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Scrittura

Pierluigi Cappello

L’altro è l’intimo

Christian Sinicco (CS): Pierluigi Cappello: tu hai curato “La barca di Babele”, una serie di pubblicazioni per il Circolo Culturale di Meduno per cui hai selezionato tanti poeti. Come selezionavi i testi?

Pierluigi Cappello (PC): La collana parte dal presupposto che il sistema editoriale in Italia è saltato. Era necessario ricostruire dal territorio una geografia poetica. Credo sia possibile dar conto della poesia, ormai, soltanto aderendo completamente al territorio; questo non vuol dire, autoreferenzialmente, guardarci negli occhi in Friuli-Venezia Giulia e ignorare ciò che accade fuori. La selezione dei testi è avvenuta partendo da un’idea elementare: in una regione cosi piccola quale la nostra i nomi autentici di poeti non raggiungono la ventina, e sono tutti conosciuti ed identificati dagli addetti ai lavori. Siamo partiti con questa radiografia che vorrebbe essere uno strumento di indagine per le forze nuove, considerato che la redazione di questa collana è costituita da Gian Mario Villalta, da Luigi Bressan, Giulia Callegaro, Ida Vallerugo, Alberto Garlini, tutti giurati a premi di poesia e presenti alle manifestazioni. Ci arrivano i dattiloscritti per cui abbiamo il polso diretto della situazione, e penso che la collana sia un’assunzione di responsabilità dei poeti: garantiamo con le nostre persone che i testi pubblicati su “La barca di Babele” siano effettivamente poesia. Il direttore adesso è Amedeo Giacomini, al quale ho passato la mano.

CS: Hai scritto una poesia sui ragni, che spaventerebbe tutti gli aracnofobi. Talvolta descrivi i ragni come dei moduli lunari.

PC: Sono un aracnofobo anch’io, l’ho scritta per quello. E il primo modulo lunare del 1969 si chiamava “Ragno”.

È quasi nebbiosa questa giornata
persa ricominciata interrotta più volte
come una lettera lasciata a mezzo
o un dolore che non si vede;
c’è tanto fare in questo non fare
c’è tanto tenersi esitare
tremare come la luce
da uno spigolo all’altro del tavolo
perfino il corsetto di un ragno
perfino il ragno che vedi
nell’angolo più chiaro della stanza
vedilo da vicino
alieno come un modulo lunare
con la gnu di gnu la gnu di ragno
il racno, l’aracne
dai seni e dalle spolette potenti
coi suoi oblò sparpagliati
la coppia di falci di luna
cui nessuna chitina
nessuna velocità d’elitra
vibrazione d’antenna
mette difesa
il ragno, vedilo da vicino
c’è tutta la polvere dell’avventura
dentro questa polvere
la mia sollecitudine richiede
questo, soltanto questo, oggi

il ragno pencola e basta
telefona, fatti sentire, scrivi

(“Un ragno e altre cose”, da Dentro Gerico, La barca di Babele, Meduno, 2002).

Osip Mandelstam CS: Spesso sei intimista. Io ce l’ho un po’ con gli intimisti, però tu ne esci per rivolgerti, grazie alla forza delle tue considerazioni, al lettore. La mia domanda è la seguente: se si potesse andare oltre, quale sarebbe la forma da usare? C’è un fare della poesia italiana troppo intimista, che guarda poco verso l’esterno: tu lo fai solo in parte, secondo me. Il discorso è in generale sulla poesia italiana, perché il rischio è di non parlare della società, mentre il tuo libro parla alle persone.

PC: Non sono completamente d’accordo sul fatto che io sia un intimista. “Dentro Gerico” è lo sguardo di un occidentale alla maniera di un occidentale in una società nella sua decadenza, come poteva essere lo sguardo di un imperatore bizantino che aspettava i barbari arrivare, se vi ricordate di Kavafis.
È una domanda complessa. Io farei una considerazione: il puro e semplice scrivere poesia ed impegnarsi a farlo è un atto di resistenza, sia che tu parli di un vaso di fiori, sia che tu parli dei bombardamenti in Afghanistan. La forma più efficace di fare tutto ciò è non dimenticare che esiste uno sguardo poetico sulle cose che approfondisce le capacità di analisi e di sintesi in coloro che leggono poesie: per cui hanno gli occhi nuovi, puliti, e possono porsi criticamente all’interno di una società.
Vi ricordo che Mandelstam scriveva versi sulla primavera, sull’autunno, sulle foglie, ed è stato condannato per questo: è stato esiliato, e alla fine è morto in Siberia.
Il modo per uscire è illuminare le cose dal loro interno: questo sarebbe la poesia, e i tentativi per avvicinarsi a questo sono molteplici. Tra l’altro non esiste una linea poetica in Italia in questo momento, per fortuna forse, perché la poesia programmatica a me non piace. A me piace la poesia come il gesto di un torero, o il fendente di un samurai, cioè il frutto di una tecnica e di un’iniziazione che diventano grazia, la Storia che per farsi Storia deve farsi Natura.

Fonte: Dentro Gerico, La barca di Babele, Meduno, 2002

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