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Fumetto

Dago: il più grande successo dell’Eura editoriale

Immagine articolo Fucine MuteDago è apparso su Lanciostory sul finire del 1983; per i primi dieci episodi ha mantenuto un ritmo costante, comparendo ogni due settimane e poi ogni tre, ma a metà dell’84 ha subito un black-out dal quale si sarebbe ripreso l’anno successivo tornando massicciamente sulle pagine di Lanciostory (prima ogni tre e poi ogni due settimane, per un totale di 24 episodi). All’avvicinarsi della pubblicazione italiana con quella argentina, la serie ha cominciato a rarefarsi fino a subire uscite singhiozzanti dovute ai necessari tempi di produzione di nuovi episodi. In effetti il triennio 1989-90-91 fu assai avaro di storie del giannizzero nero. L’attesa tra un episodio e l’altro durava anche parecchi mesi, ma Dago non ha mai abbandonato i suoi lettori anche se in certi periodi la sua presenza era tanto diradata da renderlo quasi invisibile. Nel frattempo, però, era già iniziata la sua ristampa su Euracomix, dove aveva surclassato nel gradimento e nelle richieste del pubblico fumetti che per anzianità avrebbero meritato più di lui questa riproposta celebrativa: Larry Mannino, Cayenna, Calico Jack, L’Eternauta e compagnia, opere che difatti furono successivamente ristampate con tutti gli onori. Ma negli anni ’80 l’astro di Dago aveva messo in ombra persino i maggiori capolavori del passato, ed i lettori ovviamente ne volevano sempre dosi maggiori. Dopo la “carestia“Dago fu protagonista di un primo inserto omaggio su Skorpio e, soprattutto, venne fatto oggetto di un grosso lavoro di rilancio, in modo che la produzione delle sue storie aumentasse ed il legame col pubblico si facesse ancora più saldo. Il problema principale erano i lentissimi ritmi di produzione del grande Salinas, che disperdeva ulteriormente le sue energie su altri progetti (a fumetti e non). Un giorno dalla pagina della posta di Lanciostory si apprese una sconfortante notizia: Robin Wood procedeva con il suo solito ritmo alla realizzazione delle storie di Dago, solo che Salinas non era capace di stargli dietro e un sacco di episodi giacevano irrealizzati!

L’Eura fece quindi inserire a Salinas una marcia in più, coadiuvato inizialmente in ciò da uno studio preposto specificamente ad assistere il Maestro: l’equipo Dago. I pessimi esiti di questo esperimento fecero fare un passo indietro alla casa editrice, ma ormai pareva che Salinas avesse ingranato nella maniera giusta. Con o senza equipo Dago le apparizioni del giannizzero nero si fecero relativamente regolari e in un’occasione Lanciostory fece addirittura una sorpresa inaspettata ai suoi lettori: quattro episodi di Dago furono fatti uscire con cadenza settimanale, quasi un mese intero in compagnia dell’eroe di Wood e Salinas.

Immagine articolo Fucine MuteDi lì a poco un’altra novità avrebbe dato una decisa impennata sia alla quantità che alla qualità di Dago (il quale nel frattempo era anche diventato titolare di un albo bimestrale, che non ristampava le storie vecchie ma offriva 96 pagine di materiale inedito). Il giovane e talentuoso Carlos Gomez muoveva i primi passi sulla serie, contribuendo col suo lavoro ad intensificarne la produzione. Dopo un primo momento in cui veniva ancora seguita la ripristinata cadenza quattordicinale, un bel giorno Gomez si mise a produrre 12 tavole a settimana, e questo trend va avanti dall’aprile del 1997! Quasi una follia, se si considera l’elevata qualità del lavoro di Gomez, il quale en passant ha pure disegnato 7 numeri del monografico e collaborato ad altri due con Caliva. Dal 1983, quindi, la mole di episodi raggiunta da Dago è impressionante, nonostante i vari intoppi che lo hanno rallentato. Ma queste cifre sembrano quasi bazzecole in confronto ad altre considerazioni.

Dago, infatti, vanta una presenza impressionante sul mercato italiano. Tra materiale inedito e ristampe, poco meno di 4000 pagine gli vengono dedicate annualmente: se non raggiungono esattamente questa cifra è solo per una manciata di tavole (quasi mai Ristampa Dago comprende 96 pagine esatte di fumetto, e un anno l’Euracomix trimestrale di Dago può slittare per l’inserimento di qualche new entry). Ma visto che gli anni sono composti da 52 settimane e un giorno, può capitare che quel giorno in più sia un lunedì o un giovedì, con conseguente incremento di 12 (l’inedito settimanale) o 16 (l’inserto) pagine nel computo finale. Complessivamente la produzione inedita raggiunge quota 1776 (12 pagine settimanali e 96 mensili) mentre le ristampe arrivano a circa 2224 (16 pagine d’inserto ogni settimana, poco meno di 96 ogni mese e 60 ogni tre mesi). E se considerassimo anche le raccolte di Dago, Lanciostory e Skorpio, questa cifra verrebbe praticamente raddoppiata!

Dago, insomma, si è rivelato col passare del tempo non solo un’ottima serie ma un vero e proprio asso pigliatutto dal successo in costante aumento. A fronte dei lusinghieri dati di vendita, il monografico bimestrale si converte in mensile verso la fine del ’98 e se ciò comporta un drastico ridimensionamento della parte grafica, Wood continua con eccezionale professionalità a sfornare buoni e originali soggetti.

Nel 2002 assistiamo all’ennesima consacrazione di Dago (ma c’è da scommettere che non sarà l’ultima): a fine giugno esce nelle edicole la ristampa integrale della serie in economici volumetti bonelliani. E proprio dalla fine, da Ristampa Dago, partiremo per analizzare la saga del giannizzero nero.

Dago

Immagine articolo Fucine MuteRistampa Dago è la riproposta cronologica delle avventure di Dago. I lettori più giovani, quindi, potranno finalmente conoscere le origini e le prime storie del personaggio. Ma questa collana dovrebbe essere assolutamente seguita anche da quegli appassionati che posseggono già Euracomix o gli inserti di Skorpio. Infatti, per una fortunatissima e misteriosa coincidenza, la qualità di stampa e riproduzione della maggior parte di questi volumetti è la migliore in assoluto che mai abbia avuto Dago. Con tutta probabilità ciò è dovuto al reperimento dei volumi antologici che la Columba dedicò al personaggio, ma esiste anche la possibilità che la stampa di molti capitoli sia partita dagli originali di Salinas, come testimonierebbero le tracce di matita non cancellata che si vedono chiaramente in alcuni disegni. La prima tavola conserva addirittura il codice alfanumerico con cui era catalogato il primo episodio. Ovviamente non tutte le pagine condividono la stessa qualità di stampa e oltre a dei prestiti non felicissimi tratti direttamente dalle pagine di D’Artagnan, ci si imbatte pure in qualche riproduzione veramente pessima dovuta all’impossibilità di trovare fonti migliori. Ma nonostante questi occasionali intoppi (a cui l’Eura ci ha già abituato da anni, per cui ormai ci abbiamo fatto il callo) Ristampa Dago è probabilmente destinata a rimanere un punto fermo per gli appassionati di Dago in quanto a completezza e rispetto del lavoro di Salinas. Peccato solo che la riduzione di formato abbia costretto l’Eura ad allargare i balloon originari o a crearne di nuovi, ma si tratta di un prezzo inevitabile da pagare per una edizione realizzata con queste caratteristiche cartotecniche (che la rendono così economica) e si dimentica ben presto di fronte ai disegni ripristinati che possiamo finalmente ammirare.

Ristampa Dago, insomma, costituirà veramente un punto fermo per gli amanti di Dago, visto che permette di gustare le avventure del personaggio al meglio delle possibilità, cioè più fedelmente che nelle altre situazioni in cui è stato ristampato. E basandoci su questa collana sarà più facile per il lettore seguire l’evoluzione della saga.

“Il suono lugubre, cupo, delle grandi campane ha invaso le vecchie calli oscure, i neri canali dell’acqua immobile, gli antichi palazzi che il tempo corrode. Venezia si piega su se stessa nella notte rotta solo dai lamenti dei gatti e dallo sciabordio di un remo.”

Il conte Giacomo Barazutti si affretta nel palazzo del principe Bertini, dove sta per svolgersi un incontro tra quattro individui di dubbia moralità. Il principe Bertini, il mercante greco Kalandrakis, la spia turca Ahmed Bey e lo stesso Barazutti stanno infatti complottando contro Venezia ed è stata indetta una riunione speciale per discutere di un fatto che potrebbe mandare a monte i loro piani. Il vecchio Renzi è venuto a conoscenza delle loro macchinazioni e potrebbe renderle pubbliche compromettendo gli interessi politici di Bertini, quelli commerciali di Kalandrakis, quelli militari di Ahmed Bey e quelli personali di Barazutti. Si opta per una soluzione radicale: la famiglia Renzi verrà accusata di tale tradimento, fornendo gli opportuni documenti, e per essere sicuri di farla franca gli intriganti ne organizzano il totale sterminio. Del giovane e vanesio Cesare Renzi si occuperà Barazutti in persona: Cesare lo ritiene un amico ed ignora l’invidia e il rancore che l’altro nutre nei suoi confronti. Ma la daga che il traditore gli piazza tra le scapole non si rivela fatale, ed anche se il corpo di Cesare Renzi affonda nell’acqua Barazutti sente, come un annuncio di disgrazia, un brivido di gelo. Benché questa premonizione si concretizzerà solo 18 anni dopo, Barazutti non aveva torto. L’ultimo dei Renzi è infatti stato salvato da una nave turca, che non si è certo lasciata sfuggire l’occasione di recuperare della buona “merce” da vendere come schiavo. Abituato a ben altra vita, Cesare non riesce nemmeno a cogliere la gravità della situazione in cui è finito ed i suoi inutili tentativi di ribellione vengono prontamente dissuasi. Per sua fortuna il capitano della nave è di buon umore e, divertito dai patetici scatti d’ira del veneziano, non solo non lo uccide sul posto ma gli fa anche dono di un nome canzonatorio: Dago. La daga di Barazutti, con cui era stato rinvenuto il corpo di Cesare, ne ha decretato la rinascita ad una nuova, terribile vita.

“Uno schiavo grida nell’oscurità. Un altro muore in silenzio. Un altro piange. La nave è una tomba che galleggia nella notte.”

Immagine articolo Fucine MuteIl primo episodio di Dago è un meraviglioso meccanismo ad orologeria in cui ogni elemento è perfettamente calibrato. La lunghezza è piuttosto anomala (ben 19 tavole) ma nessun dialogo o didascalia è superfluo. C’è perfino il tempo di inserire intermezzi leggeri, quasi comici, però è la tensione a farla da padrona in questa vicenda di sangue e tradimento. La costruzione barocca delle didascalie fu una rivelazione per i lettori di Lanciostory, ma anche altri espedienti sono insostituibili per far montare e poi esplodere il giusto pathos. Solo nei momenti più ispirati di Gilgamesh e Savarese troveremo altre sequenze così coinvolgenti come quella dei rintocchi che scandiscono lo sterminio dei Renzi. E non può nemmeno mancare un dosato cliffhanger che ci porta ad aspettare con trepidazione il prossimo episodio. Sì, Wood era veramente al colmo della sua maturità professionale quando diede vita a Dago. E Alberto Salinas non era da meno per quel che concerne il disegno. Wood ha dichiarato che fu proprio l’occasione di poter lavorare col grande Salinas a stimolarlo nella creazione di Dago. E, a proposito della genesi della serie, va ricordata una curiosa leggenda secondo cui Dago, in origine, doveva essere solo una miniserie. Questa rivelazione è stata ripetuta varie volte dall’Eura e dallo stesso Wood, ma i particolari sono spesso diversi: per ogni occasione in cui si usa solo il termine generico “miniserie” ce n’è un’altra in cui il numero degli episodi viene precisato (solitamente corrisponde a 10), fino alla pazzesca dichiarazione che in origine tutta la vicenda doveva esaurirsi in un unico libero autoconclusivo! Se già la semplice collocazione cronologica di Dago crea problemi, figurarsi com’è difficile verificare la veridicità o i dettagli di questi “dietro le quinte”…ma torniamo al povero Cesare Renzi.

Ribattezzato Dago, il giovane inizia a prendere confidenza con la sua nuova condizione di schiavo sotto la tutela del vecchio Selim. Adattarsi a questa nuova vita di sofferenze non è per nulla facile ma la guida dell’anziano schiavo (che prova per Dago una sorta di affetto paterno) lo indirizzerà sul cammino meno doloroso da percorrere, e gli salverà la vita in un paio di occasioni. Il buon Selim, comunque, non sopravviverà oltre il quarto episodio, quello in cui tra l’altro compare anche il leggendario Khaireddin Barbarossa, citato in precedenza solo come figura mitica o spauracchio. Dago scende di un gradino nella condizione di schiavo e da bestia da soma viene riconvertito in rematore. Giusto il tempo di salvare i cavalieri di Malta (“Dobbiamo ricordarlo [il nome Dago ]. Sono certo che lo risentiremo. Sì, ne sono sicuro.” proclama solennemente uno di loro, ma questa story line non ha avuto seguito), ed ecco che un nuovo rovescio di fortuna porta Dago sulla terraferma, dove sarà il direttore degli schiavi dell’inebetito Yussuff Bey, esiliato nel deserto per la sua inettitudine d’ammiraglio. Ormai quasi integrato nel mondo islamico, Dago ha raggiunto l’esperienza sufficiente per ritagliarsi il suo spazio in questo microcosmo. Yussuff Bey sarà pure il padrone ufficiale della sua reggia, ma è Dago in realtà a tirare i fili nell’ombra. Siamo arrivati a malapena al decimo episodio, ed ecco che un nuovo e violento mutare del destino ridistribuisce le carte in tavola con un esito devastante per lo schiavo di Venezia. Il suo nuovo “impiego” sarà infatti qualcosa di ributtante, probabilmente il livello più basso a cui può scendere uno schiavo, che necessita solo di un corpo e due gambe per attraversare le paludi. Insieme ad altri disgraziati, Dago diventa pescatore di sanguisughe: un pezzo di carne “a perdere” che deve solo immergersi nell’acqua putrida per raccogliere i viscidi animali. Anche in questo squallore Dago riuscirà a trovare delle ragioni per vivere, che gli verranno presto tolte dall’epidemia di peste che scoppia nell’isola in cui “lavora”. Assunto a servizio del nobile Hussein Bey, con cui ha condiviso l’inferno della pestilenza e la dolorosa perdita di un amico, Dago è ancora più inquieto e rancoroso (“Un animale rabbioso, che gratta la propria ferita perché non cessi di sanguinare”). A poco serve l’amore che la figlia di Hussein Bey prova per lui: Dago è ossessionato dalla vendetta. I giorni relativamente sereni della convivenza con Hussein Bey sono destinati a terminare nel sangue. Lo schiavo di Venezia sopravvive ancora una volta alla violenza ed al tradimento, ma a quanto pare è destinato a soccombere per la fame, visto che gli schiavi ribelli di Hussein Bey hanno pensato bene di saccheggiare la sua dimora senza prendere provviste con cui attraversare il deserto. Alcuni beduini trovano gli schiavi fuggiaschi, ma il loro arrivo non fa altro che far passare i disgraziati dalla padella nella brace: quelli che non saranno ammazzati dal deserto verranno rivenduti come schiavi. Tra la disperazione generale si alza una risata demente. È il povero Dago, forse reso definitivamente pazzo da tutte le esperienze che ha subito. “Schiavi! Per questo, tanti sacrifici, morte, tradimento…per tornare al punto di partenza…schiavi…schiavi di nuovo…schiavi…incredibile…schiavi!” queste le sue parole mentre si unisce coi polsi legati alla carovana dei predoni.

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Questa prima parte della saga (15 episodi che arrivano fino a Ristampa Dago 3) è stata riassunta nel dettaglio perché costituisce quasi un manifesto della poetica della serie. Cesare Renzi subisce il più subdolo dei tradimenti e in più di un’occasione ha motivo di rimpiangere la morte che non è riuscita a prenderlo. Senza la minima possibilità di influenzare i terribili poteri che ne condizionano la nuova vita come Dago, ha solo una pervicace volontà a sostenerlo nelle terribili situazioni in cui viene a trovarsi contro la sua volontà. Dago subisce di tutto in questa prima parte della sua storia, e le momentanee sequenze di pausa o sollievo sono solamente il preludio a delusioni o dolori ancora più intensi. E la morte soffia costantemente sul collo dell’eroe. Malgrado il tema della precarietà della vita sia quasi a tutt’oggi una costante della serie, questo primo arco narrativo non avrà eguali in quanto a crudeltà ed accanimento verso il povero protagonista. Wood non poteva trovare un metodo migliore di questa escalation di umiliazioni per far affezionare Dago al suo pubblico che, come in un exploitation movie, patteggia incondizionatamente per il protagonista in attesa di gustarne la meritata vendetta. Alberto Salinas è veramente al top, il suo stile minuzioso e ricercatissimo è incredibilmente molto funzionale alla narrazione. I suoi intensi sguardi carichi d’odio o di terrore non necessitano praticamente di alcun dialogo o didascalia, ed è incredibile la varietà che il grande Maestro sa profondere ai volti ed alle ambientazioni. Certo, sembra impossibile che l’omino sorridente che ci guarda dalla prima pagina di Euracomix 40 sia lo stesso che disegna torture, decapitazioni, ecc. ma anche gli elementi più crudi o splatter (e in Dago non sono pochi) diventano dignitosi e molto funzionali nelle sue mani.

Immagine articolo Fucine MuteDopo questa prima fase di “formazione” la saga di Dago attraverserà un periodo inequivocabilmente epico, in cui non solo i soggetti ma anche la prosa di Wood dimostrerà ambizioni decisamente alte. Si tratta del breve ciclo di Orbashà, nel quale Salinas comincia a mettere in opera uno stile più sintetico in cui avrà grande peso l’uso del tratteggio. Com’è nello spirito della serie, anche questo frangente “eroico” non può durare in eterno e su Ristampa Dago 4 ritorniamo al duro mondo degli schiavi. Stavolta i riflettori sono puntati sul pericolosissimo mestiere di addetto alla polveriera. Ma Dago non è più il nobilotto sprovveduto di un tempo, troverà ancora il modo di salvarsi e giungerà anche a sventare un complotto contro Barbarossa. E per quanto spietato sia, il re del Mediterraneo non è certo un ingrato: Dago verrà mandato a Costantinopoli, dove la raccomandazione del Khaireddin in persona ne farà un giannizzero agli ordini del Gran Visir. Il viaggio verso Costantinopoli (Addio all’Africa, Ristampa Dago 5) è forse l’ultimo squarcio di avventura credibile per Dago visto che in seguito l’accumulo di eventi storici documentati e di incontri con personaggi realmente esistiti renderanno la serie assolutamente “impossibile”. Anche se nella finzione si vuole che siano passati ben 10 anni, è quantomeno improbabile che un uomo dell’epoca sia potuto incappare anche solo in una piccola frazione dei personaggi incontrati da Dago o degli eventi a cui prende parte. Senza considerare, poi, che la lentezza degli spostamenti non avrebbe mai consentito ad una persona di trovarsi un giorno in Francia, quello dopo nel Nuovo Mondo e un altro ancora in Spagna. Ma dopotutto è anche questo il bello della narrativa seriale, che deve pur concedersi qualche strappo al pedissequo rispetto della Storia per far muovere i suoi personaggi in un contesto avventuroso senza che la ferrea aderenza alla logica ne impedisca l’agire o li costringa ad andare in pensione prematuramente. Pensiamo ad esempio al buon vecchio Nippur: avrebbe dovuto essere lui l’Immortale, e non Gilgamesh, per poter fare tutto ciò che Wood ha raccontato regolarmente per trent’anni.

Una volta agli ordini del Visir, quindi, comincia una nuova vita per Dago e riferimenti più chiari all’epoca in cui si svolgono i fatti dovrebbero far abbandonare al lettore ogni speranza di ricostruire la saga. Ciò che conta è l’avventura e l’abilità con cui Wood sa costruirla, non importa se alcuni particolari sono in contrasto fra di loro o se un avvenimento avrebbe dovuto aver luogo prima di un altro. D’ora in poi su Dago si avvicenderanno situazioni e personaggi anche molto distanti per spirito e stile. C’è stato il momento dell’addestramento come giannizzero, poi sono venute le campagne militari nell’Est Europa (è qui che Salinas semplifica con decisione il suo tratto), c’è stata la parentesi in compagnia di Vlad Tepes, poi l’assedio di Vienna, la trasferta in Abissinia, l’azione da commando per liberare Roxana, l’incarico di percorrere l’impero ottomano per ordine del Visir, la saga della ladruncola Ragno, le prime missioni in Europa, il soccorso al Papa, l’incontro con Nostradamus, lo scontro con la Santa Inquisizione, il sacco di Roma, il coronamento della vendetta, l’ordinamento a frate (!), l’incontro con Pizarro, la ricerca di Eldorado, ecc. E questo senza tenere conto delle vicende “parallele” narrate nel monografico! Più che l’immortalità, a Dago servirebbe il dono dell’ubiquità per poter saltare da una situazione all’altra e vivere tutte queste avventure.

Immagine articolo Fucine MuteNonostante il progressivo “addolcirsi” della serie, Dago rimane pienamente fedele ai suoi assunti di base, che hanno avuto sviluppi sbalorditivi e probabilmente nemmeno previsti in origine da Wood. Il tema portante della vendetta ha subito solo un piccolo “letargo” nei primi anni ’90 ma ha saputo riesplodere con forza dirompente nell’indimenticabile sequenza di Lucca. Ci sono stati anche momenti in cui il protagonista ha lasciato la ribalta a personaggi secondari, ma ciò non ha intaccato lo spirito della serie. Spirito che, comunque, non esige forzatamente lo scrupoloso rispetto di una data forma narrativa o di schemi prefissati: in Dago il romanticismo convive con la violenza più sfrenata, ed accanto alla documentatissima ricostruzione di un’epoca c’è pure spazio per il sovrannaturale (per quanto suoni ridicolo, Dago ha persino avuto a che fare con non-morti e animali mostruosi). Negli ultimi tempi Wood ha dovuto adattarsi alle nuove esigenze imposte da una produzione più assidua e sono ormai anni che ogni singolo episodio dura invariabilmente 12 tavole e le famose didascalie sono state drasticamente ridimensionate. Questo nuovo formato ha reso necessarie sia l’eliminazione di episodi autoconclusivi che la diluizione di un soggetto in più puntate. Il che non si esaurisce nella rigida divisione di una story line in un numero prefissato di episodi (come accadeva per Martin Hel e Munro) ma un arco narrativo può tenere banco anche per mesi, preparando con avvedutezza quello successo. Attualmente Dago, libero dal peso della sua vendetta, sta conoscendo un altro ottimo periodo dopo la recente trasferta peruviana al seguito di Pizarro. E per il futuro non possiamo far altro che immaginare ancora nuove splendide avventure.

Da Salinas a Gomez

“Alla Columba mi hanno detto: “Abbiamo Salinas!”, che avevano inseguito per dieci anni e finalmente aveva accettato di lavorare per loro, “Vogliamo un personaggio. Quale non importa, ma deve essere epico — poi mi hanno guardato con severità — e deve essere buono.” Così Robin Wood spiega sinteticamente, e forse con ironia, il presupposto alla base di Dago. Qualunque sia la vera data di nascita del personaggio, quando Alberto Salinas iniziò a disegnarlo era già una celebrità ed un Maestro riconosciuto delle historietas. E non aveva nemmeno compiuto 50 anni. Immagine articolo Fucine MuteD’altronde, buon sangue non mente: suo padre, Josè Luis Salinas (uno dei fondatori del fumetto argentino) era attivo nel campo dell’illustrazione e del disegno sin dall’età di 6 anni! Anche il figlio Alberto fu assai precoce e poco più che ventenne si vide pubblicata una serie, Capiango, perfino negli States. Nato nel 1932, Alberto Salinas era titolare e coordinatore di uno studio già da metà anni ’70 (almeno). Alcuni liberi delle prime annate di Lanciostory e Skorpio sono infatti firmati “Salinas Studios” e presentano tentativi più o meno riusciti di rifare lo stile del Maestro. Della sua personalità grafica abbiamo già parlato su Fucine Mute 21, ricordiamo qui sinteticamente la forte evocatività del suo tratto ed il suo fine lavoro di cesello nel dare profondità a volti ed ambienti. Quando Salinas si cimentò con Dago era al massimo della forma, e ciò si ripercuoterà negativamente sulla serie col passaggio ad altri disegnatori. Il suo stile è fatto di espressioni intense, di violenza monumentale, di personaggi e panorami eroici; tutte queste caratteristiche prendono vita attraverso un segno molto modulato, in cui abbondano i neri, e l’eventuale integrazione di un tratteggio mai invasivo. Pochissimo spazio viene lasciato al grottesco, ancor meno all’umorismo.

Durante i primi anni di lavoro su Dago Salinas deve aver amato moltissimo il personaggio, lo si capisce dalla cura estrema per ogni dettaglio. Ma la necessità di velocizzare il ritmo di produzione (o l’arrivo della routine) ha determinato il ricorso a soluzioni più classiche di disegno. Già da Ristampa Dago 5 si cominciano a notare tratteggi più fitti e voluminosi, dati oltretutto con una progressiva uniformità che col passare degli anni finirà per appiattire lo stile di Salinas. Anche il tratto si irrobustisce parecchio. I volti cominciano a standardizzarsi: già prima di Il giannizzero nero (Ristampa Dago 6) Salinas adotta dei modelli fissi per i vari ceppi etnici: turchi, greci, neri, tedeschi sono facilmente distinguibili, con sempre meno caratteristiche personali a differenziarli l’uno dall’altro. In alcuni episodi della campagna nell’est europeo (i numeri 6, 7 e 8 di Ristampa Dago) Salinas adotterà momentaneamente un’elegante sintesi del segno, che lo allontana però dalla dettagliata raffinatezza dei primi tempi.

Lo stile pesantemente tratteggiato risulta molto leggibile e funzionale alla narrazione, ma non riesce a velocizzare il disegnatore più di tanto. Anzi, Dago si fa sempre più raro sulle pagine di Lanciostory, tanto che sul numero 47 del 1991 si annuncia trionfalmente in copertina “Il ritorno di Dago!”. Qualcosa però è cambiato. Da allora, infatti, Alberto Salinas ha subito una strana involuzione che lo ha portato a prendere delle semplici anatomie di base (spesso un po’ sproporzionate) per poi ricamarci sopra delle tessiture di segni e segnetti che appesantiscono il disegno e, oltretutto, ne evidenziano gli eventuali guasti invece di nasconderli. Tra gli inevitabili alti e bassi Dago ha attraversato un periodo decisamente critico prima dell’arrivo di Gomez. Nel bel ciclo di Ragno Salinas è riuscito a far resuscitare la sua vena migliore (ovviamente, negli episodi che disegnò da solo), ma questa parentesi felice forse non basta a farci dimenticare i pessimi momenti che Dago ha vissuto all’ombra dell’Hindukush e nelle sue prime trasferte francesi.

Il pubblico chiede sempre maggiori dosi di Dago e l’Eura cerca di venire incontro a Salinas offrendogli l’opportunità di lavorare con un equipo che ne velocizzi la produzione. Carlos Pedrazzini è l’unico disegnatore dell’equipo di cui sia trapelato il nome, e senz’altro il suo ruolo fu il più incisivo (l’edizione argentina del primo numero del monografico indica proprio Salinas e Pedrazzini come unici disegnatori). Ma qualitativamente il risultato lasciò molto a desiderare. Qua e là si intravede la mano di Salinas, ma l’inchiostrazione e le figure di contorno sono troppo distanti dallo spirito della serie per non risultare “finte” e posticce. Non è che lo stile definitivo sia brutto in assoluto, ma risulta troppo morbido e “carino” per raccontare con efficacia le vicende di morte e violenza cui ci ha abituati la serie. E ogni tanto alcuni particolari sono veramente abbozzati senza Immagine articolo Fucine Mutenessuna grazia, soprattutto sul monografico. Questi esiti così deludenti fanno fare un passo indietro all’Eura, che nell’attesa di trovare un valido aiuto per Salinas lo fa lavorare da solo. Il buon vecchio Salinas continua con professionalità a sfornare tavole di livello qualitativo altalenante pur se comunque dignitoso. Ma un giorno la routine viene interrotta da una sconvolgente interpretazione ipertrofica ed ultradinamica della serie. Era il n° 8 di Lanciostory del 1996: ancora non lo sapevamo, ma si trattava dei primi passi di Carlos Gomez. L’impatto non fu facile da digerire, visto che la caratteristica principale di Dago fino ad allora era la sua monumentale e statica austerità, ma se questo avvicendamento poteva servire ad incrementare la presenza del giannizzero nero allora era il benvenuto. Dopo l’esperienza equipo Dago l’Eura preferì andarci cautamente coi piedi di piombo e sottopose il nuovo assistente ad un’attenta supervisione di Salinas (di cui in effetti spuntano parecchi degli stilemi con cui era solito interpretare Dago). E lo stesso Salinas si rifece vivo in un episodio dopo quattro del nuovo corso. Francamente, Gomez non sembrava proprio l’erede più indicato per Dago. Praticamente sconosciuto ai lettori (che ne avevano letto solo alcuni liberi non esaltanti e la miniserie Banda di streghe) era caratterizzato da un’inchiostrazione piuttosto monocorde, che con tutti i suoi segni e segnetti non faceva “respirare” a dovere le buone matite sottostanti. Il suo stile mancava di corpo, e ciò è impensabile per una serie così sanguigna e solenne come Dago. Oltretutto, inizialmente disegnava il protagonista con un mascellone esagerato. Ma l’Eura aveva visto giusto.

Dopo un tormentato tirocinio durato grossomodo un anno, Carlos Gomez aveva pienamente fatto suo lo spirito della serie, che trasse un sano beneficio dal suo intervento. Gomez è un disegnatore molto moderno, che ama le inquadrature e le sequenze dinamiche, e che calca molto la mano sull’espressività dei personaggi. Col tempo i suoi colpi di pennello si sono fatti sempre più modulati e oggigiorno anche l’uso dei neri è arrivato ad un livello di funzionalità pressochè perfetto. Un ruolo importantissimo riveste per lui l’uso del computer. E, in effetti, è uno dei pochissimi disegnatori a farne un utilizzo funzionale e non invasivo. Oltre che nei texture e negli “effetti speciali” l’uso del computer ha dato buoni frutti anche per la pratica più banale di replicare lo stesso volto in più vignette. Solitamente questo espediente non è visto di buon occhio (spesso a ragione) ma nel caso di Gomez è interessante vedere come sia diventato un ulteriore meccanismo per creare senso e “raccontare” bene. Come per una sorta di “effetto Kuleshov” di carta, i volti ingranditi o inclinati sembrano assumere nuovi significati una volta associati agli altri elementi della tavola. A Gomez basta “zoomare” su un occhio per darci l’idea del sospetto o dell’incredulità, oppure inclinare un profilo per interrompere con perizia un momento di quiete ed introdurre così il nuovo corso dell’azione. Ma per la protesta dei lettori o per la maggiore scioltezza raggiunta, Gomez ha praticamente smesso di utilizzare il computer in questo senso.

Da ricordare infine anche la sua maestria nel gestire le panoramiche, le grandi folle e gli edifici (e qui è impossibile non riconoscere l’assonometria isometrica del maestro Fernandez). Certo, se andiamo a spulciare ogni singolo omino nelle scene di massa spesso troveremo poco più di un rapido schizzo, ma l’effetto complessivo delle tavole è sempre efficacissimo.

Per l’ottimo lavoro svolto su Dago Gomez ha vinto uno Yellow Kid ad Expocartoon. Sergio Rossi ha espresso i suoi dubbi su questa premiazione su Fumo di china, affrontando la questione da un punto di vista anche condivisibile. Gomez viene tacciato di aver raccolto “allori non suoi” in quanto si è occupato solo negli ultimi anni di un personaggio creato da un altro disegnatore e dalla vita pluriennale. Ma se la popolarità già raggiunta da Dago è stata senz’altro fondamentale per farlo finire nel palmares di Expocartoon, bisogna riconoscere che Gomez ha dato veramente nuova linfa al personaggio e lo ha fatto rinascere dopo un periodo tormentato, e pur nel segno della tradizione e della coerenza ha saputo ricreare ed aggiornare lo stile del Maestro. Cosa assai ardua se si considera la già ricordata eccellenza dei primi episodi di Salinas. E sicuramente, vista la giovane età, Carlos Gomez non ha ancora esaurito tutte la frecce al suo arco. Come dice lo stesso Salinas (da Fumo di china 91): “Lo considero un magnifico prosecutore del personaggio. Voglio ringraziarlo, perché è riuscito a farlo sopravvivere e mi ha dato modo di lavorare su altre cose quando io non volevo più farlo.”

Il monografico

Immagine articolo Fucine MuteDopo aver tentato la sorte con Cybersix nel 1993, L’Eura editoriale vara quattordici mesi dopo un altro progetto similare. L’accoglienza iniziale tributata alla versione mensile della “fantastica creatura della notte” di Trillo e Meglia fu abbastanza buona da incoraggiare la casa editrice a tentare la stessa carta con due personaggi amatissimi dal pubblico, di cui uno poteva vantare oltre dieci anni di presenza su Lanciostory. Agli inizi del 1995, annunciata da due “trailer” allegati a Lanciostory, vede la luce la collana Nuovifumetti presenta, che nei mesi dispari ospita Dago e in quelli pari Martin Hel. Il formato è identico a quello di Cybersix (che all’epoca era lo stesso delle riviste dell’Eura) e la cadenza bimestrale può essere stata determinata da vari fattori: la cautela di non rischiare troppo con due mensili, il rispetto dei necessari tempi di produzione, la certezza che comunque la presenza dello stesso sceneggiatore garantiva continuità tra i due personaggi. Dopo il primo anno di vita la testata perde il nome originario e si sdoppia semplicemente in Dago e Martin Hel. In pratica, non cambia nulla. I primi tre numeri di Dago del 1996 si riducono al formato paradox, e poi il classico 16×21 bonelliano verrà adottato in pianta stabile anche dall’Eura.

Negli anni precedenti l’Eura aveva già azzardato qualche uscita singola nelle edicole con volumetti economici di basso costo, ma fu con Cybersix che affrontò con maggior decisione questo settore. E mentre l’apripista stava per subire un’emorragia cronica di lettori, Dago si andava rivelando al contrario un successo totale (con il numero 3 del 1997 veniva persino dato in regalo un CD di canti d’amore medievali). Tanto che alla fine del 1998 il monografico divenne mensile, veste con cui è tuttora nelle edicole per restarci sicuramente ancora molto a lungo.

Sempre nel 1998 furono presentate due interviste, a Wood e a Salinas, sui numeri 5 e 8. Inoltre fu proprio in quell’anno che le copertine divennero coerenti col contenuto ed affidate quasi in esclusiva all’ottimo Carnevale.

Wood sul monografico

Poco meno di 100 pagine da scrivere regolarmente ogni mese non sono uno scherzo per nessuno, figurarsi per uno sceneggiatore che già deve produrre annualmente una mole impressionante di fumetti. Inoltre i monografici dell’Eura sono stati pensati come episodi autonomi senza alcun legame tra l’uno e l’altro e ciò comporta l’osservazione di alcune regole ferree: non si può diluire un’unica idea in più uscite, non esistono riferimenti troppo importanti a situazioni passate, ad ogni uscita bisogna creare un soggetto originale o un personaggio interessante che faccia da motore alla storia. Non è permessa insomma nessuna delle scappatoie tipiche del fumetto seriale per “riprendere fiato”. Ma Robin Wood è riuscito miracolosamente a coniugare le esigenze di questo nuovo formato con la sua personalità. Se mai la leggenda di una cooperativa di autori che agisce sotto lo pseudonimo dello sceneggiatore ha avuto motivo d’esistere, è con le frenetica produzione di Dago che potrebbe trovare conferma. Le vicende parallele della serie monografica possono anche trarre spunto dai temi che appassionano Wood in un dato momento, e da cui ha già tratto materiale, ma non sono mai semplici derivazioni cannibali da storie già scritte. I temi del fanatismo religioso, del viaggio in America, dell’eredità contesa e tutti gli altri topoi del nuovo corso di Dago vengono sempre sviluppati in maniera autonoma ed originale. Praticamente non ci sono banalità, tutt’al più possiamo leggere qualche raro caso di storia “sballata” che comincia in una maniera e finisce in modo completamente incoerente o assurdo. Questa qualità pressochè costante esige un prezzo da pagare sia a livello contenutistico che formale.

Immagine articolo Fucine MuteInnanzitutto, dobbiamo scordarci ogni continuity o parvenza di realtà nel procedere del monografico. Bisogna cioè rassegnarsi all’idea che ogni uscita è chiusa in sé e Dago non è altro che un fantasma “globe trotter” dalle mille vite che può presentarsi con caratteristiche anche diverse di numero in numero. Nelle avventure ambientate in Africa, ad esempio, tornerà alla ribalta il suo carattere di ex schiavo, mentre le vicende europee ne mettono in risalto l’astuzia e il lato più raffinato. Può essere anche un dispiacere aprire il nuovo episodio del monografico sapendo in anticipo che si leggerà un’avventura priva di legami con le altre, come se si fosse schiacciato il tasto “reset” dopo l’ultima. Ma tutto sommato è un fastidio di poco conto se poi ogni nuovo numero è di buona qualità (e di solito lo è sempre) o almeno stimolante.

Dal punto di vista della forma il discorso è diverso. Se la scelta di imbastire volumetti fortemente autoconclusivi è stata dettata dall’Eura, la casa editrice non ha posto invece nessuna struttura fissa della tavola come alla Bonelli. Ciò spiega come faccia Wood a mantenere sempre alta la tensione e a non sbagliare mai il ritmo di una storia. In una pagina possono esserci quanti dialoghi o vignette egli ritenga necessario, ma questo ha decretato l’impoverimento delle tavole del monografico rispetto a quelle di Lanciostory. Spesso con due o tre vignette si risolve una pagina, come se Dago fosse un pocket. L’effetto sul tempo di lettura non è così determinante (viste le capacità affabulatorie di Wood): il guaio è che in una struttura così scarna i grandissimi limiti di alcuni disegnatori risaltano ancora di più. E visto che ci siamo arrivati, affrontiamo lo spiacevole argomento dei disegnatori di Dago.

I disegnatori del monografico

Come ricordavamo, il fatto che Salinas fosse al culmine della forma quando creò Dago si è rivelato deleterio per i successivi passaggi di consegna tra disegnatori. Il confronto con i primi episodi può essere retto a malapena dal Gomez più ispirato, figurarsi com’è traumatico il passaggio tra le immagini dettagliate e raffinatissime del Maestro e le interpretazioni più scialbe dei suoi successori. E inoltre va considerato un altro aspetto peculiare di Salinas. Benché egli abbia diversificato la sua produzione con la pittura, l’illustrazione e le copertine, rimane sempre un “fumettista assoluto”, uno di quei talenti naturali che sanno istintivamente come abbordare una tavola disegnata, calibrando con spontanea efficacia le giuste masse, creando il chiaroscuro più corretto, distorcendo sapientemente le anatomie a scopo narrativo. E, cosa altrettanto importante, sapendo creare dei volti unici che sa interpretare da ogni angolazione senza mai barare sulla fisionomia. Le fattezze di Dago furono veramente un’intuizione felicissima (che probabilmente non coglierà mai più il disegnatore) ma anche una maledizione per i successori di Salinas. Anche nei momenti in cui lo stile di Salinas si è fatto più sintetico, Cesare Renzi è rimasto sempre e indubitabilmente se stesso. Ma tradurre le sue fattezze nel proprio stile personale è stata una sfida impressionante per tutti i disegnatori che si sono avvicendati. Praticamente solo Gomez è riuscito, dopo un lungo apprendistato, a trasporre senza troppi traumi il volto di Dago nel suo stile con una certa fedeltà al modello originario. Nippur, bene o male, è un rettangolo con la benda e la barbetta; Dago è una figura tridimensionale con un naso particolare, uno sguardo specifico, perfino un modo tutto suo di essere spettinato. Di fronte all’incombenza di dover interpretare il viso del personaggio persino il veterano Enrique Villagran si è trovato in difficoltà, ma questo non giustifica minimamente le scelte che l’Eura ha fatto nella gestione del parco disegnatori per il monografico.

Immagine articolo Fucine MuteDopo un anno e mezzo di equipo Dago, Gomez sbarca trionfalmente anche sul monografico (pur se non accreditato nelle prime due uscite) ma già dal 1997 viene affiancato da un altro disegnatore che permetta di respirare ai titolari e che quindi consenta al bimestrale di uscire con regolarità. Nel ’97, quindi, Gomez illustra solo quattro numeri mentre i rimanenti due sono affidati a Canelo. In effetti questo inserimento suscita qualche perplessità nei lettori, che temono l’incompatibilità dello stile minimalista della “new entry” con lo spirito di Dago, ma dal 1998 in poi il monografico saprà riservarci sorprese ancora peggiori. Per essere più chiari, sembra che il monografico sia un “vivaio” per vecchie glorie (che devono pure venir impiegate in qualche maniera) e per poco talentuosi “amici” o assistenti di disegnatori importanti che hanno trovato in Dago un approdo sicuro. Forse anche a causa di una retribuzione minore (a fronte del grosso numero di tavole prodotte, che garantisce comunque un buon guadagno e continuità lavorativa; ma è solo una supposizione, speriamo sbagliata) i nuovi interpreti del giannizzero nero sono tendenzialmente poco in sintonia col personaggio, se non proprio scadenti. Non si tratta quasi mai di “cani” tout court, ma il divario tra gli ottimi testi di Wood e la loro scarsa resa grafica è innegabile tranne che in pochi casi. Vediamoli in dettaglio partendo dal migliore.

Caliva

Caliva (nome proprio mai trapelato) è presente sulle pagine di Lanciostory e Skorpio sin dagli anni ’80. È tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 che compare più assiduamente, con vari liberi scritti da diversi sceneggiatori (il più affezionato a Caliva fu un certo Masana, oggi totalmente dimenticato). Portato per il disegno realistico, ha un tratto piuttosto accademico, privo di spettacolarità o raffinatezze che lo farebbero subito riconoscere. Il suo stile non è assolutamente sgradevole, ma neppure entusiasmante: si notano in particolare la scarsa espressività dei suoi personaggi ed una certa rigidezza nelle anatomie. Nel 1994 compare su Skorpio una maxiserie in 50 episodi, Dark Ness, affidata proprio a Caliva: l’Eura lo ritiene quindi maturo per un’esperienza del genere. Purtroppo i testi di Slavich e Mazzitelli non “decollano” e la serie si rivela una raccolta di storie sballate e luoghi comuni, uniti solo da una certa incoerenza di fondo (la critica principale mossa a Dark Ness dai lettori è la sua natura di antologia di liberi autoconclusivi slegati l’uno dall’altro). Dark Ness fu un’occasione mancata, se non un flop vero e proprio, e per molto tempo di Caliva non si sentì più parlare. Dopo essere comparso in incognito nel 1998 sui numeri 1 e 2 del Dago monografico, il suo nome viene scritto a chiare lettere sulla copertina del n° 4/98: è una rivelazione. Chi lo ricordava come un onesto professionista un po’ anonimo può ora ammirarlo nella sua piena maturità. Risolto il problema della fisionomia di Dago schiacciandoli il naso (non sarà il colmo della raffinatezza ma almeno così possiamo riconoscerlo di vignetta in vignetta: altri dell’equipo Dago non arrivano neanche a questo), Caliva si rivela un ottimo esecutore di architetture, esterni, anatomie e persino di costumi. Anche senza essere frutto di una scrupolosa documentazione, i suoi abiti sono credibilissimi e “funzionano” alla perfezione. C’è addirittura una certa compiaciuta leziosità nello scrupolo con cui disegna le venature di un albero o le piastrelle di un pavimento. Ma ben venga, visto l’arricchimento che porta ai disegni.

Caliva si inserisce perfettamente nella scia di Gomez, offrendo delle silhouette molto ben definite integrate di un fitto tratteggio che non appesantisce il disegno ma anzi lo arricchisce senza lederne la leggibilità. Per inciso, Caliva potrebbe tranquillamente essere il titolare di una saga medievale francobelga. Poco importa se come espressività non tocca nemmeno da lontano le vette di Gomez: in una serie come Dago l’austerità delle immagini è forse più importante, e Caliva sa profonderla magistralmente nelle sue tavole. Pur tra gli alti e gli inevitabili bassi (come il recente Il torneo del re, 1/03), Caliva si è dimostrato il perfetto erede di Gomez. Cosa che, purtroppo, non si può dire dei suoi altri colleghi.

Villagran

Enrique Villagran e Robin Wood si ritrovano dopo anni sul n° 12 di Dago, nel 2001. Ovviamente l’occasione viene giustamente celebrata, ma i risultati sono inferiori alle aspettative. La storia presentata in quel numero, Venere mortale, è decisamente interessante e ben raccontata, ma Villagran ne smorza parte della carica con dei disegni molto semplificati che a tratti danno la brutta impressione di essere stati eseguiti in tutta fretta. Sicuramente sotto questa patina superficiale di apparente sciatteria si coglie la mano e l’esperienza del caposcuola, ma l’impatto che questo episodio può esercitare sul lettore occasionale che non conosce Villagran è minimo. Di sicuro migliore delle prove scadenti degli altri disegnatori di Dago, ma comunque non si grida al miracolo. Enrique Villagran interpreta in maniera un po’ troppo personale il volto di Dago e la sintesi con cui determina le masse dei disegni è eccessiva. Di certo la causa di questo parziale insuccesso è dovuta alle condizioni produttive in cui si è trovato il disegnatore: un impegno di ben 96 tavole ed una struttura da pocket, che ovviamente impone poche vignette e pochi “fronzoli”. Ma chi non conosceva il glorioso passato di Villagran avrà potuto tirare un sospiro di sollievo nel vedere per una volta Dago affidato ad una mano professionale pur se non esaltante.

Immagine articolo Fucine Mute

La pratica dei disegnatori “guest star” potrebbe dare un buono scossone in positivo al monografico, ma forse andrebbe orchestrata meglio di questo episodio con Villagran.

Mendez (o Mendes)

Comparso sul mensile dal n° 1 del 2000, Mendez è collocabile a metà strada tra i buoni exploit di Caliva e le pessime interpretazioni degli altri disegnatori. La sua verve creativa ha modo di sfogarsi con un uso del tratteggio e del chiaroscuro piuttosto esagerato, che a tratti ostacola la lettura. I suoi limiti sono le anatomie ancora “legnose”, il ricorso a forme troppo regolari (quasi geometriche) e, appunto, una certa pesantezza nel tratto. Tutti difetti tipici dei principianti, per cui è prevedibile (o almeno auspicabile) una futura maturazione definitiva del suo tratto. Tratto che, per il momento, è ancora debitore della lezione di Angel Fernandez di cui con tutta probabilità Mendez fu assistente (ruolo svolto peraltro da tantissimi disegnatori argentini tra cui anche Gomez). Non esistono tracce di suoi lavori precedenti a Dago (magari si tratta di uno studio composto da più disegnatori), forse affidargli questo personaggio è stata una mossa azzardata. Anche se per il momento “si fa leggere” è chiaro che si farà apprezzare di più per le sue prove future, ammesso che sappia maturare e, soprattutto, adattarsi a Dago. Le basi apparentemente ci sono, e dopo tre anni di presenza sul monografico cominciano a dare i loro primi frutti.

Nel numero 11/02 il suo nome è stato modificato in “Mendes”, ma forse si tratta solo di una svista (dal 2/03 ritorna difatti la “z”).

Canelo

Disegnatore “classico” della scena argentina, Gerardo Canelo è stato lanciato dall’Eura soltanto negli anni ’90, pur avendo una carriera almeno ventennale alle spalle. Qualche libero trovò già posto su Lanciostory e Skorpio negli anni ’80, ma è soltanto con Jason Blake che la sua presenza si fa più evidente e incisiva. Presentato in pompa magna dall’Eura, Jason Blake (miniserie in sei episodi) non era propriamente un capolavoro né Canelo era al suo top. Con il successivo Port Douglas, scritto da Wood, dimostrerà tutto il suo valore. (anche Jason Blake era frutto della fantasia di Slavich e Mazzitelli; il caso vuole che in questa sede siano stati citati i lavori peggiori dei due, altrimenti eccellenti)

Sospeso tra grottesco e realismo, Canelo è meno personale e più confuso di Oswal, disegnatore con cui viene spontaneo paragonarlo. Quando ha il tempo (o la voglia) di dedicarsi con cura ad una tavola sa sfornare piccoli capolavori, altrimenti i risultati sono pessimi. È un discorso che si può fare per qualsiasi disegnatore, ma nel suo caso è particolarmente evidente: tra la raffinata ricerca dei volti femminili in Port Douglas e lo squallore di Rocky Keegan (brutta copia del Rocky di Stallone, per fortuna inedita in Italia) c’è un abisso. E Dago sembra essere veramente poco in sintonia con lo spirito del disegnatore. Nell’interpretazione di Canelo tutto sembra sul punto di sfaldarsi o sciogliersi tanto è affrettato e impreciso il suo segno. I guerrieri muscolosi e le donne prosperose che solitamente compaiono in Dago vengono sostituiti da figure esili quando non soltanto abbozzate. E lo stesso protagonista attraversa le vignette con un naso gonfio e dei lineamenti piatti, che spesso ne rendono difficile l’identificazione. Anche avesse a disposizione tutto il tempo (o, ripetiamo, la voglia) necessario per impegnarsi sul monografico, Canelo risulterebbe uno dei disegnatori meno adatti per il giannizzero nero: la sua vena grottesca e caricaturale (efficacissima altrove) difficilmente si troverebbe in armonia con storie così realistiche se non drammatiche.

Sperando che l’Eura riesca a trovargli un ruolo più adatto (costringendolo magari a tornare ai livelli di Port Douglas) non resta che prendere atto della sua inadeguatezza su Dago.

Mulko

Immagine articolo Fucine MuteEbbene sì, anche Mulko ha avuto occasione di dedicarsi a Dago (ma fortunatamente una volta sola: sul numero 10 del 1999). Probabilmente il disegnatore più odiato dai lettori di Lanciostory, Mulko è celebre per aver preso le redini di Nippur di Lagash dopo l’abbandono di Gomez Sierra/Enrique Villagran (ne parleremo in dettaglio fra due numeri nel capitoletto dedicato a Nippur). Benché tracce del suo passaggio sulle riviste dell’Eura si trovino già negli anni ’70 in alcuni liberi fantascientifici, la popolarità (o meglio, l’infamia) di Mulko sarà sempre legata al suo lavoro su Nippur, verso il quale lo stesso Wood non ha mai nascosto la propria perplessità. Assai distante dalla scuola classica argentina, fa sfoggio di uno stile schematico ed approssimativo decisamente inadatto per una serie realistica. Il suo tratto è comunque molto dinamico e la sintesi che mette in opera non è sempre sgraziata. In ogni caso, tra il fumetto sperimentale e le ipertrofie superomistiche Mulko propende di più per queste ultime (da notare soprattutto le affinità con il Rick Leonardi di Spiderman 2099). Ma anche se il suo carattere dominante fosse quello espressivo e sperimentale non diminuirebbero certo le difficoltà nel ritagliarsi uno spazio adeguato: chi ce li vede Muñoz o l’Alberto Breccia più raffinato a disegnare Dago?

I risultati di Mulko sul monografico sono imbarazzanti. Oltre ad essere negato per le storie realistiche, molti dettagli (come le mani o i paesaggi) dimostrano la sua fretta di concludere il lavoro. Saggiamente l’Eura ha limitato l’intervento di Mulko al solo numero 10/99.

Roman

Come nel caso di Mendes, nemmeno per lo sconosciuto Roman è possibile fornire indicazioni biografiche o bibliografiche. Ammesso che abbia già lavorato su Lanciostory o Skorpio, lo ha sempre fatto in incognito come “ghost” di qualche professionista. Forse a dare le rifiniture finali delle tavole prodotte dall’equipo Dago era proprio lui, visto che la loro inchiostrazione tradisce un approccio simile al disegno. Roman è infatti dotato di un tratto massiccio, pesante e piuttosto grezzo, reso ancora più fastidioso da grossolane imprecisioni anatomiche. Il suo stile lascerebbe quindi intendere che si tratta di un disegnatore di una certa età o perlomeno inconsapevole di ciò che è successo nei fumetti negli ultimi vent’anni. A gettare ulteriormente discredito sul suo lavoro (di cui si salvano comunque alcuni primi piani femminili debitori del collega Klacik) c’è il fatto che Roman copia. Già nel suo primo albo, il n° 5 del 1998, si scoprono pesanti debiti con vecchi lavori di Salinas e in tempi recenti il modello sarebbe diventato Gomez. Il risultato complessivo ha il sapore della parodia, visto che uno stesso disegno di base (maldestramente copiato) viene riutilizzato più volte in uno stesso albo! Manco si trattasse dei model sheet che venivano imposti ai disegnatori Disney nei decenni passati. Ma in fondo si tratta di materiale interno alla serie di Dago e con molta benevolenza si potrebbe soprassedere sull’accaduto: dopotutto, anche il primo numero del monografico presentava alcuni “remix” del primo episodio di Dago (ma in quel caso l’opera di recupero era giustificata dal fatto di essere calata nel contesto del flashback). Le brutte scopiazzature dal Morbus Gravis di Eleuteri Serpieri sono invece ingiustificabili. Malgrado la questione sia stata posta all’attenzione dell’Eura, Roman continua imperterrito a far disastri e a gettar fango sul buon nome di Salinas, il quale non guarderà nemmeno le nuove tavole di Dago, ma figura comunque ancora come titolare del monografico.

Roman è la vera palla al piede di Dago (e non è neppure uno dei “velocisti” storicamente utili al fumetto seriale) ma ciò non esclude che possa trovare una sua strada nel mondo dei fumetti se adeguatamente impiegato: come inchiostratore, rifinitore, ecc. Per il momento, con il suo stile a metà tra Dick Drago e i pornohorror anni ’70 è soltanto un fastidio.

A parziale discolpa dell’Eura si può pensare che la presenza di Roman non sia una scelta della casa editrice ma un’imposizione dovuta a giochi di potere interni alla scena fumettistica argentina. O forse si tratta di un “caso umano” che viene fatto lavorare per carità cristiana, ma in questo caso basterebbe ricorrere al solito sistema usato da molti editori di fumetti per salvare contemporaneamente faccia e coscienza: farlo lavorare, pagarlo regolarmente e poi non pubblicare le sue “opere”.

Il pessimo stato delle cose sul monografico di Dago riporta alla memoria le solite vecchie amare considerazioni su come sia inteso il fumetto in Italia. Già risulta antipatico vedersi proporre delle storie solo ed esclusivamente nell’insopprimibile formato bonelliano (che per fortuna Wood domina alla perfezione), se poi queste stesse storie che l’editore per primo dovrebbe valorizzare sono affidate a disegnatori poco dotati o inadatti viene spontaneo chiedersi quanta importanza hanno ai suoi occhi. Ed è inutile che i Maestri argentini continuino a lamentarsi che i loro ottimi allievi non riescano a pubblicare, se poi i posti (che ci sono) vengono appaltati ad “amici” o ai soliti vecchi e “onesti” professionisti di cui si potrebbe anche fare a meno.

Per quel che riguarda Dago ci fermiamo qui: appuntamento al prossimo numero con il profilo critico di Robin Wood.

Il 1983 fu un anno decisamente speciale per l’Eura editoriale. I nomi dei disegnatori avevano già cominciato a fare capolino sulle copertine delle riviste da qualche tempo ma ora la loro segnalazione si avviava a divenire la prassi, gli inserti omaggio andavano rivelandosi una fantastica realtà e sul fronte dei fumetti i rispettivi numeri 49 di Skorpio e Lanciostory presentarono due opere destinate a fare epoca. Il primo presentò Gilgamesh. Il secondo, Dago. Ebbene sì, contro ogni spietata regola del mercato italiano, contro ogni aspettativa negativa e alla faccia di chi pontifica sulla crisi del fumetto in Italia, Dago ha raggiunto trionfalmente i 20 anni di presenza ininterrotta sul suolo italico. Quale migliore anno di questo 2003, quindi, per presentare il giusto tributo al personaggio ed al suo grandissimo sceneggiatore?


E cominciamo subito dalle scuse. Con tutta probabilità, infatti, i prossimi paragrafi sono pieni di imprecisioni più o meno grandi e, forse, di strafalcioni che faranno inorridire i fortunati lettori argentini che hanno una visione a 360° gradi su Wood e la sua produzione. Purtroppo in Italia l’incompletezza o l’approssimazione sulle opere di Wood e sulla loro collocazione cronologica sono sempre state la regola. In Italia Dago è “nato” nel’’83, ma questo vale appunto solo per l’Italia. Sui suoi veri dati anagrafici permane un fitto mistero. Su Fumo di China 20 bis Speciale Argentina Alberto Salinas ricorda di aver iniziato la serie nel 1981. Ma su Fumo di China 26 del 1986 Dago viene segnalato dallo stesso Wood come precedente a Savarese. E se c’è una cosa sicura sul fumetto argentino, è che Savarese è datato 1977. Purtroppo gli interventi di lettori di origine argentina sulla posta di Lanciostory e Skorpio non hanno chiarito la questione, né si è rivelato utile rivolgersi a chi conosceva e seguiva le testate della Columba. A complicare il tutto, va ricordato che questa casa editrice ristampava di frequente alcune serie, col risultato di ingarbugliare ancora di più la questione relativa alla datazione.


L’utilizzo di Internet, infine, si è dimostrato totalmente inutile se non deleterio. Tra i pochissimi siti argentini che contemplano le historietas se ne trovano addirittura alcuni che confondono Dago con El Esclavo (altra serie di Wood) e che datano Gilgamesh 1965!


E se per una serie così importante come Dago si verificano tanti e tali errori, figurarsi quanta ignoranza circonderà le serie minori di Wood. Per cui atteniamoci a quei pochissimi punti fermi che abbiamo: in Italia Dago è comparso nel 1983? Bene, allora da noi ha vent’anni. Il breve saggio che segue non ha quindi nessuna pretesa di esaustività o risoluzione definitiva di alcuni “nodi” relativi a Dago e Wood. Si tratterà in sostanza di considerazioni varie, che spazieranno su molti aspetti della storia di Dago e (nel prossimo numero) della personalità di Wood, senza pretendere di venire prese per verità rivelate. E speriamo di non aver scritto troppe idiozie.


Mi scuso inoltre anche per la frammentarietà di alcune parti o per le eventuali ripetizioni: certi paragrafi sono nati molto prima di altri, oppure li avevo progettati come pezzi autonomi.

Commenti

5 commenti a “Dago: il più grande successo dell’Eura editoriale”

  1. Luca, grazie por il tuo tempo in observare il mio laboro.

    Tu sei molto inteligente in la obsservazione di tutto il fumetti del mio paese, Argentina.

    Grazie, tante grazie caro amici.

    Di Gerardo Canelo | 11 aprile 2011, 03:41
  2. Davvero spettacolare questo articolo. Leggo Dago da anni e mi piace questo approfondimento

    Di gabriele | 28 settembre 2011, 21:36
  3. nelle ultime uscite ho perso l’amore per dago.premetto che ho tutti i numeri di ristampa dago

    Di luigi pierri | 23 dicembre 2014, 16:02

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] La storia editoriale di questo fumetto è ormai trentennale: […]

  2. […] http://www.fucinemute.it/2003/04/dago-il-piu-grande-successo-dell%E2%80%99eura-editoriale/ […]

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