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Fumetto

Emanuele Barison

Lotta alla consuetudine tra fumetto, musica e cinema

Fucine Mute nell’anniversario dei primi quarant’anni di Diabolik, ha incontrato Emanuele Barison, eclettico disegnatore noto anche fuori dai confini nazionali:

Umberto Lisiero (UL): Le avventure di Diabolik hanno anche raccontato, tramite le vicissitudini di Eva Kant, l’emancipazione della donna. La bellissima ladra appare per la prima volta nel marzo del 1963, nel terzo numero intitolato “L’arresto di Diabolik” e si mostra sin da subito come una vera e propria protagonista, non una semplice compagna decorativa ma una complice perfetta, oltre che amante ideale. Franco Paludetti (uno dei principali ‘inchiostratori’ della serie) afferma: “…è la compagna ideale per Diabolik, sono sintonizzati sulla medesima lunghezza d’onda. Lei non potrebbe fare a meno di Diabolik, ma anche lui non potrebbe avere una donna migliore di Eva. La trovo una coppia formidabile!”. Lei che ha disegnato con Giuseppe Palumbo lo speciale “Quando Diabolik non c’era”, un lungo flashback sulla vita giovanile di Eva Kant, come la descriverebbe? Quali sono, a suo giudizio, le caratteristiche salienti del suo personaggio?

Emanuele BarisonEmanuele Barison (EB): Eva Kant è uno dei personaggi femminili a fumetti più noti in senso assoluto, soprattutto nel panorama italiano, anche se Diabolik negli anni d’oro era esportato in tutto il mondo. Quest’anno Eva Kant compie quarant’anni (infatti il Diabolik fest appena concluso a Pordenone era a lei dedicato). È il classico personaggio di rottura. Fin dalle sue prime apparizioni si capiva che avrebbe gareggiato in popolarità con il suo noto fidanzato, solleticando le fantasie del pubblico maschile (ricordiamo che all’epoca il fumetto era rigorosamente per adulti e come tutte le cose proibite…). Chi non vorrebbe avere come compagna la nobile lady Kant, affascinante, elegante, sensuale, anche se un po’ ladra, sempre pronta a difendere il proprio uomo a costo della vita? È questa la forza del personaggio e, a mio avviso, è lei l’invenzione più originale delle sorelle Giussani visto il debito di Diabolik con Fantomas e altri epigoni. Per esperienza dico che non sono molte le donne che leggono fumetti in Italia; Eva Kant ha indubbiamente contribuito ad avvicinare il pubblico femminile al fumetto; sono parecchie le ragazze che  amano identificarsi con lei, sempre bella, sempre eternamente innamorata e, perché no, anche molto ricca.

UL: Come ha confessato lo stesso Diabolik, quello dei fumetti è un mondo particolare: i personaggi di carta non invecchiano, “sono tutti nati il 29 febbraio e compiono gli anni una volta ogni quattro”. Qual è la maggiore difficoltà che si trova nel realizzare storie di eroi che pur essendo immagini speculari di noi uomini ‘reali’, non conoscono il passare del tempo?

DiabolikEB: Per fortuna, visto che l’invecchiamento e la morte di questi personaggi manderebbe in rovina la mia categoria (sob). Ad ogni modo le difficoltà sono quelle di mantenere sempre la dimensione temporale (in questo caso tra gli anni ’60 e ’70) aggiungendo, come nel mio caso, qualche elemento dalle tecnologie attuali, il tutto arricchito -cosa che mi contraddistingue almeno secondo i lettori- da inquadrature di taglio cinematografico. In ogni caso la forza e la magia di Diabolik e di tutti gli altri personaggi a fumetti, sta proprio nel rimanere immutati nel tempo richiamando nel lettore, che inevitabilmente invecchia, quelle suggestioni legate al passato che forse tutti vorremmo mitizzare.

UL: Le novità artistiche e culturali che hanno cambiato il mondo nel corso degli anni ’60 non hanno lasciato indifferente Diabolik che però non ha rinunciato al chopper e alla famosissima Jaguar E. I disegnatori di Diabolik, hanno ‘arredato’ gli interni con gusto e con oggetti griffati quali, per esempio, le lampade Artemide e la poltrona di Charles Eames. In che modo i personaggi dei fumetti attivi ormai da parecchi anni riescono ad assorbire i cambiamenti che mutano il quadro sociale nel quale sono immersi i loro lettori?

EB: In realtà sono molteplici i meccanismi che permettono a questi personaggi di mantenersi in buona salute “in edicola”, nonostante le varie crisi attraversate soprattutto negli anni ’80 (periodo nero anche per altre testate italiane quali Tex, Topolino, ecc.). Il boom delle tecnologie (videogames sempre più belli e complessi) ha portato il pubblico giovanile, che in Italia è il pubblico di riferimento, ad allontanarsi dal fumetto con la complicità di manga e cartoons giapponesi. Tuttavia, grazie ad un rilancio editoriale mirato, da parte dello staff dell’Astorina (primo tra tutti l’amico Mario Gomboli), il personaggio ha trovato una seconda giovinezza. è infatti protagonista di situazioni trasversali quali spot pubblicitari, romanzi, sceneggiati radiofonici, una grossa produzione cinematografica in preparazione per il prossimo anno (spero di portare la troupe a girare qualche scena nella nostra regione) e, addirittura, un’opera teatrale. È quindi la struttura produttiva che, attraverso iniziative come quelle appena citate, permette ad un personaggio sostanzialmente invariato di rimanere attuale.

UL: Diabolik, il giornalista Franck Tonetti, Tatiana K., Alex il Britanno, Lazarus Ledd, senza contare i personaggi Disney (Paperino, Topolino, Minnie, Paperinik, Le Giovani Marmotte): sono molti i personaggi ai quali ha dato forma. Ci potrebbe dire di ogni personaggio gli aspetti a lei più congeniali? Qual è il segreto della sua bravura nel saper disegnare soggetti a volte tanto diversi?

YakuzaEB: C’è un nemico mortale che combatto da sempre: la consuetudine in tutte le sue forme. Anche nel mio lavoro, mi sarebbe impossibile disegnare lo stesso personaggio per parecchi anni. Questa mia caratteristica, unita al desiderio di ricercare sempre stili differenti, mi ha permesso fin dalle prime esperienze di passare da un genere all’altro, un esempio per tutti da Disney a Diabolik. A parte i personaggi della Disney -che costituiscono un settore a sé con delle regole al di fuori delle quali è impossibile muoversi- e Alex il Britanno, del quale sono coautore con Toffanetti, tutti gli altri (Franck Tonetti di “De Silence et de Sangre”; Mieko, la sexy killer della serie Yakuza; Lazarus Ledd e Diabolik) si muovono in un’ambientazione contemporanea tra il noir e l’hard-boiled. Fa eccezione Tatiana K., l’ultimo personaggio che sto realizzando per l’editore Dargaud e che potremmo definire semi-umoristico, nella migliore tradizione franco-belga. Tra tutti, è difficile esprimere una preferenza anche se sono particolarmente affezionato a Mieko, forse perché mi ha permesso di accedere al mercato francese che, in Europa, è quello di riferimento. Il problema principale è il rischio di una confusione creativa. Realizzando quattro serie alla volta, mi capita spesso di dover passare da Clerville a Paperopoli, da New York a Tokio. Da un lato può essere affascinante, ma richiede molta concentrazione. Bisogna ammettere però che un cross-over tra Diabolik e Paperinik non sarebbe affatto male (in fondo sono pure parenti)!

UL: Dal 1996 lavora per il mercato francese disegnando “Yakuza” e “Il Silenzio e il Sangue” su testi di François Corteggiani: ci potrebbe rivelare come è nato il vostro rapporto di collaborazione? In che cosa si differenzia il mercato francese da quello italiano?

Il Silenzio e il SangueEB: La mia collaborazione con François Corteggiani risale al 1990. In quel periodo, lavoravo parecchio per la Disney e ricevetti una serie di sue sceneggiature realizzate con la tecnica dello story-board. Mi colpì subito, oltre che la simpatia che traspariva dagli schizzi, lo stile narrativo dinamico e incisivo che ricordava molto i cartoons di stile Disney. Decisi quindi di approfittare di uno dei vari meeting Disney per incontrare questo sceneggiatore col quale mi trovai subito in sintonia e che non mancò, dopo aver visto le mie pubblicazioni Star Comics (Lazarus Ledd), di propormi una collaborazione per il mercato francese. Iniziò così la serie Yakuza per la Soleil di Tolone che mi ha portato a realizzare sino ad oggi otto album. è per me motivo di grande soddisfazione operare nella dimensione editoriale francese che è particolarmente diversificata. Parecchi sono gli scrittori di romanzi che scelgono di passare al fumetto come forma espressiva così come i registi che passano dal cinema al fumetto e viceversa; un esempio per tutti Patrice Leconte, autore di splendidi film quali “Il marito della parrucchiera”, “L’insolito caso di Monsieur Hires” e fino all’ultimo “L’uomo del treno”.
Il mercato francese inoltre presenta un’infinita varietà di generi che porta editori come Glenant e Dargaud ad avere centinaia di serie rivolte a eterogenee fasce di pubblico, da quella più evoluta fino a quella infantile. Ciò permette al lettore francese, fin dal suo primo approccio col fumetto, di essere accompagnato alla scoperta di un universo qualitativamente superiore. In sostanza, in Francia, prevale il fumetto d’autore con una dignità pari a quella della letteratura e di qualsiasi altra forma di espressione artistica. In Italia invece, il mercato funziona solo per quel che riguarda il fumetto popolare: Tex, Topolino, Diabolik, ecc. che, unitamente ai manga, monopolizzano le edicole. La battaglia è stata persa negli anni Ottanta quando, con la comparsa di riviste mitiche quali “L’eternauta”, “Orient Express” e “Frigidaire”, si era tentato di portare il fumetto d’autore al grande pubblico. Le motivazioni di questo mancato decollo sono da ricercare nella radicata tradizione italiana che relega il fumetto ad un pubblico prevalentemente infantile e ad un mercato di serie B (le cose, per fortuna, stanno lentamente cambiando). Per comprendere la sostanziale differenza tra la situazione italiana e quella francese, basti pensare che ad Angouleme, il più importante festival transalpino, non mancano mai le autorità politiche più importanti quali il Ministro della Cultura e, a volte, anche il presidente della Repubblica.

UL: Un’altra curiosità: ho avuto modo di apprezzare “Editto di Rotari” un vero gioiello a fumetti, realizzato, su sceneggiatura di Francesco Boni De Nobili, da lei e da Romeo Toffanetti (coautore di Nathan Never). Com’è nata l’idea di disegnare la storia dei codici longobardi?

EB: “L’editto di Rotari”, realizzato nel 1990 in occasione della mostra dedicata ai Longobardi a Villa Manin di Passariano (UD), fa parte di una serie di iniziative editoriali realizzate in collaborazione con l’amico scrittore e sceneggiatore Francesco Boni De Nobili con il quale ho firmato anche “Quasar a Pratobello” (educational a fumetti) e ho illustrato un paio di suoi romanzi: “Il delitto di San Gottardo” e “Giorni di Praga”. L’idea di tradurre in fumetto l’editto di re Rotari nacque da una singolare rilettura del famoso codice di leggi che già per sua natura presenta aspetti tra il surreale e il tragicomico. Io e Toffanetti lo realizzammo in una settimana, a tempo di record. è stato il mio primo cartonato e lo ricordo con simpatia.

Il Silenzio e il Sangue

UL: Dal debutto nel campo del fumetto nel 1982 con la rivista Fantasy, com’è cambiato lo stile nel disegnare di Emanuele Barison? Quali sono i fumetti che oggigiorno lei apprezza maggiormente?

EB: Dal 1982 è evidente che parecchie cose sono cambiate ma Fantasy rimane una pietra miliare per la mia formazione e anche per la scuola pordenonese. Non è da tutti infatti avere la fortuna di trovare un editore così “folle” da decidere di investire mezzi ed energie su due giovinastri che, all’epoca, si offrivano come grafici poiché sbarcare il lunario disegnando fumetti era impossibile in queste contrade. Eppure Roberto De Luca, creatore di “Città Nostra”, diede questa straordinaria opportunità a me a ad Eugenio Loy, ora valente fotografo. Ci trovavamo così ad avere la possibilità di pubblicare i nostri lavori degli ultimi anni senza dover andare a Milano o a Roma o chissà dove. Mi ricordo che, per il primo numero, lavorammo un paio di notti di seguito per arrivare in tipografia con il materiale pronto per la stampa. Fu un’esperienza elettrizzante, unica nel suo genere, che però non andò oltre al terzo numero per inevitabili problemi di produzione e distribuzione. Fantasy è comunque un raro esempio di pubblicazione indipendente. So che oggi sono pochissime le copie in circolazione e consiglio a chi possiede tutti e tre i numeri (a me manca il secondo, sob!) di tenerli ben stretti poiché le quotazioni tra i collezionisti sono salite vertiginosamente. Per quanto riguarda le mie preferenze attuali, posso dire che il fumetto francese è quello che mi coinvolge di più, ammiro molto autori come l’amico Enrico Marini, Michel Plessix, Jean-Pierre Gibrat e Springer.

UL: «…la rete è l’esatto specchio del nostro mondo Meg. Ci puoi trovare le cose migliori e quelle peggiori. Non và né santificata né demonizzata…»: sono parole di Lazarus Ledd, uno dei ‘suoi’ personaggi. Lei come vede oggi e in un verosimile futuro, il rapporto web-fumetti?

EB: Personalmente non ho un buon rapporto con il web ma, come suggeriscono le parole di Lazarus Ledd, credo sia possibile utilizzare questo strumento per promuovere la cultura del fumetto (come nel caso di quest’intervista!) o, viceversa, per svilirla. Ritengo, in ogni caso, che le strisce debbano rimanere sulla carta!

Lazarus Ledd

UL: Ora, se permette, parliamo di Emanuele Barison come appassionato di musica e di cinema. Ho scoperto che all’inizio degli anni ’80 lei si è esibito come cantante nel gruppo rock perdenonese chiamato Sinners: potrebbe parlarci del suo rapporto con la musica? Quali erano e quali sono i suoi musicisti preferiti? Quale sottofondo musicale l’accompagna nel suo lavoro di disegnatore?

EB: Per me la musica è forse la forma di espressione più completa in assoluto. I Sinners sono stati un’esperienza fantastica; allora la mia passione primaria era l’hard rock (Deep Purple, Uriah Heep, Black Sabbath) che però, insieme ai miei amici, trasformai in un rock elettronico più leggero (stile Ultravox per intenderci) fino ad arrivare al primo 45 giri “Uomo di Beirut” (altra rarità!). Seguirono una serie di concerti nei quali cambiammo spesso line-up fino ad avere il piacere di iniziare all’heavy metal l’allora novello punk Gianmaria Accusani (credo si ricordi ancora di quei concerti!). Ciò che mi affascina di più della musica è la fruibilità collettiva, la possibilità cioè di condividere nel medesimo istante le stesse emozioni dando vita ad una straordinaria energia che lega musicisti e pubblico. Ciò è impossibile con il fumetto che è un media a fruizione individuale. Devo ammettere che suonare mi manca molto. In verità, fino a poco tempo fa, ho avuto parecchie richieste: vari gruppi hard rock del trevigiano cercavano un cantante! Ho fatto qualche provino, ma con il mio lavoro non riuscivo ad assumermi altri impegni e tutto finiva con delle solenni bevute di birra. Per quanto riguarda il sottofondo (non lavoro mai senza la musica) i gruppi che ultimamente riascolto volentieri sono i Dead Can Dance, i Death in June, Nick Cave, e tutto il dark anni ’80 a partire dagli Stranglers con qualche intermezzo Deep Purple naturalmente!

Diabolik

UL: Ma Emanuele Barison, oltre ad essere un abile disegnatore, è anche un appassionato di cinema, vero? Lei, infatti, è stato anche sceneggiatore, con il già citato Romeo Toffanetti, di Oppalalay, il lungometraggio tutto made in Friuli che vede la partecipazione dei Papu, comici friulani ormai conosciuti a livello nazionale. Com’è stato passare dalle immagini fisse dei fumetti al flusso di immagini in movimento del cinema? Quali sono i film che non si stanca mai di rivedere?

EB: A dire la verità, il mio sogno è sempre stato quello di fare il regista e chi conosce i miei fumetti sa bene cosa intendo dire. La mia attenzione per le inquadrature fa capire il desiderio di rendere dinamico tutto il mio lavoro. L’esperienza di Oppalalay, intrapresa con l’amico Toffanetti, mi ha permesso di comprendere, proporzionalmente al nostro prodotto, cosa significa fare cinema come esperienza totale. Abbiamo curato infatti ogni aspetto della produzione, dalla scrittura fino alla realizzazione del manifesto, coinvolgendo nella nostra avventura molte altre persone fra le quali I Papu, il regista Marco Rossitti, l’amico Carlo Pontesilli e moltissimi altri che, grazie alla loro simpatia e disponibilità, ci hanno permesso di realizzare, ad esempio, le scene nella stazione di Udine per le quali sono addirittura stati modificati gli arrivi e i numeri dei binari sui quali viaggiavano le vetture. Tutto questo sforzo è stato ampiamente compensato dal piacere di vedere i nostri story-board tradotti in immagine in movimento. Il cinema è qualcosa di magico che racchiude un po’ tutti i media che amo, musica compresa, ed è un’esperienza che intendo presto ripetere. I film che amo sono moltissimi ma ne citerò uno del quale ho il manifesto originale nel mio studio. è un film che ha in sé, a partire da soggetto, ambientazione, personaggi, fotografia, qualcosa che mi appartiene e mi sorprende ad ogni visione. Si tratta de “I duellanti” di Ridley Scott, uno dei miei registi preferiti.

UL: Ringraziandola ancora una volta per la sua disponibilità, mi congedo rinnovandole i miei più sentiti complimenti per il suo lavoro.

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