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Fumetto

Narcolessia

Le visioni di Dave McKean

Narcolessia [nar-co-les-sì-a]

Comp. di narco- e un deriv. del gr. lêipsis ‘mancanza’

s. f. (med.) condizione patologica caratterizzata da crisi improvvise di sonno, di durata molto variabile, che colgono il soggetto anche in piena attività.

Immagine articolo Fucine MuteLeuven, Belgio. Una trentina di chilometri ad est di Bruxelles, da non confondere sulle mappe stradali con la vicina Louvain, ancora in territorio vallone, ed omonima dal punto di vista della toponomastica francofona. Siamo da poco nelle Fiandre, dopo aver percorso buona parte del paese fin dal suo profondo sud: si vede, se l’architettura e l’urbanistica virano verso il nordico più tradizionale con decisi cenni gotici sulle costruzioni più antiche; e si sente, nel momento in cui la francofonia diventa un ricordo abbandonato all’ultimo autogrill, con la conseguente necessità di affidarsi agli accompagnatori che parlano olandese o di sfoderare un inglese decisamente comodo in una zona del continente (le Fiandre, intendo, non il Belgio in sé) propensa ad assimilare ottimamente la lingua britannica.

Qui, dal 2000, contributi pubblici e privati consentono al circolo Beeld Beeld di dedicare al fumetto e ad alcuni dei suoi esponenti più significativi corpose retrospettive: Chris Ware e Daniel Clowes, Lorenzo Mattotti, Dupuy e Berberian e, quest’anno, Dave McKean.

E “Narcolepsy”, la malattia del sonno che, aggiungiamo noi alla definizione estrapolata dal dizionario Garzanti, può provocare l’insorgere di stati allucinatori, è appunto il titolo che ben si addice ai temi dominanti dell’esposizione, almeno nella misura in cui si possa etichettare la vorticosa carriera dell’eclettico e plurimediale “Uomo del Kent”. La prima vera retrospettiva su McKean in Europa, o la più completa mai organizzata sul continente: queste sono le definizioni in cui ci si imbatte tra pannelli in sala, locandine, sito ufficiale e catalogo. Ma al di là dei titoli più o meno celebrativi (è vero che McKean ha già esposto in Europa, ma si parla in tal caso di personali), i meriti dell’iniziativa sono evidenti al di là della qualità delle opere esposte, per completezza, organizzazione e documentazione delle diverse aree espositive. Con alcune chicche, come vedremo.

Due sale a percorso tra fumetti, copertine, lavori pubblicitari, illustrazioni per l’infanzia, cd covers, due salette video, una zona audio, un’installazione, gallerie fotografiche, poster cinematografici e quant’altro possa far riferimento alla consistente opera di un artista-designer-videomaker-musicista, e chi più ne ha più ne metta. In più, una sala cinematografica per due serate di proiezione dei cortometraggi scritti e diretti dal Nostro in seno ad Hourglass Studio o commissionati nell’ambito della produzione di clip musicali.

Quello che faccio non è arte.
Voglio dirlo una volta per tutte, e che non se ne parli più.
(Dave McKean)

Un modo piuttosto singolare per introdurre il catalogo, non c’è che dire, ma sicuramente consono ad una certa retorica di chi disegna e scrive (e scrive di) fumetti, per lo più tendente al paradosso e all’iperbole più o meno riusciti, in particolar modo nelle pubblicazioni a volume di matrice anglofona. Più prosaicamente, McKean rifugge da qualsiasi definizione impersonale di arte basata sul senso comune, per il semplice e tuttavia fuorviante contrasto con un processo individuale di ricerca e di crescita. E l’approccio di McKean, giocoforza più nettamente delineato nella produzione a fumetti, parte da un presupposto che, se letto in una prospettiva privata della puntualizzazione appena riportata, parrebbe la dichiarazione fuori luogo di una pretesa ridefinizione del medium in sé: come l’autore sottolinea anche in altre sedi di incontro o di intervista, “quello che volevo con i miei fumetti era andare al di là del medium, evitando di limitarmi alla semplice aggiunta di una piccola idea ad una forma espressiva ben conosciuta e rodata”. Lasciando per ora da parte Cages e le successive appendici, l’opera sperimentale di McKean si traduce, come ben sappiamo, nei rigogliosi e visionari virtuosismi che accostano acrilici e fotografia, intervento digitale e collage, i sassi e le conchiglie (veri!) di Hellblazer #13 e l’edera (vera!) di Violent Cases, per non parlare dei pupazzi artigianali di Mr.Punch e qui a Leuven puntualmente esposti. Perché, alla fine, una discreta parte di ciò che in molti casi potremmo percepire come sovrapposizione di livelli generata al computer risulta invece essere un vero e proprio lavoro di collage, la cui maestria è il retaggio dell’Accademia di Belle Arti, oltre che di un indubbio talento.

Immagine articolo Fucine MuteIn effetti, pur in un legame che farà di McKean uno sperimentatore riconosciuto dei mezzi e delle tecniche digitali, e che oggi fa del computer un compagno indispensabile del suo lavoro (anche i lavori ad inchiostro sono passati allo scanner e, all’estremo opposto, il McKean videomaker non potrebbe farne a meno), fino a Mr. Punch incluso la proporzione di tavole realizzate con sistemi informatici va sicuramente ridimensionata rispetto a quanto comunemente saremmo soliti stimare.

Per dirlo insieme a Paul Gravett, “metodi manuali che, per ingegnosità, possiamo considerare i precursori low-tech dei sistemi attuali di elaborazione dell’immagine. E, accanto alle tranquille certezze delle nuove tecnologie, [McKean] rimane affascinato dagli imprevedibili accidenti dell’attività creatrice”.

Comunque si voglia considerare l’affermazione secondo la quale il fumetto sarebbe prigioniero del balloon, troppo vincolato all’accoppiata matite/inchiostro (affermazione estrema a segnalare l’esigenza sperimentale dell’autore), è indubbio che buona parte della produzione di McKean si collochi per lungo tempo lungo una personale visione del mezzo e del mondo che attraverso di esso è rappresentato, dove “astrazione” è la parola chiave di una tendenza a procedere per simboli e per categorie più affini allo stile di scrittura proposto dallo sceneggiatore che ad una canonica necessità referenziale.

Non è un segreto che la trasferta newyorchese nel tentativo di proporre i propri lavori alle major del fumetto made in USA non portò a grossi risultati, in attesa della svolta di Violent Cases (l’incontro tra il giornalista Neil Gaiman e il diplomando McKean); così come non è un segreto che Dave non è un amante degli eroi in costume, al punto che Black Orchid e Arkham Asylum nascono più dall’occasione di affacciarsi ad un’importante vetrina (il primo) e da un rapporto personale stabilito con l’autore (entrambi) che dall’affinità con temi e personaggi, fatti salvi l’approccio originale alla tradizione supereroistica e le possibilità di sperimentazione grafica insite nei progetti. Fino a Cages.

Un atto che potremmo definire di autopurificazione
(Paul Gravett, a proposito di Cages

Immagine articolo Fucine MuteLaddove il lavoro si spoglia delle tecniche di illustrazione più elaborate, riscoprendo il gusto del tratto nero su carta, McKean realizza il suo progetto più ambizioso. Per quanto non autobiografico (c’è chi ha proposto per Cages e, proseguendo senza soluzione di continuità, per i “muti” di Pictures That Tick una lettura che tiene conto delle figure materna e paterna dell’autore, a sua volta divenuto padre), il racconto in cinquecento pagine si presta ad interpretazioni di varia natura sul “fare arte” e sulla figura dell’artista in termini assoluti o nello specifico della prospettiva autoriale che il testo ci suggerisce. Un po’ come quando si tentava di psicanalizzare Buñuel, che puntualmente rispediva la domanda al mittente probabilmente ridendo sotto i baffi, McKean non chiede di arrivare direttamente a lui, né pretende di fornire tutte le risposte agli interrogativi proposti o implicati nel fluire narrativo: più semplicemente offre degli spunti, senza tuttavia nascondere che in Cages c’è tutto se stesso con il suo coraggio di artista.

“Ciò che più amo è quando si genera una conversazione. Io fornisco un 50% e l’altro 50% lo mettete voi, e tutto sta nella vostra testa come la combinazione dei due. Ciascuno ha la propria interpretazione della storia, ognuna delle quali è valida. È tutto qui, ed è quello che volevo, far pensare la gente”. Come il personaggio di Cages che, in Paradiso, rifiuta di ascoltare le risposte a tutte le domande della vita. Il che chiude il cerchio dell’introduzione del catalogo: l’arte come dialogo continuo, senza definizioni, senza paradigmi assoluti serviti su un piatto d’argento. L’arte che “alimenta le nostre coscienze”.

Per cui, ad ognuno l’interpretazione delle gabbie del titolo, a ciascuno la scelta di notare o meno il continuo gioco linguistico delle diverse funzioni rivestite dalla vignetta, alla nostra sensibilità la volontà di addentrarci nelle complesse personalità di uomini e donne tratteggiati da risvolti emotivi evidenti tanto nel tratto quanto nel dialogo, a parziale suggerimento sulle motivazioni che spingono McKean ad abbandonare il virtuosismo pittorico per uno stile più scarno che vada all’essenza delle cose. Il fumetto che ritorna nella sua immediatezza e sincerità espressiva: posso assicurare che iniziare il percorso della mostra con le tavole di Cages tra i lavori pittorici e gli originali di Violent Cases fa un effetto piuttosto disorientante.

Il nostro rapporto si definisce nella fiducia reciproca.
(Neil Gaiman e Dave McKean, in diverse occasioni)

Una piccola nota, o meglio due. Anzitutto McKean non conta molte collaborazioni all’attivo per quanto riguarda gli scrittori di fumetti e/o libri illustrati. Per molto tempo, anzi, si è mantenuto sull’asse Gaiman — Morrison — Delano, con la bilancia che pende nettamente a favore del primo: la visione personale della propria attività lo rende un artista sicuramente non aprioristico riguardo la possibilità di cooperazione, ma altrettanto selettivo soprattutto per quanto riguarda i fumetti. Non a caso, McKean tende ad aprirsi, non solo per vocazione, più di uno spazio anche in altri settori, e a non fare delle tavole la propria principale fonte di reddito, tanto che oggigiorno la graphic novel passa in secondo piano. Deve approvare quello che gli si chiede di fare. Deve esserne convinto. E, con Gaiman, probabilmente non c’è nemmeno bisogno di domandare: la fiducia reciproca, quella per cui la collaborazione porta ad una più labile separazione dei ruoli, è tale per cui Gaiman lascia carta bianca e, come ha dichiarato anche in occasione del suo soggiorno triestino (settembre 2001, ultima trasferta italiana alla data attuale), dà lo script a McKean e, piacevolmente sorpreso, ottiene un risultato al di là delle aspettative. In questi casi l’illustratore — è stato sicuramente così con Mr. Punch — interviene a tal punto che a volte alcune fasi della sceneggiatura vengono omesse, perché le immagini dicono tutto. Violent Cases, dal canto suo, nasce da uno script piuttosto dettagliato per quanto concerne i testi, ma la cadenza, il ritmo che sostengono la narrazione provengono prevalentemente dalla libera interpretazione del disegnatore.

Immagine articolo Fucine MuteOggi Gaiman e McKean si ritrovano sulle pagine di Coraline (due nomination ai prossimi Bram Stoker Awards), presto su quelle di The Wolves in the Wall, di cui vediamo a Leuven alcune anteprime (e con il quale si completerà il quartetto sui “racconti d’infanzia” iniziato con la graphic novel d’esordio), e apprendiamo che l’esperto d’occultismo Neil Gaiman ha dato una mano alla realizzazione dei tarocchi firmati McKean (c’erano già i The Vertigo Tarot, ma qui facciamo riferimento agli arcani maggiori di The Particle Tarot, divenuti libro fotografico, e agli arcani minori di prossima pubblicazione, stavolta nella forma più consona del gioco di carte): non a caso alla coppia, con particolare riferimento alle prime collaborazioni (Violent Cases — Signal to Noise — Mr. Punch) è stata dedicata una sezione della mostra. Con una grave pecca, da cui la seconda nota, stavolta dolente: se nella scheda in olandese tutto pare filar liscio, la traduzione francese dipinge Neil Gaiman come “l’écrivain americain”… Con il beneficio del dubbio, consideriamo l’errore come un’imperfezione dell’ultima ora: sappiamo quanto poco spazio l’allestimento di un’area espositiva conceda all’emergenza, in cui sicuramente rientra la redazione dei testi e l’eventuale distribuzione degli stessi ai traduttori.

Uno degli aspetti più frustranti dei fumetti è l’assenza di suono, per cui realizzare una sorta di “colonna sonora visiva” si può dire una sfida.

(Dave McKean)

Lo ammetto, ho barato. La citazione dovrebbe essere riportata al passato, poiché è riferita a Cages nel passaggio di un’intervista di alcuni anni orsono, nello specifico al musicista di colore Angel, tra i protagonisti della storia. Per esteso, parliamo di musica così come di suono, vista la versione audio di Signal to Noise, a sua volta spettacolo teatrale e sceneggiato radiofonico per la BBC. La volontà di ricreare su carta — considerando il supporto del prodotto finito piuttosto che dell’originale — il ritmo e la stratificazione di un brano musicale è un segnale forte della declinazione verso l’astrazione delle forme e delle immagini, che in campo illustrativo non narrativo e, in particolar modo, nelle copertine dei cd, si esprime con maggior forza. “Non mi basta descrivere semplicemente la scena, rovinerebbe ciò che si ascolta. Preferisco ricreare un’atmosfera, specialmente per la musica, che è così astratta.”. Il tutto, con i dovuti limiti e le distinzioni opportune, si potrebbe applicare anche alla lettura dei manifesti cinematografici, delle copertine di libri e fumetti, tuttavia più vincolati all’amore dello scrittore per la propria opera, e quindi talvolta suscettibili di una trattazione meno personale e meno evocativa.

Immagine articolo Fucine MuteNon dimentichiamo che McKean è jazzista, e che gestisce una casa di produzione, la Feral Records, appunto legata al genere jazz, in particolar modo alla produzione del sassofonista Iain Bellamy. Django Reinhardt è il protagonista del manifesto di un evento culturale, e numerosi musicisti e gruppi, più o meno famosi, più o meno mainstream, affidano al talento di McKean la presentazione dei propri lavori. I Rolling Stones, Tori Amos, Alice Cooper, ma anche Michael Nyman, i My Dying Bride, i Testament, i Fear Factory…
Curiosa, e certamente degna di un futuro approfondimento, la produzione “sonora” di alcuni fumettisti in svariate forme ed ambiti espressivi: Alan Moore con David J (ex Bauhaus), Neil Gaiman e l’amore per il mezzo radiofonico, l’attività che porta entrambi, e pure McKean in una certa misura, a confrontarsi con il contesto teatrale e alle successive distribuzioni in versione cd; e poi i readings e Birth Caul, la musica e il videoclip… Solo alcuni esempi volutamente indicati in modo caotico, ma sufficientemente significativi sulla maggior propensione del fumettista europeo al confronto con diverse modalità d’espressione sulla base di un corposo background culturale (v. Gaiman-Bonelli-Castelli-Fornaroli su FM 32 per alcune considerazioni in merito).

Cerco un nuovo linguaggio filmico, che emerga dai fumetti che ho realizzato, qualcosa di meno letterale, di meno pedante nel suo essere descrittivo […]. Qualcosa di più illusorio.
(Dave McKean)

A Leuven si poteva assistere alla proiezione ciclica dei videoclip di McKean e dei cortometraggi The Week Before (1998, 23’), N[eon] (2002, 28’), William Shakespeare’s Sonnet no. 138 (2002, 1’30″), Asylum (2002, 52’, non diretto da McKean, accreditato come “digital artist”). Ricordiamo inoltre la sequenza dei titoli di testa di Neverwhere (1995) e il clip per l’MTV World Aids Day del 2002. In seno alle commissioni di lavori per il cinema, procedendo per estensione, McKean collabora al production design della serie di Harry Potter e realizza l’artwork promozionale per, tra gli altri, Il ritorno di Sleepy Hollow di Tim Burton, Alien: Resurrection e The King is Alive (Dogma 4).

Immagine articolo Fucine MuteUna produzione per gran parte in linea con lo stile ed i temi cui l’artista ci ha abituati, e che, per affinità riscontrate dagli osservatori più attenti così come per ammissione dell’interessato (sebbene nell’occasione in riferimento ad Arkham Asylum), vedono nel regista ceco Jan Svankmajer il nume tutelare di un contesto artistico in decisa continuità con il variegato simbolismo delle illustrazioni a fumetti. Un mondo di forme spesso eteree, sospese, sfumate in improbabili leggi di natura e in contrasti di colore tra il caldo e il freddo, tra algidi e sofisticati arredi e le visionare frammentazioni del progetto pilota per Signal to Noise. E la maschera, che percorre tutta la mostra e torna in diverse forme e manifestazioni nella pittura, nel fumetto, nel film, nelle installazioni, primo fra i simboli e immediato richiamo all’aspetto più artigianale dell’arte di McKean.

La chicca, in un piccolissimo monitor a fianco della prima saletta video (quella dei corti, laddove la seconda era dedicata ai clip), era appunto Punch and Judy (Rakvičkárna, 1966), che mette in scena il tradizionale spettacolo di marionette su cui si fonda il retroterra narrativo di Mr. Punch.

Anche Svankmajer è artista poliedrico attivo in diversi campi: cinema e animazione, disegno, scultura, poesia, sebbene alla sua quarantennale attività non corrisponda un apprezzamento diffuso, se è vero che le sue opere non godono di una distribuzione all’altezza della qualità indiscussa. È vero che Svankmajer ha subìto in più di un’occasione la pressione censoria dell’autorità costituita, e che buona parte del suo lavoro cinematografico si concretizzi in numerosi cortometraggi, notoriamente poco appetibili per la grande distribuzione. Ma è altrettanto assodato che, McKean a parte, a Svankmajer sono riconoscenti nomi del calibro di Tim Burton e Terry Gilliam: i quali, non a caso, con il mondo dell’animazione, dell’illustrazione e del fumetto hanno e mantengono più di un legame.

Ecco cosa dichiarerà in un’intervista del 1997: “La gente tende a dimenticare la propria infanzia o a pensarci solo con un po’ di nostalgia. Personalmente la vivo come qualcosa di perennemente presente e vivo. Non solo mantengo un continuo dialogo con la mia infanzia, ma la considero una fonte di ispirazione infinita, perché le più intense esperienze di contatto con il mondo sono quelle che si sviluppano da bambini. Quando scopriamo per la prima volta il significato di una sedia, di un uccello, di un tavolo, di qualsiasi cosa.”.

Non vi sembra di rileggere Violent Cases?

Non ho mai incubi, il che è probabilmente un buon segno. Il mio lavoro non mi causa turbamenti notturni. La questione è che non vedo tutto questo come particolarmente oscuro. È semplicemente il mio modo di vedere il mondo.

(Dave McKean)

Immagine articolo Fucine MuteBeato lui. Se ovviamente nessuno ha mai pensato che le visioni di McKean provengano da altro se non da un innato talento e da una forte interiorizzazione e rielaborazione degli stimoli provenienti dall’esterno (in fin dei conti non fa parte del “gruppo degli psichedelici” cui invece appartengono i vari Morrison, Moore, Delano, Milligan…), è parimenti fuori discussione che più di qualcuno, se non si sofferma più di tanto sull’esigenza di sperimentazione che costituisce buona parte del gioco, potrebbe essere portato a pensare ad una persona estremamente problematica. Il problema vero è che non andiamo alla mostra per psicanalizzare McKean: l’equivoco sta nel fatto che si entra pensando alla narcolessia come ad uno stato di trance artistica, per poi rendersi conto di essere spettatori sul confine tra un sonno disturbato ed un’allucinata veglia. Alla fine tocca a noi uscire importunati. Alla fine siamo noi a turbarci di fronte ai ragni nella bocca della madre di Amadeus Arkham, dai tuberi / volti sbucciati da un chirurgo, a restare spiazzati da mondi surreali dalla sorprendente lucidità.

E non abbiamo passato in rassegna il materiale fotografico, dove mondi corpi oggetti impossibili assumono configurazioni ancora più visionarie; non abbiamo sottolineato l’importanza della tipografia, collocata con piena dignità alla pari di tutti gli altri elementi della composizione visiva; e non abbiamo analizzato tanti altri dettagli che possono sfuggire al conto e alla consapevolezza dello sguardo, pur tuttavia indelebili segnali di un’interpretazione che possiamo volere analitica, ponderata, razionale, ma che al tempo stesso non siamo autorizzati a privare della prima impressione, della suggestione, dell’istintività.

Buona notte a tutti.

La prima retrospettiva europea su Dave McKean a Leuven, Belgio. Ripercorriamo la carriera del poliedrico artista grazie alla possibilità, offerta dal circolo Beeld Beeld, di osservare gli originali e di visionarne la produzione cinematografica, sempre più pregnante negli ultimi anni della sua attività. Tutte le immagini riportate nell’articolo sono (c) dei rispettivi detentori dei diritti.   

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