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Cinema

Donata Pesenti Campagnoni

Immagini e memorie

Premio Jean Mitry alla ventunesima edizione delle Giornate del Cinema Muto, Donata Pesenti Campagnoni lavora dal 1986 al Museo Nazionale del Cinema di Torino e si occupa, in particolare, della sezione Apparecchi e Oggetti D’arte.

La Mole Antonelliana, sede del Museo Nazionale del Cinema di TorinoDonata Pesenti Campagnoni (DPC): Il settore inizialmente era questo, ma, via via, si è molto ampliato. Adesso lavoriamo su tutto il patrimonio: sui manifesti, sulla fototeca, e su altre collezioni che possiede il Museo. Il Museo ha un patrimonio molto ricco e molto vario. Parliamo di circa 9000 tra oggetti d’arte ed oggetti d’arte. Molti appartengono al cinema, ma la gran parte dell’oggettistica appartiene al periodo dell’archeologia del cinema. Il Museo di Torino è il Museo che è più fornito, internazionalmente, per quanto riguarda questo tipo di materiale. Abbiamo circa tremila manifesti e corredi pubblicitari, una fototeca abbastanza interessante che comprende materiale cinematografico ma anche materiale che riguarda la fotografia storica, in particolare piemontese. La storia locale piemontese e torinese è una costante in tutte le raccolte del patrimonio. Il Museo ha un archivio molto, molto bello; una biblioteca, una cineteca, una fonoteca. Direi che tocchiamo tutte le tipologie di materiali possibili, per quanto riguarda l’immagine.

Martina Palaskov Begov (MPB): Ho sotto gli occhi una lista di Mostre interminabile e impossibile da elencare in maniera esauriente, che lei ha curato. Parliamo di quelle più interessanti, secondo lei o più recenti. So che ne ha allestita una anche a Pordenone, per le Giornate…

DPC: A Pordenone, abbiamo curato — dico abbiamo perché non è opera soltanto mia, ma anche di David Robinson, e Laurent Mannoni — una mostra molto interessante secondo me. La Mostra si chiamava Luce e Movimento, e trattava dell’archeologia del Cinema. Era accompagnata da un catalogo che io ritengo, non perché l’abbia fatto io (ride), essere bellissimo e esauriente. Abbiamo lavorato molto con documenti originali dell’epoca. Ritengo che questo tipo di approccio sia veramente importante per una analisi storiografica. A quel tempo ho curato altre mostre dello stesso periodo, dedicate al tema dell’archeologia del cinema. Una a Lisbona, una seconda a Torino. Ci sono state anche altre mostre che mi hanno dato molta soddisfazione, come la mostra sui manifesti. Ho sempre cercato di proporre delle Mostre che spiegassero bene quali siano le caratteristiche del patrimonio artistico del Museo del Cinema. Il catalogo del Museo è stato redatto da Maria Adriana Prolo, anche se poi è stato arricchito e rimaneggiato altre volte. Quindi dalle caratteristiche del patrimonio io ho poi focalizzato e ho scelto il tema. L’archeologia del cinema è la sezione che più mi interessa, quindi è indubbio che mi sono concentrata su questo allestimento. Gli ultimi anni sono stati dedicati all’allestimento e allo spostamento del materiale nella nuova sede del Museo, nella Mole Antonelliana di Torino. Quest’anno invece ho curato una mostra, che io amo moltissimo, dedicata a Maria Adriana Prolo, e a Henri Langlois, poiché abbiamo lavorato con la “Cinematheque Française“. Abbiamo proposto questo percorso attraverso la vita, vista parallelamente, di questi due pionieri del cinema.

Archeologia del cinema: scatole ottiche esposte al Museo Nazionale del Cinema di TorinoM.P.B: Che cos’è dunque, quest’archeologia del cinema. Tutti sappiamo dell’esistenza della lanterna magica, ma sappiamo bene che ci sono altre cose, altri marchingegni…

DPC: L’archeologia del cinema ha una storia molto stratificata e complessa. Cronologicamente potremmo suddividere il periodo dalla fine del Quattrocento alla nascita del cinema. Le cesure di alcuni periodi sono ovvi. I percorsi dell’Ottocento e del Novecento sono chiaramente molto diversi da altri, molto più particolari. L’archeologia del cinema è un insieme di pratiche spettacolari, pratiche artistiche, pratiche scientifiche, ricerche scientifiche che poi si traducono nuovamente in pratiche spettacolari. Il cerchio sembra sempre chiudersi. Illustriamo questi differenti approcci che arrivano sempre a dei punti di incrocio, fino a quando, appunto, si presenta la grande invenzione del cinematografo. Il cinema tuttavia è il punto di arrivo di altri percorsi, estremamente complessi da tracciare e da studiare. Si sono poi tutti stratificati e allargati a diversi approcci anche culturali. Per cui toccare un tema sull’archeologia del cinema, significa poi inevitabilmente a toccarne molti altri. Come con le scatole cinesi, si tira fuori sempre altro, sempre materiale nuovo. La stessa considerazione la si può fare anche per il cinema, per certi aspetti.

MPB: Come affrontate queste ricerche e che scoperte avete fatto recentemente?

DPC: Io mi occupo, soprattutto dei problemi di tipo conservativo. Al di là del discorso legato alle mostre, e quindi alla valorizzazione del patrimonio, ho sempre cercato di fare campagne di catalogazione, restauro, riordinamento di materiali in generale. Si tratta di un discorso abbastanza complesso, perché abbiamo una tipologia di materiali che fuoriesce dalle categorie consuete degli oggetti d’arte o degli oggetti tipicamente scientifici. Quindi c’è sempre stato un progressivo adattamento, riposizionamento della metodologia di lavoro adottata. Noi abbiamo incominciato a fare queste campagne di catalogazione da moltissimo tempo, credo che si tratti di diciotto anni oramai. Non abbiamo ancora terminato, poiché abbiamo una quantità non indifferente di materiali da catalogare. Cerchiamo sempre di attenerci rigorosamente a standard nazionali e internazionali di catalogazione, ma allo stesso modo, cerchiamo di restituire la specificità della materia Cinema. Quando, infatti, si tratta di catalogare dei materiali cinematografici, ci troviamo davanti a molteplici oggetti; costumi, sceneggiature, libri. Il pezzo in se viene trattato in base ad un’elaborazione dei dati consueta. Accanto a questa catalogazione generale, affianchiamo all’oggetto una scheda filmografica che riporta il titolo del film e che consente all’utente di sapere quanto altro materiale abbiamo su quel film.

La Chapel Cabiria al Museo Nazionale del Cinema di TorinoPer esempio di Cabiria (Giovanni Pastrone, 1914) abbiamo molti oggetti e materiali interessanti. Per quanto riguarda il settore archeologia abbiamo adottato sempre gli stessi criteri catalografici ma con chiavi di ricerca diverse. Nel campo del restauro e del riordinamento, si tratta di materiali che hanno sicuramente a che fare con l’archeologia ma che spesso comprendono materiali da set. La catalogazione di questi materiali è un fenomeno abbastanza nuovo. Mi rifaccio all’Arte Contemporanea per far capire il problema. Avevamo il costume del film Alien (di Ridley Scott, 1986). Lo abbiamo esposto in Mole, ma dopo abbiamo avuto dei grossi problemi con la restaurazione del lattice. Infatti lavorare di restauro con questi materiali nuovi comporta nuove difficoltà. Gli oggetti da set vengono creati per essere utilizzati sul set, e non per essere conservati. Nessuno crea del materiale cinematografico per poi pensare di esporlo in un Museo. Ci troviamo in un campo di ricerca che rasenta la sperimentazione. Nella Mole Antonelliana, dove appunto si trova il Museo, uno degli edifici più prestigiosi, o forse il più prestigioso di Torino, lavoriamo anche molto sui criteri di conservazione del materiale. I monitoraggi devono essere continui e costanti. Cerchiamo di sistemare o risistemare adeguatamente gli spazi espositivi o le bacheche che conservano gli oggetti. Abbiamo un gruppo specializzato, formato da docenti universitari di facoltà che non riguardano il cinema, ma i poli scientifici dell’Ateneo. Tutto ciò perché si tratta di una materia, quella del cinema, che viene musealizzata da pochissimo tempo.

MPB: In campo internazionale, ci sono altri Musei che affrontano così specificatamente la catalogazione e conservazione di materiale cinematografico?

Cinematheque FrançaiseDPC: Be’, la “Cinematheque Française” vanta uno spettacolare patrimonio artistico. Siamo spesso in contato con quest’istituzione. Laurent Mannoni è un assidua frequentatrice delle Giornate del Cinema Muto. La Cinematheque è sicuramente una delle istituzioni più prestigiose. Pio ci sono alcuni musei in Germania, di formazione più recente. Poi ancora il MOMI (Museum of Moving Images) a Londra, che però attualmente è chiuso e non si sa bene che fine farà. Poi chiaramente ci sono tutta una serie di Musei Americani. Direi che negli ultimi dieci anni i Musei del Cinema hanno avuto un rilancio notevole. E anche vero che ne stanno chiudendo molti, oppure alcuni sono chiusi e faticano ad aprire. La Cinematheque per il momento è chiusa. Riaprirà sicuramente, ma con non pochi problemi.

MPB: Parliamo della situazione politica italiana: c’è interesse da parte delle istituzioni a far fiorire queste iniziative?

DPC: Noi facciano affidamento su vari contributi, alcuni statali, ma molti locali, dagli enti locali.

MPB: Interessa quindi l’argomento…

DPC: Sì, sì. A Torino credo che si trovi uno dei Musei più grossi. Abbiamo avuto un affluenza non indifferente. Abbiamo superato il Museo Egizio. Il museo, come architettura, è molto particolare. L’allestimento è affascinante e si sposa bene con l’architettura della Mole Antonelliana. Devo dire che c’è stato un grosso richiamo di pubblico.

MPB: Ultima domanda, un po’ provocatoria. Lei se lo merita, a suo avviso, il premio Jean Mitry?

DPC: Sarò schietta. Quando me lo hanno detto, non ci credevo, nel senso che non me lo aspettavo assolutamente. Probabilmente me lo merito, o forse no. Non saprei rispondere. Posso dire con sicurezza che in questi sedici anni di lavoro ho dato tutta me stessa per fare del mio meglio. Si tratta di una materia che mi interessa moltissimo, da sempre.

Archeologia del cinema: lanterne magiche esposte al Museo Nazionale del Cinema di Torino

MPB: Come mai quest’interesse nel archeologia e nella catalogazione cinematografica?

DPC: L’interesse è nato in modo del tutto casuale. Io mi sono laureata con una tesi che trattava della catalogazione e della conservazione di materiali audiovisivi. La tesi si chiamava Immagini e Memoria. Dopo la tesi, ho avuto un’offerta da parte del Museo del Cinema e da lì poi sono giunta fin qui.

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