// stai leggendo...

Fumetto

Neil Gaiman

Al di là della porta

È facile etichettare Neil Gaiman, senza per questo uscire troppo dal seminato, con il titolo di “signore dei sogni”: titolo di merito indubbiamente, visto che l’autore se ne può fregiare a pieno diritto, ma che rischia di inflazionare la pletora di articoli giornalistici, nostrani e non, che prima o poi saranno dedicati all’uscita di Coraline, ora che Mondadori punta decisamente su di lui dopo il successo di American Gods, e con l’ultima fatica per bambini ormai nella ristretta cerchia dei best-seller anche nel nostro paese.

È noto che l’accoppiata Gaiman-McKean (copertina ed illustrazioni interne in questo caso) ha dedicato all’infanzia un’ideale tetralogia cui si aggiungerà presto un nuovo lavoro. Ma se dal semi-autobiografico Violent Cases siamo giunti ad una fiaba contemporanea che risente di una tradizione letteraria dalle atmosfere gotiche così come (in misura forse anche maggiore) dei cosiddetti nursery tales vittoriani — le macabre filastrocche in rima che si perdono nei meandri della memoria popolare — ci domandiamo quali componenti siano entrati in gioco nella stesura del libro: tradizione letteraria, appunto, o l’esigenza formativa tanto consona ad una lettura pedagogico-psicanalitica, che vede nell’emersione paurosa dell’inconscio infantile un elemento chiave attraverso il quale il bambino impara ad affrontare la vita anche nei risvolti più dolorosi. Un po’ come nel contraltare dello spettacolo di marionette di Mr. Punch, o di magia di Violent Cases, ammesso e non concesso di volere adottare questa chiave di lettura.

“Riguardo le origini della storia — ci risponde Gaiman — posso dire che esiste una tradizione letteraria alle spalle, ma si tratta di una tradizione molto limitata nei termini della produzione. Mi riferisco ad una scrittrice di fiabe vittoriane, Lucy Clifford, che scrisse una storia dal titolo The New Mother, e che narra di due bambini minacciati dell’abbandono da parte della madre nel caso non avessero smesso di essere cattivi… Loro continuano a comportarsi male e la madre se ne va, e alla fine vedranno la nuova madre arrivare da lontano, dal fondo della strada, con i suoi occhi di vetro luccicanti.”.

LA COPERTINA DI CORALINESicuramente questo elemento “nero” ha suscitato alcune perplessità negli adulti, spaventati dalle vicissitudini di Coraline e quindi dubbiosi rispetto all’opportunità di leggere la fiaba ai propri figli: “Ma ci sono un paio di questioni da specificare in merito: una è che sono gli adulti ad essere spaventati da Coraline, non i bambini. Ricevo lettere dai bambini delle scuole, che mi dicono cosa li ha entusiasmati, e non li vedo per nulla spaventati. Ciò che colpisce gli adulti allo stomaco — gente con i bottoni al posto degli occhi, ad esempio — non terrorizza in alcun modo i bambini: loro vedono «l’altra madre» (The Other Mother, la “finta mamma” di Coraline che vive al di là della porta, ndr) e dicono «bello, la voglio disegnare!», mentre gli adulti ne sono disturbati.”. Si tratta di due differenti approcci alla lettura, confermerà Gaiman in conferenza, dovuti al fatto che, se gli adulti si soffermano sul dettaglio, i più piccoli tendono ad immedesimarsi nelle vicende della piccola protagonista ripercorrendone le orme. Aspetto, tra l’altro, confermato dai ragazzini italiani incontrati da Gaiman a Bologna, come leggiamo sul sito ufficiale dell’autore che ne riporta i commenti: “Non mi sono spaventato leggendo Coraline, perché la stessa Coraline non è spaventata”, oppure “Mi avevano detto che si trattava di un horror, mentre personalmente l’ho trovato rassicurante”.

Indubbiamente l’essere padre ha in qualche modo portato Gaiman ad un diverso approccio alla propria scrittura, così come gli ha offerto più di uno spunto da cui sviluppare una narrazione coerente: appurato che The Day I Swapped My Dad for Two Goldfish trova la propria origine in un episodio famigliare, un’analoga situazione ricorre anche nella genesi dell’ultimo libro. A maggior ragione se consideriamo che entrambe le vicende trovano origine nella scarsa attenzione prestata dai genitori ai bambini, vero e proprio topos della narrazione gaimaniana e buon pretesto per rendere coerente un mondo infantile in cui la presenza adulta di certo stonerebbe. “Certamente non ci sarebbe stato bisogno di raccontare Coraline se qualcuno lo avesse fatto prima, ma devo dire di averlo cominciato per mia figlia Holly, che oggi ha diciassette anni e che ne aveva cinque all’epoca. Quando tornava a casa da scuola si sedeva sulle mie ginocchia e, vedendomi scrivere sul computer, cominciava a dettare, e tutte le storie riguardavano bambine rapite da streghe che tentavano di fuggire dalla cantina dove erano rinchiuse. Questo era il tipo di storia che desiderava sentirsi raccontare e il tipo di libro che avrebbe voluto leggere.”.

Tornando all’ideale tetralogia sull’infanzia, cui presto si aggiungerà un nuovo gioiello, apprendiamo che anche nel prossimo The Wolves in the Walls con McKean, di cui nella retrospettiva belga dedicata all’illustratore si potevano ammirare alcune anteprime, i bambini hanno comunque ragione: “è un libro illustrato di circa duemila parole che uscirà in un formato di sessantaquattro pagine, e che Dave racconterà con le sue illustrazioni. La storia narra di una bambina convinta che ci siano dei lupi tra le mura di casa sua, mentre i genitori tentano di persuaderla dicendole che si tratta di topi. Loro hanno torto, lei ha ragione: la storia entra nel vivo quando un giorno i lupi escono veramente dai muri impadronendosi della casa.”. Di più, evidentemente, non vuole raccontare: basti sapere che, anche in questo caso, “lo spunto proviene da un incubo avuto dalla mia figlia più piccola”.

Ma se a Coraline e ai bambini è dedicato l’incontro (proprio i ragazzi delle scuole potranno porre a Gaiman le proprie domande il giorno successivo), così come l’intero tour che ha visto Gaiman impegnato per alcune settimane praticamente in viaggio per tutta l’Europa, è impossibile non parlare del “caso“American Gods, nella prima occasione che abbiamo di parlarne dalla sua uscita per Mondadori: l’opera probabilmente più matura, che racchiude un intero decennio di sperimentazioni in un insieme coerente e talvolta sorprendente, per come lo stile sa farsi crudo in modo inedito per Gaiman e per la solidità dell’equilibrio generale che a tratti latita nel precedente Neverwhere. Tra i tantissimi temi che tornano, sicuramente quello della responsabilità individuale sembra il più presente lungo l’intero arco della produzione gaimaniana: un Gaiman, inoltre, inglese in America, e che tiene particolarmente al proprio retaggio europeo, tanto da non aver mai richiesto la cittadinanza in dieci anni, “perché avrei la sensazione di perdere una parte di me”.

“Spero davvero che American Gods sia il mio lavoro più maturo; sicuramente è il più corposo ed impegnativo, quello in cui ho cercato di realizzare ciò che non avevo fatto con Neverwhere. Ho provato a riprendere le fila di tutto ciò che ho imparato da Sandman cercando di capire cos’altro avrei potuto aggiungervi, non solo nei termini delle tematiche affrontate, ma anche delle tecniche narrative. Certamente è un libro sulla responsabilità individuale: è un tema che attraversa tutto il mio lavoro e credo non potrei farne a meno nemmeno volendo. Penso anche che sia un libro sull’identità culturale, poiché ho voluto scrivere un libro che parlasse di cosa significhi trasferirsi in America. Nel trasferirmi là, mi sono lentamente accorto di come l’America fosse qualcosa di estremamente diverso da ciò che avevo visto in televisione e di cui mi pareva nessuno scrivesse, ed ho voluto quindi scrivere della mia impressione che chi si trasferisce in America perda la propria identità culturale. Mi ha molto sorpreso, ad esempio, che la seconda città al mondo per numero di abitanti di origine polacca dopo la guerra sia Chicago: e non è una bella sensazione quella di non ritrovarvi tracce della meravigliosa cultura polacca, così come non se ne vedono a Little Italy, perché chi emigra diviene americano abbandonando e rinunciando a molte cose.”.

Il comune denominatore dell’opera di Gaiman, e che in American Gods trova la giusta consacrazione, è la rilettura in chiave assolutamente personale ed originale di testi e di tradizioni appartenenti al passato, fino a contrapporre l’adunata dei Pantheon tradizionali agli “nuovi dei” della contemporaneità. Già a Trieste l’autore ci avvertiva dell’opportunità di ricordare che, se “è vero che la mia narrazione è metanarrativa, è meta-fiction, c’è però una storia, una base cui il lettore possa fare riferimento”; è altrettanto vero, tuttavia, che Gaiman è ufficialmente riconosciuto (c’è una vera e propria menzione ufficiale nel Dictionary of Literary Biography) come uno scrittore postmoderno, e che sul tema — citazionismo, rivisitazione, complicità con il lettore — il dibattito si è fatto piuttosto acceso anche tra gli stessi scrittori, perlopiù americani, della sua generazione.

Ma Gaiman rifugge le definizioni, e ci ricorda da quale parte della barricata preferisce collocarsi: “Sono un narratore: i critici e gli accademici possono etichettare le cose. Puoi racchiudere nella definizione di postmodernismo una buona metà di quello che ho fatto, senza dimenticare però l’altra metà. Non mi sono mai svegliato la mattina dicendomi: «Sono un autore postmoderno, mi sento postmoderno oggi». Viviamo in un grande mondo dove tante cose sono state dette e raccontate, ed è quindi bello di tanto in tanto riprenderle e riraccontarle cercando di dire qualcosa di nuovo. Ciò che di interamente postmoderno posso dire di avere scritto è Snowglass Apples, che è una rilettura di Biancaneve: ma il mio interesse è sempre riposto nella storia.”.

Forse nemmeno sulla buona fede dei colleghi metterebbe la mano sul fuoco: da scrittore di fantasy non lo colpisce particolarmente nemmeno l’incredibile risultato di un sondaggio del quotidiano inglese The Independent che, alla domanda rivolta a cinquanta scrittori su quale fosse il peggior libro mai scritto, conferisce il poco prestigioso primato a “Il Signore degli Anelli”, forse inflazionato anche da qualche lettura politica di troppo — a sua volta incentivata dall’uscita dei primi due film della trilogia — nel clima post-11 settembre. “No, non credo ad una motivazione specifica e nemmeno che ci sia nulla di cui stupirsi: a dire la verità ritengo questo accada perché è uno dei migliori libri mai scritti. Se fosse arrivato Harry Potter in cima alle classifiche di vendita avrebbero votato Harry Potter, se fosse accaduto con Il diario di Bridget Jones sarebbe stato lo stesso.”.

E dopo il World Fantasy Award per American Gods (premio già in bacheca, per la sezione racconti, grazie alla clamorosa vittoria di A Midsummer’s Night Dream nel 1991), attendiamo al varco Coraline, in lizza per i Bram Stoker Awards (nominato nelle sezioni Long Fiction e Work for Young Readers), nonché tra i finalisti per il 2003 ai Mythopoeic Awards, sezione Children’s Literature. In bocca al lupo.

Ma ciò che più ci fa piacere, da lettori delle opere prime di Gaiman pur felici di vederlo nella veste del solido romanziere, è il suo ritorno ai fumetti con l’uscita, entro il prossimo autunno, di Endless Nights, il tanto vociferato ritorno alla saga di Sandman, stavolta per narrare degli Eterni attraverso matite del calibro di Moebius, Milo Manara, Philip Craig Russell, Bill Sienkiewicz, Miguel Angel Prado, Barron Storey. La storia di P. Craig Russell dovrebbe essere ambientata a Venezia, con probabile ispirazione dall’ultimo soggiorno di Gaiman nella città lagunare. Manara ha invece disegnato la storia dedicata a Desiderio, “il cui risultato mi ha affascinato molto. I disegni di Manara non presentano solo belle donne e nudità, poiché si tratta indubbiamente di un grande artista, che già conoscevo ed apprezzavo”.

In occasione del tour italiano per la promozione di Coraline, incontriamo nuovamente Neil Gaiman, per una breve intervista in particolar modo centrata sulla sua ormai acclamata attività di romanziere: Neverwhere, American Gods, Coraline consacrano lo scrittore inglese tra gli autori di best-seller di successo, e soprattutto lo propongono narratore maturo e completo, affabulatore e al tempo stesso autore di contenuti di sempre maggior spessore.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Frankenstein a teatro (II)

Frankenstein a teatro (I)

L’etimologia dei nomi e il loro significato...

La domatrice e Il Natale di Poirot

Poirot sul Nilo e Due mesi dopo

Tonya di Craig Gillespie

Enrique Jardiel Poncela e la censura franchista

Somewhere Over the Rainbow

Cujo di Stephen King

Casomai un’immagine

pas-06 pas-15 sir-02 mar-20 viv-38 th-47 th-62 10 kubrick-26 petkovsek_20 013 bon_sculture_01 bis_V_02 mccarroll02 c 9 cor13 lortv-03 sac_08 pm-18 murphy-08 galleria06 03 08 14 28 23 Installazione di Alessandro Gallo Song Dong Ritrovamento confetto 2009