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Musica

Duke Ellington: l’orchestra come strumento musicale (II)

I concerti e le Suites.

Nel marzo 1939 il complesso aveva fatto una seconda tournée europea, molto acclamata ma forzatamente interrotta per le avvisaglie della guerra. Il triennio successivo viene considerato dai cultori di Ellington come il periodo migliore della sua carriera e della sua orchestra, superiore anche alle sue storiche permanenze al Cotton Club, mentre veniva consolidandosi la splendida intesa con Billy Strayhorn.
Il “sound” dell’orchestra si era fatto più morbido, grazie a due ottimi ingressi: il sassofono tenore di Ben Webster e il contrabbasso di Jimmy Blanton, ma era andato via Cootie Williams, lasciando all’orchestra il magnifico “Concerto for Cootie” che Duke gli aveva dedicato, con tutte quelle asprezze sonore “a tromba libera”. Gli era subentrato Ray Nance, un solista che dominava magistralmente due strumenti molto diversi, violino e tromba, ed era difficile stabilire in quale dei due campi fosse più abile. Ricordo un concerto, al teatro Odeon di Milano, in cui vidi per la prima volta un suonatore che, deposta la tromba, eseguiva al suo violino degli accordi altrettanto squillanti: Ray Nance era proprio unico, com’era unica quell’orchestra. E si ricorda anche un suo “solo” di tromba molto particolare in una delle versioni di “Take the A Train” del ’41.
Altri motivi da ricordare, tutti del fecondo triennio 40-41-42, sono “Cotton Tail” con il sassofono di Ben Webster in un pezzo di bravura, poi un bizzarro “blues” dal titolo adeguato di “Ko-Ko”, poi alcuni “Portraits” dedicati a qualche personaggio eminente del jazz, e ancora il già citato “Passion Flower” di Strayhorn con il “solo” regale di John Hodges al sassofono, e tanti altri motivi, uno dei quali merita l’ultima citazione: è “I got it Bad” cantato da Ivie Anderson, forse il tema più intenso della sua grande carriera con l’orchestra.
Nel 1943,esattamente il 23 gennaio, Ellington presentava alla Carnegie Hall la sua composizione fino ad allora più impegnativa, “Black, Brown and Beige”, una suite orchestrale di 53 minuti che definì “Un parallelo musicale alla storia del negro americano” e che voleva illustrare la vicenda drammatica dell’uomo di colore attraverso il passaggio delle tre tonalità cromatiche della sua pelle, via via che procedeva nel cammino verso la conquista dell’integrazione razziale.

In quell’anno si aprì la serie delle opere “estese” del Duca che si moltiplicarono fino alla fine della sua produzione (se ne contano circa cinquanta). Con il supporto delle trasmissioni radiofoniche, il pubblico poté apprezzare delle produzioni eccellenti, come “The Perfume suite” in quattro parti alle quali aveva contribuito anchee Strayhorn con la consueta finezza.
Poco dopo, la cantante Anderson doveva lasciare l’orchestra e chiudere la sua carriera a causa del grave attacco asmatico che l’aveva colpita: una grave perdita. E se ne andò anche Barney Bigard col suo impareggiabile clarino, sostituito da Jimmy Hamilton. Ma il complesso del Duca si arricchiva ben presto di altri due personaggi fondamentali: Cat Anderson, che era insuperabile sulle note alte della sua preziosa tromba, e Oscar Pettiford che nell’orchestra così ricca di strumenti a fiato portava un importante contributo ritmico con il suo contrabbasso, uno dei più validi di quel tempo.
Per un certo periodo Ellington ebbe anche un’originale cantante di formazione classica, Kay Davis, con la quale fece alcuni esperimenti di uso della voce umana come se fosse uno strumento. Fra i motivi, uno si chiamava “Transbluscency”, del ’46.
Finita la guerra, le composizioni si fecero sempre più originali e numerose. Qualche titolo: “I’m beginning to see the light”, tratto da uno “Spiritual” con un enorme successo popolare, poi “Trumpet no End”, un brano che valorizzava la straordinaria capacità della sezione trombe. “The Deep South Suite” fu eseguito alla Carnegie Hall, e l’anno dopo fu composta “The Liberian Suite” , su richiesta del governo della Liberia per celebrare la fondazione del primo stato libero dell’Africa, nel suo centenario (1947).
In questo elenco approssimativo delle sue infinite opere, va messo in evidenza un fatto importante. Ellington, durante tutta la sua vita d’artista, non trascurò mai la sua “negritudine”, e una parte notevole di tutte le sue musiche venne composta con questo scopo preciso. Non fece mai della banale propaganda etnica, e in ogni sua composizione mantenne la sua meravigliosa delicatezza, che condivideva alla perfezione con quella di Billy Strayhorn.
Nel corso del 1947, Duke compose la musica per uno spettacolo intitolato “The Beggar’s Holiday” (la vacanza del mendicante), ispirato alla nota “Opera degli accattoni di John Gay. Vi fu un discreto successo “di stima”, disse lui stesso ironicamente, però era la prima volta in cui, su un palcoscenico d’America, si esibivano dei protagonisti bianchi e neri in ottima collaborazione.

Nel ’48 fece un viaggio in Europa accompagnato da alcuni suoi orchestrali e limitandosi a sondare le preferenze di quel pubblico del dopoguerra ma già nel 1950 era invitato a tornare, con tutta la sua formazione al completo.
Furono accolti ovunque con il massimo entusiasmo e poterono constatare come il loro tipo di musica fosse apprezzato da una moltitudine di spettatori In Italia, all’Odeon di Milano, il critico Giulio Confalonieri volle esprimere la sua simpatia scrivendo che “il Jazz di Ellington faceva come ricominciare da capo la stupefacente avventura della musica”. Oltre alle sue più note composizioni del passato furono presentate alcune novità, e la più applaudita fu “The Tattooed Bride” (La sposa tatuata), una suite piacevole e originale.
Al ritorno negli Stati Uniti li attendeva un impegno importante: un concerto della loro formazione associata all’orchestra sinfonica della NBC diretta da Toscanini. Duke terminò la stesura della musica sulla nave che lo riportava in patria, e nel gennaio del ’51 era pronta la sua “Harlem Suite” con il sottotitolo “A tone parallel to Harlem”. Questo concerto ai “Metropolitan” non era una cosa nuova, perché da alcuni anni l’orchestra veniva convocata per suonare in qualche teatro “serio” di New York , e sempre tra gli applausi più convinti.
Dopo questo felice periodo, l’orchestra ebbe qualche anno di crisi. Ne furono responsabili alcune defezioni fra i suoi componenti: se ne andarono il batterista Sonny Greer e soprattutto il prezioso sassofonista Johnny Hodges.
Fortunatamente Greer fu subito sostituito da Louie Bellson, un solista bianco di origine italiana (Luigi Balassoni) di eccezionale bravura che rimase con l’orchestra solo due anni, lasciando un notevole ricordo delle sue fantastiche percussioni. Hodges deciso invece di formare un suo nuovo complesso, attivo specialmente in campo discografico, una piccola formazione che ebbe un certo successo, ma nel 1955 rientrava nella sua sede abituale, la memorabile fila dei sassofoni di Ellington. E vi rimase praticamente per il resto della sua vita professionale, un piccolo uomo sempre serio e sempre più degno di ammirazione. Era anche, a quanto sappiamo, il meglio pagato di tutta l’orchestra.

Il ‘53 e il ‘54 erano stati anni un po’ difficili per il complesso, ma si ebbe in seguito uno splendido ricupero. Alla batteria era subentrato Sam Woodyard, che non fece rimpiangere Bellson: vi era stato poi il definitivo ricupero di Hodges al quale, nella fila dei sassofoni, si affiancava Paul Gonsalves, il solista con la più lunga permanenza nell’orchestra (ventiquattro anni) salvo un brevissimo intervallo con Tommy Dorsey. Fu proprio Gonsalves, al Festival di Newport del ’56 che diede il suo contributo, personale ad uno strepitose successo dell’orchestra, improvvisando al sassofono ben ventisette motivi in fila in “Diminuendo and Crescendo in Blue”. 
Nessuno, da allora, ebbe alcun dubbio sul fatto che l’orchestra di Ellington fosse ormai una delle migliori al mondo nel settore della musica jazz. Alla sezione dei sassofoni si sarebbe unito Russell Procope, alle trombe Cat Anderson (nessuna parentela con la cantante) e Clark Terry.
L’anno seguente Ellington realizzò due opere in forma di “Suite” che furono fra le più interessanti della sua intera produzione. La prima era “The Drum is a Woman” (La batteria è una donna), pittoresca azione scenica basata sulla storia del jazz. E la seconda era “Such a Sweet Thunder” (Un tuono così dolce), composizione impegnativa alla quale collaborò Billy Strayhorn come co-autore: erano ben dodici brani originali, dedicati ciascuno ad un personaggio di Shakespeare e in autonomia fra loro, benché in piena unità d’ispirazione. Ebbero un felice esito al Festival shakespeariano di Strafford in Canada, nel 1957.
Il biennio 58-59 trovò l’orchestra di nuovo in Europa, dove l’instancabile Duke ebbe anche l’occasione di scrivere “The Queen’s Suite” per la regina Elisabetta d’Inghilterra, alla quale dedicò in rispettoso omaggio un esemplare unico del relativo disco.

Il Duca al cinema.

C’erano dei precedenti, ai quali ho accennato in un altro paragrafo: l’orchestra aveva già fatto la sua prima apparizione davanti alla macchina da presa in un cortometraggio sulla “Black and Tan Fantasy” del 1929. Poi nei 1930 era andata a Hollywood per un film comico, “Check and double check”, sullo sfondo di un motivo piacevole, “Ring dem Bells”.
Dopo una tournée nel Sud, l’orchestra era tornata a Hollywood nel 1934 per due film della Paramount. Il primo era “Murder at the Vanities” (Crimine al Varietà) con Victor Mac Laglen nella parte d’un severo detective in azione per un delitto “backstage”, nell’ambiente del palcoscenico. L’orchestra dava qui un interessante adattamento della seconda Rapsodia Ungherese di Liszt che veniva presentato come “Ebony Rhapsody”.
Nella seconda pellicola, la cui protagonista era, come abbiamo già detto, la “scandalosa” Mae West nella parte di “Belle of the Nineties”, l’orchestra eseguiva due bei motivi, My Old Flame e Troubled Waters E la voce di Ivie Anderson li rendeva anche più belli.
Bisogna portarsi molto avanti nella biografia di Ellington per trovare altri suoi interventi nei cinema, al di fuori della sua présenza in documentari di vario genere (prove di un suo concerto, consegna di un premio, e cose simili). Interessante un “On the Road with Ellington” lungo le strade della città, o anche una rapida sosta per uno dei suoi “Breakfast” senza storia…
Ai Festival di Venezia del 1959 lo vediamo finalmente in un film “vero”, ma soltanto per una breve sequenza di “Anatomy of a Murder” diretto da Otto Preminger.

Siamo nel genere di film “giudiziario”, e c’è proprio ogni ingrediente: sfilata di testimoni, giudice severo ma bonario, accusato che non ricorda, pubblico ministero insinuante e malevolo… È un buon film con eccellenti interpreti e una valida direzione, ma soprattutto con James Stewart protagonista assoluto nel ruolo d’un avvocato di provincia che ama il jazz e la pesca e che fa assolvere l’accusato.
Ellington compare in una sola sequenza, al pianoforte di una piccola orchestra che ha nome “Pie Eye” (sfumato omaggio a Strayhorn e al suo soprannome?), impegnato in un simpatico e anomalo duetto con James Stewart, a quattro mani… Tutto qui, ma la colonna sonora è tipicamente della “ditta” Ellington-Strayhorn, e ogni tanto emerge il Suono di qualche solista invisibile, come il sassofono di Harry Carney con le sue morbide risonanze.
Un unico altro film con la partecipazione di Duke, qui esclusivamente nella colonna sonora, è “Paris Blues” dei 1961, diretto da Martin Riti. I protagonisti sono due giovani jazzisti americani, un negro (Sidney Poitier) e un bianco (Paul Newman) ed è la storia del loro inserimento nel mondo musicale e caotico di Parigi, con relativi amori per due ragazze (concordanti i colori della pelle, ovviamente). Ottima la colonna sonora con uno splendido “Mood Indigo” eseguito in doppiaggio da Paul Newman al trombone, Ma una grande personalità del jazz è ben presente nel film: Louis Armstrong, faccione sorridente e voce roca, nel ruolo di animatore del locale dove i due giovani americani suonano e vivono i loro amori. È singolare questo accostamento dei due pilastri del jazz, uno presente (e come!) di persona, e l’altro con le sue splendide musiche: qui per l’appunto sta il merito principale del film stesso.

Come appendice a quanto si è riferito su Ellington e il cinema, è opportuna un’ultima citazione. Nel febbraio del 1941, in piena attività fra composizioni e concerti, Duke e la sua orchestra, con Strayhorn entrato da poco al loro fianco, erano impegnati per pochi mesi in un club di Culver City in California, non lontano da Hollywood e frequentato dalle personalità del cinema . Nel frattempo Ellington aveva scritto le musiche di una rivista, “Jump for Joy”, con delle simpatiche canzoni per Ivie Anderson, che veniva rappresentata in un teatro di Los Angeles ottenendo un grande successo.
Fra gli spettatori entusiasti vi fu anche Orson Welles il cui “Citizen Kane” era appena uscito sullo schermo, e Duke si sentì proporre dal grande regista di musicare un film sulla storia del jazz, che si sarebbe intitolato “It’s All True”. Non si concluse nulla: i due personaggi erano molto impegnati, e il titolo andò in seguito ad un altro lavoro dì Welles che non aveva alcuna relazione con il precedente.
Di “Jump of Joy” rimasero comunque alcuni brevi “Soundies” registrati nel novembre del ‘41, e una piccola storia del Jazz si poté vedere in “A Drum Is a Woman” in televisione nel 1957.
Tra il ’60 e il ’62 rientrano nell’orchestra due grandi assenti: Cootie Williams con la sua tromba che aveva già ispirato a Duke l’indimenticabile “Concerto for Cootie” di vent’anni prima, e poi Lawrence Brown, serio e perfetto nelle sue esecuzioni al trombone. Da questo momento gli itinerari di Ellington fuori dall’America si fanno sempre più frequenti, con l’orchestra al massimo rendimento. In un concerto a Milano si fa notare un brano dedicato alla Scala, dal titolo “La Scala, she too pretty to be blue”, troppo graziosa per essere “blue”, un gentile omaggio del Jazz al tempio della musica.
Ma in patria li attende un incarico importante: uno spettacolo musicale dal titolo “My People”, dedicato al centenario dell’emancipazione degli schiavi. Una orchestra formazione ospita i solisti di Ellington più altri esecutori, sotto la supervisione di Strayhorn, ormai autentico alter ego del Duca. E non mancano alcuni brani famosi tratti dalla “Black, Brown and Beige”.

Subito dopo viene organizzata una tournée in Oriente che dovrebbe durare tre mesi, ma sarà interrotta in segno di lutto per l’assassinio del presidente Kennedy. Tuttavia, sempre in perfetto accordo con Strayhorn, Duke riesce a comporre la “Far East Suite” che verrà ricordata come una delle sue cose migliori.
Ha compiuto sessantaquattro anni, è nella sua piena maturità e sta diminuendo il suo interesse per le composizioni di breve durata. Le suo gloriose canzoni (Solitude, Sophisticated Lady, e tutte le altre) si vanno ormai collocando nel prezioso scrigno dei ricordi, mentre si succedono le composizioni di ampio respiro il cui elenco sta crescendo di continuo. C’è un altro omaggio a Shakespeare con “Timon of Atenes” , un ricordo di viaggio con la “Virgin Islands Suite” , e un’altra composizione, “The Golden Broom” (La scopa d’oro) che sarà poi eseguita dalla Filarmonica di New York con un successo enorme e con l’aggiunta di strumenti tipici del jazz alla classica orchestra sinfonica.
Il 1965 è un anno di grande importanza per Duke: il 16 di settembre viene presentato nella cattedrale di San Francisco il suo “Primo concerto di musica sacra”, Un progetto che coltivava da tempo. Il motivo inedito di questa composizione è “In the Beginning God” , che si alterna con altri brani scelti fra le composizioni precedenti. C’è un coro, i contanti solisti, e c’è anche la batteria di Louie Bellson appena rientrato nell’orchestra.
Vi saranno delle polemiche: in certi ambienti si fa notare che il musicista è stato “sempre legato al lavoro nei locali notturni”. E Duke risponde con molto garbo qualificandosi come “un fattorino che cerca di portare un messaggio alla sua destinazione”.
Il concerto sarà replicato in molte chiese d”America. Poi, nel 66 l’orchestra è in Inghilterra per due altri impegni, nella cattedrale di Canterbury e nella chiesa dell’Università di Cambridge. Prosegue in Costa Azzurra per una parentesi “non sacra” con il contributo di Ella Fitzgerald e della sua bella voce, e infine c’è anche una trasferta africana a Dakar per un “Festival mondiale delle arti negre” dove presenta un’altra suite dal titolo “La Belle Africaine”. Ellington è veramente instancabile.

Molto successo per tanti eventi. Ma ne subentra uno molto grave: il 31 maggio 1967 muore Billy Strayhorn per un tumore dell’esofago. Ha collaborato con Duke per quasi trent’anni, e tutta l’orchestra gli vuole dedicare una raccolta delle sue più belle composizioni con un album intitolato affettuosamente: “And his Mother called him Billy”: Strayhorn era legato alla madre da un affetto enorme.
Abbiamo detto qualcosa su questo unico e speciale personaggio sul cammino di Ellington ricordando il suo “Take the A Train” come sigla permanente della storica orchestra. Molte altre notizie si trovano nella dettagliata biografia scritta da David Hajdu nel 1996, ben trent’anni dopo la morte di Billy. ne parla ancora, con acuto spirito critico in un lavoro di quest’anno 2002, il francese Alain Pailler nel capitolo “Il falso mistero Ellington/Strayhorn”.
Non c’è più alcun dubbio sul valore del giovane pianista—compositore che Duke aveva conosciuto nel 1938. è anche noto, del resto, che parecchie musiche di Billy finirono per venire attribuite a Ellington “tout-court”, ma va subito detto che egli volle sempre chiarire pubblicamente ogni possibile equivoco, esprimendo in ogni occasione la massima stima per il suo collaboratore.
C’è anche un altro spunto biografico che può spiegare molte cose. Strayhorn era un “gay” e per di più negro, ma non aveva mai voluto nascondere la propria dignitosa omosessualità, malgrado che da molte parti gli pervenissero, insieme con la fama, delle insistenze in proposito. E forse qui stava il motivo del suo sentirsi come protetto all’ombra del grande Duke, al quale aveva sempre dimostrato una completa lealtà professionale con un grande sincero affetto.
E in quella triste primavera del 1967 Ellington disse: “L’eredità che Billy ci lascia è quella d’un uomo di grande coraggio e di enorme statura artistica: ‘God bless Strayhorn’”.

Verso la conclusione

Gli impegni dell’orchestra non si interrompono anche se non c’è più la figura confortante del piccolo Billy. E nel gennaio ‘68 viene presentato il “Secondo Concerto Sacro” nella chiesa di St. John The Divine (vedi immagine a lato con Ellington e Paul Gonsalves, ndr), la più grande di New York e degli Stati Uniti. Il successo è enorme: non vi sono più riserve da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche, e le musiche sono solenni ma anche festose, secondo la felice tradizione dei canti di chiesa negri.
Non c’è sosta per il Duca e l’orchestra in questo periodo. Sempre nel ‘68 c’è un concerto alla Yale University, e subito dopo una tournée sudamericana che ha come risultato una bella “Latin American Suite”.
Nel 1969 è il momento dei festeggiamenti per il settantesimo compleanno di Ellington, con ogni specie di celebrazioni, lauree “ad honorem” e altre cose, compresa “The Medal of Freedom”, la più importante di tutte le onorificenze in America. Glie la consegna il presidente Nixon in persona, durante un ricevimento alla Casa Bianca.
Da qui in avanti si fa molto difficile l’elenco di tutti i suoi spostamenti:in Europa anche più di una volta all’anno, poi nel Sud-Est asiatico e in Russia, dove si esibisce salutando il pubblico con il suo “Love You Madly” nella loro lingua.
Nel 1970 muore Johnny Hodges per un infarto, una grande mutilazione all’ orchestra: Hodges sarà ricordato per sempre come un solista unico , uno dei più grandi nella storia del jazz. Il lavoro non si interrompe: nello stesso anno presenta la “New Orleans Suite” nella storica città del Delta, con delle bellissime composizioni, fra cui un tempo di valzer. E poi il balletto “The River” a New York. Infine, il “Terzo Concerto Sacro” , organizzato per l’ONU alla Abbazia di Westminster di Londra. è l’ultimo suo lavoro importante, e anche la sua ultima presenza in Europa.
Ha affrontato coraggiosamente queste continue fatiche, ma ha grossi problemi di respirazione. Gli viene diagnosticato un tumore polmonare.

Compie i 75 anni a New York, ricoverato al Presbyterian Medical Center di Manhattan, dove arrivano messaggi da tutto il mondo per il Duca morente. Ne citeremo solo uno, di Miles Davis: “Tutti i musicisti dovrebbero un giorno riunirsi per mettersi in ginocchio e dirti grazie”.
Si spegne il 24 maggio 1974, e al funerale partecipano migliaia di persone. Il figlio Mercer, ostinato e volonteroso, vuole ancora riunire l’orchestra per un certo tempo, ma intanto sono morti altri leggendari solisti, come Paul Gonsalves e Harry Carney. La “Corazzata Ellington”, come qualcuno aveva voluto chiamare l’orchestra, è affondata per sempre.
Sul nostro “Corriere della Sera” del 25 maggio ‘74 c’è un simpatico articolo di Vittorio Franchini, uno dei più vivaci commentatori di questa musica molto speciale che si chiama “Jazz”. Rievoca un incontro di Duke con i giornalisti al Consolato di Francia di New York dove aveva ricevuto la “Legion d’onore”, altro cimelio per il monte di onorificenze già acquisite nel tempo . Ellington aveva proposto loro un gioco: avrebbe suonato al piano qualunque suo motivo gli venisse richiesto, facendo poi il confronto con quelli che a lui erano sempre stati di più a cuore: era come tentare un parallelo fra i temi che potevano piacere a un critico e quelli che piacevano a lui.
In questo semplice gioco un po’ casalingo c’era tutto il “Duca”. Era come lo svago d’un sovrano per intrattenere i suoi sudditi in ammirazione.
Ma il vero regno di questo sovrano era altrove: forse veniva da quella “giungla” fantastica che soltanto i suoi grandi solisti, sotto la sua guida, erano stati capaci di far rivivere.

Per cinquant’anni l’orchestra di Duke Ellington fu unica nel suo genere. Nella loro maggior parte i suoi uomini costituirono per lungo tempo una specie di aristocrazia del jazz, quasi un mondo a sé.


Teniamo presente che un’orchestra di jazz non è una formazione musicale del tutto simile alla altre: non basta allineare degli strumentisti competenti o dei tecnici irreprensibili.


Bisogna che costoro siano dotati di personalità, possibilmente una personalità senza uguali.


Da questo punto di vista non vi furono, nelle migliori formazioni della storia del jazz, delle individualità così singolari come quelle che formarono il complesso di Ellington. Inoltre, il fatto che questi grandi solisti gli fossero rimasti fedeli per lunghissimo tempo, premise a Duke, vero alchimista del jazz, di mettere insieme ogni tipo di esperienza, incluse soprattutto quelle controindicate dagli accademici…


(Da Alain Pailler, in “Duke’s Place”, Paris, 2002)


Bibliografia e iconografia


Alain Pailler, Duke’s Place. Ellington et ses images, Ed. Actes du Sud, Paris 2002


Gunther Schuller, Il jazz classico, origini e primi sviluppi, Mondadori, Milano 1979


Idem, L’era dello Swing, i grandi maestri, EDT, Torino 1999


Marc Tucker, Duke Ellington reader, Oxford Univ. Press, New York 1933


Duke Ellington, Music is my Mistress, Doubleday 6 Co., Garden City 1973


David Hajdu, Lush Life, A Biography of Billy Strayhorn, North Point Press, New York 1997


Joachim Ernst Berendt, Il nuovo libro del jazz, Sansoni Ed., Firenze 1960


Walter Mauro, Jazz e universo negro, Rizzoli Ed., Milano 1972


Arrigo Polillo, Jazz, Mondadori, Milano 1975


Arrigo Polillo, Stasera Jazz, Mondadori, Milano 1978


Barry Ulanov, Storia del Jazz in America, Einaudi, Torino 1965


Vittorio Franchini, L’era dello Swing, Piccola Biblioteca Ricordi, Milano 1960


Paolo Benzi e Paolo di Gennaro, Kind of Blue, Jazz Film Festival, Milano 1977


Bruno Schiozzi, Retrospettiva su Billy Strayhorn, “Musica Jazz”, aprile 1970


Ken Rattenbury, Duke Ellington, Jazz Composer, Yale University Press, 1990


Vittorio Franchini, E’ morto il jazzista Duke Ellington, “Corriere della Sera”, 25–5-1974


Giulio Confalonieri, Articolo su “Illustrazione Italiana” del 14–5-1950


Leonard Feather, Mercer continua, intervista a Mercer Ellington, “Musica Jazz”, Agosto-Settembre 1974

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