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Scrittura

Niccolò Ammaniti

Narratore d’immagini

Corrado Premuda (CP): Incontriamo Niccolò Ammaniti a Trieste all’interno della manifestazione Alpe Adria Cinema e la domanda che vorrei farti è la domanda pregnante di questa intervista: riguarda il rapporto parola-immagine. Nelle tue storie, nei tuoi racconti, le immagini sono molto forti, sono molto presenti, c’è quasi un linguaggio cinematografico. Dato che siamo anche nel contesto di una rassegna cinematografica, qual è il rapporto che vedi tu tra parola e immagine e soprattutto quando scrivi, com’è questo rapporto?

Niccolò Ammaniti (NA): (lunga pausa, ndr) Mah, quando penso a un libro ho la sensazione come se nella mente mi scorresse un film, quindi lo vedo per immagini. Ho una visione quasi di un film in realtà, che poi descrivo attraverso le parole. Come se vedessi delle cose e contemporaneamente poi le arricchissi attraverso la scrittura. Però la prima fase è sicuramente molto visiva. Quindi è come se i personaggi me li vedessi… le azioni, i luoghi… e c’è anche una trama poi che può essere una trama come una specie di scaletta per una sceneggiatura. Quindi forse è per quello che i miei libri sono così visivi. Perché è la condizione attraverso la quale scrivo. Non parto mai da una riflessione, ma piuttosto da una storia o da delle immagini che ho visto.

CP: Il passaggio dalla scrittura alla sceneggiatura mi sembra in questo caso quasi d’obbligo. Oltretutto tu adesso tu stai collaborando con Salvatores per la sceneggiatura tratta dal tuo libro “Io non ho paura”. Ti è sembrato “naturale” spostarti dalla scrittura alla sceneggiatura e quindi al film…

Un'immagine di "Io non ho paura"NA: …Be’, sì, il film è finito e adesso andrà in concorso a Berlino e quindi è praticamente terminato. La sceneggiatura l’ho scritta un anno fa. Nel caso di “Io non ho paura”, l’idea iniziale era quella di farne un film, prima di farne un romanzo. Ho fatto un romanzo perché con questa storia poi mi sono trovato in difficoltà con l’editore. Stavo scrivendo un libro enorme e non riuscivo a finirlo e mi hanno detto “sbrigati perché dobbiamo consegnarlo, bisogna uscire”. Insomma erano pure due anni che non facevo un libro e quindi ho detto: “Posso provare a utilizzare questa storia che era per un film per scriverne invece un libro”. Il libro è venuto bene, sono contento, perché secondo me ha aggiunto delle cose a quello che era l’immaginario che mi ero costruito. Cioè tutta la parte psicologica, della fantasia del bambino, del suo mondo interno, delle sue paure, era qualcosa che non avevo neanche immaginato mentre pensavo al film. E allora a quel punto, quando mi hanno chiesto i diritti per farne un film, è stato molto facile scrivere la sceneggiatura perché ce l’avevo completamente in testa, e l’ho seguita in maniera abbastanza pedante scrivendo il libro.

CP: L’argomento di “Io non ho paura” è un tema scottante, perché si parla di violenza sui bambini. è stata la società, o gli argomenti di cronaca recenti a darti l’idea, o era qualcosa che è partito da altre idee?

NA: No, ci sono state diverse idee insieme. Uno, come dicevo prima, immagini. Cioè mi aveva molto colpito una zona d’Italia che è la zona tra la Puglia e la Campania, che è una zona dove finiscono gli Appennini e cominciano queste colline basse, che sono colline che d’estate si coprono completamente di grano; e passandoci con la macchina, perché l’autostrada la taglia, ho guardato questo posto e mi ha molto incuriosito, quindi sono uscito per vedermi questa zona. E quello che ho visto era un paesaggio di grano e pochissime case, non c’erano praticamente alberi, e ho pensato a dei bambini: “Chissà dei bambini qui cosa possono fare”. D’estate fa talmente caldo che anche giocare diventa difficile, e quindi mi sono visto un gruppetto di bambini che avanzava in bicicletta. Ho pensato ad una storia in cui dovevano trovare un segreto, qualcosa di più grande di loro che dovevano capire. E quindi mi è venuta l’idea di un rapimento. L’ho ambientato nel 1978 perché il 1978 era un periodo di continui rapimenti. In Italia negli anni ‘70 ci sono stati veramente migliaia di rapimenti. Solo in quell’anno ci sono stati più di 500 rapimenti e l’idea di un bambino che si trova in un buco, nascosto, trasportato da un paese del Nord, e non sa neanche perché, mi affascinava molto. E allo stesso tempo il ragazzino rapito poteva essere l’alter ego per quest’altro che lo scopre, e hanno la stessa età, quindi creano un’amicizia. Perciò non nasce da un problema di cronaca di adesso, ma invece da una memoria della mia infanzia, che non è stata un’infanzia di questo genere, ma è stata senza televisione: niente se non una bicicletta e la possibilità di giocare e di far tutto quello che ti pare, perché lì (nell’ambientazione del film, ndr) apparentemente non c’è alcun pericolo, però se sollevi una pietra… vai in una casa abbandonata, c’è un buco, ci guardi dentro, e trovi un bambino incatenato.

CP: Nel tuo scrivere c’è un linguaggio narrativo molto personale, che ti identifica subito. Tu sei molto riconoscibile per il tuo stile e ci sono diversi critici, anche italiani, che ti riconoscono un’identità letteraria forte. è frutto di una applicazione da parte tua o ti viene per così dire spontaneo, naturale?

NA: Un po’ sono tutte e due le cose, ma è così in tutti i lavori che si fa. In qualsiasi lavoro ci deve essere una necessità a farlo e nello stesso tempo poi, lentamente con gli anni, anche una ricerca che tu fai per migliorare, per cambiare il tuo stile. Però è una cosa che fai in maniera anche molto inconsapevole; io non me ne rendo conto, ho la sensazione di voler raccontare delle storie sempre più lunghe, di fare un gradino in più. Di raccontare storie più complesse, di passare a psicologie più difficili da raccontare, più difficili da inquadrare, però mi viene molto naturale.

CP: Tu scrivi sia racconti che romanzi, e personalmente ritengo che sia più difficile scrivere dei racconti — io anche scrivo dei racconti — perché forse la tensione narrativa deve essere più incalzante, a differenza di quanto pensa la maggior parte della gente, che invece ritiene il romanzo come l’opera letteraria più completa. Tu cosa ne pensi? Il rapporto appunto tra racconto e romanzo…

NA: Trovo che, sì, scrivere racconti è molto difficile, sono d’accordo con te, anche se io con gli anni ho perso un po’ l’abitudine a scrivere racconti, perché ho bisogno di storie che si allungano, per poter sviluppare meglio le psicologie. Ogni tanto, sì, mi rendo conto, ho delle intuizioni per le storie brevi e le scrivo. Sono due forme che mi interessano entrambe, e prima o poi farò sicuramente un altro libro di racconti, non so quando, ma raccoglierò anche altri racconti che ho scritto in questi anni, e vorrei scriverne degli altri. La cosa strana è che adesso quello che mi succede è che incomincio un racconto e poi mi trovo sempre con una storia che deborda, diventa più grande, che diventa almeno 100 pagine.

CP: C’è un’espressione forte riguardo gli scrittori, anche un po’ estrema, alcuni dicono che gli scrittori sono dei frustrati, che scrivono perché non vivono. Tu sei d’accordo con questa espressione? Ti rappresenta in qualche modo oppure no?

NA: Secondo me non è che non vivono. Gli scrittori secondo me, dipende… sono dei frustrati se non riescono a pubblicare spesso… Sono dei frustrati se non hanno o il plauso della critica o il plauso del pubblico. Già se ne hai uno dei due uno sta abbastanza bene, tutti e due è il massimo. Che gli scrittori non vivano è vero per certi aspetti, nel senso che… (parte la musica di Alpe Adria, ndr) A questo punto anche la musica. Fra poco ci mettiamo a ballare… bisogna osservare per essere uno scrittore. Bisogna essere… Insomma secondo me bisogna essere dei bambini che alle feste stanno seduti da parte e guardano gli altri che ballano, che si divertono. è un po’ un’immagine falsa quella degli scrittori che vivono. Perché, se vivi troppo, chiaramente non hai neanche la voglia e il tempo per poter scrivere. Il mito di Hemingway, l’uomo che faceva tutto e che scriveva, in realtà… sì, forse solo lui c’è riuscito. Tra gli scrittori che ho amato c’è Pessoa, che diceva che l’unico modo per viaggiare era quello di rimanere in casa. E quindi, secondo me, in generale ci dev’essere un po’ di costrizione, può essere una costrizione fisica, una costrizione psicologica ma anche una costrizione nel genere: come gli scrittori che scrivono gialli, che scrivono dei romanzi di fantascienza, che trovano delle gabbie nelle quali si possono esprimere ancora meglio. Io credo che la clausura aiuti l’espressione, perché con la mente puoi superare delle barriere, invece quando ti si aprono tutte le possibilità è pericoloso. E anche per uno scrittore normale se ad un certo punto incomincia ad entrare troppo in contatto col mondo… è importante guardarlo, ma deve contemporaneamente lasciarsi uno spazio che è poi lo spazio dell’adolescenza, quello lì in cui si sta a casa da soli e si immagina di fare delle cose che poi forse uno non realizzerà mai.

CP: In un’epoca in cui tanti scrittori vogliono a tutti i costi lasciare qualcosa o lanciare dei messaggi, mi sembra invece che nel tuo modo di scrivere ci sia la voglia sana, secondo me, degli scrittori che vogliono raccontare delle storie, di intrattenere o di condividere delle storie con gli altri. è così?

NA: Sì, infatti preferisco che mi chiamino “narratore” piuttosto che “scrittore”: nel senso che punto molto sulle storie. Le storie sono la base sulla quale capisco anche io le cose. Grazie ai movimenti dei personaggi riesco a dire delle cose, altrimenti non riuscirei mai a scrivere un saggio su qualche cosa. Alla fine qualcosa lo si vuole dire sempre. Nei miei libri non decido un “manifesto”, ma ci sono delle cose della società che non mi piacciono, o che mi fanno paura, o che invece apprezzo, che voglio far capire agli altri. Però non foglio fermarmi e dire: “Adesso vi spiego che”; se il messaggio arriva al lettore, bene, altrimenti non importa.

CP: Un’ultima domanda. Prima citavi Pessoa: come lettore, quali sono gli autori che preferisci?

NA: Cambio continuamente la mia hit parade degli scrittori, va a periodi. Ci sono stati periodi in cui ho amato solo la fantascienza, altri in cui l’horror è stato fondamentale, altri in cui ho ricominciato a leggere i classici: in questo momento sto leggendo Maupassant e mi piace moltissimo, quindi sono un lettore assolutamente onnivoro, e mi sembra che poi spesso non sia importante lo scrittore, bensì il libro. Ci sono degli scrittori che magari non sono un granché, ma può capitare che in un libro abbiano espresso il loro meglio.

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