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Cinema

Maria Sole Tognazzi

Un attimo di Sole

Tutto ciò che è stato,
se lo abbiamo visto quando era,
quando se ne va è tolto da dentro di noi.
alla fine rimane ciò che e’ rimasto di ieri e
ciò che rimarrà di domani:
l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere
sempre la stessa persona ed un’altra.

Fernando Pessoa

Immagine articolo Fucine MuteTiziana Carpinelli (TC): In occasione della presentazione al Festival internazionale di Maremetraggio del film Passato Prossimo e del corto Non Finisce qui, ci troviamo a parlare con la regista Maria Sole Tognazzi.
Maria Sole, i protagonisti del tuo film d’esordio sono sulla soglia dei famigerati trent’anni, un’età che ha trovato ampio spazio nella cinematografia italiana contemporanea, eppure il tuo non è l’ennesimo film sulla crisi generazionale dei trentenni, bensì una pellicola sul disagio universale dell’uomo di fronte all’ineluttabilità del cambiamento e della metamorfosi.
In qualità di sceneggiatrice, oltre che di regista, ce ne puoi parlare?

Maria Sole Tognazzi (MST): Certamente. Sono contenta che nonostante il film parli effettivamente di persone sulla soglia dei trent’anni, si riesca a scostarsi dal filone del film generazionale: non perché ci sia niente di male nel fare un film su questa tematica, ma perché non era proprio nelle mie intenzioni raccontare i trentenni; volevo descrivere semplicemente una storia di cinque amici che si incontrano in due momenti diversi della loro vita e che sono legati fra loro da quel comune denominatore che è appunto la paura di abbandonare i ricordi, il passato, e il timore del distacco in generale.
È un film che parla di ricordi, ma è soprattutto un film che parla di distacchi; infatti, ognuno dei personaggi si trova a vivere l’abbandono rispetto a qualcosa o a qualcuno con difficoltà, e questa è stata la motivazione che mi ha spinto a scrivere il film.
Il fatto che, in un secondo tempo, il lungometraggio sia diventato un film che parla di una generazione è chiaramente dovuto alla circostanza che gli attori hanno tutti la mia età. Ed è un film che io ho scritto pensando a loro; per questo tutti i protagonisti sono stati scelti sviluppando la sceneggiatura e hanno tutti quanti su per giù trent’anni; allora è chiaro che il modo di esprimersi, di muoversi rappresenti, tuo malgrado, una generazione.
Ti ringrazio per aver detto ciò perché credo che la cosa più importante sia che la pellicola possa arrivare a tutti e che non sia solamente dedicata, tra virgolette, ad un certo tipo di giovani.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: Hai definito il tuo lungometraggio “malincomico” e in effetti dalla pellicola emerge un umorismo che spesso si conclude con una risata amara: il richiamo a tuo padre è immediato. In che misura senti il peso della sua influenza quando sei dietro la macchina da presa?

MST: Allora, intanto il termine “malincomico”, che a me piace molto, è stata un’idea del mio montatore Walter Fasano, che stimo molto e che ringrazio sempre perché ha dato un grande contributo al film; un giorno, parlando, mi ha detto: “Ho scoperto che il tuo film può essere definito così: è un film malincomico”.
La cosa mi divertiva molto, perché oggettivamente la parte malinconica e amara del film era una parte a cui io tenevo particolarmente e per quanto riguarda quello che tu mi hai detto, è un bellissimo complimento…Diverse persone hanno asserito che l’eredità di mio padre si vede soprattutto attraverso il lato ironico del film e perciò credo, in questo senso, di aver non solo assorbito un certo tipo di umorismo che era quello caratteristico dei film che facevano un tempo i grandi attori, ma anche l’ironia della personalità di mio padre.
Io lo ricordo con una vena di ironia particolare e forse, in un certo senso, io l’ho, mio malgrado, acquisita e riversata nel lungometraggio.

TC: Il frequente e sapiente uso dei piano sequenza fornisce a “Passato Prossimo” una dimensione fortemente introspettiva e a tratti quasi poetica, che ti consente di rappresentare in maniera efficace la paura dell’immobilità e della cristallizzazione delle emozioni umane: quanto di autobiografico c’è in questa rappresentazione?

MST: Per prima cosa voglio dirti che i piani sequenza che ho utilizzato nel film avevano una loro motivazione peculiare, e cioè quella di seguire questi personaggi il più possibile senza stacchi, proprio per lasciar loro la libertà di creare un’energia importante dentro questo contenitore simbolico che è la casa.
Generalmente, l’attore tende a seguire la macchina da presa nei movimenti, lasciandosi guidare dai segni e dalle luci, ed è in fondo non così libero di muoversi. Allora il piano sequenza, che implicava appunto fare delle scene senza interruzioni, mi ha aiutato a legare innanzitutto gli attori nel loro rapporto — e quindi aveva una funzione mentale — ma poi soprattutto mi ha permesso di consentire la libertà di movimento all’interno di questo contenitore “casa” che è il luogo del film .
E per quanto riguarda l’aspetto autobiografico… A’ voja, sì, sì! Il lasciarsi andare, la libertà, la voglia di essere quello che si è, sono le emozioni che mi hanno spinto, ad esempio, a creare il personaggio di Valentina e il legame che lei ha con il suo cane, perché è chiaramente più semplice amare un cane che una persona, e soprattutto perché, nel momento in cui non riesci ad aprirti totalmente ad una relazione con un uomo, come nella fattispecie, da qualche parte quella tua dose d’amore deve comunque andare a finire, e lei sceglie così di riversarla su questo cane come se fosse un essere umano.
E, ahimè, questa parte è un po’ autobiografica perché io effettivamente ho un cane (che poi è quello del film) su cui ho, soprattutto un paio d’anni fa, veramente concentrato tutto il mio amore, con il terrore che potesse abbandonarmi o scappare, e anche tutta la parte del film in cui Valentina ha il terrore che il cane possa fuggire dalle porte o altre situazioni analoghe, esprime una circostanza molto personale.
Ad ogni modo, tutto il film nasce da delle emozioni e da delle osservazioni che ho fatto durante la mia vita fino ad oggi e i personaggi sono nati proprio da quelle emozioni e da quelle osservazioni, che descrivono in realtà i sentimenti che racconto nel film.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: Non è un caso dunque che il cane si chiami Filippo come il fidanzato di Valentina….

MST: Sì, sì! Quella, devo dire, era una battuta era che mi divertiva molto! Il mio cane in realtà è una femmina e si chiama Gilda, ma quando ho immaginato questo rapporto di Valentina con il cane e con il veterinario, mi divertiva che si chiamassero entrambi con lo stesso nome.
Perciò, in verità è una battuta che abbiamo messo così, per divertimento…Ho cambiato sesso al mio cane, che ha avuto anche dei problemi…(!)

TC: In effetti è risultato molto divertente… Un’altra cosa sempre a proposito di Passato Prossimo: la casa rappresenta in ogni cultura le radici, la parte immutabile del proprio io, il luogo di provenienza, l’origine del nostro modo di essere. Nel tuo film tutte le metamorfosi e i travagli emotivi avvengono all’interno della villa, quasi volessi dire che i cambiamenti sono sempre all’interno di noi stessi e che in realtà il contributo dell’ambiente esterno è minimo. Metaforicamente parlando, allora il nostro modo di relazionarci dipende da come abbiamo trovato allestita la nostra casa?

MST: La casa è importantissima nel film, perché rappresentava in realtà un simbolo.
L’apertura della casa e la chiusura della casa era proprio l’apertura di un momento di vita e la chiusura di un momento di vita, cioè rappresentava il cambiamento.
Anche in questo caso c’è una parte autobiografica molto forte, che è l’attaccamento effettivo che io ho per la mia casa di campagna: sono infatti cresciuta in una villa simile a quella del film (che ancora possiedo) e ho sempre pensato che se avessi dovuto chiuderla oppure venderla, per me sarebbe stato un trauma, perché quella casa rappresenta, proprio come dici tu, le mie radici, e l’ho utilizzata proprio per questo come simbolo per descrivere un momento di vita; allo stesso tempo però ha una sua importanza in quanto luogo effettivo, per cui sì, sono d’accordo con quello che dici tu: non è un caso che alcune trasformazioni siano avvenute proprio lì, e cioè che questi ragazzi io li abbia messi nella casa e non, che ne so, dentro ad un luna park!
In fin dei conti è un film di dialoghi e di persone che si incrociano, perciò poteva anche avere un’ambientazione differente, ovvero i protagonisti potevano incontrarsi in un altro posto ma, pur senza averci pensato troppo, l’ambiente scelto ha di per sé assunto un significato più profondo.

TC: Nella parte finale del film omaggi il poeta Pessoa: quali sono stati i tuoi modelli e a chi ti ispiri quando sei dietro la macchina da presa?

MST: Pessoa è uno degli scrittori che ho letto durante i miei vent’anni e che ho amato moltissimo.
Quella frase (Tutto ciò che è stato / quando se ne va è tolto da dentro di noi, ndr) l’ho aggiunta in un secondo momento alla fine del film: non era in sceneggiatura però a distanza di un paio d’anni da quando avevo scritto Passato Prossimo, mi sono ritrovata con un altro libro di Pessoa tra le mani che, tra l’altro, avevo già precedentemente letto, e ho capito che quelle parole esprimevano esattamente ciò che volevo dire attraverso il film; allora ho pensato che, più che un omaggio, poteva essere bello poter mettere questa frase a conclusione della pellicola.
Per quanto riguarda l’ispirazione, ogni cosa colpisce la mia attenzione. Tutto ciò che è presente all’interno del film mi è stato ispirato da qualcosa o da qualcuno, a partire dalla musica, e quindi Nick Drake, che ho ascoltato tantissimo quando avevo vent’anni, o dai libri ancora Pessoa, che ho letto assiduamente, oppure dai film che ho amato e che cito in Passato Prossimo, da Festen, a cui mi ispiro quando Paola Cortellesi, prima di parlare esegue il rito del bicchiere, una tradizione tipica dei paesi nordici, alla citazione de Il Grande Freddo, un film che ho amato e che mi ha influenzato e mi è piaciuto tanto quando ero più giovane; insomma ogni cosa è per me fonte d’ispirazione e credo di assorbirla senza rendermene conto e di assorbire pure tutto ciò che mi emoziona o mi colpisce, riuscendo, come nel caso di questo film, a rielaborarlo in un secondo momento, a mio modo.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: Cosa ha significato per te avere degli attori che, oltre ad essere molto capaci, erano anche i tuoi amici? È questa una circostanza che si ripeterà?

MST: Lavorare con gli amici è sempre un’arma a doppio taglio, però è sicuramente molto piacevole e bello; credo di sì, credo che mi piacerà riprovare a lavorare con persone che conosco e che stimo e mi incuriosisce anche l’idea di lavorare con attori che non conosco assolutamente.
Ripeto è un’arma a doppio taglio. Noi personalmente ci siamo tutti divertiti molto: c’era un clima piacevolissimo sul set perché, come ho già detto, il film io l’ho scritto pensando proprio a questi attori che successivamente sono andati ad interpretarlo, e sono stata in realtà molto fortunata a poterlo fare proprio con loro.

TC: L’inizio del corto Non finisce qui è particolarmente lirico e struggente. La telecamera dal basso inquadra il cielo e infonde un senso incombente d’inconoscibile e di infinito; il protagonista percorre la città inseguendo un carpe diem che non trova e oscilla tra pulsioni che non si consumano, come la sigaretta che accende e spegne ripetutamente. Dove ti collochi tra cogliere lo smarrimento dell’uomo attuale e ricercare una spiritualità che fornisca le risposte che non si riescono a trovare?

MST: Quando ho scritto quel cortometraggio attraversavo un mood simile a quello del protagonista. Era indubbiamente un momento difficile della mia vita, in cui avevo una visione molto grigia, scura.
Non stavo molto bene e quel cortometraggio raccontava in realtà la giornata di un ragazzo che in un certo senso si è perso e che seguivo dall’alba al tramonto.
Incomincia con il cielo perché c’è un ricerca di spiritualità anche nel protagonista e con una statua che indica un diario posto a terra. In questo diario ci sono i pensieri di Gianmarco (ndr: Gianmarco Tognazzi) che cominciamo a seguire durante questa giornata e che metaforicamente arriva ad un decisione di fine e che teoricamente si suicida gettandosi nel mare; ma io ho sempre immaginato quella fine come un inizio, come la conclusione di un momento drammatico; infatti lui si suicida andando verso il sole.
Sì, c’è, all’interno di quel cortometraggio, la ricerca di una propria spiritualità ed è stato ciò che mi aveva portato a scriverlo.

Immagine articolo Fucine Mute

TC: Sappiamo che hai al tuo attivo esperienze e collaborazioni multiformi: hai lavorato come assistente e aiuto alla regia in diverse opere cinematografiche, hai diretto spot e videoclip, tra cui il bellissimo L’eccezione di Carmen Consoli, hai fatto teatro e hai anche vinto un Globo d’oro per il miglior cortometraggio con C’ero anch’io. Quanto ha inciso la dimensione del cambiamento nella tua vita professionale? Il lungometraggio rappresenta un atteso approdo o un nuovo punto si partenza?

MST: Be’ no, devo dire che è un approdo. Ho fatto tutte quelle cose e i corti prima, mentre il video di Carmen Consoli, l’ho girato dopo il film; e sui video mi piacerebbe ancora lavorare perché amo molto la musica: è divertente.
Credo che mi piacerebbe fare anche alcune pubblicità, una l’ho girata da poco, perché comunque è una palestra per continuare a sperimentare, a fare il tuo lavoro, e tenerti un po’ allenato.
Però, sì, il lungometraggio è la meta, la destinazione finale. A me piacerebbe fare i film, punto.
Non credo che tornerei a fare i cortometraggi, ma non perché sia un passo indietro, poiché quelli effettivamente mi hanno portato a fare il film, erano delle prove per riuscire ad arrivare a fare il mio film. E mi piacerebbe continuare a fare dei lungometraggi.

TC: Visto il gradimento del pubblico e la delicatezza poetica delle sequenze che hai ritagliato, avremo presto il piacere di rivederti dietro la macchina da presa?

MST: Adesso ho in mente un soggetto su cui stavo lavorando già da un po’ di tempo e del quale non scendo nei dettagli perché è ancora in elaborazione; e comunque tratta del karma e dei percorsi del destino che talvolta facciamo.

Passato Prossimo, lungometraggio d’esordio della regista Maria Sole Tognazzi, raccoglie le riflessioni, i ripensamenti e i timori di cinque amici, Claudia (Paola Cortellesi), Andrea (Claudio Santamaria), Edoardo (Ignazio Oliva), Carola (Valentina Cervi) e Gianmaria (Claudio Gioè) che si trovano a trascorrere un fine settimana in una villa di campagna poco fuori Roma.
L’incontro nella casa, che di lì a poco verrà venduta e nella quale gli amici avevano trascorso anni prima piacevoli momenti, è l’occasione per guardare dentro se stessi, vedere dove si è giunti e qual è il bilancio dei primi trent’anni.
La spensieratezza del passato, gli slanci della giovinezza, l’intensità del vivere sono trasportati in vivide immagini attraverso l’espediente del flashback che rappresenta una sorta d’incursione felice nel ricordo.
Una storia onesta e realista, percorsa da un’ironia brillante e a tratti pungente, capace di raccogliere la delicatezza del cambiamento e il coraggio di confrontarsi.

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