// stai leggendo...

Cinema

Ridere col muto e ridere col sonoro

Storia di alcuni comici americani

“Genere” o semplicemente cinema?

Uno sguardoanche approssimativo al genere comico nella storia del cinema ci fa subito capire che siamo di fronte a un’impresa alquanto complessa. Anzi, qualche studioso di questo argomento ci suggerisce che non è neppure il caso di parlare d’un genere, come è lecito fare per il poliziesco, il western, il sentimentale e così via. Meglio dire soltanto “cinema comico”, cioè qualcosa di veramente universale con centinaia di esempi dispersi nello spazio d’un secolo e più, non sempre distinguibili fra di loro.
Il “comico” era arrivato prestissimo e si era diffuso ovunque. Gli stessi precursori del cinema come spettacolo divertente, quei due fratelli francesi dal cognome molto appropriato di “Lumière” avevano dato inizio alla loro rapida notorietà, presentando, fra altre cose nel lontano dicembre 1895, in un locale sui “Boulevards” parigini, l’avventura tutta “da ridere” d’un povero giardiniere spruzzato per burla da un monello dispettoso.
La piacevole ma modesta scenetta a due di questo “Arroseur arrosé”, cioè dell’innaffiatore innaffiato, era già un ottimo cinema comico, o ancor meglio cinema “tout court”, in uno dei suoi aspetti inediti ma subito popolari.

Per cominciare, parliamo subito di Charlot

Immagine articolo Fucine MuteA parte l’esordio parigino, dobbiamo riconoscere lamaggiore depositaria di questo cosiddetto “genere” nella grande nazione d’oltre Oceano, cioè l’America.
Pensiamo per un momento a Charlie Chaplin, e un ricordo personale è d’obbligo. Ancora bambino, ma già stregato dalla sala buia e dalle ombre meravigliose che mi sfilavano davanti, avevo scoperto un attore molto speciale. Era un omino piccolo e buffo: baffetti, bombetta, scarpe rotte, bastoncino dicanna e guanti senza dita: era proprio Chaplin, cioè Charlot, che noi ragazzi piemontesi conoscevamo come “Sciarlò”, alla francese.
Mi aveva catturato subito con la travolgente comicità dei suoi capolavori che si succedevano negli anni, mentre venivano ancora ripetute le sue prime comiche più brevi, che continuavano ad avere la freschezza e il fascino delle cose sempre nuove. Commosso dalle vicende del suo Monello, passavo subito alla più sfrenata allegria con Il pellegrino, L’emigrante o L’usuraio. Poi sarebbero arrivati i suoi grandi film degli anni successivi o la sua gloria senza fine.
Già residente da anni in Svizzera, nel ‘72 era stato invitato a Milano per ricevere la cittadinanza onoraria, e nella compostezza dell’uomo anziano mi riuscì facile intravedere ancora qualche suogrande personaggio del passato. In quell’anno era tornato per breve tempo in America per ricevere un tardivo tributo d’entusiasmo.
A proposito di questo, è opportuno ricordare almeno qualcuno dei grandi comici americani del passato: Chaplin non era americano ma inglese, anche se era giunto oltre Oceano molto giovane, richiamato dal fratello Sidney che l’aveva già preceduto.
Immagine articolo Fucine MutePochi nomi, fra i tanti che meriterebbero una citazione: Buster Keaton, Fatty Arbuckle, Larry Semon (detto Ridolini in Italia), e più avanti, con l’arrivo del sonoro, i fratelli Marx, Laurel e Hardy, e tantissimi altri ancora, figure indimenticabili in quel vasto mondo di risate al buio.
A ciascuno di questi nomi del passato o anche più recenti spetterebbe un doveroso ricordo.A tutti, nessuno escluso, dobbiamo qualche momento sereno o decisamente allegro della nostra vita, e non è poco.

“Lonesome Luke”, ovvero Harold Loyd

Col trascorrere degli anni e con l’avvento del sonoro gli attori comici in America erano ormai una folla: era molto difficile mettersi a sfogliare il folto repertorio delle loro doti artistiche e delle loro vicende private.
Per questo motivo ho deciso di limitarmi a parlare di due soli personaggi che di proposito non avevo ancora inserito nell’elenco precedente. Nessun dubbio sulle loro capacità, ma una grandissima differenza tra loro. Il primo era Harold Lloyd e la maggior parte della sua carriera, salvo gli ultimi anni, si era svolta nel cinema muto. Il secondo si chiamava Eddie Cantor: era un comico vivacissimo e instancabile, legato esclusivamente al “sonoro” in tutti i suoi aspetti, tanto che alcuni suoi film si potrebbero definire come veri e propri “musical” comici.
Harold Lloyd descriveva la sua nascita (20 aprile 1893) come “una delle cose meno interessanti che mi siano mai capitate”. Si riferiva scherzando, a Burchard nel Nebraska, un paesino di trecento abitanti e di nessuna importanza. Suo padre era una tipica figura di “americano irrequieto all’inizio del nuovo secolo”, come lui lo definitiva. Cambiava lavoro continuamente, sperando sempre di afferrare la fortuna, ma con pochissimi risultati. E la moglie, contrariata, lo considerava semplicemente un fallito.
Immagine articolo Fucine MuteLa famiglia Lloyd, durante i primi quindici anni di vita del ragazzo, si era già spostata in sette località diverse fra Nebraska e Colorado, finché trovò poi una sede un po’ più solida a San Diego, California, dove Harold poté finire le scuole. Intanto il padre era stato un fotografo senza successo, unpiazzista di macchine da scrivere, il gerente d’un “buffet” annesso a una casa da gioco. E nel 1913 se ne andò a Los Angeles, dove sperava in affari migliori.

Qualche anno prima Harold si era rivelato un piccolo attore, nella parte di Abraham in “Tess d’Uberville”, una famosa commedia di Thomas Hardy. Era poca cosa, ma poteva anche essere un inizio, e l’occasione si presentò quando lui viveva con la mamma (i genitori si erano separati), a Omaha, sempre nel Nebraska. Un bel giorno vi arrivò la compagnia di John O’Connor, un attore molto popolare che, in tournée, cercava un alloggio in città e venne indirizzato presso la signora Lloyd, che aveva un’ottima stanza disponibile. Per Harold fu un avvenimento, avere come ospite un celebre attore. Lo avrebbe rivisto anni dopo a San Diego, figurando anche in parti secondarie nella sua compagnia. Amava follemente i travestimenti.
Il suo primo contatto con il cinema avvenne in California nel 1913: una “troupe” cercava dei figuranti per girare una serie di brevi film comici, e lui venne subito reclutato, vestendosi anche da indiano. Era il momentoin cui nascevano le case di produzione più importanti, e conobbe Hal Roach, ungiovane che era improvvisamente diventato ricchissimo per un’eredità e chestava diventando un abile pilota di attori: parecchi anni dopo avrebbe ornato la coppia Laurel e Hardy.
Hal Roach inventa per lui il personaggio di Lonesome Luke (Luke il solitario), una specie di Charlot con gli abiti molto stretti travolto da tutta una serie di disavventure. “Ero aggredito da cani, massaie inferocite, tigri da circo, motociclette, carrozzelle da bambino, tori selvaggi, tram, locomotive e molto spesso legioni di poliziotti”.

Poi vennero gli occhiali

Immagine articolo Fucine MuteNel 1917 nasce finalmente il vero Harold Lloyd nel più semplice dei modi, presentandosi al suo pubblico senza trucchi e travestimenti, salvo la trovata di tutta la sua vita, un comune paio di occhiali senza lenti e con la montatura di tartaruga. Saranno il suo simbolo per sempre: Harold doveva essere “un giovane timido, tranquillo, simpatico, facile a innamorarsi”. Era proprio il suo ruolo.
I produttori aumentarono subito la durata dei suoi film: dai brevi “One reel” o “Tworeels” (uno o due rulli di pellicola) si arrivò al metraggio normale di cinque o più rulli.

Fra il ‘20 e il ‘30 si apre nella vita di Harold un periodo molto importante. I cento e più film a corto metraggio della serie Lonesome Luke appartengono ormai al passato per lasciare il posto a veri soggetti, scritti apposta per lui, dove il suo personaggio è ancora al centro di storie avventurose, ma non più da semplice “clown”. Il giovane con gli occhiali e il sorriso imbarazzato si fa più sicuro e conquisterà gli spettatori di tutto il mondo.
Hal Roach è sempre con lui, e gli scrive dei soggetti idonei alla sua nuova immagine, mentre l’abile regista Fred Newmeyer li mette in scena nel modo migliore.

Immagine articolo Fucine MuteI titoli sono parecchi e ne citiamo qualcuno, tenendo presente che il titolo originale non è quasi mai tradotto fedelmente, ma adattato ai gusti italiani di quel tempo lontano: Grandma’s Boy (Il talismano della nonna, 1922), Doctor Jack (1922), Why Worry (Accidenti alla tranquillità, 1923), Girl Shy (Una ragazza timida, 1923), Safety Last (Preferisco l’ascensore, 1924), con la famosa sequenza della scalata a un grattacielo che ha alla sommità un grande orologio, e c’è Harold aggrappato a una lancetta, nel vuoto. In un altro film, di cui non ricordo più il titolo, Harold è coinvolto in truci avventure con la bieca mafia orientale della “Chinatown”: spaventi e lieto fine.
In tutti questi film, due gradevoli figure femminili: la prima è la biondina Mildred Davis, che sarà per alcuni anni la moglie di Harold. Poi avremo un divorzio e una nuova moglie-attrice (bruna, questa volta), Jobyna Ralstom, in parecchi film anche lei, e molto simpatica. Proprio in quel tempo, Harold è vittima d’un serio incidente di lavoro: l’esplosione d’una finta bomba durante una scena gli procura la perdita di due dita nella mano destra e una lieve ferita al volto. Non si darà assolutamente per vinto, e continuerà a recitare usando un guanto particolare, adattato alla mano infortunata

Un film del l925 conclude in bellezza la serie delle sue migliori interpretazioni: è The Freshman (Viva lo sport!), veramente la sintesi del suo spirito e della sua personalità comica. Qui Harold è uno studente “imbranato”, ed è la riserva senza speranze nella squadra di football del suo collegio. Invece deve improvvisamente coprire un ruolo importante nella partita finale, portandola per di più ad una trionfale vittoria. È tutto un succedersi di “gag” irresistibili.
Partecipa ancora a qualche film ma in pratica non fa quasi nulla per tutto il decennio. Nel 1930 il “sonoro” è ormai affermato, e lui non riesce ad accettarlo, non gli sembra adatto ai suoi personaggi. Interpreta Welcome Danger! (Viva il pericolo) girato in “muto” e poi sonorizzato in seguito: è lungo e un po’ noioso.
Immagine articolo Fucine MuteIl suo ultimo film farà seguito a parecchi anni dedicati soltanto alla produzione di altri registi, come Tay Garnett e diversi altri, senza la sua partecipazione personale. È invece presente come protagonista per Mad Wednesday nel 1946, da noi “Un mercoledì da leone”. Il mio giudizio su questo suo film conclusivo è del tutto insoddisfacente, a parte soltanto il fatto che vi è inserita la più famosa sequenza di The Freshman nel 1925, uno dei suoi capolavori.
Nel 1962 al Festival di Cannes viene presentata una selezione di scene tratta da molti suoi film nel passato. Una interminabile ovazione è il tributo entusiastico del pubblico a questo innocuo e caro personaggio, mai dimenticato.
Harold morì nel 1971. Aveva tre figli: Harold Junior, Peggy e Gloria. Raccontava sempre agli amici che senza i suoi fedeli occhiali, dei quali non aveva alcun bisogno, poteva andare a lungo per le strade senza essere individuato: una volta, in compagnia di due colleghi famosi, Fairbanks e la Pickford, ebbe difficoltà a entrare in un locale privato, perché aveva dimenticato a casa gli occhiali e nessuno lo riconosceva.

Eddie, cioè l’allegria

Come ho detto in precedenza, l’altro personaggio di cui vorrei parlare era legato completamente al “sonoro”. Questo fatto va inteso nei riguardi della sua bella carriera all’interno del cinema: ma Eddie Cantor era arrivato davanti alla macchina da presa avendo già acquisito un notevole successo come “Showman” sui palcoscenici del teatro leggero, a Broadway. Perciò è necessario presentarlo adesso in modo completo, affinché sia del tutto apprezzato dai nostri lettori.
Immagine articolo Fucine MuteEra nato a New York il 31 gennaio 1892. Il suo vero nome era Isidor Itskowitz, e i suoi genitori erano emigranti ebrei molto poveri venuti dalla Russia, fuggendo dalle persecuzioni zariste, come avevano fatto anche Berlin e Gershwin a loro volta. Il rifugio di tutti questi poveri fuggitivi era sempre New York, nel suo Lower East Side di Manhattan, un enorme quartiere sovraffollato di emigranti che volevano crearsi una casa e una nuova vita a tutti i costi.
Il piccolo Isidor non aveva praticamente conosciuto i suoi genitori: la madre era morta quando lui aveva un anno, e il padre, un violinista disoccupato, moriva l’anno dopo per una polmonite. Ma c’era la nonna Esther, vale a dire la Provvidenza: vedova, aveva un modesto negozio col quale provvedeva a sé e a questo nipotino che adorava, vedendolo crescere nel cuore del ghetto senza neppure finire la scuola. Nel 1907 il ragazzo cantava per le strade accompagnato da qualche amico, e si era inventato il cognome “Cantor” associandolo al nomignolo “Eddie”, molto più semplice per gli americani.
In quello stesso anno partecipa a un concorso popolare di canto, e vince un primo premio di ben cinque dollari. Nell’euforia di questa specie di trionfo riesce a ottenere una scrittura di cantante con la faccia nera, ma non ha fortuna, e occorre un secondo intervento della nonna per salvare la situazione. Va meglio il lavoro successivo di “Singing Waiter”, cameriere-cantante a Coney Island, che è un po’ la riviera sul mare della “lower class” newyorchese, cioè dei poveri o poco più.
Viene notano da Adolph Zukor, un abile imprenditore che con il socio Loew gestisce una promettente catena di “Penny Arcade”, piccoli locali nei quali si proiettano brevi pellicole comiche alternate con numeri di varietà. Ha molto successo, e aumentano le occasioni, tanto che nel 1912 viene reclutato in una compagnia tutta di giovani attori, il “Kid Kabaret”: lo aspetta una tournée di due anni, e il successo aumenta ancora.

Immagine articolo Fucine Mute

Al termine del contratto, realizza il più grande sogno della sua vita, sposandosi con Ida Tobias, la sua fidanzatina della prima giovinezza. E sarà uno dei matrimoni più felici in tutta la storia dello “Show Business”. Eddie avrà cinque figlie, tutte femmine, e in famiglia non vi sarà mai il minimo disaccordo. Allo scoppio della guerra, Eddie si impegna in molti spettacoli per i soldati, e la sua popolarità è al massimo. Il grande Ziegfield lo scrittura per le Follies del 1917 e gli fa un contratto di tre anni. Poi c’è qualche divergenza, e per un certo tempo è impegnato con i concorrenti Schubert: altro ricco contratto. Infine torna con Ziegfeld che lo vuole protagonista di Whoopee!, una delle riviste teatrali di maggiore successo d’ogni tempo, dal 1928 al ‘30.
Una frase molto semplice del suo segretario riassume perfettamente la situazione: “Eddie, you are now a millionaire!”. E anche la crisi mondiale del 1929 non intacca la sua inarrestabile vitalità, rafforzata dalla devota collaborazione di sua moglie Ida.

Cantor, con le sue canzoni e i suoi film

Nel l926 ha già avuto un breve approccio con il cinema: è la versione “muta” d’una sua divertente commedia teatrale presentata a Broadway assieme alla diva Clara Bow. Ma devono arrivare gli anni in cui il cinema sarà in grado di parlare e cantare, un’occasione da non perdere per un attore così dinamico, con una presenza in scena e una recitazione molto adatte al nuovo e dilagante spettacolo.
Quando inizia una canzone, Eddie la esegue con tutta la persona: canta, saltella, batte le mani, sgrana i suoi occhi “a palla” ruotandoli da tutte le parti. E la sua voce accompagna il tutto su un tono decisamente comico. Non ha bisogno di “partner”, perché le sue canzoni sono rivolte a tutti coloro che vogliono condividere la sua contagiosa allegria.
La sua canzone-simbolo è “My honey said yes-yes” (la mia diletta ha detto di sì), e chi ha potuto vederlo e sentirlo lo ricorderà sorridendo, anche tanto tempo dopo.
Il periodo che Cantor dedica al cinema è di circa dodici anni, con una totalità di altrettanti film.
Immagine articolo Fucine MuteLimitiamoci a ricordarne qualcuno: Palmy Days del 1931 (Il re dei chiromanti, nella versione italiana), con la canzone che abbiamo citato adesso, la regia di Edward Sutherland, e le delle sue bellissime “Girls” tutte in fila, ordinatissime e sempre sorridenti.
Qualche altro film: The Kid from Spain (Il re dell’arena) e Roman Scandals (Il museo degli scandali), del 1932-33, poi Strike me pink del ‘36 con la deliziosa Ethel Merman e il titolo italiano di “Coniglio o leone”. L’elenco può continuare, ma fermiamoci qui sottolineando ancora una volta l’assurdità dei titoli italiani in stile “Corriere dei Piccoli”.
Chiude la serie delle pellicole molto divertenti, If you know Susie, e anche qui, come nel film iniziale sulla ragazza che diceva “yes-yes”, tutti per molto tempo fischietteranno il motivo su questa Susie sconosciuta.

Questi Musical per il cinema erano amministrati da Samuel Goldwin, che era sulla giusta via per diventare uno dei maggiori magnati dello schermo, mentre Cantor, circondato dalle “Goldwin Girls” di Busby Berkeley e interpretando i suoi migliori personaggi giocosi, lo seguiva su questo percorso verso il successo.
Dopo Susie, Cantor lascia il cinema, ma continua a scrivere canzoni che subito diventano familiari al pubblico, tanto da essere subito riconosciute come “Cantor’s Songs”, senza neppure sapere il loro titolo. Sono gli anni della radio, dove Eddie sarà al centro delle trasmissioni più richieste, con periodicità settimanale o mensile. E poi la televisione segnerà il vertice della sua carriera.
Va segnalata anche una sua occasionale ricomparsa nel cinema, con tre film in cui fa brevi apparizioni “as himself”, cioè in persona, e nel l954 gli viene anche dedicato un film biografico, The Eddie Cantor Story. Ma l’attore che deve interpretarlo, di nome Keefe Brasselle, non è del tutto convincente: non si può far rivivere una specie di sosia inutile.
Immagine articolo Fucine MuteEddie ha scritto articoli seri e libri umoristici di grande successo. Ma la sua reputazione, al di fuori dello “Show Business”, è legata innanzitutto alle opere di beneficenza. Non rifiuta mai una richiesta d’aiuto, in specie durante la guerra, per gli ebrei fuggiti dalla Germania: organizza delle recite e mette insieme delle associazioni culturali d’ogni specie.
Quando non lavorava, era sempre a casa con la sua Ida e magari qualcuna della figlie. Ospitava con gioia gli amici, ma non fumava e non beveva alcolici.
Nel 1953 ha una prima crisi cardiaca, e da quel momento va soggetto a delle spiacevoli ricadute, con l’aggravante di una calcolosi renale.
Muore dieci anni dopo, nel 1964, per un’occlusione coronarica. Qualche anno prima aveva ricevuto personalmente dal presidente Johnson una medaglia “For his service to the U.S. and the humanity”.
Il piccolo grande comico non canterà più per “Susie”.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Un’interruzione (atto di)

Romanzo giallo o romanzo picaresco?

Non c’è più scampo e Carte in...

Delitto in cielo e La serie infernale

Jackson Pollock e la musica

L’altro volto della speranza

Il linguaggio di Boris Vian

Vita da commessa

Jackie

Frank Cho: Un sacerdote in meno, un fumettista in...

Tuono Pettinato: Fumetti stondati con contenuti storti

Agatha Christie e i film gialli tratti...

Romina Moranelli: Pin up italiane

Paesaggio e Sublime

Andrea Sorrentino: Dai giochi di ruolo ai supereroi

Fabiano Ambu: Un’iniziativa meritevole: IT Comics e i suoi...

Il cliente

Eugène Scribe: ascesa e caduta di un...

Nicola Genzianella: Un artista tra Bonelli e fumetto francese

Ugo Bertotti: Dalle riviste d’Autore ai graphic novel

Minutaglie: sei libretti per adulti e bambini

Alex Ross, musicologo e scrittore

Anna Brandoli: Il ritorno del Mago di Oz

Dario Fo e Georges Feydeau: La farsa...

Assassinio sull’Orient Express e Tragedia in tre...

Casomai un’immagine

pas-13 sir-33 viv-06 viv-16 pck_02_cervi_big pck_03_cervi_big pck_12_cervi_big 02 piccini_13 piccini_16 piccini_20 21 akroama czkd1 oktana1 tyc3 01-garcia Otrok50 pm-04 murphy-02 murphy-30 murphy-32 galleria08 16 sla-gal-3 sla-gal-6 vivi-10 Padiglione Italia Dog Eat Dog refused-36