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Musica

Mario Fragiacomo

Con un piede sui Balcani

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Immagine articolo Fucine MuteLa musica jazz è il suo vocabolario, gli umori triestini le sue note. Ha il cuore di un triestino, si porta dietro le sue contaminazioni e il suo humus multiculturale. Tutto della sua città natia gli è rimasto dentro, pensa addirittura di tornarci. Mario Fragiacomo, trombettista jazz ormai trapiantato a Milano da anni, ha risposto ad alcune domande che gli abbiamo posto.

Sara Visentin (SV): Come è iniziata la tua avventura musicale? Come ti definiresti se ti potessi collocare su un ipotetico piano musicale? Penso al fatto che il jazz risente di tantissime contaminazioni.

Mario Fragiacomo (MF): Sono un musicista di frontiera nel vero senso della parola. Sul piano musicale un musicista che vive in un ambiente così estremo, sicuramente viene contaminato, imbastardito, influenzato dall’humus multiculturale che aleggia in ogni posto che frequenta: dalle scritte sui muri, dai dialoghi della gente per strada, nell’ambiente famigliare, nella scuola con insegnanti d’impronta austro-ungarica, nella particolare atmosfera bilingue delle osmize sul Carso, e la musica jazz, o meglio la musica improvvisata, sicuramente trova terreno fertile in questo contesto.

SV: Il jazz è solo una delle evoluzioni che la tua musica ha acquisito oppure è stato il suo sviluppo naturale? Quali artisti jazz e non, ti hanno maggiormente influenzato nella tua carriera?

MF: Il jazz è stato una scelta obbligata. Quando ti sbattono fuori del conservatorio perché non riesci ad intonare un dodiesis basso con la terza pompa della tromba, perché ogni scelta che fai per loro è stonata, allora non ti resta altra frequentazione che la musica jazz: negli anni ’70 una musica di ribellione. Miles Davis è stato l’unico, all’inizio ad aver influenzato le mie scelte, il mio modo di suonare, forse anche per la mia ignoranza iniziale. In seguito, anche un grande italiano come Giorgio Gaslini ha sicuramente influito nella mia formazione professionale.

SV: Cosa pensi del modo in cui è organizzata la formazione musicale italiana? C’è qualche differenza tra il sistema italiano e quelli usati in Europa? Come si potrebbe migliorarlo secondo te?

MF: Se intendi la formazione didattica musicale italiana allora hai messo il dito nella piaga. Ancora oggi i programmi sono piuttosto antiquati perché la base dovrebbe essere la musica da camera (quartetti, quintetti) che ora viene relegata all’ultimo biennio. È qui dove il giovane impara ad ascoltare suonando assieme, impara la disciplina e il rispetto degli altri musicisti, in pratica impara quello che farà se suonerà in un orchestra o in un’ensemble dopo il diploma. Se non ha talento non ce la farà, e a tal proposito, se il talento non c’è, facciamogli fare il ragioniere, l’architetto o qualsiasi altro mestiere. È inammissibile che il sistema attuale ti faccia prendere il diploma e poi non essendo in grado di suonare il repertorio concertistico richiesto (che non ti hanno insegnato!) o non trovando lavoro in un’orchestra, ti dai all’insegnamento. E la cosa più sconcertante è che questo insegnante insegna agli altri quello che lui non sa fare!

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SV: Il tipo di musica che tu e il tuo gruppo fate si può definire musica totale. Cosa si intende?

MF: La musica del Mitteleuropa Ensemble è sicuramente Musica Totale. Giorgio Gaslini in Italia è il padre di questo concetto. Musica a trecentosessanta gradi, che oggi viene chiamata anche World music.

SV: Trieste, le tue radici, in qualche modo anche la tua famiglia hanno influenzato il tuo modo di suonare e quindi anche la tua vita. Come vuoi ricordare il primo periodo della tua vita, quello in cui vivevi ancora a Trieste?

MF: “Una volta una signora forestiera chiese a un triestino dove fosse la chiesa. E quello le rispose: Se continua dritto, si troverà davanti alla chiesa greco-ortodossa. Quella cupola celeste in lontananza è della chiesa serbo-ortodossa. La Sinagoga è in via San Francesco. La chiesa protestante… Ma veramente io cerco una chiesa cattolica, per sentire una messa normale — lo bloccò lei -. Ah, sì allora può andare alla chiesa di Santa Maria Maggiore. È accanto alla chiesa valdese. Alle 17 c’è la funzione in sloveno, poi c’è la messa in italiano!”
Di solito per presentarmi esordisco così, con questo aneddoto, perché da questi umori, da questa realtà è iniziata la mia avventura musicale. Questa città, dove l’incontro di civiltà diverse, l’atmosfera cosmopolita e la presenza di più culture stratificate sono all’ordine del giorno, ha sicuramente generato in me qualche stimolo in più rispetto a quelli di un comune mortale, nato in un altro posto qualsiasi. Vivere in un ambiente così estremo porta sicuramente a una grande introspezione, a una ricerca di se stessi.
Ho iniziato frequentando la banda musicale del Ricreatorio comunale “Guido Brunner” nel rione di Roiano, quando avevo solo 8 anni, ed è così che è iniziata la mia epopea trombettistica.
Poi ho incontrato il jazz con il gruppo di Silvio Donati, nel 1971 e successivamente ho rifondato il Trieste Jazz Ensemble. Eravamo in pieno periodo del “Free jazz”, in cui le lotte studentesche, i conflitti razziali provocavano atteggiamenti anticonformisti.
Mi ricordo quando con i musicisti del Trieste Jazz Ensemble di allora: Edy Meola, Mario Feroce, Jacques Centonze […] provavamo in umide cantine, in freddi garage condominiali, o nei grandi spazi dei capannoni/hangar della struttura portuale, più precisamente nel Silos del Porto vecchio di Trieste (una sorta di loft), dove pochi anni prima, erano stati ospitati temporaneamente i profughi istriani. Da casa mia partivo su una Vespa verde acqua che recalcitrava, e affrontavo l’erta del Belvedere, nel rione di Scorcola, in cima alla quale si trovava il “posto prove” (sì proprio quell’erta in cui Zeno, nella celebre opera di Svevo, vedendo il cognato disteso spavaldo sul muricciolo, è tentato di dargli una spintarella!). In questi posti e con quei musicisti ho fatto le mie prime esperienze di free jazz ma anche di jazz/Rock.

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SV: Hai lasciato Trieste per andare a perfezionare i tuoi studi musicali a Milano, città dove poi sei rimasto. Oltre al fatto che una città più grande lascia più possibilità rispetto ad una più piccola, cos’altro mancava a Trieste per dare spazio alla tua musica? Ti sembra che ora, rispetto al passato, la situazione sia migliorata? Continui a mantenere un legame costante con il suo clima culturale e musicale? In che modo vorresti svegliare la bella addormentata Trieste, come l’hai definita tu?

MF: Trieste e il suo ambiente musicale mi stava stretto. Effettivamente Trieste allora non offriva molto. Diciamo niente per un musicista. Milano e Roma erano la Mecca. Ora invece, specie con l’era di Internet, qualcosa sta cambiando e non c’entra niente dove vivi perché le distanze non esistono più e tutto si trova cliccando un’icona sul tuo computer. Anzi, vivere in una piccola città, anche di provincia, forse ti aiuta a darti una identità, una caratteristica che non hai in una grande città dove la concorrenza è agguerrita e sei uno dei tanti. Per questo, quanto prima, pianificherò un “ritorno alle origini”. Dalla mia abitazione di Cassina De’ Pecchi, sul Naviglio della Martesana, un paese alle porte di Milano, dal naviglio di Olmi dell’Albero degli Zoccoli a Trieste. Comunque sempre vicino all’acqua!
E la bella addormentata Trieste si potrebbe risvegliare creando un Festival Internazionale del Jazz. C’è riuscito Paolo Fresu nella sua Berchidda, Paolo Damiani nella sua Roccella Jonica, Claudio Angeleri nella sua Bergamo e tanti altri, tutti musicisti affermati che sono diventati direttori artistici di rassegne internazionali. Perché non dovrei riuscirci anch’io nella mia Trieste?

SV: Una domanda che ho già fatto ad un altro jazzista, Armando Battiston, intervistato da noi per il numero 49 di Fucinemute: in Italia si vive di sola musica? Tu riesci a farlo?

MF: È difficile vivere in Italia di sola musica, o meglio di soli eventi concertistici, perché oramai quasi tutti insegnano nelle scuole pubbliche, nei conservatori e nelle scuole private di musica. Pochi, i soliti noti e privilegiati, cioè quei musicisti che sono riusciti con vari stratagemmi o combine a diventare “famosi” in Italia, si spartiscono la torta degli eventi concertistici perché sono padroni del campo. Anche se non se lo meritano perché ce ne sono tanti altri più bravi. È un giro vizioso e forse anche mafioso: di solito, diventando direttore artistico di una rassegna, inviti esclusivamente i tuoi amici musicisti e i direttori artistici di altre rassegne, che ti ricambiano il favore. Tutto fra di loro e gli altri perennemente esclusi. Ecco perché non si riesce a vivere di sola musica (jazz) in Italia.

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SV: Una domanda inerente a quello che ultimamente si fa nell’ambito musicale, che hai fatto e stai facendo anche tu: come si legano secondo te, musica e poesia, musica e letteratura? E nello specifico con la musica jazz?

MF: Musica e poesia è un modo per ritrovare un contatto con il pubblico. Io ho iniziato nel 1994 con le poesie di Abdulah Sidran, poeta di Sarajevo. Per caso mi sono capitate tra le mani alcune traduzioni, dattiloscritte dal bosniaco, di alcune poesie nate durante la recente guerra nell’ex Jugoslavia. Fui subito colpito dalla forza espressiva di quelle poche righe, per cui avvertii l’esigenza di documentarmi su questo straordinario personaggio. Ho allargato queste conoscenze ad alcuni musicisti del gruppo e subito tutti hanno sentito il bisogno di scrivere delle musiche su queste poesie, utilizzando i versi poetici come spunto, affidando le parti di testo ad una voce recitante e lasciando che la suggestione letteraria influenzasse la scrittura musicale. In pratica, l’elemento letterario ha fatto nascere questo progetto in cui la scrittura musicale si lega e si ispira all’opera del poeta.
Ma forse la prima sede in Italia che ha ospitato questo tipo di eventi è stata l’Osteria Sociale di Carlo Papucci a Contovello, a Trieste che da anni promuove incontri coordinati da Edoardo Kanzian. Ogni tanto mi esibisco in questo locale di frontiera, con un libro di poesie e il mio flicorno e qualche ospite musicista locale. Poesie di Saba, Cergoly, Giotti, Sambo, Kosovel, Biagio Marin. Anche qualche saggio di Tomizza e Magris. Ma la poesia fa da padrona. Quelle parole, ricercate ad una ad una come le note del mio flicorno, sono gioia e sofferenza insieme. Poesie vere di artisti mitteleuropei. Senza la ricerca di un palco con pianoforte a coda. Fuori dai circuiti dei grandi concerti, con il pubblico che chiede il bis o conosce i brani a memoria. E poi, oltre alla musica c’è anche un saporoso compagno: il vino. Comunque la pluridisciplinarietà oggi è diventata di moda…

Immagine articolo Fucine MuteSV: Parliamo un po’ dell’ultimo cd, intitolato Balkan Project, che hai registrato con il Mitteleuropa Ensemble. Il cd è un insieme di musiche balcaniche in un’ottica jazzistica ed è stato definito una raccolta di microviaggi. In quanto tale gli è stato trovato un corrispettivo letterario nell’opera di Claudio Magris intitolata Microcosmi. Sei d’accordo?

MF: L’ultimo cd è stato un successo enorme ed inaspettato. Pensa che in Internet, in un anno e mezzo, la recensione di Gianni Morelenbaum Gualberto ha superato 4 mila accessi sul sito di Jazzitalia.net. E poi, chi non sarebbe d’accordo, sono onorato se è stato definito dalla critica una raccolta di microviaggi musicali paragonabile all’opera di Claudio Magris Microcosmi.

SV: Sempre in questo cd, ognuno di voi ha composto un brano. Cosa vuoi rappresentare col tuo? È forse un modo per confermare che la cultura mitteleuropea si è impressa fortemente nelle tue note, per dare un perché all’essere musicista di frontiera?

MF: Con lo spirito di “tutti per uno, uno per tutti” abbiamo pensato di comporre un brano a testa, senza leaderismi oImmagine articolo Fucine Mute divismi ma concentrandoci sul soggetto balcanico. Con il mio Zhok Experimental Hora ho pensato semplicemente di “sfruttare” le doti naturali della cantante Sabrina Sparti (oltre 4 registri di estensione). Una Rachelle Ferrell italiana che pochi conoscono facendole cantare una melodia in lingua russa, che non conosce, ma con un ritmo particolare balcanico, una Hora più conosciuto come Doina.

SV: Per concludere parafrasando Magris, fra ogni nota pronunciata, “si apre un infinito”. Dove ti sta portando il tuo viaggio musicale? E più in generale dove può andare o dove volete far andare il tipo di jazz che tu/voi avete creato?

MF: “Si apre un infinito”, parafrasando Magris, sul prossimo lavoro discografico che è in cantiere. Guarda un po’, mancava all’appello un lembo di terra poco più in là di Trieste: “Histria ed oltre”.

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