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Cinema

Francesco Filippi

Back to Eptar: l’epic-fantasy made in Italy

Umberto Lisiero (UL): “Tornai ad Eptar, il regno dove la pioggia saliva al cielo, mentre l’alba deponeva un manto di foglie secche…”: questa la frase che introduce Ritorno ad Eptar (Back to Eptar), film pilota di animazione, nato come progetto per un lungometraggio espressionista epic-fantasy, dalle atmosfere liriche e drammatiche, realizzato, nell’arco di due anni, da giovani emiliano-romagnoli e piemontesi inseriti nel mondo dell’animazione e dell’illustrazione.
Francesco Filippi, sceneggiatore e regista, ci offre la possibilità di scoprire alcuni retroscena di questo ambizioso quanto ottimamente realizzato progetto. Ci presenteresti una sintesi delle idee alla base della realizzazione dell’ultima fatica dello Studio Mistral?

Francesco Filippi (FF): Innanzitutto Eptar è la prima somma fatica del nostro gruppo creativo. Anche se si tratta di un lavoro recente, ora ci stiamo muovendo anche su altri progetti, anche molto diversi da questo (chi si ferma è perduto!).
Back to EptarRitorno a Eptar (www.backtoeptar.com) è chiaramente un fantasy, ma, spero, dotato di caratteristiche sue proprie. Pur non potendo rivelare l’idea di base, perché si tratta di un colpo di scena nella storia, posso dire che Eptar vorrebbe essere un film che dà ampio spazio alle atmosfere e alla psicologia dei personaggi. Inoltre, e questo è un concetto importante, gli ambienti stessi sono considerati alla stregua di personaggi. La città di Eptar è colpita da una maledizione come fosse una persona, mentre il regno di Zakros custodisce nelle sue profondità un talento magico che Sharion dovrà rubare. Questi è un mercenario che torna al suo paese natale, Eptar, di cui possiede solo vaghi ricordi. Il suo ritorno a Eptar non è altro che un ritorno nella profondità del suo animo, esattamente come dovrà andare nelle profondità del regno di Zakros per compiere la sua missione, per poi tornare nuovamente a Eptar. In questa storia quindi il passato dei personaggi (e degli ambienti) ha un’importanza cruciale e i movimenti di discesa, nello spazio come nel tempo, verso “luoghi” dimenticati assumono un’importanza direi “salvifica”. Per questo nel titolo è fondamentale che si parli di ritorno a Eptar, dove è quasi più importante “ritorno” che “Eptar”. In altre parole, tutte le vicende poggiano le loro basi su una struttura simbolica che spero risulti molto forte. Mi auguro che con il successo cinematografico del Signore degli Anelli anche Eptar possa trovare uno sbocco produttivo: per quanto il nostro progetto sia molto diverso dal bellissimo caposaldo del fantasy, i suoi fan dovrebbero comunque trovare pane per i loro denti. Sul film pilota abbiamo ricevuto migliaia (sic!) di apprezzamenti entusiasti, il che ci fa ben sperare.

UL: Tre minuti di animazione, ma che hanno richiesto circa 4000 disegni realizzati in più di due anni di lavoro: un impegno notevole soprattutto in considerazione del fatto che l’avete interamente autoprodotto e con finanziamenti quasi inesistenti…

FF: Hai detto bene. Nessuno ha ricevuto una lira e le spese vive (dell’ordine di una manciata di milioni di lire) le ho sostenute io. È stata una prima, durissima esperienza, innanzitutto perché è difficilissimo tenere insieme su uno stesso progetto per così tanto tempo persone sparpagliate per l’Italia che lavorano nel tempo libero. Per quanto tutti siano stati molto motivati, bisogna tenere duro e avere tanta pazienza. Poi ci sono ovviamente le difficoltà tecniche: a parte Stefania Gallo, esperta layoutista, tutti noi eravamo al nostro primo grosso lavoro: Ivan Cavini, lo scenografo, ha dovuto cambiare notevolmente il suo modo di lavorare, mentre Fabrizio Carosio, già intercalatore per Gabbianella e il Gatto, ha di fatto cominciato ad animare con Eptar, senza contare che si trattava di un disegno realistico e dettagliato, quindi oltremodo difficile. Anche se sapevamo dell’enorme difficoltà che Eptar avrebbe incontrato per entrare in produzione (film innovativo e di dimensioni enormi), abbiamo cercato di puntare più in alto possibile per avere la massima visibilità come autori, per far sì che Eptar non fosse anche l’ultimo dei nostri lavori. Questi sforzi così grossi si possono fare una volta sola: tanto vale allora provare a utilizzarli al meglio.

Back to Eptar

UL: Hai detto di rifarti principalmente al cinema d’animazione giapponese in particolare a maestri come Osamu Dezaki, Leiji Matsumoto o Satoshi Kon: cosa dei loro lavori ti affascina particolarmente? Quali caratteristiche delle loro opere si riflettono sui personaggi di Back to Eptar?

FF: Premesso che adoro il cinema d’animazione in tutte le sue forme e provenienze, rimango profondamente “matsumotiano”: sono cresciuto a pane e Harlock e mi sono laureato in Scienze dell’Educazione con una tesi sul cinema d’animazione di Leiji Matsumoto. La mia anima creativa “seria” (poi c’è anche quella demenziale…) deve tantissimo alle sue atmosfere liriche e ai suoi personaggi misteriosi, indipendenti e coraggiosi (in Eptar il personaggio più matsumotiano, con le dovute differenze, è sicuramente la sacerdotessa Krisia). Dal punto di vista registico invece ho un debole per Osamu Dezaki (Lady Oscar, Remì, Black Jack, Rocky Joe, Jenny, Caro Fratello…, ecc.), per come riesce a utilizzare le immagini in senso plastico, sia come sematica visiva sia dal punto di vista ritmico. Saranno pure le parole di un fan, ma se Dezaki avesse fatto cinema dal vero, penso che oggi sarebbe forse
considerato uno dei più grandi sperimentatori nella storia del cinema. Invece ha sempre realizzato cartoon, quindi la critica ufficiale lo ignora. Intanto però io prendo appunti!! Satoshi Kon è un autore abbastanza giovane, ma è veramente un fenomeno: non solo confeziona film senza una minima sbavatura, ma è stupefacente come sia in Perfect Blue, ma soprattutto in Millennium Actress, sia riuscito a far coincidere perfettamente forma e sostanza, montaggio e contenuto. Inoltre sa essere estremamente sofisticato (roba da mal di testa…) ma anche molto comprensibile. E qui torno a prendere appunti..

UL: Al festival Cartoons on the Bay Back to Eptar ha vinto nella sezione “Pitch-me Italia” come migliore progetto animato italiano; avete ricevuto i complimenti di Bruno Bozzetto, considerato il migliore cartoonist italiano dopo il 1945 e di Matsuhisa Ishikawa, produttore (I.G. Productions) di alcuni tra i lungometraggi animati più innovativi e di successo del panorama giapponese (da Evangelion, a Furi Kuri, da Blood: the Last Vampire, a Jinroh): insomma, non c’è che dire, un buon inizio (peraltro più che meritato). Cosa ti aspetti sinceramente da questo lavoro?

FF: Quello che mi aspetto è che possa lanciare sul mercato lavorativo tutti i realizzatori di Eptar che ancora non hanno trovato sbocchi in questo senso. Tra questi mi ci metto anch’io, perché, se è vero che mi si sono aperte parecchie strade, in questo preciso istante non ho ancora visto contratti di lavoro ufficiali. Però diciamo che l’obiettivo primo della visibilità e dell’apprezzamento è stato raggiunto. Per quanto riguarda l’obiettivo ultimo, cioè la realizzazione del lungometraggio, la strada è ancora ahimè molto lunga. Sarebbe già qualcosa vederne la fine! Invece è nostro desiderio realizzare il fumetto di Eptar, per il quale stiamo valutando varie possibilità.

Francesco Filippi

UL: La storia ruota attorno a tre personaggi: Sharion, il mercenario, Caesius, il mago e Krisia, la papessa: potresti rivelarci qualcosa in più riguardo la trama?

FF: Qualcosina, volentieri. il mago Caesius, Sharion e la sacerdotessa Krisia hanno un passato in comune, hanno combattuto l’uno contro l’altro per impossessarsi del filtro della non-materia. Poi le loro strade si sono divise e nei successivi cinque anni sono accadute molte cose: Krisia è scomparsa misteriosamente, Caesius ha cambiato vita radicalmente, mentre Sharion è rimasto ahimè sempre uguale. Eppure la volontà di Krisia ha fatto sì che in qualche maniera tutti e tre si reincontrassero a Eptar, ma questa volta da amici; perché Sharion dovrà cambiare, perché Eptar si salvi e perché si sappia che fine ha fatto Krisia.

UL: La storia presenta una solida struttura simbolica velata da una forza didattica di fondo che rende il film indicato non solo ad un pubblico adulto…

FF: Ho cercato di costruire una storia “a strati”, in modo che una semplice struttura regga comunque l’intero film. Sotto di essa poi chi vuole può (spero) apprezzare la complessa realtà psicologica dei personaggi. E infine c’è il sostrato simbolico per gli inconsci di grandi e piccini… Battute a parte, penso che non bisognerebbe ragionare in termini di target (dire “è roba per bambini” è offensivo nei confronti di questi ultimi…), ma, come dice Bozzetto, in animazioni belle e animazioni brutte. Salvo ovviamente contenuti o scene veramente ostiche nei confronti dei bambini, un film merita di essere visto quando è bello: poco importa se a vederlo sono grandi o piccini. I cartoon, come il cibo, uno sport o un paesaggio di montagna, sono cose per tutti, che tutti possono apprezzare. Certo da bambini facciamo caso più a certi aspetti e da adulti ad altri, ma se una cosa è bella è bella. Se qualcuno ci dicesse “paesaggio montano? No grazie, è roba per bambini”, lo prenderemmo per stupido. Eppure ai cartoni animati succede esattamente questo.

UL: Il trailer di “Back To Eptar” ha come colonna sonora “Ira Tenax/Warrior Of Ice” dei Rhapsody: in che modo tale musica si associa al vostro lavoro?

FF: Il film pilota di Back to Eptar ha due versioni, una con musica nostra (di Paolo Bozzola) e una con i Rhapsody. Quest’ultima versione è stato a ben vedere il primo spunto creativo di Eptar, perché decisi di cominciare questo progetto proprio ascoltando il primo album dei Rhapsody. “non esiste ancora un cartoon epico con una musica così: ok, lo faccio io!”. Questo è stato più o meno il mio delirio mentale nella primavera del 1998… Per questo non potevamo non restituire il favore al mittente. La musica di Paolo Bozzola va invece maggiormente nella direzione delle atmosfere complessive del film. Se i Rhapsody ben rappresentano le dinamiche battaglie della storia, il sapore generale delle vicende è molto più vicino al gusto di un’altra artista che adoro, ovvero Loreena McKennitt. Questa rimane la vera ispiratrice musicale del film e sogno di poterla coinvolgere se mai un giorno Eptar entrasse in produzione.

Back to Eptar

UL: Sei anche redattore del bimensile eMotion che tu definisci “nato da una precisa esigenza culturale: lo scopo della rivista è quello di contribuire a creare quella cultura del cinema d’animazione che in Italia tutto sommato manca.” Come mai in Italia l’animazione non ha ancora trovato larga approvazione da parte del pubblico e continua ad essere vista come un genere per bambini?

FF: Le ragioni di una carenza culturale sono sempre molteplici. Semplificando possiamo dire che c’è il fortissimo retaggio americano, che nel bene e nel male ha utilizzato il linguaggio animazione sostanzialmente per pochissimi generi filmici: la favola (dum per bambini!) e la commedia slapstick. Ecco perché l’animazione è considerata un genere (e un genere per bambini) e non un linguaggio: sugli scaffali di un videonoleggio troviamo infatti “thriller”, “love story”, “commedia”, “animazione”… Invece, come ben sanno i giapponesi (mannaggia a loro quanto stanno avanti!) l’animazione può essere usata per fare thriller, storie d’amore, commedie e quant’altro. Ne consegue che la “roba per bambini” difficilmente trova la dignità della cultura alta, vedi istituzioni, università, editoria, scuole di formazione e quindi industria e distribuzione. Senza contare che il “roba per bambini” può diventare anche un alibi per giustificare la realizzazione di prodotti mediocri. Se fossi un bambino, mi arrabbierei! Insomma, è un gatto che si morde la coda. Quando manca una cultura, essa manca vuoi tra il pubblico vuoi tra le figure chiave della produzione (finanziatori, produttori, distributori). Devo dire che il primo colpo a questo status quo l’anno dato vent’anni di cartoon giapponesi in tv (nonostante censure e palinsesti così così), che hanno formato i giovani-adulti di oggi. Ma non basta. Per questo ho creato la rivista eMotion assieme agli altri redattori. Ma ancora bisogna fare molte cose: ci vogliono scuole tostissime di formazione con indirizzi come “autore, tecnico d’animazione, produttore” e non “animazione d’autore, 2D industriale e 3D, come invece vediamo dalle nostre parti. Se vengono fuori solo animatori, non potranno che andare a lavorare… all’estero! Per fare un film ci vogliono questi tre tipi di ruoli, non uno solo. Altrimenti continueremo ad avere animatori che si improvvisano registi e produttori e distributori senza una adeguata competenza sull’animazione. Già è faticoso muoversi, almeno facciamolo con ordine e senza sprecare energie (che altrimenti diventano precedenti negativi che bloccano ad esempio il nuovo lungometraggio di Bozzetto…). Detto questo in Italia ci sono anche tante realtà, magari ancora giovani, che con tenacia e buon senso stanno costruendo quella che speriamo diventi una vera industria, sia sul 2D che sul 3D. Mi chiedo se non sia possibile che tutti uniscano in futuro le forze attorno a progetti comuni finalmente grandi…
Tornando al discorso sui giapponesi, ci tengo a precisare che non mi auspico affatto che il mondo venga nipponizzato, anzi. È bene che ci siano stili e contributi massimamente diversificati. Ma al tempo stesso sarebbe stupido non imparare da chi sta più avanti di noi. I giapponesi cercano di imparare dal calcio italiano e brasilano. Molti di noi invece si vegognano di cercare di imparare dai cartoon (giapponesi). Va’ come è trano il mondo!!

Back to Eptar

UL: Nel libro “Vite animate, i manga e gli anime come esperienza di vita” (King Saggi, Roma, 2002) da te scritto con la partecipazione di Maria Grazia di Tullio, analizzi il significato che i cartoon e i fumetti giapponesi hanno e hanno avuto nella vita degli appassionati: raccontaci un po’ la tua esperienza…

FF: È stata una ricerca che ha voluto fotografare lo stato degli animefan in chiusura degli anni Novanta, che hanno visto una vera esplosione di una passione nata da bambini. Quello che ci siamo chiesti il perché di questa passione e di questo successo. Dopo questionari, interviste, analisi di lettere spedite alle redazioni, ne abbiamo ricavato (parlo per sommi capi) un rapporto a tre tra giovani-realtà-mondo immaginario e valoriale. I giovani appassionati non solo non hanno mai trovato disturbante la famigerata “violenza” dei catoon giapponesi, ma anzi ne hanno ricavato un importante modello di valori che spesso cozzano con una realtà nostra molto più insipida. Ovviamente cresciamo grazie a tanti contributi (genitoriali in primis), ma passare anni a vedere cartoon giapponesi e poi a leggere manga costituisce sicuramente una esperienza di vita che lascia il segno. Anime e manga diventano altresì una sorta di specchio con cui analizzare i bisogni dei giovani italiani (o almeno di una parte di essi), necessità insomma di tipo valoriale e sociale. Brutalmente possiamo dire che se ci si aggrappa tanto ai manga, significa non solo che in molti casi può valerne oggettivamente la pena (vi sono infatti dei veri capolavori), ma che nei giovani esiste un grande vuoto a priori che deve essere colmato in qualche maniera.

UL: Hai lavorato anche per la splendida realtà produttiva torinese, con forte interesse negli ambiti dell’educazione, la Lanterna Magica: quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare per iniziare a farsi spazio nel panorama dell’animazione dove padroneggiano le major americane?

FF: In Lanterna Magica ho fatto un tirocinio universitario di un mese, dove ho visto come lavoravano a Gabbianella e dove ho preso parte alla realizzazione di un cartoon sempre su Gabbianella realizzato in decoupage da due classi di terza elementare. Non parlo per conto di Lanterna Magica perché non ne ho mai fatto parte, anche se a questa azienda sono grato per l’opportunità che mi hanno dato. Quello che posso dire è che da un lato Lanterna ha avuto il grande merito di nascere dal nulla dopo molti anni di lavori con le scuole. Dall’altro oggi la Lanterna ha una luce molto diversa dal tempo di Gabby. Non ci sono più i disegnatori e non c’è più la firma di Enzo d’Alò. Non c’è Cecchi Gori ma Medusa. A Natale esce Totò Sapore, che segna l’esordio al lungo di Maurizio Forestieri. Speriamo che vada bene. Ne avremmo tutti bisogno.

Back to Eptar

UL: Grazie e ancora complimenti!

FF: Ciao e grazie per l’interessamento.

Su tutte le immagini vige il copyright Francesco Filippi.

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