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Cinema

Troppo bella per dimenticarla (I)

Storia di Louise Brooks, un'attrice fra Hollywood e Berlino

Bella lo era veramente. Nel 1958 Henri Langlois della “Cinémathèque Française”, ricorrendo il venticinquesimo anniversario del suo film più famoso e ospitandola a Parigi, le aveva dedicato uno dei più sorprendenti omaggi mai rivolti a un’attrice del cinema:
“Coloro che l’hanno vista una volta non la potranno più dimenticare. è l’attrice moderna per eccellenza perché, come le statue dell’antichità, è fuori dal tempo. Ha quella naturalezza che ben pochi hanno saputo dimostrare davanti alla lente del cinema, è l’intelligenza del processo cinematografico, la più perfetta incarnazione dalla fotogenia… Rappresenta tutto ciò che il cinema aveva già scoperto in quegli ultimi anni del proprio “silenzio”: una completa naturalezza e una completa semplicità…

Ma chi era mai questa ragazza americana d’un tempo ormai passato, e cosa aveva fatto per meritarsi un simile folle elogio che raramente era stato rivolto ad altre dive di affascinante bellezza e di grande esperienza?

Una ragazza di Cherryvale, nel Kansas

Louise Brooks, nata nel 1906, era la seconda di quattro fratellini, due maschi e due femmine. Il padre era un avvocato, discendente da contadini inglesi che erano giunti nell’America di George Washington, alla fine del diciottesimo secolo, per cercare lavoro.
Leonard Brooks era molto ligio alla sua professione, che esercitava con ogni scrupolo, ma era anche un buon dilettante violinista e aveva un’ottima cultura letteraria. La madre Myra, graziosa e affascinante, coltivava anche lei qualche ambizione musicale e letteraria, malgrado i gravosi impegni di casa.
Quando aveva nove anni, Louise cominciò a dimostrarsi molto attaccata alla danza, e i genitori non esitarono a farle prendere delle lezioni da un’insegnante che veniva regolarmente a casa loro per istruirla. Poi la famiglia Brooks si trasferì a Wichita, ancora nel Kansas, un centro molto più importante di Cherryvale, dove Louise non solo poté continuare con la sua danza, ma cominciò anche a studiare recitazione sotto la guida di Miss Alice Campbell, una maestra un po’ all’antica per una scolara anche troppo sveglia. Ne derivò una serio di contrasti fino alla definitiva separazione, che Louise commentò in questo modo: “Ne avevo abbastanza di insegnare alla mia insegnante cosa insegnarmi…”.
Louise non era una vera ribelle, ma detestava le mediocrità e i conformismi degli ambienti borghesi che doveva necessariamente frequentare: del resto gli stessi suoi genitori erano persone di larghe vedute, in specie il padre, che difficilmente usava in famiglia il tono severo di certe sue arringhe in tribunale.

E un bel giorno la mamma decise di farle eliminare le sue trecce nere a favore d’un taglio “alla maschietta”, molto in voga all’epoca. Di certo non poteva sapere che questi suoi capelli lisci, simili ad un piccolo casco, con le due punte sporgenti sulle guance, sarebbero diventati un simbolo e un modello per centinaia di altre ragazze nel mondo.

La casa dei Brooks era un’ampia villa grigia. Aveva ben quattordici camere e molto spazio per i quattro ragazzi, ma soprattutto per la massa di libri che il capofamiglia collocava dovunque.
Louise cresceva e leggeva molto, attingendo un po’ disordinatamente ai classici inglesi e americani: da Dickens a Tennyson e da Mark Twain a Emerson. Andava anche d’accordo con i due fratelli e la sorellina June che aveva otto anni meno di lei. A scuola era una brava alunna e coltivava sempre la danza.
Nel 1921 Ted Shawn, famoso ballerino e coreografo di New York, presentò il suo spettacolo nel teatro di Wichita e Louise ne fu così colpita da insistere affinché la mamma la volesse accompagnare dietro le quinte a fare la sua conoscenza. Il risultato di questo incontro fu molto superiore al previsto: l’aspetto un po’ malizioso e seducente della ragazza era piaciuto moltissimo a Ted Shawn.
Fu così che la signora Brooks e sua figlia fecero di tutto per convincere l’avvocato—padre a mandare questa loro fanciulla lontano da casa per entrare in una scuola di ballo a New York nel corso estivo del 1922. Un’altra ragazza, un po’ più grande di Louise e figlia di amici si era iscritta anche lei, e non vifurono più ostacoli. In una calda giornata di luglio sul diretto Santa Fe—New York che lasciava la stazione di Wichita, una giovane quindicenne partiva senza versare nemmeno una lacrima.

“The Denishawn Dancers”

La scuola di danza era conosciuta in America, e il suo strano nome era derivato dall’unione di due cognomi, quello della danzatrice Ruth St. Denis con quello di Ted Shawn, che andava letto “Denishawn” tutto di seguito. Venivano dalla grande tradizione di Isadora Duncan, ed erano anche marito e moglie.
Era un’istituzione molto seria, ispirata alla massima disciplina e allo studio più assiduo. Shawn aveva in programma per i suoi allievi anche delle danze esotiche, come si vede in una fotografia di lui con l’allieva Brooks, un po’ umoristica, ma nello spirito di quegli anni.
L’incontro con la metropoli aveva abbagliato Louise, ma non c’era molto tempo per le meraviglie. Le lezioni occupavano tutto il mattino e una parte del pomeriggio, e alla sera lei e la innocua compagna tornavano stanche nel loro appartamentino d’affitto sulla Ottantaduesima strada. Ma la stanchezza non poteva vincere l’entusiasmo d’una ragazza a New York: Louise, tirandosi dietro l’amica, andava appena possibile a qualche spettacolo di Broadway. Il preferito era quello delle “Ziegfeld Follies”, un sogno per chi amava le musiche, le danze e le splendide coreografie.

La cultura non era strettamente indispensabile, e l’ambiente della città non aveva in proposito molte esigenze. Occorreva piuttosto perfezionare il modo di parlare, liberandosi dell’accento provinciale, visto che le lezioni di qualche anno prima erano anche finite male, come abbiamo visto. Le fu di aiuto un giovane barista del “drugstore” dove andava sovente: era studente alla Columbia University, e fu felicissimo di averla come allieva di dizione. Non si poteva resistere ad un suo sorriso.
La signora St. Denis, cioè Mrs. Shawn, era un’insegnante colta e precisa. I suoi studenti dovevano conoscere i grandi musicisti e sovente danzare sui loro più famosi motivi. Quanto alla loro vita privata, le ragazze dovevano rispettare un codice morale di questo tipo: “No boyfriends, no drinking, and certainly no sex”. Non era proprio una grande allegria.

Una famosa danzatrice, Martha Graham, veniva sovente a insegnare. Molti anni dopo avrebbe detto: “Tutte quelle ragazze sembravano uguali, ma Louise era diversa da loro su due cose: era straordinariamente bella, e inoltre dimostrava già quella forza interna che l’avrebbe sostenuta per tutta la vita”.

Nel 1922/23 la scuola fece una lunga tournée negli States e in Canada. Durante una breve permanenza a Wichita venne festeggiato il sedicesimo compleanno di Louise in casa Brooks assieme agli Shawn, la Graham e altri amici, e per lei fu un giorno felice. Quell’estate conobbe Barbara Bennett, sorella di Constance Bennett, un’attrice del cinema già sulla via dei successo, e divennero amiche senza avere per conto loro alcun interesse verso lo schermo.
Louise era molto impegnata nei vari spettacoli di danza che si chiamavano “Sonata tragica” oppure “Spirit of the Sea” e così via, sempre sotto il severo controllo della maestra St. Denis.
La giovane allieva si stava trasformando in una vera artista. E a quanto pare maturò nella sua insegnante una certa intolleranza e un senso d’invidia nei suoi riguardi. Fu accusata di pretendere “che la vita le venisse servita su di un vassoio d’argento” (A silver salver) e fatalmente le cadde addosso un inatteso licenziamento dalla scuola. Louise ne fu sorpresa e addolorata, chiedendo alla amica Barbara cosa diavolo ci entrasse quel dannato “Silver Salver”…
A diciassette anni aveva subìto la sua prima grande delusione. E per di più l’irritabile signora l’aveva licenziata nel modo più imbarazzante, in presenza di tutta la compagnia, “per dare un esempio”, con motivazioni che non avevano alcun rapporto con la danza. La causa andava forse cercata nella personalità forte e poco remissiva di Louise.

“Scandals” di White, poi “Follies” di Ziegfeld, poi cinema

“Non voglio tornare nel Kansas!” ripeteva piangendo. Ma per fortuna c’era con lei l’amica Barbara, con quel cognome che apriva molte porte: le disse subito “Ti trovo lavoro in un momento”.
E fu di parola. In quegli anni ‘20 i grandi “Musicals” di Broadway erano gestiti da due personaggi famosi: Florenz Ziegfeld con le sue “Follies” e George White con gli “Scandals”, e Barbara la presentò al secondo, che in quel momento non aveva rivali, soprattutto per la bravura degli autori che musicavano i suoi spettacoli: uno di questi era già da alcuni anni George Gershwin.
Era il 1924, l’anno in cuila sua “Rhapsody in Blue” era stata un trionfo: Gershwin partiva per l’Europa e sì videro poco, ma Louise lo ricordò sempre come una persona gentile e molto amabile.
E così nel 1924 vi fu una nuova “Chorus Girl”, una ballerina di fila, nella compagnia degli “Scandals” di George White. Louise non aveva ancora compiuto i diciotto anni, ed era l’unica che avesse una seria preparazione di danza. Pur cercando di adeguarsi al nuovo lavoro, sopportava a fatica la mediocrità e l’invidia delle colleghe, e le furono molto più amiche le attrici della compagnia. Fra queste c’era Winnie Lighter, una giovane “star” che avrebbe poi lanciato a Broadway una delle più famose canzoni di Gershwin, “Somebody Loves Me”.

Alla fine dell’anno accadde qualcosa di nuovo. I ricchi genitori di Barbara decisero di mandare la loro figlia in Europa presso una scuola privata, e Louise fece uno dei suoi soliti colpi di testa. Si licenziò dalla compagnia degli “Scandals” americani di White, e si imbarcò per Londra insieme all’amica.

Fu un’esperienza movimentata, perché Barbara, capricciosa come sempre, ebbe una crisi di nervi e tornò quasi subito in America. Louise volle comunque tentare l’avventura europea e ottenne una scrittura per il “Café de Paris”, un lussuoso ritrovo londinese, malgrado il nome.

Non le mancò il successo, perché il suo stile di danza moderno e disinibito piacque molto al pubblico della capitale in quell’inverno ’24-’25 freddo e monotono, ovviamente nebbioso. Tuttavia, dopo qualche mese, volle rientrare anche lei in patria, e la decisione del ritorno fu rapida, com’era stata quella della partenza. Molto importante il motivo: da New York le stavano giungendo dei richiami ai quali non era possibile sottrarsi.
Ziegfeld aveva consolidato il suo posto di assoluta prevalenza fra le tante compagnie musicali di Broadway, e voleva la bellissima “Brooksie” tra le sue ragazze in palcoscenico: il suo celebre motto “Glorifying the American Girl” era diventato un traguardo da raggiungere al più presto.
Al loro primo incontro Louise, per nulla intimidita, gli disse molto chiaramente: “Mister Ziegfeld, I am not a chorus girl, I am a dancer” (non sono una ballerina di fila, sono una danzatrice). Lui, del resto, sapeva benissimo chi era questa sua nuova recluta, che passava tranquillamente dagli “Scandals” di George White alle famose “Pollies” di Florenz Ziegfeld.
Molto sicura di sé, era semplicemente “The Girl with the black helmet of hair”, la ragazza con il nero elmetto di capelli.
Ed era quasi ovvio che il cinema si accorgesse della grazia affascinante della “danzatrice” di Ziegfeld.
Nella seconda metà degli anni ‘20 si era ancora in piena “era del muto”, e quasi tutta la produzione cinematografica americana era nelle mani di due grandi “Majors”, la Paramount e la Metro Goldwin Mayer. Entrambe le Compagnie, pur mantenendosi ancora legate a New York, sede di nascita dei loro “Studios” e delle loro grandi “Stars” del silenzio, cominciavano a orientarsi verso la California, con il suo clima più gradevole e le vaste possibilità di sviluppo. Uno dei produttori più efficienti della Paramount era Walter Wanger: aveva già osservato la Brooks a teatro e ne era rimasto sedotto Le propose di partecipare ad un film che stava entrando in lavorazione.

Louise non aveva mai pensato seriamente al cinema, considerandolo un genere di spettacolo popolare molto inferiore al teatro. Ma non era rimasta insensibile al fascino signorile di Wanger, e decise di provare.
Il 24 agosto 1925era sugli schermi questo nuovo film, nel quale lei aveva soltanto una brevissima parte. Il titolo era “Street of forgotten men” (La strada degli uomini dimenticati), e la sua fugace apparizione bastò per interessare i produttori delle due Case, che le proposero un vero contratto.

“Brooksie”, lo sappiamo, era una ragazza decisa. Inoltre aveva molta simpatia per Walter Wanger, e nell’ottobre dello stesso anno firmò un impegno per cinque anni con la Paramount.

Alla conquista dello schermo

La giovane che era venuta da Wichita, Kansas e che aveva appena superato i diciotto anni, era già una valida danzatrice di Ziegfeld, e ora si incamminava verso un’altra carriera che avrebbe percorso senza soste per i successivi quindici anni della sua vita.
Come questa ragazza fosse riuscita a entrare nel mito di “Lulù” passando dall’America alla Germania, e per quali motivi la ricordiamo ancora, è quanto cercheremo di spiegare: non solo a chi legge, ma anche a noi stessi.
Louise Brooks era uno splendido inno alla bellezza, e nel medesimo tempo un grande enigma. A rischio di essere biasimato, le farò omaggio d’un famoso verso di Gozzano che forse mi perdonerete: “Donna, mistero senza fine bello”. E proseguiamo con la sua complessa biografia.
Nel secondo film, del gennaio 1926, le viene affidato un ruolo di maggiore impegno, non ancora da protagonista: il cinema ha la sua rigida procedura. Ma proprio in questi mesi è da segnalare un breve episodio della sua vita che non tutti riportano: una relazione con Charlie Chaplin.

Era venuto a New Tork per la “prima” del suo film “La febbre dell’oro”, uno dei più belli d’una lunga carriera. Si erano conosciuti grazie alla comune amicizia con Barbara Bennett e le sue sorelle, e non si seppe molto di più.

Soltanto nel 1977, dopo la morte di Chaplin, Louise raccontò di questo loro idillio del 1925 durato due mesi in tutto: lunghi vagabondaggi notturni per la grande città, piccoli alberghi periferici, e poco altro. Non si sarebbero mai più incontrati.

Nella vasta biografia di Chaplin scritta da David Robinson c’è una fotografia alla pagina 479, datata 1925. Lui è con Lita Grey, una ragazza scaltra, che gli avrebbe procurato grossi guai matrimoniali. Questa Lita (Lolita) ha, come tante giovani di quegli anni, la pettinatura definita col nomignolo di “Bob”, che la Brooks aveva lanciata per prima. Ricorderemo più avanti altre famose “Bob Girls”: si trattava in pratica d’una moda nata come reazione alle lunghe chiome romantiche di molte “divine” del cinema, che in quegli anni era ancora rigorosamente muto.

L’anno 1926 fu laborioso per la nostra giovane attrice. La sua filmografia riporta in quel solo anno sei titoli che si susseguono velocemente.

“The American Venus”, uscito a fine gennaio, è il primo film con Louise in un ruolo ben definito. Diretto da Frank Tuttle, è una parata di belle ragazze, “glorificate” alla maniera di Ziegfeld, in occasione d’un concorso di bellezza ad Atlantic City. E Louise, in un abito da sera succinto e un vistoso pennacchio in testa, risulta molto affascinante. Il film andò smarrito anni dopo dalla Paramount.

Non poche bellezze di “American Venus” sono delle “Flappers”, tipiche giovani degli anni ‘20, spregiudicate nella conquista degli uomini e del successo. Fra le tante, bisogna almeno dire che Goleen Moore aveva svelato l’esistenza, nel 1923, di “Another girl copying my hair” (e “l’altra” era proprio Louise, che non copiava affatto). E c’era anche Clara Bow, che nel 1927 avrebbe interpretato un film di enorme successo dal titolo “It”, cioè “questo”, sottinteso come “fascino” (altro felice incontro per il pubblico delle “Giornate” di Sacile 2002). Le pettinature alla “Bob” trionfavano, ma Louise era arrivata prima, da qualche anno. Ed era già una delle “Flapper” di maggiore bellezza.

Procediamo con ordine: il 29 marzo esce “A Social Celebrity”, una commedia leggera e sentimentale, con le vicende d’un giovane parrucchiere di provincia che vuole prendere il volo per inserirsi nell’alta società di New York. Il regista è Malcolm St. Clair, e il protagonista è Adolphe Menjou, un attore che farà una lunga strada con il suo stile signorile e il cognome francese (ma era nato in America), fino alle interpretazioni della sua maturità: impossibile non citare quel suo ufficiale ambiguo e spietato in “Orizzonti di Gloria” di Kubrick nel 1957.

Tornando al nostro film del ‘26, vediamo fallire il tentativo del giovanotto verso una “Social Celebrity”: tornerà al suo negozio, specializzandosi nel taglio “Bob” per le ragazze del suo paese, tra le quali la più bella è ovviamente Louise.

L’unica copia rimasta di questa simpatica pellicola andrà poi distrutta in un incendio, alla cineteca francese. Il regista St. Clair era altrettanto simpatico, e l’anno prima aveva girato, sempre con Menjou, la brillante commedia “La granduchessa e il cameriere” , che abbiamo applaudito quest’anno alle solite “Giornate” di Sacile. Non c’era ancora Louise.

A metà maggio 1926 la Paramount aveva già ultimato un altro film. Louise era la protagonista accanto a William C. Fields, un notissimo attore comico nelle commedie musicali di Ziegfeld, con una buona esperienza di cinema. Ancora una trama spigliata dove lo stravagante proprietario d’un “Drugstore” in Florida veniva coinvolto in un nebuloso affare di edilizia. E la prestazione di Louise, alquanto satirica, veniva giudicata eccellente. Il regista era Edward Sutherland, un amico di Fields, da poco entrato nella professione: in breve tempo nacque un idillio fra Edward e la sua attrice, che si sposarono con una rapida puntata all’ufficio matrimoniale, senza la minima cerimonia.

“Unespected Marriage” (matrimonio inaspettato) o anche “Louise and her Boy Director” (L. e il suo ragazzo direttore) furono alcuni dei titoli sui giornali. Gli sposi avevano 28 anni lui e 19 lei: il matrimonio durò due anni.

Il curioso titolo del film appena terminato, “It’s the old Army Game” (È il vecchio gioco dell’esercito) si riferiva ad una burla di caserma nella quale era coinvolto il protagonista del “Drugstore” insieme alla sua dolce commessa.

Qualche novità in famiglia, e poi ancora cinema.

Una breve interruzione sul lungo elenco di pellicole che percorrono la carriera di Louise. La madre, signora Myra Brooks, era molto bella, e non si era mai rassegnata al suo semplice ruolo di moglie in provincia, con quattro figli. Per di più il marito era molto taciturno e assorbito dalla professione legale

Lei amava la letteratura e i convegni culturali per signore, dei quali era un’assidua frequentatrice: i figli crescevano ed erano autonomi. Si fecero frequenti le sue assenze da Wichita al punto che qualcuno aveva anche sospettato l’esistenza di motivi sentimentali, peraltro mai confermati.

E Louise prese allora una delle sue tipiche improvvise decisioni, portando con sé la sorellina tredicenne. June era molto graziosa, d’una bellezza più tranquilla rispetto a lei: e Louise aveva un grande sentimento di protezione, quasi materno. A Hollywood June veniva accompagnata dappertutto, divertendosi molto in quell’atmosfera surreale del cinema, e dopo alcuni mesi la brava e accorta sorella la iscrisse ad un collegio signorile e molto esclusivo presso Parigi. Vi sarebbe rimasta per tre anni, che furono molto piacevoli e tranquilli.

Proprio in quel periodo si ebbe la prima immagine della Brooks come “Cover Girl” (ragazza copertina), sul mensile “Motion Picture Classic”: era, come sempre, affascinante.

Agosto ‘26: il nuovo film è “The Show-Off” (L’esibizione), diretto ancora da Mal St. Clair. La storia è concentrata sulla figura d’uno spaccone che sconvolge la vita e le sostanze d’una tipica famiglia americana: sembra evidente che il tema della truffa ha un ottimo successo al cinema. La direzione di St. Clair e la simpatia di Louise riescono ad animare il soggetto alquanto banale.

Segue immediatamente la pellicola successiva, “Just Another Blonde” (Proprio un’altra bionda), diretta da Alfred Santell. Anche qui dei truffatori: due giovanotti entrano nelle simpatie di due ragazze di Coney Island. a New York, e una di loro è Louise. C’è anche una scena con un aereo in volo e la fuga dei malandrini. Questo film è uno dei pochi non andati perduti.

Quarto e ultimo film del 1926, a dicembre: “Love ‘Em and leave ‘Em” (amala e lasciala). Dirige Frank Tuttle, regista in carriera. Due sorelle, una buona e una cattiva, sono le commesse di un grande magazzino dove hanno in comune il lavoro, ma anche un amato “Boy-Friend”. Inutile dire che Louise è la “Buona” e che si guadagnerà la vittoria sulla malvagia sorella. Il soggetto è vivace e molto piacevole.

Anche nel ‘27 prosegue il lavoro con una pellicola dietro l’altra, quasi senza interruzioni. In marzo c’è la prima proiezione di “Evening Clothes” (Abiti da sera): ancora una volta la coppia Brooks-Menjou si presenta al pubblico con uno stile garbato e affabile. Un ricco signore di campagna (Menjou) ama i suoi terreni quasi più della moglie: lei lo abbandona e lui va a Parigi per rifarsi un “feeling” sentimentale, al quale provvederà una Louise molto adatta allo scopo, con lieto fine per tutti. Ma c’è una novità: in questo film la Brooks ha rinunciato al suo “Bob” dei capelli, e sfoggia una pettinatura a riccioli che piace molto!

Un giornalista del “New York Times” la definisce “Stunning” (sorprendente). A fianco dei due protagonisti c’è Noah Beery, fratello del più noto Wallace.

Nel maggio 1927 c’è il film “Rolled Stockings” (calze arrotolate), un tipico elemento del vestiario piuttosto “off” dei giovani di allora. L’ambiente è un “College” nel quale è in allestimento una gara estiva di canottaggio: due allievi sono innamorati della stessa ragazza, Louise. L’esile trama serve soprattutto a valorizzare le giovani “star” della Paramount, tutte più o meno principianti, salvo la Brooks che ha già la sua bella esperienza. Il regista è Robert Rossen.

Seguono due film prodotti nella seconda metà del ‘27. Il primo è “Now we’re in the air” (Adesso siamo nell’aria), e i protagonisti sono due maldestri piloti d’aereo che durante la guerra in. Francia si trovano coinvolti in una pericolosa battaglia. Il soggetto è tragicomico, uno dei due è Wallace Beery, mentre Louise si sdoppia nella parte di due gemelle con vedute patriottiche in grave contrasto.

Ben diversa la vicenda dell’altro film, “The city gone wild” (qualcosa come “la città impazzita”), un cupo melodramma di malavita tra sparatorie e intrighi legali. Poco noti gli attori, e anche la parte di Louise è ridotta. Invece il regista James Cruze è già famoso per il suo precedente “The Covered Wagon” del 1923, un film che è tuttora reputato una pietra miliare nella lunga storia del “Western”.

Un anno tutto da ricordare

Nella vita di molte persone c’è quasi sempre un anno decisivo, che per la Brooks è sicuramente il 1928. Era sposata da due anni con Eddie Sutherland, che l’aveva letteralmente “coperta d’oro”, come diceva lei stessa, ma che aveva il grave torto di appartenere anima e corpo a Hollywood, dove lei continuava a sentirsi un’estranea.

Nell’ottobre del ‘27 aveva conosciuto George Marshall, un ricco “manager” di Washington, padrone d’una catena di lavanderie con sessanta filiali in America: era un uomo dalla mente aperta e pieno di interessi, dai “Musical” alla direzione di squadre sportive come i famosi “Washington Redskins”. Louise ne rimase affascinata soprattutto per il senso di sicurezza che le veniva dalla sua forte personalità. Si aggiunga poi che la ricchezza di Marshall non era certo inferiore a quella di Sutherland, e questo era un ottimo argomento in più. Il povero Eddie apprese che la moglie stava iniziando le pratiche per il divorzio, e si lasciò andare a varie scene patetiche. Ma i suoi amici provvidero a consolarlo con una serie di “Party” affollati di belle ragazze, e non fu un’impresa difficile. Così andavano i fatti nel inondo dorato e volubile dei “Venti anni ruggenti”, “The Roary Twenties”, prima che la Grande Crisi cambiasse molte cose.
Marshall e Louise non si sposarono, ma rimasero insieme per parecchi anni, fino a quando lui andò a nozze, nel 1936, con Corinne Griffith, anche lei attrice.

Torniamo alle pellicole. Nel ‘28 vi sono tre film molto importanti: in primo luogo perché sono gli ultimi della lunga serie, e poi per la loro indiscutibile qualità.
Nel febbraio esce “A Girl in every port” prodotto dalla casa Fox, unico impegno di Louise con questa “Major” in forte sviluppo. è il migliore film del periodo “muto” del regista Howard Hawks, che firmerà poi molti capolavori, nel corso della sua prolungata carriera. Il titolo che fu assegnato all’edizione italiana, “Capitan Barbablu”, va attribuito alla “pruderie” dei nostri oculati censori, che non gradivano queste “Ragazze in ogni porto” sui manifesti per il pubblico. Il soggetto è semplice: il marinaio Spike (Victor Mac Laglen) si innamora d’una ragazza, Louise, che ha però un altro adoratore, e il “triangolo” si risolverà con una rissa molto violenta fra i due uomini, con il risultato finale dell’abbandono della bella da parte di entrambi i contendenti, un autentico trionfo della solidarietà maschile. Collaborano con la coppia Brooks-Mac Laglen altri attori come Robert Armstrong e Myrna Loy, futura diva prima classe. Louise, inoltre, è così bella da giustificarsi in pieno lo scontro furioso tra i due spasimanti, malgrado l’imprevedibile epilogo.

Secondo film dello stesso anno è “Beggars of Life” (Mendicanti della vita), diretto da un altro giovane regista dal grande futuro, William Wellman. Anche qui il soggetto è “a triangolo” come il precedente, ma drammatico. Un’orfana (Louise) è insidiata dal suo tutore, che tenta di violentarla, ma lei afferra un fucile da caccia e lo uccide. Al fatto ha assistito un vagabondo di passaggio, e i due fuggono insieme, con lei travestita da uomo.

Su questa Brooks in abito maschile si sono scritte molte cose, forse troppe, negli anni che fecero seguito al diffondersi della su fama mondiale, dai suoi ultimi film americani finoalle tre produzioni europee del biennio ’29-’30.Si è voluto scoprire una sua sfumata bisessualità, citando gli esempi “storici” della Dietrich e della Garbo, ma per ora limitiamoci ad osservare, nel film in questione, la camicia e la giacca fuori misura che lei indossa insieme a un berretto nero da “Gigolo”: una bellissima “Lolita adulta travestita da ragazzino” come dirà Ken Tynan, un suo preciso osservatore, che citeremo fra poco.

In “Beggars of Life” la trama prosegue con i due fuggitivi che incontrano un gruppo di vagabondi, il cui capo è un malvivente, duro ma anche simpatico, splendidamente interpretato da Wallace Beery. Costui a sua volta è sedotto dalla quasi innocente attrattiva di Louise e infine, dopo vari scontri e indecisioni tra lui e i due fuggitivi li lascia liberi di andarsene, non si sa dove…

Siamo ora all’ultimo film americano con la Brooks per il 1923. È una “Detective story” derivata da un romanzo di S. S. Van Dine, “The Canary Murder Case” che il nostro editore Mondadori avrebbe a suo tempo pubblicato nei richiestissimi “libri gialli” con il titolo “La canarina assassinata”. Con questo volume gli appassionati osi genere poliziesco fecero la conoscenza con Philo Vance, un classico erede di quella categoria dicui era precursore il memorabile Sherlock Holmes.

La versione cinematografica era diretta dall’immancabile Malcolm St. Clair e interpretata da William Powell e Jean Arthur con in più, naturalmente, Louise che facendo la parte della “vittima” aveva un ruolo più corto, ma sufficiente a imporsi agli spettatori con la sua grazia abituale. William Powell era un attore che sembrava fatto apposta per questo Philo Vance: fu per lui l’inizio della fortunata serie “The thin man” (L’uomo ombra), accanto a Myrna Loy e al loro cagnolino, fedeli collaboratori alle indagini.

In questo film Louise conferma ancora una volta il suo valore di danzatrice: la sua succinta tenuta da “Canary”, tutta piume e leggerezza, è tuttora sulla copertina di “Lulu a Hollywood”, il suo famoso libro di memorie uscito molti anni dopo.

Un caso molto raro, se non unico, nella complessa vicenda del cinema: nel 1929 una giovane attrice americana che ha già un suo discreto pubblico per parecchi film interpretati in prevalenza con la casa Paramount, riceve improvvisamente un invito da uno dei più famosi registi europei, che la vuole protagonista di di due film ai quali attribuisce molta importanza. Lei non ha alcuna esitazione e parte per Berlino, mettendosi subito al lavoro con un direttore metodico e severo, ma anche palesemente affascinato dalla bellezza e dallo stile di recitazione di questa ragazza, assolutamente unico o quasi, in quegli anni di transizione dal muto al sonoro.
Questi due film entreranno per sempre nella storia del cinema: il regista è il tedesco Georg Wilhelm Pabst, l’ attrice è Louise Brooks.
Mi è d’obbligo citare un’acuta osservazione che condivido del tutto.
E’ di Vittorio Martinelli, preciso cultore di quel cinema lontano e pieno di affascinanti sorprese, della cui cordiale amicizia sono molto orgoglioso. Dice Martinelli, nel suo recente volume “Le dive del silenzio”, riferendosi alla Brooks:
“E’ il più bel regalo che Hollywood possa aver fatto all’Europa. Mentre si preparava asaccheggiarlo dei suoi migliori attori e registi, l’America ripagava ampiamente il cinema europeo cedendogli, senza rendersene conto, uno dei personaggi destinati a diventare una leggenda”.
E questa magnifica leggenda sarà appunto l’argomento che vorrei sottoporre alla consueta pazienza dei lettori. Credo ne valga la pena.


Bibliografia e iconografia 
(le fonti iconografiche hanno il contrassegno )


Louise Brooks, Lulu a Hollywood, UBU libri, Milano 1984


Barry Paris, Louise Brooks, Ed. Alfred A. Knopf, New York 1984


Jerome Charin, Movieland, Ponte alle Grazie Ed., Firenze 1995


Enrico Groppali, Pabst, La Nuova Italia Ed., Firenze 1983


Lotte H. Eisner, Lo schermo demoniaco, Editori Riuniti, Roma 1983


David Thomson, A Biographical Dictionary of the Cinema, Secker & Warburg, London


Vittorio Martinelli, Le dive del silenzio, Ed. Le Mani per Cineteca di Bologna, 2001


Gian Piero Brunetta, Divine Apparizioni, In Cinegrafie N° 12, Bologna 1999


Gian Piero Brunetta, E’ morta Louise Brooks, In “La Repubblica” del 10 agosto 1985


Davide Turconi e Antonio Sacchi, Divi e divine, Ed. La Casa Usher, 1981


Orio Caldiron, S. Lucci e L. Marzio, Cinemamerica 1919-1929, La Meridiana, 1991


Kevin Brownlow e John Kobal, Hollywood, l’età del muto, Garzanti, 1980


Joe Franklin, Classics of the Silent Screen: The Citadel Prese, Secaucus, N. J. 1976


Siegfried Kracauer, Il cinema tedesco da Caligari a Hitler, Mondadori, Milano 1954


Roberto Campari, Miti e stelle del cinema, Ed. Laterza, Bari 1985


Lorenzo Ventavoli, Louise-Lulu, in “Finché c’è gioventù”, Ed. Museo del Cinema, TO.


Kenneth Tynan, Profiles, the Girl of the Black Helmet, “The Newyorker”, 11 June 1979


Ruth Waterbury, La tecnica di Manhattan, Su “Photoplay”, April 1926


J. Vincent-Brechignac, Louise Brooks au bord de la Marne, In “Pour Vous”, Sept. 1929


Patrice Hovald, Rencontre avec Louise Brooks, In “Sequences” N° 122, Oct. 1985


Vincenzo Mollica, Louise Brooks, in “Glamour International Magazine”, Oct. 1983


Fernaldo di Giammatteo, Cento film da salvare, Ed. Mondadori, Milano 1978


Roland Jaccard, Louise Brooks, Portrait of an Anti-Star, Zoetrope, N. York 1980


Si ringrazia Gianluca Chiovelli, curatore di un documentatissimo su Louise Brooks, per l’aiuto nel reperimento dell’intervista di Kenneth Tynan.

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