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Palcoscenico

Armando Punzo

Il teatro delle diversità

Fabrizio Maurel (FM): Quali testi cercare per operare sul teatro, per sottrarre il teatro al teatro: è necessario cercare quello che non ci rassicura? Brecht, Nietzsche e le tue “cose fatte” sono come dei vagoni che attraversano le stazioni del teatro, e hanno in sé qualcosa di sensuale, di mortale, di mai finito. Eppure ogni attimo sembra quello definitivo…

Armando Punzo (AP): Abbiamo cercato testi che vengano da filosofi, fossero poetici, che non fossero conclusivi, che non dessero delle risposte in un solo senso, e che lasciassero aperta l’immaginazione, anche del pubblico. Questo è uno dei testi che mi ha colpito tantissimo, e che mi è piaciuto mettere all’ interno di questo lavoro.

FM: Uno degli attori a un certo punto dello spettacolo dice: “Io crederò solo a un dio che sa danzare, danzare…”. In queste poche parole ho visto tutto l’evento, tutto il sogno-fatica dell’uomo; una nuvola di filo spinato, leggera e dura, luminosa, volante e flagellante

Immagine articolo Fucine Mute

AP: L’immagine di un dio che uno può avere, o che noi abbiamo normalmente, è un po’ diversa. E quindi mi interessava valutare, in questo lavoro dove sembra che saltino tutti i valori, tutte le possibilità del nostro vivere sociale, per trovare una soluzione migliore. è evidente che devono entrare delle parole e delle provocazioni per poter riflettere su questo. Infatti molti testi che Brecht pronuncia come personaggio dentro questo spettacolo vengono da Nietzsche, e sono anche dei discorsi abbastanza terribili in virtù di come noi li abbiamo montati. E però in qualche modo le parole sembra rispecchino difficoltà che non sono nostre, non sono di Brecht sicuramente, ma che potresti sentire all’angolo di una strada, fra la gente, e che ci ricordano il mondo in cui stiamo vivendo oggi.

FM: Un teatro come luogo dove poter distruggere quello che ci sembra sottragga vita alla vita. Nessun discorso importante, nessuna pedante ricerca di senso. Essere per fare? Allora un teatro come un mondo possibile, oppure il teatro è realmente un mondo proprio perché manifesta ciò che sembra impossibile?

AP: Secondo me sono contemplate entrambe le possibilità: il teatro come un mondo possibile, a volte apparentemente l’unico possibile. In questo spettacolo è forte questo tipo di discorso, cioè nel momento in cui vengono meno altre possibilità sembra che l’unico modo sia il parlar falso del teatro, che però diventa un parlar vero, perché è un modo per dire delle cose che sono dentro di noi; un po’ come verità riconosciute da tutti, e tuttavia velate da false parole, da un modo di intendere la vita “fuori” in maniera ipocrita, falsa, falsata. E quindi il teatro è anche un modo per riappropriarsi, invece, di una parola più vera, tale perché comunica le necessità degli uomini.

Immagine articolo Fucine Mute

FM: Gli altri detenuti cosa pensano dei detenuti-attori? Come vivono i detenuti-attori questa esperienza? Armando Punzo è detenuto? I tuoi “attori” sembrano avere una strana paura: è questa che li fa così essere nell’agire? Sono come sotto al diluvio di un sole nero, e sudano, sogni sottili sottili… taglienti come lame di vertigini. Quale conto alla rovescia esiste per loro? E quella gioia, esaltazione di fine spettacolo? Colpisce…

AP: Cosa vivono gli attori-detenuti… Sì, io ho avuto bisogno di recludermi, di limitarmi, di costruirmi delle mura che mi potessero contenere; quella di avere un microcosmo al cui interno mettere alla prova il teatro era, ed è ancora, la mia esigenza personale che poi diventa artistica se si vuole, quindi è evidente che mi sono autorecluso. Questa è stata una delle scelte importanti della mia vita. Non so cosa si aspettino i detenuti… Io credo sia un problema di teatro: e poiché il teatro è una delle azioni umane più potenti, è evidente che questa cosa ha coinvolto molti di loro. E anche se non comprendono il perché del fare teatro, sono presi totalmente, si sentono rimessi in discussione, li fa sentire vivi, fa riscoprire loro la propria vita. Questo è il fatto importante che avviene lì dentro, al di là dello spettacolo e del festival. È un qualcosa che dà loro molto, ma non in quanto detenuti: a me e a molti attori, non tutti, il teatro dà moltissimo. Noi viviamo tutto l’anno in carcere, e passiamo intere giornate insieme; è evidente che a un certo punto c’è un riconoscimento, c’è un modo per far emergere un ringraziamento reciproco, e si manifesta nell’euforia di fine spettacolo. è una cosa che sinceramente m’imbarazza e non mi fa sentire tranquillo: certo io sono importante, ma tutti i progetti li condividiamo fino in fondo. E poi non è una situazione che io cerco, mi fa piacere che venga ricosciuto quello che faccio e basta.

FM: Il piacere di fare come un principio che ancora resiste. Un teatro come un deserto caldo e quasi avverso, pieno solo di sabbia e aria, privo di punti fissi, vivibile perché non edificabile; contro l’abusivismo dell’esistere. Sembri un poeta muto che grida e canta attraverso pensieri fisici, una meccanica dello spirito che produce rumori, di fondo, che spinge costringe a spogliare l’ascolto, a togliersi le orecchie per ascoltare… E a far emergere una “potente fragilità” , nel tuo lavoro e nel lavoro del gruppo di attori.

AP: Sono anni ormai che cerco una nuova visione del mondo, dove cerco di raccontare questa sensazione, a volte terribile e a volte affascinante, d’impossibilità d’intervento sul mondo per modificarlo, e questa impossibilità, come tentativo, la si ritrova nei miei scritti e nel mio lavoro… Fragilità… Come si fa a non essere fragili in un mondo così, come ci si può sentire forti? Personalmente non mi sento fragile, ma girando nel mondo e vedendo che ognuno va per la sua strada, separato, diviso, si prova una sensazione terribile. è difficile, ma io ho bisogno di rivivere il mondo che vivo tutti i giorni: come dire, di riattraversarlo, di filtrarlo, di farlo rivivere in un altro modo. Questa può essere una condizione poetica, ma non sono uno scrittore di parole, anche se intervengo con la parola: il mio percorso è più legato ai corpi, ai volti, alle voci e ad altre possibilità.

Immagine articolo Fucine Mute

FM: Niente dialoghi, il pubblico sempre messo direttamente in causa…

AP: Io non riesco ad immaginare che tutto quello che faccio poi non abbia un pubblico. Per quanto anomalo, questo teatro è un teatro, ed ha bisogno del pubblico: anche poco numeroso, ma ha bisogno del pubblico. Tutto ciò che faccio, lo faccio per me, sicuramente, e per le persone con cui lavoro, ma è soprattutto in direzione di un pubblico a cui poter raccontare quello che penso.

FM: Dare vivo movimento alle necessità… Un teatro che si formi negli uomini, un andare e venire tra arte e vita: arte come pratica per miracolare la vita? Per illuminare l’interno delle cose piuttosto che il loro esterno?

AP: Credo che quello che sia importante è di far emergere altri corpi, altre voci, altri spazi altre possibilità per il teatro: far emergere delle biografie. è come concedere una sorta di spazio a persone che sembra non ne debbano avere. Perché a determinate persone, e non sto parlando solo dei detenuti, viene negata la possibilità di avere una loro scena. Questo è uno dei motivi del teatro in carcere: dare la possibilità di avere scena, dare spazio a determinati uomini. Io sono Armando Punzo, ho 44 anni, da quindici anni lavoro nel carcere di Volterra, dove è nata questa compagnia che si chiama la “Compagnia della Fortezza”, che lavora tutti i giorni all’interno del carcere di Volterra; sono anche direttore del festival “Volterrateatro”, un festival che si occupa prevalentemente di teatro contemporaneo, uno dei pochi festival rimasti dove poter vedere e incontrare artisti che hanno ancora voglia di rischiare e sperimentare nel loro lavoro. Questa è una cosa che riteniamo necessaria, e quest’anno il festival è dedicato ai teatri impossibili, a tutti i teatri impossibili. Anche quello fatto in carcere all’inizio sembrava una cosa impossibile: i fatti hanno smentito tale pensiero.

I 15 anni di teatro della Compagnia della Fortezza sono un momento di festa, ma anche lo stimolo per fare il punto della situazione su un teatro che nell’ultimo decennio ha completamente trasformato il concetto del “fare teatro” scardinando argini, superando barriere e confini culturali, aprendosi e aprendo ambiti mai esplorati per pudore o razzismo intellettuale.
Storie di uomini di teatro e di cultura che in questi anni seguendo piccolissimi o grandissimi progetti “impossibili” hanno pagato sulla propria pelle e a caro prezzo, il loro volere a tutti i costi raggiungere la verità, la vera essenza del teatro. E della vita.


(fonte: www.volterrateatro.it)

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