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Cinema

Renzo Martinelli

La congiura del silenzio

Era il nove maggio del 1978 quando il corpo dell’onorevole Aldo Moro fu trovato dopo un sequestro durato quasi due mesi. Ancora oggi sono tanti i lati oscuri sulla vicenda. Il caso Moro è un caso mai chiuso, che si porta dietro molte domande. Basti pensare, solo per fare un esempio, a quelle pagine del memoriale, scritto da Moro durante la prigionia, che ancora oggi ci sono negate. Tante ombre e tanti misteri, sui quali Renzo Martinelli, da sempre attratto dalle storie violentate, tenta di fare luce con il film Piazza delle cinque lune. Il regista, con il suo gruppo di lavoro, si documenta per tre anni sul caso Moro e la conclusione è una sceneggiatura che fa emergere alcuni fatti, non supposizioni, che instillano più di qualche dubbio sulla versione ufficiale. Ai magistrati il compito di proseguire le indagini.
Ci sono molti modi per nascondere la verità e uno di questi è, senza alcun dubbio, il silenzio. I conduttori dei più importanti programmi televisivi della seconda serata o di quelli della domenica pomeriggio, non hanno voluto che Martinelli presentasse il film. Ferrara ha negato la diretta e proposto la più gestibile differita, che il regista ha intelligentemente rifiutato. Bruno Vespa si è giustificato dicendo che Aldo Moro, oggi, non fa più audience(!). È il livello della televisione italiana che ha raggiunto il minimo storico oppure c’è la paura di affrontare tematiche scottanti che hanno influenzato pesantemente la storia del nostro paese? Forse, entrambe. Quello che è certo, è che una vera congiura del silenzio ha tenuto lontano il pubblico dalle sale e i “Maledetti voi, signori del potere” di Luca Bonini, ringraziano. Questo film e tutto il silenzio che ne è seguito, è un’ottima occasione per riflettere su quanto è accaduto ieri ed oggi, e ci si auspica possa divenire un punto di partenza per un prezioso approfondimento.
Abbiamo incontrato Renzo Martinelli in occasione della presentazione del film al Cinecity di Trieste.

Immagine articolo Fucine Mute

Serena Smeragliuolo (SS): Siamo con Renzo Martinelli, autore del film Piazza delle cinque lune. Cosa l’ha portata a parlare di Aldo Moro? Perché Aldo Moro?

Renzo Martinelli (RM): Perché è un po’ nel mio DNA, nel mio carattere. Io per carattere non ci sto quando vengo a contatto con delle verità che non sono verità. E quindi quando mi sento dire che nel duemilatre sul caso Moro si sa tutto, io mi ribello e mi indigno, anche perché quando comincio ad analizzare certi documenti scopro che non è così. E quindi faccio un film per cercare di far capire alla gente che non è andata come ce la raccontano. È stato così per Porzùs, per Vajont e ora per Piazza delle cinque lune, cioè il tentativo di far capire alle persone che non è esattamente come ce l’hanno raccontata.

SS: Il rapporto con la Famiglia Moro è stato molto buono, c’è stata anche una collaborazione durante la lavorazione del film. Ce ne parla?

RM: La prima persona che abbiamo contattato dopo aver scritto la sceneggiatura è stato il fratello di Aldo Moro, Carlo Alfredo Moro, un magistrato, al quale abbiamo chiesto un parere sulla prima versione della sceneggiatura, e devo dire che è stato un complimento grosso per noi sentirci dire che si trattava di un lavoro molto onesto e molto ben documentato. Poi abbiamo fatto leggere la sceneggiatura ai figli, Giovanni e Maria Fida, e con quest’ultima la collaborazione è proseguita anche durante le riprese. Noi cercavamo una canzone per i titoli di coda e a me sarebbe piaciuta una che fosse risultata simbolica, tant’è che pensavo di usare Dio è morto dei Nomadi. Ci eravamo già attivati per i diritti quando, un pomeriggio, Maria Fida venne a Siena, dove stavamo girando, e mi chiese di ascoltare un CD. C’era una canzone (Maledetti voi, ndr) cantata da un ragazzo, che oggi ha 28 anni e allora ne aveva tre, che è l’amatissimo nipotino Luca a cui Moro scrive delle lettere commoventissime dal carcere. E così l’abbiamo messa nei titoli di coda.

Immagine articolo Fucine MuteSS: Lei ha scelto di raccontare la storia attraverso il thriller. Prima si diceva che il fratello di Moro ha definito il suo lavoro “molto onesto e ben documentato”. Ci sono quindi degli elementi di fiction che non possono prescindere dall’estremo rigore storico. È stato difficile unire alla fiction l’attenzione massima per gli eventi storici?

RM: Sì, è proprio il rischio intrinseco di questi lavori che gli americani chiamano docudrama, cioè il tentativo di mescolare la realtà, una storia vera, con la drammaturgia cinematografica. Ogni documento deve diventare drammaturgia, altrimenti non è un film, ma diventa un documentario. E quindi il problema è proprio mantenere questo equilibrio precario e delicato tra la parte di finzione, che serve a mandare avanti la storia, e l’esigenza di rigore e d’informazione. Il film fornisce molte informazioni nel corso delle due ore: il tentativo è quello di tenere avvinto lo spettatore per tutta la durata del film e di farlo uscire dalla sala con qualche riflessione in più nella testa. Ovviamente, il film non può avere il compito esaustivo che spetta al libro e alla pagina scritta. Quindi, se dopo questo film, qualche persona sentirà l’esigenza di comprarsi qualche libro e di approfondire la conoscenza del caso Moro, il risultato lo avremo raggiunto.

SS: Nel film emerge la volontà di fare luce su una storia oscura come quella di Moro nella quale la verità è stata violentata. Per far ciò sembra che lei guardi la storia dall’alto, cambiando il punto di vista, rispetto al discorso che era stato fatto in passato — penso anche al film di Ferrara (Il caso Moro, ndr). Questa volontà emerge anche dalle inquadrature grandangolari che riprendono la città dall’alto; mi riferisco anche alla scena nella quale Sutherland, Giannini e la Rocca salgono sulla torre e solo quando sono in cima vedono la verità. Quanta voglia c’è in lei di salire i gradini per raggiungere la cima?

RM: All’inizio del film, ho fatto pronunciare a Donald Sutherland una frase, che è un po’ il mio modo di essere un intellettuale. Nel discorso d’addio in procura Sutherland dice che soltanto l’evocazione della verità e la comunicazione della verità, danno un senso alla vita. Per me, essere un intellettuale e fare il cineasta è proprio questo. Non avrebbe senso essere un intellettuale se non avessi il desiderio profondo e intimo della ricerca della verità. Altrimenti è meglio cambiare mestiere. Ci sono tante professioni onorevoli come gli architetti o i dentisti. Ma se si fa l’intellettuale, il cineasta, il giornalista o il poeta, allora nel DNA ci dev’essere questo anelito per la verità.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: E invece, nella gente comune, lei crede ci sia la voglia di salire i gradini verso la verità o che questa sia fermata, forse dal potere o dalla pigrizia, alla base di questa scalinata?

RM: L’altro giorno ho presentato Piazza delle cinque lune a quattrocento ragazzi dai sedici ai diciotto anni del liceo “Giulio Cesare” di Roma. Alla fine del film ci sono stati sette minuti d’orologio di applausi e due ore e mezzo di dibattito; in quell’occasione ho respirato questa voglia. Nei giovani c’è voglia di capire e voglia di verità. Sono ragazzi che non erano nemmeno nati il giorno del sequestro Moro… eppure il rispetto, la stima, l’ammirazione per il film e la voglia di approfondire erano palpabili. È stata un’esperienza notevole.

SS: Restiamo sul tema del cammino verso la verità. Con Porzùs e Vajont lei narra la storia di pagine molto tristi del nostro paese, e lo stesso accade con Piazza delle cinque lune, pagina che ha cambiato profondamente la storia politica italiana. Lei crede che il Cinema dovrebbe essere un po’ più consapevole nella ricerca della verità?

RM: Io trovo che ci sono molti modi di fare cinema, non c’è il Cinema. C’è la commedia, c’è Moretti che fa il suo cinema. Ogni cinema è legittimo e nobile per quello che è. Per quello che mi riguarda, io preferisco questo tipo di cinema: mi piace lavorare sui fatti rimossi, sui quali è stata fatta ombra e non è stata approfondita la ricerca della verità. Ma questo penso faccia parte del carattere, non ci si può fare nulla.

Immagine articolo Fucine MuteSS: Nel corso dei tre anni di documentazione per la realizzazione del film sono emersi diversi fatti inquietanti, ed è strano che ciò sia accaduto solo adesso, dopo venticinque anni. Mi riferisco alle bugie dei brigatisti con gli spari di via Fani anche da destra e non solo da sinistra, il tamponamento mai avvenuto, ma anche ad elementi più pesanti come il coinvolgimento delle più alte cariche dello Stato, i servizi segreti e la CIA. Come sono andate le ricerche in questi tre anni? Ha avuto delle pressioni?

RM: La presenza di Sergio Flamigni per me e per il mio co-sceneggiatore Fabio Campus è stata preziosa perché Sergio, essendo uno dei massimi esperti di terrorismo in Europa, ci ha aiutato a capire in questo mare di documenti quali fossero essenziali e quali no; e soprattutto la presenza di Sergio, che è stato in tutte le commissioni stragi, ci è servita per aprire certi cassetti ai quali, da soli, non avremmo mai avuto accesso. Niente ostacoli e minacce. La vera difficoltà è stata la mole di documenti che abbiamo dovuto analizzare: rispetto al lavoro svolto per Vajont, in proporzione, siamo uno a mille. Quindi, la maggiore difficoltà del caso Moro è la quantità di materiale documentale nel quale fare chiarezza; lo sforzo del film è proprio questo. Lei citava prima, quella che noi durante la scrittura chiamavamo la metafora della torre. Il grande sforzo è proprio questo: mettere ordine in fatti apparentemente slegati fra loro e cercare di guardarli dall’alto, per capire se c’è una filigrana che li lega. Questo è il lavoro che è stato fatto.

SS: Dopo l’uscita del film ci sono state ben cinque interrogazioni parlamentari; la polemica nasce dal fatto che il Ministero dei Beni Culturali abbia finanziato un film che sostiene l’implicazione dello stesso Stato italiano nella morte di Moro. Vuole fare un commento?

RM: Io vorrei chiedere all’onorevole Fragalà, che ha fatto questa interrogazione, dov’era quando lo Stato italiano finanziava Mutande pazze di D’Agostino o il film di Marina Ripa di Meana, perché quella sarebbe dovuta essere l’indignazione.

SS: Il film si chiude con la frase di Solone: “La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.” Qual è la sua idea di giustizia e soprattutto cosa si aspetta dalla magistratura italiana e dai politici dopo l’uscita del film?

Immagine articolo Fucine MuteRM: Intanto l’aver messo questa frase di Solone, di duemila anni fa, la dice lunga sul mio pessimismo di fondo. All’anteprima di Siena erano presenti molti magistrati di valore; c’erano Rosario Priore, Ferdinando Imposimato e Felice Casson, cioè persone coraggiose che hanno fatto indagini importanti. Noi, con il film, abbiamo aperto una piccola smagliatura. Io mi auguro che i magistrati di valore, come quelli citati, s’inseriscano in questa piccola smagliatura e riescano ad aprirla ulteriormente, per arrivare ancora più vicino alla verità. Noi non siamo arrivati alla verità, vi ci siamo solo avvicinati.

SS: L’uscita del film non ha portato il clamore che vi aspettavate. I conduttori televisivi, anche quelli che spesso accolgono nei loro programmi le presentazioni di film in uscita, non vi hanno invitato…

RM: Non ci hanno voluto, anche se l’invito lo abbiamo ben chiesto.

SS: …non vi hanno voluto e la stampa non ha pubblicato fatti ai quali sembrava impossibile non dare adito.

RM: Io non so cosa dirle. C’è una congiura del silenzio che non è spiegabile ma è spiegabilissima. Il film dice delle cose molto chiare e pone delle domande molto precise, che hanno bisogno di risposte altrettanto precise. Accettare la polemica e accettare la bagarre significa dare delle risposte, e questo è quello che il Potere, quello con la “p” maiuscola, non vuole fare; cioè, chi dovrebbe dare le risposte non le vuole dare o non le può dare. Quindi si rifiuta di entrare nella polemica e preferisce il silenzio. Se ne sono accorti tutti, anche i ragazzi: io sono stato in un centro Tim l’altro giorno per un dialogo mediatico con gli abbonati e la prima domanda, formulata presumo da un ragazzo di venti o pochi più anni, è stata: “come mai questo silenzio mediatico su un film così importante?”.

SS: Il film è co-prodotto da Italia, Germania e Inghilterra. È così difficile fare un film tutto italiano che affronti i temi sociali di denuncia, così come, ad esempio, accade spesso in certo cinema americano?

RM: In Italia è matematicamente impossibile riuscire a trovare le risorse tutte italiane su un film di questo tipo, tant’è che Piazza delle cinque lune non ha visto l’ingresso né della Rai né di Medusa che non sono volute entrare nel piano finanziario. Quindi abbiamo dovuto cercare risorse finanziare all’estero… sarà anche in parte perché in Italia si fanno solo commedie e film comici. Il film di impegno civile per avere un suo sviluppo ed una sua collocazione dev’essere un piccolo film di nicchia e quindi di basso costo. Ma i film, come i miei, di grande impianto spettacolare e di grande budget è impossibile farli solo con la produzione italiana.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: Lei ha sempre raccontato storie molto significative, che hanno fatto riflettere e che è doveroso ricordare. Quindi, semplicemente, qual è la prossima?

RM: La prossima storia mi riporta spero in Friuli, anzi in Friuli-Venezia Giulia per essere precisi — perché so che qui ci tenete molto. Io dico Friuli ma intendo in senso lato tutto questo territorio. Io sono molto attaccato a questa terra. Il destino mi ha portato qui con Porzùs, mi ci ha riportato con Vajont e spero mi riporti qui con un grande personaggio storico, come sempre ignorato in questo paese, che si chiama Marco d’Aviano, senza il quale lei oggi indosserebbe con ogni probabilità il burka. Infatti, Marco d’Aviano, è il frate cappuccino che ferma la penetrazione islamica in occidente nel settembre del 1683. Io mi auguro che si riesca, come sempre, a trovare le risorse finanziare e si possa dar vita a questa grandissima produzione su Marco.

SS: Glielo auguriamo anche noi. Grazie tante.

RM: Grazie a voi.

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