automobile, l’architettura e la scultura classiche e quant’altro interessasse Olivera in quel momento. Anche i balloons sono opera del disegnatore solo quando se ne ricorda. Ormai (fine ‘80-inizio ’90) Olivera non si affida più alla qualità di un disegno pulito e leggibile ma cerca di recuperare terreno ingolfando con tratteggi e retini alcuni elementi poco importanti delle tavole. Indicativamente possiamo dire che Limite esteriore (testi di Mazzitelli, tredici episodi a partire da Skorpio 10 del 1993) sia stata la sua ultima prova dignitosa.

GilgameshAttualmente rimane ben poco del “vecchio” Olivera che aveva incantato i lettori con le miniserie fantascientifiche degli anni ’70. Nel corso del 2002 Lanciostory e Skorpio hanno ospitato ben cinque miniserie disegnate da lui (L’Olandese, Il mendicante, Contro ogni rischio,Dietro la maschera e Un’arena tra le stelle) ma per il resto il suo lavoro è confinato ai liberi di routine, sempre più imprecisi e pesanti a livello grafico. Curiosamente un disegnatore, tale Heufemann, ne ha ripreso recentemente il nuovo stile esibendo però una maggiore leggibilità.
Chissà chi è, in realtà, Luis “Lucho” Olivera. Che sia un po’ pazzo Wood lo ha ripetuto in varie occasioni, resta il dubbio se si tratta di un artista amareggiato che ha coscientemente bruciato la sua carriera o se è un cinico professionista che si affida alla sua gloria passata per continuare a lavorare senza sforzarsi troppo. Ma di sicuro il genio che sconvolse il fumetto e tanto insegnò ai suoi colleghi non è sopravvissuto alle sue opere migliori.

Opere principali: le storie autoconclusive di Galaxia cero, in Italia su Skorpio nella Serie fantasy insieme alle miniserie Io, cyborg, Pianeta rosso e Ronar (firmate Grassi ma probabilmente scritte, almeno in parte, da Ferrari), Gilgamesh (Robin Wood per gli episodi editi in Italia, successivamente Armando Fernandez, Ricardo Ferrari e forse altri per il seguito pubblicato in Argentina)

Ristampe e edizioni in volume: i liberi e le miniserie di Olivera sono veramente il pezzo forte dei due inserti-omaggio Dimensione fantasy che Lanciostory ospitò in due battute dal n° 13 del 1989 all’8 del 1991. Gilgamesh è stato ristampato su Euracomix ma l’edizione che ne rispetta fedelmente la cronologia e l’integrità delle tavole è quella in dodici volumetti bonelliani editi dall’aprile del 1999. Il piccolo formato ne sacrifica un po’ la resa. L’inserto tuttocolore dedicato all’Immortale (Skorpio 11/1988-6/1989) fu uno dei più fortunati, con un boom di 20.000 richieste per la copertina omaggio.

Le meravigliose prove degli anni ’70 non sono quindi, per il momento, facilmente reperibili.

Luis Garcia Duran

Nato nel 1946, Garcia Duran è stato per parecchio tempo una presenza piuttosto costante ma poco incisiva nelle riviste dell’Eura. L’evoluzione del suo tratto rappresenta un caso quasi unico nel genere.
Come molti colleghi connazionali della sua generazione ha cominciato a lavorare molto presto nel campo dei fumetti, ha bazzicato grafica pubblicitaria ed illustrazione e si è fatto le ossa anche con l’esigente mercato britannico. In Italia lo abbiamo conosciuto negli anni ’70 sulle riviste dell’Eura e dell’Universo. La sua personalità grafica non fa gridare al miracolo ma è riconoscibilissima. Peccato però che l’evidente scioltezza con cui delinea le figure e gli sfondi sia appesantita da un uso massiccio e raramente funzionale del tratteggio e delle campiture di nero. Si fa notare comunque con una stupefacente prova a colori, Akira, in cui profonde un’incredibile modernità. Libero dai vincoli del bianco e nero Garcia Duran sembra dare il massimo: si comincia ad intuire che quando avrà raggiunto la giusta tecnica di inchiostrazione potrà finalmente esprimere tutta la sua potenzialità.
Nel settembre del 1982 Skorpio inizia la pubblicazione di Qui la legione, serie avventurosa scritta da Wood. Il successo sarebbe stato eclatante ma è imputabile principalmente all’evocativo e appassionante lavoro svolto dallo sceneggiatore. Garcia Duran, infatti, continua ad affossare delle felici intuizioni grafiche con pesanti campiture e si limita ad abbozzare alcune figure narrativamente importanti pur di dedicarsi all’accumulo di pennellate che tolgono grazia ed equilibrio alle sue tavole. Ma progressivamente le incertezze e le soluzioni improvvisate dei primi episodi spariscono con il procedere della serie. Quando Garcia Duran passa il testimone a Beto Formento ha raggiunto una notevole pulizia del tratto, anche se qualche ripasso troppo spesso o qualche colpo di pennino superfluo ne impediscono ancora la massima godibilità. Le premesse per un ulteriore miglioramento ci sono tutte e difatti con le successive miniserie Leticia Gray e La selvaggia (entrambe su testi di Barreiro) il suo stile raggiunge nuovi traguardi. La tavola “esplode” e le anatomie prendono vita diventando dinamiche ed espressive; i retini vengono applicati con oculatezza e non sono invasivi. Garcia Duran è ormai “arrivato”, il suo percorso artistico sembra aver raggiunto il suo compimento. Ma nel 1988 Lanciostory ospiterà la definitiva evoluzione del disegnatore, un’opera che si mantiene per quasi tutti i suoi 43 episodi su livelli di equilibrio formale praticamente perfetti: Kozakovitch & Connors.

Questa lunga serie è una delle migliori creazioni di Robin Wood, ed il lavoro di Garcia Duran contribuisce ad esaltarne la drammaticità e lo spirito amaro e sarcastico. La piena parabola stilistica è raggiunta, e la serie è un capolavoro. Quelli che anni prima erano difetti ora sono i marchi di fabbrica di Garcia Duran. Le campiture di nero e l’inchiostrazione non uniforme diventano adesso veicoli efficacissimi per raccontare le vicende dei due avventurieri, mentre i fitti (e superflui) tratteggi che a volte appesantivano i disegni vengono confinati solo su alcuni soggetti più illustrativi (ritratti, scene di battaglia), col risultato di indirizzare ancora meglio il tempo di lettura. In Kozakovitch & Connors non mancano piccole deroghe all’anatomia, o deformazioni vere e proprie; ma nella migliore tradizione del fumetto non si tratta di “errori”, bensì di trucchi per rendere più chiara, spedita e drammatica la narrazione. Con l’introduzione del diario di Connors Robin Wood offre anche uno spazio in cui il disegnatore può sfogare al meglio la sua vena più descrittiva e dettagliata. Bisogna ricordare infine che praticamente solo in questa serie Garcia Duran traccia delle figure femminili sufficientemente personalizzate e distinguibili le une dalle altre.
Sono ascrivibili al periodo di Kozakovitch & Connors anche alcune altre prove a colori, in cui il ricercato sperimentalismo di Akira lascia il posto ad una stupenda sintesi immediatamente gradevole e comunicativa.
La parabola artistica di Garcia Duran, però, non si arresta. Coerentemente con la progressiva pulizia del suo tratto le tavole si impoveriscono sempre di più, pian piano i disegni perdono tono e profondità. Tre opere dei primi anni ’90 fungono da passaggio tra Kozakovitch & Connors e il Garcia Duran di oggi. I nuovi sei episodi de La Città di Ricardo Barreiro (da Lanciostory 34 del 1992) denunciano una maggiore velocità nel trattare i soggetti disegnati e, se già alla fine di Kozakovitch & Connors le immagini erano decisamente semplificate rispetto ai primi episodi, si intuisce comunque che Garcia Duran sta imboccando una strada nuova. Tanto più che retini e tratteggi vengono quasi del tutto soppressi in favore di un pointillisme non proprio elegante. Nel complesso le tavole rimangono ancora molto espressive ma l’occasionale mancanza di profondità le rende talvolta un po’ confuse. E le deformazioni anatomiche usate egregiamente fino a poco fa per raccontare meglio una storia risaltano molto di più. Questo processo di semplificazione continuerà ulteriormente nella nuova serie-fiume che Garcia Duran si accinge a presentare.

Nan Hai (testi di Wood, da Lanciostory 6 del 1993) presenta delle linee decise e sinuose, senz’altro gradevoli e funzionali ma piuttosto monocordi ed assolutamente insufficienti a far “vivere” la tavola come succedeva in Kozakovitch & Connors. Grossi blocchi di nero risolvono elementi quali la notte, la chioma di alcuni personaggi ed altri dettagli piccoli o grandi cui solitamente Garcia Duran avrebbe prestato più attenzione. Molto spesso si ha l’impressione che le tavole di Nan Hai siano vuote, quasi incomplete: non è un caso che l’Eura ne abbia voluto fare un “tuttocolore”.
L’inesorabile avvicinamento ad uno stile definitivamente pulito e asettico trova conferma in Sumatra (testi di Bellagamba, da Skorpio 50 del 1995), una serie particolarmente sconclusionata che Garcia Duran interpreta con una certa freddezza, dedicando una cura maggiore ai dettagli tecnici che non al resto.
Ogni disegnatore compie nel corso della sua carriera evoluzioni più o meno marcate, che idealmente lo dovrebbero portare alla “sua” sintesi personale. Zanotto ha abbandonato pennello e retini, Garcia Seijas ha ridotto il tratteggio, Mandrafina è ormai libero dai vincoli di una calligrafica rappresentazione della realtà…Stiamo parlando di giganti del fumetto, ma il Garcia Duran del suo periodo migliore figurava senza problemi in questo Olimpo. E invece, laddove altri hanno saputo fermarsi consapevoli del risultato raggiunto, lui ha continuato a lavorare sul proprio stile per renderlo ancor più scarno e sintetico, ben oltre le necessità della narrazione. E la cosa più pazzesca è che senza dubbio questa estrema semplificazione è stata cercata coscientemente dal disegnatore (visto che è perfettamente coerente con la sua evoluzione artistica) e non si tratta di un ripiego per lavorare di meno o più velocemente. In questi ultimi anni di Garcia Duran abbiamo visto soltanto storie brevi (magari con qualche personaggio che ricompare ogni tanto), in cui la semplicità del disegno è quasi irritante. La maggior parte dei contorni sembrano essere disegnati col rapidograph, anche se ogni tanto si intuisce che la definizione dei disegni si è fermata alle matite. Per contro, Garcia Duran si è rivelato uno sceneggiatore molto arguto ed originale: alcune sue storie sono veramente eccezionali e meriterebbero di venir ristampate. Dal punto di vista grafico, però, la situazione non è più esaltante come lo era una decina di anni fa. Resta la consolazione di poter credere che, avendo preso in mano le redini dei testi, Garcia Duran sta realizzando finalmente le “sue” storie, quelle che forse voleva raccontare da una vita. Ma alcune geniali intuizioni che ha avuto meriterebbero una corrispondente attenzione sul piano grafico (e soprattutto una maggiore visibilità). Nell’attesa di rivederlo esprimersi ai livelli di una volta, possiamo consolarci con le sue copertine, che insieme alla pittura costituiscono probabilmente la sua attività principale di questo periodo.

Opere principali: Leticia Gray (Barreiro), La selvaggia (Barreiro), Kozakovitch & Connors (Wood), Nan Hai (Wood), Taxi Driver (Barreiro).

Ristampe e edizioni in volume: Qui la legione è stata ospitata in inserto su Skorpio dal n° 44 del 1990 al 52 del ‘91, successivamente è stata ristampata su I giganti dell’avventura nei numeri 11, 14 e 20; Kozakovitch & Connors ha fatto un’apparizione su Euracomix 72 prima di venir dirottata su I giganti dell’avventura (4 e 7) dove è comparsa integralmente. A La selvaggia è dedicato il 39° numero di Euracomix mentre La Città 2 divide con La Città 1 e Robin delle stelle le pagine di Fantacomix-day n° 4.

Carlos Enrique Vogt

Carlos Enrique Vogt

Nato nel 1933 è uno dei decani del fumetto argentino. In Italia è arrivato grazie all’interessamento di Florenzo Ivaldi, che presentò il suo prattiano Doc Carson su Sgt. Kirk e gli aprì la strada per la pubblicazione da parte della Cenisio. Dopo alcuni anni di silenzio (e comunque quelli precedenti furono di quasi anonimato) ricompare su Lanciostory con il western Canada Joe scritto da Ray Collins. Come primo contatto col pubblico popolare italiano non è riuscitissimo: da rigoroso seguace delle quattro strisce della Columba (con rare incursioni nelle due o tre grandi strisce orizzontali della Frontera di Oesterheld) Vogt forse non si trova a suo agio con un formato che richiede meno vignette e quindi più attenzione ai particolari ed ai dettagli. In pratica continua a disegnare le 6 o 9 vignette del formato Skorpio come se si trattasse delle 12-16 di El Tony o Fantasia, dando quasi l’impressione che si tratti di disegni ingranditi. Canada Joe fu comunque un buon successo e venne anche ripreso anni dopo su Skorpio. Ma il primo impatto di Vogt col grande pubblico italiano non fu dei migliori. In seguito recupererà con gli interessi il meritato apprezzamento dei lettori ma il suo cammino verso il 1998 (anno da cui i suoi lavori saranno definitivamente pubblicati col giusto rigore filologico) sarà costellato di continui adattamenti e rimontaggi delle tavole e da ulteriori cambi di formato delle stesse.

Sul numero 18 del 1988 Lanciostory inizia la pubblicazione di una delle migliori serie di Robin Wood, e senz’altro una delle più partecipate: Mojado. I disegni sono di Vogt, e al confronto con quelli di Canada Joe sono una vera rivelazione (lo sottolinea giustamente anche Franco Spiritelli su Fumo di china 26, definendo al contrario “orrido“Canada Joe). Con un rigore ed una precisione che denunciano anni di “mestiere”, Carlos Vogt illustra con incisiva semplicità le disavventure di questo orfano senza nome (è semplicemente un “bagnato”, come vengono chiamati i messicani che attraversano clandestinamente il confine degli USA) e di episodio in episodio fa sfoggio di un’indimenticabile galleria di volti ed espressioni. Il suo tratto è contemporaneamente nitidissimo ed enfatico: quasi non serve leggere nuvolette e didascalie per capire cosa dicono o pensano i personaggi. Personaggi che sono tutti perfettamente caratterizzati e quindi impossibili da confondere l’uno con l’altro come invece succede nelle tavole di alcuni presunti “maestri”…
Complessivamente il disegno di Vogt è piuttosto essenziale (pur non essendo povero) e la forte espressività dei suoi protagonisti è controbilanciata da sfondi e dettagli tratteggiati quel minimo che basta per essere riconoscibili. Lo scotto più grande però Vogt lo paga a livello di organizzazione della tavola. È forse il disegnatore più bravo nel gestire le famose quattro strisce di Columba ed il suo formato preferito è quanto di meno moderno possa essere percepito dai lettori degli anni ’90, ormai abituati a tavole ipercinetiche ed “esplosive”. Forse la sua adesione ad un metodo classico di narrare a fumetti gli aliena ingiustamente le simpatie dei lettori più giovani e dei modernisti ad oltranza. E purtroppo, poco dopo, ci penserà l’Eura a peggiorare la resa dei disegni di Vogt.
Da Lanciostory 2 del 1989 Mojado subisce un adattamento identico a quello di Savarese e di altri fumetti: le quattro strisce originarie devono diventare tre, per uniformarsi allo standard delle riviste Eura (e d’altronde anche lo Skorpio argentino si basava quasi esclusivamente su una struttura a tre strisce). Purtroppo i risultati sono decisamente ingrati con Vogt più che con altri disegnatori. Nel processo di rimontaggio (che contempla purtroppo anche l’eliminazione di dettagli o di intere vignette ed il completamento maldestro di alcuni disegni) il suo tratto essenziale non regge molto bene alla prova dell’ingrandimento. Oltretutto, l’inchiostro ogni tanto tende ad ingrossarsi ed a sbavare, rendendo meno nitide alcune immagini e fondendo in un brutto nero compatto alcuni tratteggi. Complessivamente si ha l’impressione che alcune vignette siano un po’ vuote ed i colori piatti che vengono stesi dall’Eura non migliorano certo la situazione. Rimangono i meravigliosi volti del suo “bestiario”, ma sono poca cosa in confronto con le belle tavole originali.

Quando la terribile crisi del fumetto argentino si abbatterà anche su D’Artagnan, Nippur, Fantasia e le altre riviste della Columba Mojado verrà continuato direttamente per l’Italia e Vogt produrrà in prima persona delle tavole strutturate su queste benedette tre strisce (per un breve periodo, comunque, l’Eura presentò gli ultimi episodi argentini senza modificarli). Il risultato è ottimo, un abisso rispetto agli esiti di Canada Joe: forse il passaggio ad un tratteggio al pennino è stato risolutivo. Ma purtroppo questi ultimi episodi di Mojado non ci ripagano certo di tutte le vecchie tavole smembrate e rimontate, tanto più che le successive ristampe di Mojado (vedi sotto) saranno ulteriormente tagliuzzate e adattate, uniformando così anche i primi episodi alla brutta e confusa versione degli altri. Stendiamo un velo pietoso.
Pepe Sanchez
(altro parto di Wood) ha subito il destino inverso: presentato su Skorpio già rimontato ha poi recuperato terreno con gli ultimi episodi, riproposti fedelmente. Di sicuro trovare ben 20 pagine o più di un fumetto dalla resa non eccellente (tante risultavano dopo l’adattamento) può aver infastidito qualche lettore facendolo dubitare delle reali capacità dell’ottimo Vogt. Il quale, ritornando a Pepe Sanchez, ha avuto un destino speculare in Argentina e in Italia. Infatti, eccezion fatta per i suoi western, Vogt è principalmente un disegnatore umoristico. In Italia, al contrario, si è fatto notare con Mojado, una serie estremamente realistica dai toni spesso drammatici. E probabilmente è stato con molta cautela e dopo lunghi ripensamenti che l’Eura ha voluto tentare la carta di Pepe Sanchez, come probabilmente alla Columba avranno discusso animatamente prima di decidere se affidare al disegnatore di Mi novia y yo, Lino e Billy Grant (tutti fumetti comici scritti da Wood) la realizzazione di un fumetto “serio” come Mojado. I risultati hanno però trionfalmente decretato Vogt come disegnatore tra i più versatili ed efficaci, capace di passare con disinvoltura da un contesto all’altro e da un’atmosfera alla sua opposta sempre mantenendo inalterato il proprio stile. Vogt si basa su piccoli ed eleganti tocchi, su semplificazioni anatomiche semplicemente perfette e su un uso molto ragionato degli spazi interni di ogni vignetta. E la sua capacità di dare vita ai personaggi senza ricorrere alla caricatura o al grottesco è stupefacente, tanto da esulare da semplici definizioni o da tentativi di analizzarla.

Vogt è stato molto presente su Lanciostory e Skorpio negli ultimi tempi: il primo ha ospitato 3 anni fa la lunga serie Killroy (disegnata in “equipo”, anche con un intervento di Casalla, e scritta dallo stesso Vogt forse con l’aiuto di Oesterheld) mentre sul secondo si è interrotta appena due mesi fa la pubblicazione dell’ottimo Mi novia y yo (tradotto come Lei e io). Si tratta però di opere realizzate negli anni ’70 e forse la produzione più recente del disegnatore sono gli ultimi episodi di Mojado realizzati ad hoc nei primi anni ’90; nel 1994 Wood aveva dichiarato di essere ancora impegnato nella produzione di Mi novia y yo, che forse è stata disegnata da qualcun altro dopo Vogt (il materiale presentato dall’Eura risulta essere un po’ poco per una serie durata più di vent’anni). Cosa stia facendo oggi Vogt è un mistero (ammesso che sia ancora attivo) ma sarebbe bello vederlo alle prese con una storia moderna. Nell’attesa, speriamo che l’Eura ristampi almeno la sua produzione migliore.

Opere principali: Canada Joe (Collins), Mojado (Wood), Pepe Sanchez (Wood), Lei e io (Wood). Con il western Killroy ed alcuni rarissimi liberi questo elenco esaurisce praticamente tutto il materiale pubblicato dall’Eura.

Ristampe e edizioni in volume: Doc Carson e qualche altro western si possono trovare come protagonisti o in appendice nelle pubblicazioni pocket della Cenisio come Rintintin e Sgt. Kirk pocket (non dovrebbe essere impossibile ritrovarne alcune, sono comunque edizioni rimontate utili però per rilevare l’influenza di Hugo Pratt su Vogt); Mojado ha avuto la sua edizione in inserto su Lanciostory dal n° 1 del 1998 al 9 del 2000 (due volumi) e prima della nascita de I giganti dell’avventura era stato protagonista di due grandi volumi brossurati che ne tradivano ancora di più il formato originale. Si intitolavano Mojado e Addio, Guadalupe! (entrambi usciti nel 1992) e sicuramente si possono recuperare nelle fumetterie o grazie ai “pacchi” che i distributori immettono periodicamente nelle edicole.

Carlos Casalla

CasallaNato nel 1926, è un disegnatore dalla forte personalità e dal tratto molto originale, pur se non sempre pulito o immediatamente gradevole. Il suo nome inpatria è legato principalmente alla lunga serie El Cabo Savino. Ideata da Alvarez Cao e poi gestita da altri sceneggiatori (tra cui Armando Fernandez, il “vice” di Robin Wood) questa serie gauchesca viene considerata la migliore nel suo genere da molti intenditori, tra cui Guillermo Saccomanno. In Italia non è mai giunta, come d’altronde rimangono ancora inedite le opere precedenti agli anni ’70 (tra cui due western dissacranti scritti da Carlos Albiac: Pithy Raine e Alamo Jim). Forse qualche suo raro fumetto bellico si può rinvenire nelle vecchie raccolte di albetti come Guerra d’eroi o Supereroica, ma è senz’altro grazie all’Eura che Casalla viene conosciuto in Italia.
Dopo la consueta routine di un buon numero di liberi e qualche miniserie non memorabile, Casalla salta alla ribalta con una serie umoristica dal retrogusto malinconico: Perdido Joe, scritta da Carlos Albiac. Si tratta di una di quelle storie che hanno fatto epoca. Presentata su Lanciostory n° 18 del 1978, fu già riproposta in inserto su Skorpio pochi anni dopo la conclusione. Lo stile “sporco” e dinamico di Casalla si adatta molto bene a queste vicende spesso grottesche, laddove il suo lavoro sul poliziesco e sul genere bellico poteva destare qualche perplessità.
Carlos Casalla usa abbondanti campiture di neri, tratteggi nervosi e molti escamotage espressivi come linee cinematiche, macchie d’inchiostro e persino le classiche “stelline” sulla testa dei personaggi che sono stati picchiati. La sua semplificazione dei volti (risultato di anni e anni dedicati alla professione) non è tra le più graziose: le facce triangolari degli uomini tendono un po’ a confondersi mentre donne veramente belle non sono facili da trovare nelle sue tavole. In ogni caso il suo tratto è molto personale e riconoscibile, i suoi disegni dinamici (e quindi “narrativi”) e la sua resa su storie umoristiche o grottesche è ottima.
Dopo il successo di Perdido Joe Casalla fu ancora costantemente presente su Lanciostory e Skorpio con liberi, miniserie e serie anche molto lunghe; a tutt’oggi questo flusso non si è interrotto. Merita una particolare menzione il western sui generis Overland Trail (scritto da Ray Collins) per il quale vale quanto detto a proposito dell’interpretazione “grottesca” di Casalla e della sua particolare efficacia. Il personaggio a cui rimane principalmente legato il suo nome, però, è Il cosacco, famosa e lunghissima serie di Robin Wood originariamente pensata per Alberto Salinas e quindi adattata allo stile più scanzonato e leggero di Casalla. Effettivamente non sempre il disegno è entusiasmante e le cadute di tono si devono soprattutto all’omologazione dei volti e alla scarsa definizione dei particolari, risolti magari con un guazzabuglio di tratteggi o macchioline. Si tratta in ogni caso di momenti passeggeri cui sono soggetti bene o male tutti i disegnatori seriali (le scadenze di consegna impongono un ritmo più veloce, un giorno si è meno ispirati di un altro, ecc.).

CasallaCarlos Casalla andrebbe riscoperto e valorizzato innanzitutto per la qualità oggettiva di molti soggetti su cui ha lavorato (in pochi ricorderanno l’eccezionale Larsen & Finch scritto da Wood) e poi per rendere un giusto omaggio a quella scuola “gauchesca” che ha avuto in Carlos Roume e Juan Arancio alcuni tra i massimi esponenti, ed in cui anche Carlos Casalla fa la sua ottima figura. Purtroppo si tratta di un genere molto ricercato e curato esteticamente, che oggi inevitabilmente appare desueto.
Che cosa stia facendo oggi Carlos Casalla non è dato di sapere. D’altronde dovrebbe avere 76 anni e non è escluso che si sia ritirato dalla professione. I “serbatoi” storici dell’Eura dovrebbero comunque garantirne la presenza ancora per un bel po’ di tempo.
Esternamente al mondo del fumetto, Casalla ha recentemente scritto il libro El gran lago, anch’esso di argomento gauchesco.

Opere principali: Perdido Joe (Albiac), Il cosacco (Wood), Overland Trail (Collins), Chaco (Wood; la serie è incompleta e devono ancora essere pubblicati gli ultimi episodi, i primi otto sono stati disegnati da Salinas e poi raccolti su Euramaster prima serie nel 1994), Larsen & Finch (Wood)

Ristampe e edizioni in volume: Perdido Joe è stato ristampato come “inserto tuttocolore” su Skorpio dal 3/86 al 24/86; Il cosacco ha avutouna prima pubblicazione in inserto su Skorpio dall’1/98 all’1/99; la serie deve ancora concludersi e forse gli ultimi nove episodi (disegnati da Furlino) non saranno considerati. A Il cosacco è stato anche dedicato uno dei volumi brossurati pre-Giganti dell’avventura, ma le tavole sono state rimontate (il libro in questione è del 1989).

Molto poco, quindi, è stato ristampato di Casalla e di questo poco ancora meno è facilmente reperibile. Se qualcuno fosse interessato al disegnatore può comunque trovare qualche episodio del suo Pattuglia americana su L’Eternauta junior 1, 3 e 4.


Horacio Nestor Lalia

Le Grimoire Maudit, © ALBIN MICHEL — Lalia / Lovecraft Altro che “dimenticato”: Lalia è un Maestro. E allora perché non viene valorizzato e supportato come merita?
Lalia è nato nel 1941 ed ha frequentato la Escuela Panamericana de Arte, fucina di grandissimi talenti come Zanotto e Muñoz. Come è capitato a tantissimi suoi colleghi argentini, viene “scoperto” negli anni ’70 dall’Eura quando l’Editorial Record confeziona Skorpio, sottraendo molti autori alla concorrenza per impegnarli su storie dal maggiore profilo qualitativo. Occasione che l’Eura coglie al volo, facendo trionfalmente arrivare al grande pubblico il meglio della scuola argentina. Le prime serie di Lalia a toccare il suolo italico sul finire degli anni ’70 sono Lord Jim e I misteri di Londra (entrambe scritte da Albiac) e sin da allora si capisce quali sono le atmosfere predilette dal disegnatore: il mistero, il thriller, l’horror. Ciò era già apparso evidente in alcuni liberi e soprattutto nella lunghissima saga di Nekradamus, che Skorpio ospitò già dalla fine del 1977 (questa serie fu ideata da Oesterheld che la scrisse fino alla tragica scomparsa, passò poi a Collins e Saccomanno e fu ripresa infine da Slavich).
Horacio Lalia ha conosciuto varie evoluzioni stilistiche nel corso della sua carriera (e tuttora riserva qualche sorpresa) ma rimane fondamentalmente fedele ad un suo stile netto e carico di ombre. La sue figure sono caratterizzate da un tratto deciso e realistico che non disdegna però di abbandonarsi a deformazioni anatomiche molto funzionali ai fini della narrazione (le mani gigantesche degli avidi e degli assassini, le bocche spalancate degli stupidi, la pelle di rettile degli strozzini…). Su questa base comune a tutti i suoi disegni Lalia può sbizzarrirsi poi ad applicare le tecniche che ritiene più consone a seconda dell’estro o della partecipazione (perché qualche volta, inutile negarlo, Lalia è anche vissuto di rendita: è il caso di Cayo Bay e Mahelbatan). Abbiamo quindi tutta una serie di chiaroscuri netti, tratteggi seghettati, retini, sfondi ricavati da fotografie, guazzabugli astratti degni di Alberto Breccia e persino inversioni in negativo di alcune vignette. Non paia una bestemmia il paragone con Breccia: anche Lalia sta portando avanti da anni una sua riduzione dei Miti di Chtulhu che ha ben poco da invidiare a quella realizzata dal viejo.

Le Grimoire Maudit, © ALBIN MICHEL — Lalia / Lovecraft Horacio Lalia è stato sempre presente su Lanciostory e Skorpio, ha avuto anche buoni riscontri di pubblico e alcune delle sue serie possono annoverarsi tra quelle “storiche” dell’Eura. Eppure non gli è mai stato dedicato un inserto-omaggio e la sua bibliografia in volume è limitata ad un solo libro (che tra l’altro non esaurisce minimamente la serie che ospita: v. sotto). Paradossalmente, è uno dei rarissimi autori di cui è stata pubblicata due volte una stessa storia (l’altro sarebbe Oswal, ma nel suo caso si trattava di remake). Questo stato di cose può forse trovare spiegazione con alcune considerazioni.
Per prima cosa, Lalia non ha mai collaborato con gli sceneggiatori di punta dell’Eura. Nessuna serie con Wood e nessuna serie con Trillo: soltanto qualche sporadica collaborazione con Barreiro e Collins. Ovviamente gli autori validi dell’Eura non sono stati solo questi quattro, ma senz’altro Wood, Trillo, Barreiro e Collins sono quelli che più hanno fatto tendenza ed hanno avuto più successo, seppure in periodi diversi. Ed è chiaro che uno sceneggiatore che gode di un ottimo seguito e di una grande influenza può riscattare con la sua popolarità anche i suoi lavori meno riusciti, aiutando magari la carriera di un disegnatore che viene riscoperto o valorizzato di riflesso (dopotutto è quello che accade anche sul mercato francobelga, dove i Re Mida Jodorowsky e Van Hamme possono permettersi di affidare le loro storie rispettivamente a giovani sconosciuti di belle speranze ed a professionisti né geniali né moderni: pensiamo a Covial, Janjetov, Francq, Denayer, ecc.). Lalia, invece, non ha avuto la fortuna di potersi aggrappare ad una “grande firma” per vedersi celebrato. Vale ancora quanto detto poco sopra: gli autori “di punta” non esauriscono certo il novero di tutti gli sceneggiatori bravi, e difatti King, Ferrari e Albiac hanno scritto delle storie bellissime per Lalia, che non sono però riuscite ad ottenere la stessa visibilità delle opere dei colleghi più celebrati.

Le Grimoire Maudit, © ALBIN MICHEL — Lalia / Lovecraft

Esistono comunque altri fattori, prettamente tecnici e quindi più realistici, che spiegano l’esclusione di Lalia dal meccanismo delle ristampe. Il suo stile, a volte un po’ deforme e comunque piuttosto cesellato, si presta poco alla colorazione. E per lungo tempo gli inserti di Skorpio sono stati “tuttocolore” mentre Lanciostory, dopo una prima stagione dedicata alla presentazione di inediti, dovette aiutare la rivista gemella a smaltire quelle serie storiche che non si potevano non ristampare per prime. E anche Euracomix, con gli stessi esiti altalenanti, si basa sul colore. Quando finalmente giunse il momento delle massicce e fedeli ristampe de I giganti dell’avventura, stampati in bianco nero, Lalia aveva già intrapreso una svolta artistica che lo allontanava dall’”avventura seriale” più appetibile per la riproposta su questi volumi. E arriviamo così ad un altro aspetto singolare di Lalia che ne pregiudica la ristampa: la sua dedizione attuale alle sole storie autoconclusive (tutt’al più divise in due o raramente tre puntate), spesso tratte da racconti preesistenti (ovviamente Poe e Lovecraft sono tra i preferiti dal disegnatore). I volumi antologici composti da storie autoconclusive sono sempre stati aborriti dall’Eura: eccezion fatta per lo specialissimo Un giorno un secolo (che presentava però materiale inedito) e la storia di Enrique Breccia Alta gastronomia in appendice a I giganti dell’avventura 1, nessun libero ha mai avuto l’onore della riproposta in occasioni che non fossero gli inserti o i volumetti omaggio. Circa una dozzina di anni fa l’Eura aveva anche ipotizzato la realizzazione di un Euracomix interamente dedicato ai liberi migliori, ma il progetto non si è mai concretizzato malgrado in redazione probabilmente rispunti fuori ancor oggi.
Tirando le somme, Horacio Lalia si trova in una posizione poco fortunata per essere riproposto al grande pubblico come meriterebbe: è troppo ricercato, troppo sperimentale, troppo fedele alla sua ricerca per essere manipolato a livello redazionale senza venire spersonalizzato. Per sua fortuna in Francia si sono accorti di lui e hanno raccolto in due volumi i suoi Miti di Chtulhu. Qualche anno fa è uscito per Albin Michel anche il primo episodio di una serie scritta da Gustavo Schimpp: Belzarek, cui ha fatto seguito nel 2000 il secondo tomo La messagère de l’enfer.

Opere principali: Nekradamus (Oesterheld, Saccomanno, Collins, Slavich), Rio Bray (Collins; da alcuni particolari si intuisce che forse le matite sono di Oswal), Il viandante del destino (King), L’ispettore Bull (Albiac), La prigione (Barreiro), Calderon e i sogni (Lalia), El Quijote (Lalia, tratto da Cervantes)

Ristampe e edizioni in volume: quasi nulla della vasta e ottima produzione di Lalia si è vista glorificata con una ristampa in volume: solo Nekradamus su I giganti dell’avventura 3. Si tratta però della raccolta dei primi 25 episodi e ci vorrà ancora un bel po’ di volumi per completare la serie, che fu ripresa anche negli anni ’90 con nuovi (e numerosi) episodi scritti da Slavich.

Carlos Pedrazzini

Una vignetta di Mandrafina, prima influenza di PedrazziniPer concludere questa rassegna, ricordiamo un disegnatore che senz’altro non è Zanotto o Garcia Seijas, ma che deve il suo anonimato più alla sfortuna che non alla mancanza di doti. Carlos Pedrazzini può essere preso a simbolo di tutti quei fumettisti cui non manca certo la professionalità, ma che non hanno abbastanza furbizia, prontezza o raccomandazioni per ritagliarsi il giusto spazio nell’ambiente.
Saltiamo a piè pari i dati biografici (e d’altronde Pedrazzini non è certo un autore che figura nelle enciclopedie del fumetto) e proviamo a ricostruirne il percorso artistico. Di certo è attivo sin dagli anni ’70, anche se oggi è difficile riconoscerlo in quei vecchi liberi: in pratica non fa altro che copiare Mandrafina. E lo fa anche bene: indicativa a tal riguardo è la storia L’invincibile armata in Serie fantasy. La prassi del rifarsi allo stile del disegnatore in voga la momento è stata la palestra cui si sono formati moltissimi professionisti ma Pedrazzini dopo questa inevitabile gavetta non si stacca dal modello per produrre qualcosa di autonomo, si ritrova soltanto impegnato a fare da “vice” ad un altro modello: Garcia Seijas. Il quale, dopo vari problemi economici con Record e Columba, abbandonò alcune serie che dovevano pur essere concluse. Angel Fernandez portò a termine con buon esito Kevin mentre a Pedrazzini toccò l’incombenza di continuare Skorpio, Mandy Riley e probabilmente anche Helena. E per quanto bravo possa essere un disegnatore, di Garcia Seijas ne esiste uno solo…L’immagine del povero Pedrazzini è stata per anni legata a quella di un maldestro rifacitore dello stile altrui. In Italia fu accusato di copiare il Maestro Garcia Seijas senza possederne le qualità (il che comunque è vero) mentre in argentina lo stesso Garcia Seijas si arrabbiò per il proseguimento coatto delle sue serie alla Record senza che la sua opinione in merito contasse qualcosa (e pure lui aveva piena ragione). Pedrazzini continuò a comparire su Lanciostory e Skorpio, maturando il suo stile tra l’indifferenza più totale. Per sbarcare il lunario proseguì la striscia Dick l’artigliere, inchiostrò poi qualche comic book (come Robin Annual 2: looking sharp, di cui inchiostrò solo la metà) e disegnò anche dei ridicoli fumetti porno che firmò Salomon Grundig.

Dago, creato da Wood: ha influito negativamente sulla carriera di PedrazziniUn bel giorno anche per lui arrivò l’Occasione: nei primi anni ’90 Robin Wood stava mettendo in cantiere nuove serie progettate in esclusiva per Lanciostory e Skorpio (che negli anni ’80 avevano smaltito molta della sua produzione precedente). Una di queste, Munro, fu affidata proprio a Pedrazzini. Fu grossomodo in occasione della pubblicazione di questa serie, cominciata su Skorpio 26 del 1992, che l’Eura sancì con decisione il nuovo modo di presentare fumetti sulle pagine delle sue riviste. Avendo commissionato agli autori del materiale apposito realizzato in esclusiva, ora la casa editrice romana poteva controllarne direttamente la creazione e gli sviluppi. Così le nuove serie “eterne” di Wood potevano godere di una pubblicazione regolare ad ogni uscita della rivista, per venire interrotte periodicamente in attesa della realizzazione di un numero sufficiente di nuovi episodi. In effetti fu proprio Munro ad inaugurare questo nuovo criterio di pubblicazione (mentre prima le saghe più lunghe venivano presentate ogni volta che un nuovo episodio era pronto, il che poteva comportare anche mesi di attesa).
Non è il caso di soffermarsi sulle perfette sceneggiature di Wood: l’avventura è il suo genere preferito e in Munro lo si vede chiaramente. Pedrazzini, invece, dovette fare un breve rodaggio prima di entrare in sintonia con la storia: nei primi episodi, ad esempio, il protagonista cambia volto di vignetta in vignetta. Ma quando il disegnatore ebbe “digerito” a dovere Munro i risultati furono sorprendenti. Pedrazzini non si trasformò come per magia in Zanotto, ma divenne semplicemente un ottimo professionista che finalmente aveva trovato lo spazio adatto (e forse qualche lettore si sarà chiesto perché in passato gli fossero stati affidati solo pochi liberi). Munro ebbe il meritato successo ed esaurita la prima scorta di episodi tornò come promesso un anno e mezzo dopo, su Skorpio 4 del 1994. E da brava serie “eterna” senza una conclusione stabilita, ne fu annunciata una terza tranche di episodi, incentrati sulla guerra del Chaco combattuta negli anni ’30 tra Argentina e Uruguay. L’ambientazione poco battuta ed il fatto che Wood l’amasse particolarmente promettevano faville. E invece non se ne fece nulla.

Lanciostory con Dago in copertinaDa metà anni ’90, infatti, l’Eura puntò sul potenziamento e lo sviluppo delle serie di maggior successo, col risultato indiretto di confinare Wood quasi esclusivamente su Dago, Amanda e Martin Hel. Tutte le sue altre serie storiche, perfino il vecchio Nippur, vennero progressivamente sacrificate. I riflettori furono quindi puntati su Pedrazzini solo il tempo di una quarantina di episodi, e dopo anni di onesto ma anonimo professionismo lo spiraglio che faceva intravedere la sua definitiva affermazione si chiuse di colpo. All’Eura non si dimenticarono certo di lui, ma gli affidarono un compito che di fatto lo fece passare dalla padella alla brace.
Intorno al 1994-95, come ricordavamo, l’Eura Editoriale cercò di potenziare le serie di maggior successo e ciò si tradusse con un’accelerazione improvvisa dei ritmi di produzione, tanto più che coi nuovi volumetti monografici i disegnatori dovettero sobbarcarsi l’onere di 48 o 96 tavole mensili in più. Carlos Meglia, già rapidissimo, si fece aiutare con ottimi risultati da qualche collega, Alfredo Falugi bruciò sull’altare della serialità quasi tutte le sue qualità, Angel Fernandez assunse qualche collaboratore in più e ad Alberto Salinas sarebbe toccato decuplicare la sua produzione. Ovviamente il padre grafico di Dago non avrebbe mai potuto sostenere tali ritmi e gli fu quindi affidato un equipo che disegnasse sotto la sua supervisione. Carlos Pedrazzini (insieme forse a Mulko e a Roman, e con un altro disegnatore che faceva i “labbroni” alla Horacio Altuna) fu della partita. Il risultato finale fu un disastro (in pratica di Salinas non restavano che le vignette fatte col compasso) ed anche all’Eura se ne accorsero ben presto. Prima gli episodi dell’equipo vennero alternati con altri prodotti in prima persona da Salinas ed infine l’esperienza si concluse, tra il sollievo di molti, col ritorno in pianta stabile del disegnatore ufficiale e poi finalmente con l’arrivo di Carlos Gomez. Questo avveniva su Lanciostory. Il monografico fu invece infestato dall’equipo Dago per un bel po’ di tempo e chi era l’unico componente le cui generalità vennero fornite attirandosi così il giusto disprezzo dei lettori che non avevano più il “loro“Dago? Carlos Pedrazzini.
Triste destino il suo (che però assomiglia a quello di tanti altri disegnatori): di doti ne aveva, ma non gli sono servite ad altro che a raggiungere il dimenticatoio dopo essere passato attraverso l’indifferenza ed il disprezzo. Qualche tempo fa (era la fine del 1996) Lanciostory ha ospitato una sua miniserie scritta da Ferrari, Magicamerica, e poi più nulla. Forse, se è ancora attivo nel campo del fumetto, Carlos Pedrazzini sta felicemente continuando la sua carriera per mercati che non raggiungono l’Italia. O forse sta lavorando dietro le quinte e nessuno lo sa. Di certo il suo nome è del tutto sparito dalla scena. Speriamo che abbia vinto alla lotteria.

Qualche tempo fa, su Fucine Mute 21, abbiamo parlato di come alcuni dei più grandi disegnatori della scuola argentina abbiano risolto ognuno a modo suo il problema dell’anatomia umana e della sua applicazione al fumetto. A rileggerlo oggi quel pezzo sembra poco più che un tentativo di sfondare una porta aperta; anzi, di aprire delicatamente una porta già abbondantemente sfondata e risfondata da altri…


Perché Zanotto, Altuna, Alcatena, Enrique Breccia e Alberto Salinas sono, chi più chi meno, delle star del fumetto riconosciute e celebrate da tanti. L’analisi della loro interpretazione dell’anatomia è in fondo l’ennesimo tributo che viene reso alla loro grandezza. Ma all’ombra di questi colossi esiste una moltitudine di disegnatori meno celebrati, meno fortunati e forse anche meno bravi, vittime però di un ingiusto oblio assolutamente immeritato. Si tratta di quei disegnatori che forse non vedremo mai su Euracomix o I giganti dell’avventura, ma che dalle pagine di Lanciostory e Skorpio sanno ancora appassionare ed affascinare i lettori. Sono professionisti che non hanno saputo legare il loro nome ad un successo duraturo; oppure che hanno adattato con troppa disinvoltura il loro stile a canoni più modesti; o ancora che si limitano ad eseguire con coscienza ma senza troppo entusiasmo il loro lavoro. In effetti, molti disegnatori potrebbero rientrare nella categoria ed i criteri con cui è stata organizzata la rassegna di cui sotto sono assolutamente arbitrari e criticabili. Capita però a volte che un disegnatore non eccelso abbia un particolare stile che ce lo rende comunque “simpatico”, oppure può succedere che un autore poco celebrato ci appaia in un certo periodo più ignorato del solito quando noi vorremmo vederlo celebrato come merita. Con tali premesse, quale valore può avere l’analisi dello stile di un Vogt o di un Olivera? Se non altro, per una volta i riflettori saranno puntati su quei disegnatori di cui ci si dimentica troppo facilmente quando invece talvolta meriterebbero di figurare nel novero dei colleghi più famosi. (comunque non facciamola tanto drammatica: I dimenticati è principalmente la citazione di una vecchia serie di Casalla e non certo la constatazione che questi autori hanno concluso il loro ciclo).

Commenti

Un commento a “Altre anatomie argentine: i dimenticati”

  1. Articolo interessante e ben scritto, complimenti.

    Di marco innocenti | 4 Novembre 2015, 18:15

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