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Palcoscenico

Gian Marco Tognazzi

Il fascino di una strana coppia

Riccardo Visintin (RV): Abbiamo l’occasione di parlare con due attori a tutto tondo, Gianmarco Tognazzi e Bruno Armando. è già la seconda volta che lo dico in due settimane: la critica teatrale ultimamente sta mostrando un po’ le sue pecche, non certo noi che amiamo il teatro e cerchiamo di incontrare i suoi protagonisti. Quindi va detto che “Il Rompiballe” è un bellissimo spettacolo, spumeggiante, divertentissimo, c’è un gioco di squadra innegabile, ma a qualcuno non è piaciuto… Allora togliamoci subito questo sassolino dalla scarpa: Gianmarco, una battuta fuori dai denti sul perché succedono queste cose, dovrebbe essere il pubblico che decide se gli spettacoli sono belli o meno.

Gianmarco Tognazzi (GT): A me dispiace soltanto vedere l’ignoranza, tra virgolette, cioè l’ignorare certe cose, perché basterebbe documentarsi per scoprire che questo spettacolo nasce come teatrale per poi diventare un film, per cui non si può prendere il film per dire poi che il Cristallo (il teatro triestino dove è stato rappresentato “Il Rompiballe”, ndr) ha un cartellone preso dai successi cinematografici. No, questo prima di tutto è uno spettacolo teatrale e nasce in Francia come spettacolo teatrale, e come commedia farsesca teatrale, con un impianto ben preciso; poi il cinema, che ha la proprietà della sintesi (anche perché ho sentito dire: “Il film era molto più corto”, grazie! C’è il montaggio…) lo ha reso diversamente. Anzi, in genere si dice che i libri e le commedie vengano in qualche modo ridimensionati dal cinema, è la prima volta che ci capita di sentire che un film sia meglio di come lo stesso autore della commedia d’origine l’ha scritto.

RV: Sentiamo la campana di Bruno Armando…

Bruno Armando (BA): La cosa che più mi è spiaciuta è che non sia stato citato il grande film con Lino Ventura e Jacques Brel, che si chiamava “L’Emmerdeur”, ambientato a Montpellier nel 1973, che io ho visto… Il signor Canziani (il critico severo al quale si allude a inizio intervista, ndr), con tutto il rispetto, se riesce a procurarsi una videocassetta e lo vede, a me fa solo piacere, mentre mi dispiace che abbia citato quel film con Jack Lemmon e Walter Matthau, che — e mi sembra lo abbia anche ammesso il regista Billy Wilder — non è riuscito, i due non hanno funzionato bene. Quello francese invece è un grandissimo film. Poi, ognuno esprime il giudizio che vuole, però… “L’Emmerdeur” era bellissimo.

RV: Da cinefilo devo dire che il film di Wilder è uscito male perché il regista stava poco bene, avete fatto comunque bene a dire che ci sono due versioni: una francese, attinente al testo originale, e una americana…

GT: Attinente, ma variabile, perché la commedia nasce in una stanza, e non prevede il grande coinvolgimento di tutta la situazione legata al killer, perché “l’esterno” a teatro difficilmente si può ricreare. Il film ha questa possibilità in più, faccio un esempio irriverente che dimostra però — a mio giudizio — che il testo originario è sempre quello migliore: il primo spettacolo teatrale che ho fatto io era “Uomini senza donne”, un testo teatrale di Angelo Longoni ambientato tutto dentro un appartamento, e si chiamava così perché c’erano appunto due uomini che parlavano di donne e le donne non si vedevano mai. Ed aveva secondo me una sua identità molto forte. Il film dava la possibilità di aggiungere le donne, di dare un’ambientazione più ricca, ma in realtà, secondo me e secondo chi ha visto sia la rappresentazione sia il film, non aveva la stessa forza comunicativa dello spettacolo. Questo non per dire chissà cosa, ma l’originalità del testo (de “Il Rompiballe”, ndr) prevede un meccanismo che è la stanza affittata a due persone contemporaneamente. Il film invece, faceva sì che ci fossero due stanze attigue dove le due persone si disturbavano a vicenda, ma non è così che voleva Veber, per cui “Il Rompiballe” è quello. Poi c’è la serata in cui tu fai bene e quella in cui fai meno bene, quella in cui hai meglio i tempi comici, quella che stai male fisicamente, quella che c’è il pubblico reattivo oppure no. I meccanismi sono quelli: Pignon è quel personaggio farsesco, per quello che dice, per la sua totale ingenuità, per la capacità di vivere in un mondo completamente suo, e di mandare in crisi tutto attraverso la sua logorrea. Se lo spettacolo fosse fatto in un altro modo perderebbe tutte le sue peculiarità, anche comiche e farsesche. Poi l’impostazione voluta da Andrea Brambilla (il regista, ndr) è un’impostazione ancora di più cartoonistica, come si vede dai rumori e da certi vestiti. Basta capire quello che si sta vedendo per trarne delle conclusioni effettive.

BA: Non è per far polemica, ma è chiaro che se uno cade dal terzo piano, e c’è una musica sotto con gli uccellini, significa da sempre che uno vede le stelle. Poi torna su praticamente indenne. Non è che si tratti di un giallo, un noir, con un killer spietato ed efferato che poi truciderà qualcuno… è chiaro che è una cosa comica, che siamo sopra le righe, che un pochino esageriamo. È normale per far divertire il pubblico, non volevamo fare nient’altro. “Closer” l’abbiamo fatto l’anno scorso, ed è un altro spettacolo.

RV: Anche con quello vi sarete tolti le vostre soddisfazioni, poi anche lì ci sarà stato qualcuno a cui non è piaciuto…

GT: Ma il mio non era solo un riferimento alla critica, il mio rapporto è con il pubblico, lo dico sinceramente. Oppure ci vuole un confronto intelligente, il confronto gratuito non mi interessa. La possibilità di puntualizzare certe cose mi consente si spiegare che cos’è il “Rompiballe”, non tutti magari lo sanno, magari non sanno che François Pignon è il protagonista non solo di questa commedia, ma anche de  “La cena dei cretini” e de  “L’apparenza inganna”. Vale a dire: Veber scrive questo personaggio come uno standard, come un cliché, del quale accentua certe caratteristiche a seconda delle situazioni, ma alla fine è sempre lo stesso, per cui si tratta di un personaggio affrontabile in una maniera unica, non ci sono possibilità alternative.

RV: A questo punto mi sento un po’ tra due fuochi visto il rapporto che avete avuto coi giornalisti…

GT: No, in questo caso è più un rapporto personale, con uno che non condivide… Anche con “Closer” abbiamo ricevuto delle critiche pesanti, ben venga! Qui però mi irrita che si siano ignorate certe cose per dover fare una battaglia personale con un teatro, un cartellone… Un atteggiamento per partito preso che non rende merito allo spettacolo.

BA: Una cosa non vera è che il pubblico abbia applaudito per sfinimento, perché non si applaude per sfinimento.

GT: Il pubblico non è legato alle sedie con le cinture di sicurezza come in aereo, può anche alzarsi e andarsene, se rimane seduto anche durante gli applausi, vuol dire che è piaciuto, forse lui (Canzian), avrà applaudito per sfinimento, forse non avrà applaudito per niente.

RV: Un’ultima domanda. Siete due grandi attori e avete portato benissimo in Italia una commedia francese. Inoltre con Gianmarco ci sarebbe da fare tutto un doveroso discorso sulla coppia Tognazzi-Gassman, padri e figli, ma quello che voglio chiedervi è di parlare del tema dell’incontro e dell’intesa tra una coppia di attori, in questo caso maschi.

GT: L’altr’anno abbiamo esordito insieme con “Closer”, molto premiato all’estero, provocatorio e inusuale in Italia. Ed era uno spettacolo di “misura”, serio, anzi, se lì c’era qualcuno che aveva il ruolo più comico era proprio Bruno, e io ho voluto fare questo tipo di spettacolo con Bruno che è un attore che sa fare sia il drammatico che il comico, e non è una cosa facile rimanere credibili, e non è facile trovare compagni di lavoro che sappiano cambiare registro con misura all’interno dello stesso spettacolo. Quest’estate abbiamo fatto un film insieme, di matrice completamente opposta, sul giornalismo di guerra, dove i ruoli si sono ribaltati: io sono diventato il buono o comunque l’idealista e lui il cinico mellifluo. Mentre per “Il Rompiballe” abbiamo un finto cattivo (Bruno) e un finto buono (Gianmarco), che sono semplicemente l’uno l’opposto dell’altro. Continuiamo a lavorare insieme perché riusciamo a essere di volta in volta uno il compagno dell’altro, cosa che devo dire è sempre riuscita anche con Alessandro (Gassman, ndr). Io non sono uno che si focalizza sul fatto che debba essere il mio spettacolo e basta, credo che l’importante è che sia bello; con Bruno mi trovo molto bene, d’altronde è mio nonno…

BA: Se fai tre cose di fila come abbiamo fatto noi, vuol dire che stiamo bene. Se non ti trovi bene umanamente e sulla scena… Qua è chiaro che il comico è lui, e io sono la spalla. è come Walter Chiari e Campanini, ma io non mi sento sminuito se faccio Campanini, o Peppino De Filippo. Sto facendo una grandissima cosa. Uno deve sapere bene ciò che fa nella vita: ora, quando fai uno spettacolo comico, c’è un comico e una spalla. La spalla fa ridere quanto il comico, ma la sua forza sta nell’appoggiare il compagno, nel permettergli di far ridere, e far ridere egli stesso. Lui ha il doppio compito di porgere le battute, perché se hai visto lo spettacolo io le preparo per Gianmarco; e poi mi prendo le mie. L’anno scorso, in uno spettacolo corale, avevo un ruolo più comico del suo e facevo più ridere io perché avevo delle scene che prevedevano che si ridesse. Un domani faremo qualcosa di serissimo col sangue che scorre. Siamo degli attori, facciamo gli attori, basta.

GT: Al di là dei ruoli che sono definiti… c’è il comico, la spalla… in uno spettacolo che ha due protagonisti e una certa coralità, alla fin fine ognuno ha il suo spazio e questo sta nell’intelligenza e nella generosità dell’attore, e non nella competizione stupida, che è terribile quando accade. Bisogna sapere quando tu sei il comico e quando tu diventi, anche per poco, spalla per fare in modo che funzioni la gag o il ruolo del tuo compagno. Questo vale anche per Renato Marchetti quando fa il cameriere.

BA: Io ho lavorato con la Villoresi, con Luca Zingaretti, sono venuto qua a Trieste con Ivana Monti, e se lavori in coppia vuol dire che hai anche il carattere, un carattere tollerante. Non c’è bisogno di essere gelosi, a che serve la gelosia? Tu funzioni quando non hai nessun tipo di invidia. Tu fai il tuo lavoro, si cerca di trovare dei testi belli. Finché uno è contento… Ma la cosa bella delle coppie è che è molto più divertente: quando si è in due ci si spalleggia, ti prendi le tue responsabilità, ne dai all’altro, una sera prende più applausi uno, una sera un altro. è tutto più bello, è più facile anche fare le cose. Come ha detto Recoba: “Giocare a pallone non è una fatica, è un divertimento”. Anche per noi è così.

GT: Senza parlare di Recoba, che io detesto fisicamente, ricordiamo che si sta quattro mesi insieme, ci si conosce, ci si scopre. Tu maturi, scopri cosa vuol dire condividere con altri gioie e dolori che ti danno gli spettacoli; scopri insieme le reazioni del pubblico, e quando le cose non vanno bene ci si aiuta a far quadrare il cerchio.

BA: I caratteri a volte poi sono anche complementari: io sono più tollerante di lui — sono anche più grande — però magari mi accontento, lui che è più pignolo invece vede cosa bisogna migliorare, allora il giorno dopo io dico: “Dai, facciamo”. Questa complementarità permette di smussare i difetti dell’altro, perché se tutti e due sono irruenti, o pignoli, o logorroici, allora è complicato. Ma se uno cerca di misurare l’altro, e c’è anche una stima reciproca, per la quale uno ascolta all’altro, ecco che tutto diventa più bello.

Il rompiballe
di Francis Veber


Pignon è in piena crisi: sua moglie lo ha appena lasciato.
Affitta una stanza in un piccolo hotel nella stessa città in cui la sua ormai ex moglie si è trasferita con il suo nuovo compagno.
Vuole tentare di persuaderla a tornare con lui.
La stanza è stata però affittata erroneamente anche ad un’altra persona, che si rivela essere un sicario assoldato per eliminare un politico che dovrà passare di fronte al hotel.
La disperazione di Pignon, che non perde però mai e poi mai la capacità di rappresentare il migliore di tutti i rompiballe di questa terra, e la determinazione ceca del killer provocheranno un vero sisma all’interno dell’hotel.
Al sicario basterebbero pochi secondi per adempiere al suo impegno, ma le due ore di attesa per colpire il bersaglio diventano inaspettatamente lunghe e difficili………

Il sicario:…io non ho mai mancato un contratto e non comincerò oggi….

Scrivendo questa pièce Veber mette a punto un meccanismo che egli utilizzerà poi nelle altre opere teatrali e cinematografiche: il confronto tra personalità inconciliabili, tra temperamenti opposti, che si fa occasione per malintesi, qui pro quo, contrattempi e problemi di ogni genere.
“Il rompiballe”, sull’onda del grande successo teatrale, è divenuto anche un film, prima in Francia, nel 1973, con Lino Ventura ed uno straordinario Jacques Brel, e poi negli USA, dove niente meno che Billy Wilder ha diretto Jack Lemmon e Walter Matthau (il titolo era “Buddy Buddy”).


Nato nel 1937 Francis Veber guadagna la notorietà nel 1968 come autore della pièce teatrale “L’enlevement”, che, per il successo che gli procura, lo spinge a perseverare nel mestiere.
Tuttavia, oltre che un adoratore delle scene, Veber è prima di tutto un appassionato di cinema: egli metterà a profitto le conoscenze che questa passione gli fornisce per dedicarsi al genere comico.
A partire da allora egli firmerà scritti e dialoghi di spettacoli e film divenuti, in Europa e forse ancor più negli USA, dei veri e propri classici.
Veber non resisterà a lungo alla tentazione di diventare lui stesso realizzatore di quei fantasiosi scenari nati dalla sua fervida mente, e diverrà regista e talora produttore in svariate occasioni, riuscendo anche in tal caso a stupire.
Il suo amore per il cinema e per la cultura statunitense lo faranno diventare una sorta di ambasciatore della cultura del vecchio continente presso gli americani: Veber, che vive negli USA da ormai trent’anni, ha per molti anni lavorato per la Disney, preoccupandosi di adattare le opere europee al pubblico statunitense.
La frequenza con cui i suoi scritti sono stati realizzati negli Stati Uniti, patria del cinema brillante, è emblema di una comicità intelligente, semplice e sempre efficace, che non indugia mai alla volgarità.
Questa conoscenza profonda del cinema statunitense si rifletterà nelle sue opere, che possiedono quella leggerezza che si è più spesso abituati a trovare nelle commedie americane.

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