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Musica

La storia del musicista ricco (II)

Cole Porter e le sue grandi canzoni

“Ev’ry time we say Goodbye”

Malgrado qualche difficoltà iniziale del produttore Mike Todd (uno dei futuri mariti di Liz Taylor), Something for the Boys avrà 422repliche, uno dei maggiori successi di Ethel Merman. è la storia d’uno spettacolo allestito da un gruppo di dilettanti texani nelle vicinanze d’un aeroporto militare: e l’anno dopo la casa Fox ne ricaverà una rivista per il cinema con Carmen Miranda e Perry Como fra i numerosi interpreti. Sempre molto adatte sono le musiche di Porter.
Immagine articolo Fucine MutePochi mesi prima, Cole ha scritto le canzoni per un film con Fred Astaire e Rita Hayworth, You’ll never get rich (Non diventerai mai ricco, un titolo trasformato in Italia in Inarrivabile felicità). In ossequio al tempo di guerra, Fred ha la parte d’un ufficiale che dedica molto tempo ai numeri di danza e ben poco alle faccende di caserma, e la conclusione è Wedding Cake-Walk, una dinamica ballata nuziale dei due agili protagonisti. Gli impegni con il cinema si fanno sempre più frequenti, tanto che Linda e Cole acquistano una seconda casa in California: è una splendida villa nella quale aveva abitato anche Greta Garbo, ed è poco lontana da Hollywood.

In questo periodo Porter crea un altro brano musicale, la cui origine è piuttosto interessante: è fra le canzoni di Mexican Hayride, una produzione teatrale di ambiente latino-americano che viene presentata a Broadway nel gennaio ‘44. Anche questa volta il produttore Mike Todd, e la commedia musicale viene giudicata con entusiasmo “Il musical più sontuoso dopo l’epoca di Ziegfeld”.
Porter, molto interessato, fa anche una trasferta nella grande capitale a sud del confine, e una ricaduta di osteomielite alla gamba lo costringe a tornare nel Doctors Hospital di New York dopo una brevissima permanenza a Città del Messico. Ma Cole non è abituato a cedere, e dopo qualche mese può dedicarsi completamente a quella speciale canzone, che ha per titolo Don’t fence me in: un cowboy scongiura qualcuno di non rinchiuderlo, perché la sua vita è nei grandi spazi delle praterie: Oh give me land, lots of land, under starry skies above, don’t fence me in! (Datemi tanta terra sotto i cieli stellati, non rinchiudetemi!).

Molte canzoni di Cole sono fra i ricordi più vivi di coloro che le avevano udite la prima volta, senza più dimenticarle. Questa la sentivamo risuonare nelle sere estive sui “V-Disc”, i dischi della vittoria, che gli americani del presidio di Pisa, nel ’45, facevano girare a voce spiegata nei loro locali. E poco tempo dopo, l’avrebbe cantata Bing Crosby con il trio vocale delle Andrew Sisters: c’era la libertà appena ritrovata e c’era la musica di Porter. Poteva bastare, per il momento.
Immagine articolo Fucine MuteE invece no. Il nostro infaticabile invalido non si concedeva soste. Appena terminato il musical “messicano”, è già in grado di consegnare al produttore Billy Rose le canzoni per un nuovo spettacolo, Seven lively Arts (Sette arti vivaci).
C’è ancora Bert Lahr, l’attore ex-leone del Mago di Oz, con Bea Lillie, una star del varietà. Ma c’è soprattutto un tema musicale bellissimo, Ev’ry Time we say Goodbye (ogni volta che diciamo addio).
Dopo la canzone del cowboy triste, ecco quella dei due innamorati che non sanno dirsi addio. Il motivo rivela una sorprendente affinità fra parole e musica: è il segreto che distingue sempre le canzoni di Cole Porter. Albert Sirmay, studioso e critico di. commedie musicali gli manda una lettera: “Ho una mia personale passione per la sua canzone Ev’ry Time we say Goodbye. Mi emoziona ogni volta che l’ascolto, è una delle migliori che ha scritto, un inno alla gioventù e all’amore. Non mi importa cosa scrivono gli altri: questa canzone è un classico e vivrà per sempre fra le più belle che io abbia conosciuto”. Questo musical rimane in scena fino alla fine del maggio 1945. Ben Hecht, un famoso sceneggiatore e regista dello spettacolo americano, scriverà alcuni anni dopo: “Canzoni come questa sono le piccole case nelle quali avevano vissuto una volta i nostri cuori.” (Little houses in which our hearts once lived).

Un film con parecchi dubbi

Nell’aprile 1943 arriva un interessante suggerimento dall’amico Irving Berlin: sarebbe molto opportuno realizzare un film biografico nel quale si sottolinei la grande capacità di Porter compositore insieme al suo ammirevole coraggio nell’affrontare la sciagura che poteva avere gravissime conseguenze. La proposta piace all’interessato, che a sua volta la espone a Jack Warner, titolare della grande casa cinematografica che molti anni prima aveva fatto cantare e parlare il cinema. Al progetto si unisce anche Arthur Schwarzt, abile esperto di film musicali, e le trattative procedono. Viene anche superata una precedente diffidenza di Linda, la moglie di Cole, nei riguardi del mondo spesso ambiguo di Hollywood.
Immagine articolo Fucine MuteIl titolo del film sarà lo stesso della canzone di Porter che da quasi dieci anni è conosciuta in tutto il mondo, Night and Day. La regia viene assegnata dalla Warner a Michael Curtiz, che l’anno prima ha diretto Casablanca con un immediato successo, e il ruolo del protagonista , dopo varie ricerche, sarà di Cary Grant. Fra gli altri attori c’è Monty Woolley “as himself”, cioè nella parte di lui stesso, sempre disponibile per i film con l’amico dei tempi di Yale. fra le attrici, Jane Wyman e Alexis Smith, oltre ad un “cammeo” di Mary Martin che canta il suo immancabile Daddy.
Tutto bene, dunque? Non proprio, perché le critiche non tarderanno a farsi avanti. C’è intanto da dire sul protagonista Cary Grant, che ha molto mestiere, ma neppure la minima rassomiglianza fisica con Porter. E per di più ha costretto la sua parte nei limiti del conformismo più inespressivo, in omaggio, come da richiesta, all’abusata disgrazia equestre. Qualche critico più severo aggiunge che “in questo film non succede nulla, salvo l’incidente”. Del resto, queste biografie-spettacolo, con il protagonista ancora in vita, non hanno mai avuto molto esito.
Una precisazione ancora: dalla prima proposta di Berlin sul film biografico, fino alla sua completa realizzazione a Hollywood, si sarebbero spesi quasi due anni. Molti e complessi i motivi: una lunga ricerca del protagonista prima di approdare a Cary Grant, e poi ancora un imprevisto, perché Monty Woolley, l’unico attore in grado di offrire un tono di autenticità alla vicenda, si era dovuto sottoporre a un complesso intervento chirurgico al fegato.
La stampa non fu molto amichevole: “Life”, per esempio, pubblicava un elenco rigoroso e dettagliato degli errori commessi in sede di sceneggiatura, concludendo proprio che Hollywood, negli anni ‘40, non poteva ancora produrre un’autentica biografia di Porter. In breve, questo film sarebbe risultato poco più che una semplice e magari gradevole rassegna di tante belle canzoni regalate al pubblico, poco altro.

Immagine articolo Fucine MuteNel 1946 vi sarà un’altra esperienza negativa, e questa volta sarà collegata con la notevole figura di Orson Welles. Il quale propone a Porter di comporre le musiche per una sua versione teatrale, quasi incredibile, del Giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne.
Non del tutto persuaso, ma attirato dalla personalità del committente e da questa sua amichevole e originale richiesta, compone alcuni ottimi pezzi musicali da inserire nel singolare soggetto. Ma sarà tutto un fallimento: l’attore protagonista si ammala, e ne prende il ruolo lo stesso Welles, che è un grande attore, ma poco adatto al personaggio di Phileas Fogg ideato da Verne.
Around the World in Eighty Days è presentato a Boston nel giugno ’46, e dopo qualche settimana di repliche a Broadway scompare definitivamente. Per la seconda volta i commentatori di questo nuovo infortunio teatrale hanno parole di elogio soltanto per le musiche, che oggi non sono più reperibili.

“Sii un Clown” — Ma poi arriva Shakespeare

Nel marzo del 1947 le canzoni di Porter vengono ancora richieste con insistenza da Hollywood. Niente cose biografiche, per fortuna, bensì molta fantasia e leggerezza per un film dal titolo The Pirate con il supporto di alcuni nomi importanti: il regista è Vincente Minnelli, con sua moglie Judy Garland come protagonista insieme a Gene Kelly, ormai affermato ballerino e “show man” di classe.
E’ una vicenda tipica da commedia musicale, ambientata in una fantastica isola dei Caraibi dove una giovane Manuela è affascinata da un celebre e inafferrabile masnadiero Un bravo giovanotto del posto è innamorato di lei, e si finge “il pirata” dei suoi sogni romantici: neanche a dire che tutto funziona al meglio.
Le musiche e le canzoni di Cole sono in perfetta armonia con la trama fiabesca e movimentata, e non è possibile citarle tutte, con l’eccezione del motivo “hit” che è Be a Clown, sii un pagliaccio, un prolungato numero di canto e danza con i due splendidi interpreti (anche la Garland si veste da clown per l’occasione). Sulla precisa interpretazione di Gene Kelly non si può dire che bene, tenendo pure presente che i suoi grandi film Americano a Parigi e Singin’ in the Rain arriveranno 4 e 5 anni dopo, rispettivamente. Anche la Garland, in complesso, frena la sua abituale serie di ritardi, capricci e contrasti che di solito scortano ogni sua dolce apparizione sul set, forse perché è nata da poco la sua Liza.

Immagine articolo Fucine MuteAncora qualcosa da dire sulle musiche: Gene Kelly era stato sollecitato dalla produzione per ottenere rapidamente un numero particolarmente allegro e originale da inserire nello spettacolo. E Kelly raccontò in seguito: andai da Porter per spiegargli la questione. Mi disse: “Ti va bene un mazzetto di motivi da scegliere?” La sera dopo arrivò da me con tre versioni d’una canzone che era appunto Be a Clown e che passò subito nelle riprese del film. Naturalmente, compresi che Porter era veramente un genio. Be a Clown, be a Clown, all the World loves a Clown. C’era un ricordo dei giorni in cui il piccolo Cole si incantava davanti ai pagliacci di quel circo che veniva ogni anno a Peru, per rinnovargli l’incanto della musica e dello spettacolo, che non lo avrebbe più abbandonato.

Il Natale 1947 viene festeggiato nell’intimità della piccola città dell’infanzia, con Linda e con Mamma Porter che non è troppo in salute. C’è anche il fedele Monty Woolley con poche altre persone, e c’è la nuova segretaria di Cole, Miss Madeline Smith, una signora seria ed efficiente che rimarrà legata a lui e al suo lavoro fino alla sua scomparsa, nel ‘64.

All’inizio del ‘48 c’è subito una proposta, per un lavoro che ha tutto l’aspetto d’una novità promettente: la versione in Musical della “Bisbetica domata” di Shakespeare. Gli autori sono i coniugi Bella e Sam Spewack , che hanno già scritto qualche anno prima il soggetto del fortunato Leave It to me per Porter. Alla coppia si aggiunge Arnold Saint Subber, un giovane produttore, ma Cole è perplesso: non si occupa di Shakespeare dai tempi di Yale e teme di non essere idoneo ad affrontare il Grande Maestro. Non dovrà pensarci troppo: a una rilettura della “Bisbetica” può constatare che è una delle migliori e più vivaci commedie d’ogni epoca, un grande capolavoro, e che potrà diventare, in musica, un’opera inedita e validissima.
L’impresa non è cosa da poco, ma Bella Spewack, dopo che il marito si ritirato, non si lascia intimidire per le molte difficoltà. Lo stesso Cole sembra ancora esitante: lei lo va a trovare più volte senza però ottenere una risposta soddisfacente. Finché al terzo o quarto incontro, sempre nello studio di lui che ha una faccia molto seria, si sente dire improvvisamente: “Bella, draw the set!”(caccia fuori il copione!). E lei, naturalmente, lo ha già pronto nella sua borsa.

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Non è possibile dire quante volte la commedia di Shakespeare abbia fatto nei secoli il giro del mondo, ma conosciamo quasi tutti la storia del giovane veronese Petruccio che sposa la ribelle Caterina riuscendo sapientemente a trasformarla in una moglie docile ed esemplare. Ricordiamo il film di Zeffirelli del 1967 con Burton e la Taylor, e magari i più anziani citeranno un altro regista italiano “d’antan”, Ferdinando Maria Poggioli, che nel ‘42 aveva già impegnato una coppia nostrana: Amedeo Nazzari e Lilia Silvi.
Torniamo ancora al teatro, cioè a Broadway, nell’anno 1948: Bella e Cole sono alla ricerca di un’attrice che sappia entrare nel ruolo di questa Kate da domare, e la loro costanza è premiata dalla buona sorte: c’è una giovane Patricia Morison detta “Pat” che ha una bella voce e molta disinvoltura. Rassomiglia un po’ a una grande diva del cinema, anche lei Katharine di nome, e di cognome Hepburn. Avrà un successo quasi immediato.
La “prima” teatrale ha luogo a Philadelphia il 2 dicembre del ‘48. Caso raro per una commedia, risulta che non c’è bisogno di alcuna revisione del libretto e delle musiche. Non vi sono neppure delle altre scene da aggiungere o da sostituire.

Kate al teatro e al cinema, ma anche Giove e gli altri

Dopo alcune settimane la compagnia si trasferisce al completo nel New York Century Theater, dove le repliche continueranno per la durata “record” di quasi due anni, con un’appendice, sempre a New York, presso lo Shubert Teatre.
Kiss me Kate, con il suo titolo leggero e promettente, è il più grande successo di Porter fino a questo momento. Tutti i critici sono concordi nel loro giudizio positivo: su un giornale si può leggere questo titolo: “The Champ is back!” (È tornato il campione) che sembra la glorificazione d’un campione dello sport. L’esito incredibile di questa commedia sul palcoscenico avrà, come previsto, la sua edizione cinematografica qualche anno dopo, nel 1953, e sarà il maggiore Musical fra i tanti derivati dalle opere di Porter. Per questo motivo, anticipando un po’ i tempi, preferisco parlarne subito.

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La Casa produttrice è la Metro-Goldwin-Mayer, e il regista è George Sidney, uno specialista di questo genere (Anna prendi il fucile, Show Boat e altre ancora). Kathryn Grayson è la bellissima Kate (si noti l’involontaria omonimia), nella migliore interpretazione della sua carriera, e il deciso Petruccio è Howard Keel con la sua intensa voce baritonale e il suo fisico da atleta, che sa dare un tono “lirico” alle sue parecchie interpretazioni di Musical. L’altra donna della storia è Ann Miller, una delle più quotate ballerine della Metro, nella parte di Bianca, la sorella di Kate, che attende impaziente il suo turno nuziale dopo le sperabili nozze della ribelle “bisbetica”.
La trama è quella tipica di uno “Show-within-the-show”, spettacolo nello spettacolo. Una coppia di attori che hanno divorziato da poco, devono ritrovarsi sul palcoscenico per interpretare la commedia di Shakespeare, con la bella protagonista “addomesticata” dal bravo Petruccio , che nella vita reale è precisamente il suo ex-marito.
Prevedibile lo svolgimento dei fatti e l’epilogo con la felice riconciliazione dei due coniugi, ancora regolarmente innamorati. Tutto il percorso del forzato incontro che ben presto si trasforma in nuovo amore è accompagnato da un gruppo di ottimi attori: in un ruolo minore ce n’è anche uno, Ron Randall, nella parte dello stesso Porter che segue lo spettacolo componendo le sue canzoni. Vi sono anche molti giovani, e uno di loro è Bob Fosse, il futuro autore di alcuni memorabili Musical come Sweet Charity, Cabaret e All that Jazz. Sulle musiche scritte da Porter per questa sua “Kate” si potrebbe fare una specie di catalogo di tutti i commenti favorevoli. Ci limiteremo a citare le canzoni più famose: So in love, Wunderbar, Brush your Shakespeare (spazzola il tuo Shakespeare), I hate men (odio gli uomini): quest’ultima frase della protagonista verrà del tutto smentita dai fatti, nel corso della commedia. E così avanti, ve ne sono molte ancora a testimoniare un momento particolarmente di grazia del loro autore.
Kiss me Kate resterà uno dei Musical più ricordati nella lunga vicenda di questo speciale genere cinematografico.

Ancora un particolare su Porter e i suoi capolavori: dimostrava sempre ai suoi amici una grandissima riconoscenza, e quasi sembrava che avesse scritto le musiche per far loro un regalo. Dell’album originale di “Kate” aveva spedito a ciascuno di loro una copia di lusso, accompagnata da un semplice cartoncino: “Love from Cole”.

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Dopo aver parlato della versione su pellicola del 1953, torniamo ancora a Broadway con i suoi palcoscenici in perenne attività: Cole vi è ben presto richiamato per le musiche da inserire in una nuova commedia.
Questa produzione ha per titolo Out of this World, fuori da questo mondo, che deriva da un testo di Molière poi ripreso da Giraudoux, a loro volta ispirati da una leggenda greca nella quale Giove, invaghito di Elena, combina un sacco di guai e indispettisce la moglie Giunone. Nella versione di Porter, la parte di Giunone va a Charlotte Greenwood, attrice comica famosa per i suoi numeri acrobatici, che canta Nobody’s chasing me, nessuno mi cerca. Un grande successo personale. Ma bisogna ricordare anche la ballerina Janet Collins e soprattutto la coreografa Agnes de Mille, che ha già avuto altre collaborazioni con Porter, talvolta anche un po’ agitate. Vi saranno 160 repliche, e tra le musiche, una delle più amabili ha per titolo Use your imagination. Nel complesso, un simpatico spettacolo di varietà con un richiamo al mondo classico: sono molto lontani gli anni in cui Cole, studente a Yale, detestava le divinità dell’antica Grecia.


Depressione e “Can-Can”

Una canzone che verrà sempre citata fra le migliori di Porter è From this moment on (da questo momento in poi). Per ragioni che ancora oggi sono poco chiare, non verrà inclusa fra quelle di Out of this world. A suo tempo si era parlato di incapacità d’un cantante a darne una corretta interpretazione: poco convincente. Per fortuna verrà ricuperata per l’edizione cinematografica di Kate diventando, giustamente, un vero “hit”, un successone.

Immagine articolo Fucine MuteLa nuova commedia occuperà i primi mesi del 1951, fino a tutto aprile. Nel giugno dello stesso anno si festeggiano i 60 anni del suo autore, ma alcune feste di omaggio vengono annullate causa lo stato di salute della moglie Linda, fumatrice e sofferente di bronchite. Raggiunta la sospirata guarigione grazie agli antibiotici, i due potranno concedersi un soggiorno tranquillo in una località climatica. Ma a sua volta Cole è in difficoltà: viene colto da uno stato di allarme, assolutamente infondato, per la sua situazione finanziaria. è un fenomeno psicologico che sembra cogliere ad un certo momento della vita le persone ricche nel pieno della loro carriera, sempre verso i sessant’anni: nel ‘48 era accaduto anche a Irving Berlin, il grande e fedele amico di Cole, mai suo concorrente. Parenti e amici raccontano che Cole ha cominciato a definire “precario” il suo stato economico, prevedendo un autentico “disastro” per il ‘52.
Niente di tutto questo: nello stesso ‘52 sta già riprendendosi, in coincidenza con una celebrazione, “Salute to Porter” organizzata da Ed Sullivan , notissimo personaggio televisivo e abile giornalista. Va anche precisato che gli sono state praticate due applicazioni di elettroshock, una tecnica terapeutica molto usata in quegli anni per gli stati di depressione.

Nella stagione estiva i Porter soggiornano in California, dove Cole si adatta con il solito coraggio a tutte le difficoltà che deve affrontare per spostarsi, sempre con il prezioso appoggio del suo aiutante-maggiordomo, Paul Sylvain. Purtroppo il 26 luglio muore improvvisamente a Peru la mamma novantenne di Cole, e per lui sarà una dura esperienza. Anche il Natale e Capodanno successivi non saranno lieti. Dice Linda a Bernhard Berenson, storico dell’arte e loro grande amico: “I Porter hanno cominciato male il nuovo anno”.

Questo insieme di contrarietà non ha però distolto Cole dal suo desiderio di tenersi sempre impegnato nel lavoro, e si sta già preparando a scrivere parole e musica per il suo prossimo spettacolo. Lo spunto gli è stato offerto da due produttori, Cy Feuer e Ernest Martin, che hanno già scritto varie commedie musicali, e che adesso vorrebbero creare uno spettacolo sulla Parigi “Fin de siècle” , con atmosfere alla Toulouse-Lautrec accanto alla affascinante danzatrice detta La Goulue. La stesura del soggetto e la direzione sarebbero affidate al commediografo Abe Burrows.
Il titolo deriverebbe direttamente da una danza collettiva che sarà sempre il simbolo d’una Parigi frenetica e spensierata, con le ballerine dalle gonne al vento che scoprono i loro mutandoni ottocenteschi lanciando acuti strilli, in un vortice di travolgente allegria: il Can-Can.
Il “Plot” è molto semplice: a Parigi un giudice puritano vuole eliminare tutte le sale da ballo della città, ma la bella proprietaria d’una di queste sale, che si chiama Pistache, si oppone decisamente. E i due contendenti si innamorano, mentre il severo giudice conclude che “l’oscenità è solo negli occhi di chi vuole trovarla”. Il tutto avviene a Montmartre nel 1893.

Immagine articolo Fucine MuteParlando adesso delle musiche , va subito citato il primo motivo che Porter scrive per la commedia: è I love Paris, una delle sue più belle canzoni: I love Paris in the springtime e prosegue elencando le stagioni, con un grande amore per la magica città sotto qualunque clima, Ev’ry moment of the year. Per eseguire questa canzone gli occorre un cantante speciale, e Cy Feuer ha appena scoperto a Parigi una ragazza che canta al Theatre du Chatelet: si chiama Liselotte Weil, ma per tutti è semplicemente “Lilo”, una tedesca molto vivace, sposata in Francia con un marchese, ma che vive la sua libera esistenza d’artista. Parla francese, tedesco e “yiddish”, la lingua della sua famiglia ebrea distrutta dai nazisti, ma canta benissimo anche in inglese. Sarà Lilo l’interprete di Can Can.
Porter, lo sappiamo, ha sempre avuto una simpatia per la nobiltà, e la chiama affettuosamente burlandola, “Ma chère Marquise”.

Nello stesso 1953 c’è l’audizione per una “supporting part” (parte di appoggio) al femminile, e così la commedia acquista la collaborazione di Gwin Verdon, una bella danzatrice con i capelli rossi e un’esperienza maturata a Hollywood. Caso raro, lei danzando e Lilo cantando, in un discreto accordo fra colleghe, contribuiranno con impegno all’enorme successo di Can-Can. Un altro “straordinario regalo” alla commedia, come dirà Lilo, è l’intervento del giovane coreografo Michael Kidd, un abile ballerino lui stesso, che inventa i passi più originali per la Verdon e per tutti gli altri.
Abbiamo accennato a I love Paris, ma le canzoni di Porter sono parecchie, e tutte molto gradevoli. Ricordiamo C’est magnifique, un motivo allegro valorizzato dall’accento un po’ straniero di Lilo, e anche It’s all right for me insieme ad altre ancora. Tutti i collaboratori alla commedia sono colpiti dalla cura con cui Porter mette insieme musica e parole secondo la sua regola di sempre, e dalla sua precisione nel sorvegliare tutte le esecuzioni. Can-Can avrà in tutto 892 repliche.

Senza Linda, ma con due film importanti

All’inizio del 1954 la salute di Linda sta peggiorando. Il suo enfisema polmonare si aggrava e respira malissimo, soffrendo molto: talvolta ha delle fasi di completa incoscienza. Non è più prevedibile un miglioramento e tanto meno una guarigione: muore il 20 marzo dello stesso anno.
Cole dirà agli amici “Ho avuto due grandi donne nella mia vita, mia madre e mia moglie. E ora se ne sono andate entrambe”. E poi, la sua frase tipica: “Gli Dei di lassù (Gods above) hanno deciso di punire, con Linda, una persona così buona.”. Per lui, l’abbiamo già detto, non c’era Dio, ma “Gli Dei”. Linda verrà sepolta a Peru, nella tomba di famiglia dei Porter.

Immagine articolo Fucine MuteDopo qualche settimana torna a New York per stabilirsi in un lussuoso appartamento alle Waldorf Towers, una residenza per ricchi, e si immerge nel lavoro. A settembre ha già completato la partitura per la prossima commedia, Silk Stockings (calze di seta), versione teatrale di Ninotchka, un film che era stato diretto da Ernst Lubitsch nel 1939 con lo slogan “Garbo laughs” (La Garbo ride), poiché nel testo era inclusa una storica risata della Grande Diva, abitualmente seria e passionale.
La protagonista, nel ruolo già tenuto dalla Garbo, è Hildegarde Kneff, attrice tedesca il cui cognome, per ragioni di dizione, diventa “Nef” in America. Con lei c’è Don Ameche, simpatico attore preso a prestito dal cinema.
Il soggetto è noto: anche Fred Astaire e Cid Charisse qualche anno dopo lo interpreteranno, diretti da Mamoulian. In sintesi, è la storia della conversione d’una rigida “commissaria” sovietica in missione a Parigi, dove si dedicherà alla vita allegra e, ovviamente all’amore.

Fra le canzoni di Porter, le migliori sono senza dubbio quelle a sfondo romantico, come Paris loves lovers (ama gli innamorati), e soprattutto All of You (Tutto di te), con quei versi I love the looks of You, the lure of You (i tuoi sguardi, la tua seduzione). Proseguendo nell’elenco la dichiarazione assume dei toni anche un po’ piccanti, e la Nef canta, a sua volta: Without love, what is a Woman? con molto sentimento.
Vi sono due anteprime, una a Philadelphia e l’altra a Boston, con qualche lieve modifica. E subito dopo c’è la “prima” a New York, ma questa volta Cole ha preso una decisione: una lunga vacanza con amici, per terra e per mare attraverso l’Europa con Italia, Grecia, Spagna e Parigi. Ancora una volta ci chiediamo come possa realizzare questo prolungato vagabondaggio nelle sue precarie condizioni di movimento, ma c’è la spiegazione, perché ha scelto di viaggiare al massimo della comodità con dei programmi già predisposti con molta cura.

Nel 1955è di ritorno a New York in tempo per assistere alle ultime repliche dì Silk Stokings con il solito successo, e infine può rientrare nel suo appartamento alle Waldorf Towers, reso ancora più lussuoso e confortevole durante la sua assenza. Ma non c’è più Linda.

Immagine articolo Fucine MuteL’anno seguente deve trasferirsi a Hollywood: vogliono la sua collaborazione per un film piuttosto importante. Il titolo è High Society, e deriva dalla commedia (non musicale) per il teatro, scritta da Philip Barry, e dalla versione per il cinema, con il titolo The Philadelphia Story, diretta da George Cukor nel 1940 con interpreti d’eccezione (Stewart, Hepburn, Grant). In Italia era arrivato come “Scandalo a Filadelfia”.
Non è la prima volta che Porter compone le sue canzoni direttamente per il cinema senza passare per un Musical teatrale come in altri casi. Si tratta d’un film di alta risonanza commerciale: diretto da Charles Walters (specialista del genere) ha per interpreti Grace Kelly, Bing Crosby, Frank Sinatra e anche Louis Armstrong in persona: due fra i più celebri “crooners” cioè cantanti sentimentali, un re del jazz, e un’attrice bellissima che è al suo ultimo film prima di diventare la Principessa di Monaco.

Come sempre, canzoni di alta classe, e ne citiamo solo qualcuna: un brano di jazz autentico, Now you have Jazz con Crosby e Armstrong, poi You’re sensational con Sinatra, e tante altre. Ma la perla delle canzoni è True love (amore fedele) con Crosby e la Kelly. Max Dreyfus, direttore d’una grande casa musicale e ammiratore di Porter gli scrive: “Durante la mia lunga carriera, nulla mi ha dato più soddisfazione che lo straordinario successo del suo True Love: è una semplice e meravigliosa composizione degna di un Franz Schubert”.
Entusiasmi a parte, True Love ottiene la “Nomination” all’Oscar 1956 destinato alla migliore canzone per il cinema.


“Io non so come ho fatto questo”

Nel corso del ‘57 Porter è al lavoro per lo schermo con un film il cui titolo non si presta a dubbi: Les Girls. è diretto da un vecchio amico di Cole, George Cukor, ed. è interpretato da Gene Kelly con Mitzi Gaynor, Kay Kendall e Taina Elg. Vi si racconta in “flashback” la storia un po’ nostalgica d’un trio di ballerine e del loro manager, ed è eccezionale la capacità delle tre interpreti, a conferma del ben noto impegno di Cukor nel dirigere le donne.
Immagine articolo Fucine MuteLa migliore delle tre è Kay Kendall, superando in bravura e simpatia anche un partner famoso come Gene Kelly. E Les Girls troviamo alcune fra le più belle canzoni di Porter, come Ça c’est l’amour e Ladies in Waiting (signore in attesa), oltre al motivo del titolo, e ancora la deliziosa parodia d’un film “alla Marlon Brando”. Siamo all’ultimo film di Gene Kelly per la Metro e anche all’ultimo grande Musical da lui interpretato, anche se la sua attività andrà ancora avanti per anni.

Quasi in coincidenza con quel film fortunato, Cole deve subire un intervento allo stomaco, una parziale gastrectomia per un’ulcera, e poi va a farsi la convalescenza nei Caraibi. Si rimette abbastanza bene, tanto che nell’estate può già comporre le canzoni di Alladin, una fiaba musicale per la televisione. Questo genere non gli è di molto interesse, ma il risultato è più che discreto.

Nell’aprile 1958 deve invece saldare il debito peggiore che ha ancora con la propria salute: la sua gamba destra deve essere amputata a metà della coscia a causa di una grave osteomielite che è la ricaduta d’una precedente infezione. Verrà. poi sostituita con un arto ortopedico.
E’ molto depresso, e non riesce a riprendere il suo abituale interesse per qualunque cosa. Madeline Smith, la sua segretaria, e il maggiordomo Paul Sylvain gli sono di grande aiuto, ma nel luglio del ‘59 quest’ultimo muore, dopo ventidue anni passati al suo servizio. Verrà subito sostituito da Henry Burke, un uomo molto volonteroso, capace anche di limitargli un certo abuso di bevande alcoliche alle quali si sta sempre più dedicando.
Ethel Merman si ferma a pranzo da Cole ogni volta che è a New York. “E’ duro vederlo così depresso, dice. Si ha la sensazione che non voglia più vivere.”
Si distrae alquanto se ha degli invitati a tavola: li riceve lussuosamente, secondo la sua consuetudine, ma poi si fa taciturno e distratto, creando anche un po’ di imbarazzo nei presenti. Qualche amico di lunga data cerca di sollevargli il morale portandolo a New York, che non è lontana. Ma lui si stanca facilmente.

Il 15 maggio 1960 viene allestito alla Metropolitan Opera House un “Salute to Porter” alla grande: molti dei presenti si esibiscono in qualcuna delle sue più belle canzoni, mentre nel finale si radunano sul palcoscenico tutti i più bei nomi del Musical: Harold Arlen, Harry Warren, Richard Rodgers, tanto per ricordarne qualcuno, ma sono in tutto dodici “songwriters” fra i più famosi. E cantano in coro Begin the Beguine.
Il 9 giugno ‘60 Cole compie sessantanove anni. Una delegazione dell’Università di Yale gli porta a domicilio il titolo onorario di “Doctor of Humane Letters”, e il Rettore in persona gli legge commosso la motivazione, senza dimenticare quei celebri “Football Songs” scritti dallo studente Porter, che avevano accompagnato i trionfi sportivi dell’Università.

Immagine articolo Fucine MuteNei mesi successivi sembra un po’ sollevato, ma a novembre il suo stato di salute rende necessario un sollecito ricovero al Columbia Presbyterian Hospital, dove viene accolto da una diagnosi alquanto pessimista: polmonite cronica, malnutrizione, eccesso di alcool, e vari, altri guai. Ma si riprende ancora dopo un adatto ricovero, durato ben nove mesi, e le cure ottengono alla fine un discreto risultato, tanto da permettergli un soggiorno in California, dove può anche incontrare qualche vecchio amico di Hollywood.
Per il suo compleanno del ‘62 l’Orpheum Theatre di New York, su iniziativa di Elsa Maxwell gli organizza un grande festeggiamento, mentre si susseguono ancora altre repliche di Anything Goes. Lui non è in grado di essere presente, ma ne è molto contento.
Passano ancora altri mesi, e nel maggio ‘63 muore Monty Wool1ey: un lembo del passato di Cole che se ne va per sempre, con tanta tristezza. Questo 1963 più che una biografia si trasforma in un continuo bollettino medico. Porter fuma sempre, malgrado le diffide dei dottori, e riesce anche a prodursi delle ustioni a letto, con relativo ricovero ospedaliero. Invece ha un po’ ridotto le bevande alcoliche, ma ecco una frattura dell’anca, un’infezione della colecisti, una grave anoressia con denutrizione, e infine una nuova polmonite, alla quale si accompagna un intervento urgente per blocco urinario.

Muore il 15 ottobre 1964, e viene sepolto nel cimitero di Peru, Indiana, accanto a suo padre e a sua moglie Linda: una semplicissima cerimonia.

Un suo biografo si chiede: avrà alla fine fatto la pace con i suoi “High Gods”, i suoi Dei, che sovente, durante la vita, aveva trattato con poco riguardo?
Le sue ultime parole furono rivolte ad un suo amico, Robert Raison, che lo assisteva: “Bobbie, I don’t know how i did it” (Io non so come ho fatto questo). Alludeva alla sua vita, alla sua musica, o a che altro mai?

Conclusione

Immagine articolo Fucine MuteDescrivere vita e abitudini d’un signore carico di quattrini che aveva trascorso la propria esistenza nelle più dispendiose località d’America e d’Europa dopo essersi laureato in un’università prestigiosa come Yale e nelle scuole di musica più quotate a Parigi. E per di più, sentire anche un tema qualsiasi delle sue splendide canzoni: siamo veramente all’opposto di uno schema abusato, quello del genio magari un po’ bisognoso e anche un po’ infelice, che trova consolazione e ristoro nella sua musica.
Questo era Cole Porter, con il suo legame indissolubile fra il benessere e la poesia più autentica: uno spirito mordace e a volte grottesco, con quei versi che si scriveva già prima di musicarli, come I got a kick out of you (tu mi fai provare uno scossone). Apriva la canzone con un’introduzione lieve e un po’ romantica (qualcuno aveva citato Schubert!) e poi esplodevano le battute più squillanti e decise: Night and day you’re the one, o I love Paris ev’ry moment, o ancora Do you love me as I love you?. Si poteva sentire anche la sola musica, e già si capiva che era quella di Porter. Grazie, Cole. E che i tuoi “Dei” ti siano sempre vicini, come ti piaceva tanto ripetere agli amici perplessi.

Bibliografia e iconografia (il segno indica la presenza di fonti iconografiche)


William Mc. Brien: Cole Porter. Vintage Books, New York 2000


Giorgio Di Liberto: Cole Porter. In “Film Doc” Marzo-aprile 1998


  Tom Vallance: The American Musical: Screen Stories. A. S. Barne & Co. N. York, 1970


Claver Salizzato: Ballare il film. Savelli spettacolo, Milano, 1982


Edward Jablonski: Gershwin. Da Capo Press, New York 1937


Marion Vidal & Isabelle Champion: Chansons du Cinéma. M. A. Editions, Paris 1990


Roy Pickard: Fred Astaire. Crescent Books, New York 1985


John Mueller: Astaire Dancing: the Musical Films. Wings Books, N. York 1991


Vincente Minnelli: Cole Porter & “The Pirate”, in “I remember it well”. Paris 1981


Ernesto J. Oppicelli: Musical! Ed. Gremese, Roma 1989


Clive Hirschorn: The Hollywood Musical. Octopus Books Ltd. London 1931


Ermanno Comuzio: Colonna sonora. Ente dello Spettacolo Ed. 1982


Alain Masson: Comédie Musicale. Stock Cinéma Paris, 1981


Sara Venturino: “Musical”, istruzioni per l’uso” Ricordi Ed. Roma 2000


Monty Woolley: in “Hollywood Album” Arno Press, New York 1973

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