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Palcoscenico

Enrico Luttmann

Sonno – delirio in un atto

La stagione estiva del Teatro Romano di Trieste presenta quest’anno un cartellone ricco di spettacoli di teatro e musica. Oggi sono in compagnia di Enrico Lutman e Marco Casazza che sono rispettivamente l’autore e il regista dello spettacolo “Sonno, delirio in un atto”, che andrà in scena a settembre, al Teatro Romano. La stagione è prodotta dalla provincia di Trieste. Questo spettacolo è già andato in scena a Trieste prima al Museo Revoltella e poi alla Sala Bartoli del Teatro Rossetti: è prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.

Immagine articolo Fucine Mute

Corrado Premuda (CP): Enrico, com’è nata l’idea di “Sonno”?

Enrico Lutman (EL): L’idea di “Sonno” è nata da un racconto, che io peraltro non ho mai letto. Un mio amico mi disse di questo racconto che stava scrivendo, su un uomo che per lavoro andava a provare i materassi nei grandi magazzini, e dormiva tutto il tempo, per vedere se questi materassi funzionavano. L’idea dell’uomo che dorme mi ha coinvolto e mi ha fatto pensare: “Mettiamo che dorma in una situazione assurda, paradossale.” Mi è venuto in mente il museo, e da lì è partita questa storia: io di solito quando scrivo non penso mai a una storia prima di cominciare; ho un’idea vaga di quello che succederà ma molto vaga. Lascio vivere i personaggi e vedo come vanno avanti, come si muovono. Io ho sempre uno spunto più che un’idea ben precisa. Dunque, è nato in questo modo, da un’idea vaga.

CP: Marco Casazza, che difficoltà c’è a portare lo spettacolo all’aperto? L’ultima volta era in Sala Bartoli, ora è all’aperto…

Marco Casazza (MC): All’aperto credo che cambierà il rapporto con il pubblico, anche se in Sala Bartoli era già molto stretto. Cambierà l’acustica. Speriamo che il Teatro Romano abbia, come ci hanno promesso, un’acustica che funziona. Per il resto, in Sala Bartoli avevamo scelto una prospettiva a punta, nel senso che il pubblico stava in diagonale rispetto alla sala e c’era una specie di punto di fuga nella scenografia. Il Teatro Romano ha una forma sua, le persone staranno in questa specie di semicerchio e cercheremo di costruire la struttura a punta con la scenografia: non avremo qui quello spazio che costruiva una specie di galleria d’arte, con quelle mura blu, i tubi in alluminio e le strutture elettriche a vista. Lo spazio raccontava fin da subito una scena da museo. Spero che con la scenografia, quella che sta sul palcoscenico, non perderemo questo spazio un po’ avvolgente. C’è un’opera dell’artista che è un grande video che là veniva proiettato su un muro e accoglieva il pubblico mentre entrava: quindi già il pubblico entrava come se ci fosse un’esposizione delle opere dell’artista che poi sarebbe entrato in scena. Qua non ho capito dove lo potrò proiettare, però mi piacerebbe ricostruire un piccolo percorso almeno per le persone che entrano, in modo da farle entrare in uno spazio che è un po’ già galleria d’arte, un po’ teatro, non si sa bene: abbiamo giocato un poco su questo spazio ambiguo.

CP: Enrico, per molti l’arte contemporanea è indecifrabile, per te è fonte di grande ironia, di momenti surreali, non è così?

EL: Sì, l’arte contemporanea è indecifrabile, per me lo è stata per molto tempo, per cui proprio con uno degli attori, Lorenzo Michelli, organizzatore di mostre e laureato in arte, che nello spettacolo recita il ruolo del critico d’arte, ho discusso a lungo su che cos’è l’arte moderna. Cosa è arte e cosa non lo è. Parte dello spettacolo la devo anche a lui, perché questo ragionare sull’arte è un discorso che continua a interessarmi. All’interno di questo spettacolo mi piace giocare con l’arte, mi piace prenderla in giro e riderci sopra con tutto il rispetto, ci mancherebbe altro… Sono stato molto contento che alcune persone che lavorano nei campi dell’arte moderna mi abbiano fatto i complimenti, dicendomi: “Che bello poter ridere anche dell’arte, non prenderla sempre così sul serio. Ci si può anche ridere sopra, anche ridere è arte”.

CP: Marco, in questo spettacolo, “Sonno”, tu dirigi alcuni giovani attori triestini che sono comunque già affermati. Oltre a voi due che avete dei ruoli, ci sono Andrea Orel, Adriano Giraldi, Mariella Terrani, Paola Bonesi, Alessandro Nizzi e Lorenzo Michelli che interpreta se stesso. Com’è stato dirigere questo gruppo di attori triestini?

MC: È stato bellissimo. Intanto, era la mia prima regia e c’era tutto l’entusiasmo della novità, di poter mettere le mani dall’altra parte sul materiale umano compreso me e lui, su persone che conoscevo bene. Erano già tutti degli attori con cui avevo lavorato o condiviso dei pezzetti di percorso già in passato e quindi sapevo di condividere un linguaggio comune e questo mi ha aiutato moltissimo e tutti quanti hanno aiutato moltissimo in tutto quanto il progetto. Io non sono stato e non sarò mai un regista di quelli che arrivano con tutto nella testa per buttarlo sopra agli attori che devono soltanto eseguire. Mi piace lavorare insieme agli attori, proprio perché per tanti anni ho fatto l’attore e continuo a farlo. Il modo in cui anche a me da attore piace lavorare con il regista è proporre qualcosa al regista e lavorare insieme.

Così ai ragazzi ho proposto qui questo tipo di lavoro e mi è piaciuto vedere che certe idee che proponevo a loro, le sviluppavano. è stato un lavoro di gruppo, veramente, con ciascuno le sue specificità e particolarità. Non c’è stato quel rapporto di vecchio stampo, in cui il regista dice all’attore cosa deve fare, come deve entrare e dove deve sedersi. C’è stato un gran entusiasmo nel complesso, una grande vitalità.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: Enrico, tu sei autore del testo e reciti anche nello spettacolo. Non hai resistito fino in fondo a prender parte a questa tua opera?

EL: Avrei resistito molto volentieri. Io nasco come attore, sono diplomato all’Accademia filodrammatici di Milano, ho recitato per molti anni e ad un certo punto mi sono ritirato. In questo contesto, lui mi ha proposto di fare il ruolo dell’artista e mi sono ritrovato catapultato sulla scena di nuovo per l’ennesima volta. Mi sono divertito perché recitare è e rimane il mio primo amore e come tale ci sono affezionato, amo molto recitare, però non mi appartiene più, l’ho fatto con la fatica di una cosa che non mi corrisponde poi tanto. Mi sono molto divertito anche per il discorso che faceva Marco prima, eravamo cioè un gruppo di amici ed era molto piacevole recitare perché era un modo di stare insieme agli altri. Nessuno di noi si è comportato né lui da regista né noi solo da attori. C’è stata una gran voglia di collaborare, di stare insieme e di divertirsi insieme. Questo si è sentito nello spettacolo e per me è stato molto importante. … Dopo otto anni, tornare sulle scene per trovare degli attori che ti ostacolano e non ti aiutano sarebbe stato per me traumatico, invece così è stato molto più facile di quanto all’inizio credessi.

CP: Tu, Marco, sei stato impegnato nel doppio ruolo di regista e attore. Mi dicevi che è stato un po’ difficile dirigere e poi inserirsi nello spettacolo.

MC: Io ho visto lo spettacolo sempre dall’esterno, durante le prove. Il vantaggio è che io mi sono tenuto il ruolo dell’uomo che dorme… dell’uomo che si addormenta, per cui le mie azioni e i miei interventi nello spettacolo sono veramente limitatissimi, quattro momenti in cui devo fare degli interventi quasi automatici e quasi impercettibili che servono a far andare avanti l’azione. Per il resto sono lì seduto con gli occhi chiusi e lo sforzo principale è restare immobile: non ridere se entra un effetto comico riuscito e scatta l’applauso; una volta è successo che proprio Lorenzo, un non attore, si è preso un applauso a scena aperta e questo è un trionfo! Essenzialmente, dovevo stare fermo e dunque ho chiesto a uno di loro di mettersi a turno lì per vedere che effetto faceva avere un corpo più o meno inerte che viene manipolato e spostato a seconda dei vari momenti dell’azione. Poi però ho dovuto all’ultimo momento mettermi lì e quindi mi veniva fatto tutto quello che avevo deciso venisse fatto al povero manichino che a mano a mano si era a turno prestato a quel ruolo. è stato un po’ spiazzante perché non avevo mai provato, sembra una stupidaggine ma anche per stare un’ora completamente fermo un po’ di prova mi avrebbe aiutato… ma è andata molto bene lo stesso, il più grande problema era non andar fuori da questa immobilità anche perché come regista sento tutto lo spettacolo, il tempo che uno a preso, quando dovrebbe accelerare e così via… Faccio molta fatica, ovviamente, a lasciar andare un po’ il controllo e a smettere di “vegliare” sulla creatura. Però è molto bello essere dentro lo spettacolo che hai diretto, anche perché ogni sera succede. Io sono un perfezionista — devo ammetterlo — sono un gran rompicoglioni. Si può dire rompicoglioni su Internet? Sì, c’è di molto peggio. …C’è sempre qualcosa che si può mettere a punto e precisare e secondo me è molto importante.

CP: Enrico, tu sei considerato anche dalla critica uno degli autori di teatro più importanti degli ultimi anni. Ti devi assumere questa responsabilità, parlano di te molto bene, nel mondo del teatro italiano che accusa da molto tempo una mancanza di testi nuovi. Tu come vedi la scena teatrale dal punto di vista dei testi?

EL: Sicuramente c’è una difficoltà per un autore contemporaneo a essere rappresentato in scena, questo è vero. è vero però anche che le cose stanno lentamente cambiando, parlo di Dino e di altri autori che stanno emergendo, andando avanti e prendendo punti. Questa è la posizione all’interno del dramma teatrale. C’è tanto da fare, ma se hai un testo e lo vuoi mettere in scena, nella realtà romana — vivo a Roma da dieci anni — lo puoi fare, non è difficile. C’è un sacco di piccoli teatri dove puoi mettere in scena il tuo testo. La cosa difficile è fare il salto, essere rappresentati da una grossa compagnia o da uno stabile. Quella è la cosa più difficile perché si tende a investire su testi conosciuti o su autori classici, oppure si tende a prendere un testo di un autore straniero che all’estero ha già raggiunto una certa notorietà e questa è una sicurezza per il produttore. Sapere che quel testo ha ricevuto determinate critiche e avuto successo a Londra, in Germania e Francia è un vantaggio. Se quel testo ha funzionato già in altri paesi, pensa il produttore, è probabile che funzioni anche in Italia. Il rischio, credo, sia un problema non solo teatrale ma più ampiamente italiano: c’è paura di rischiare a investire e a mettere in giro il proprio denaro. Questo mi stupisce perché non era così una volta: penso ai grandi produttori cinematografici italiani e a quello che sono riusciti a creare, anche teatralmente parlando… Visconti non era certo uno che faceva spettacoli con quattro lire, tutt’altro. Si produceva molto e si produceva molto bene. Col passare del tempo, gli italiani hanno avuto un po’ paura e c’è ancora questa paura oggi, questa paura a rischiare, e a rischiare anche sugli attori, sui giovani, sui giovani registi. C’è un po’ di paura, anche se le cose stanno lentamente cambiando.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: A te, Marco, faccio la stessa domanda però dal punto di vista dell’attore: come vedi la scena teatrale italiana tu che hai avuto la tua formazione a Milano e vivi a Roma e conosci la scena teatrale romana, vieni spesso a Trieste e hai recitato in diverse produzioni del Rossetti… Come vedi la scena italiana dal punto di vista dei giovani attori e delle giovani compagnie?

MC: In parte, vale quello di cui parlava Enrico. C’è molta paura a rischiare sui giovani e quelli che non hanno ancora un nome conosciuto dal grande pubblico. C’è uno strano rapporto tra teatro cinema e televisione, come se fossero compartimenti stagni. A volte, sono i grandi nomi che fanno dei traslochi. Le persone che hanno successo in una soap cercano di fare dei passaggi sul teatro. Non sempre funziona, mi sembra di osservare. Viceversa, c’è una grande diffidenza, mi sembra, verso gli attori teatrali. Io vengo dalla scuola del Piccolo Teatro di Milano, se uno legge il mio curriculum dice: “Questo fa proprio teatro.” Mi accorgo, quando vado a fare provini per il cinema, che gli agenti e i registi televisivi e cinematografici non vanno a teatro quasi mai, e hanno questo strano pregiudizio nei confronti degli attori teatrali: si aspettano che siano sempre roboanti. Se non sbaglio, c’era Orson Welles che diceva che esistono solo buoni attori, attori intelligenti e attori cani. Nel senso che è come pensare che un musicista possa suonare un solo genere di musica. Se ci fosse un po’ di più osmosi tra questi vari ambiti, il gusto del pubblico potrebbe snellirsi un pochino, potrebbe essere meno guidato sempre sugli stessi prodotti. Io mi accorgo che fanno un po’ fatica a passare in televisione, al cinema, persino in teatro, delle produzioni che non seguano il flusso del gusto dominante e questa secondo me è una grossa perdita. Va benissimo fare spettacoli popolari, non è questione di snobismo ma si tratta di andare avanti e non fermarsi a ripetere sempre gli stessi testi nella stessa maniera, con la stessa modalità di regia e di recitazione. C’è un po’ di stanchezza, io la percepisco, anche nel pubblico, in molto pubblico. Quando il pubblico è andato a vedere “Sonno” ha manifestato un po’ di freschezza, anche perché è un linguaggio nuovo, un autore che scrive in un modo che non si vede ancora molto in giro, la compagnia non ha lavorato nel modo consueto di quello che ti aspetti di vedere a teatro. Abbiamo cercato di fare le cose che ci piacciono e che divertirebbe anche a noi vedere. Il pubblico questa cosa l’ha riconosciuta e ha detto: “Ah, interessante, vediamo come va a finire, andate avanti.” Ecco, non è che questo sia un fatto che cambierà il teatro, ma è un piccolo esempio di una fascia di pubblico che non vuole vedere soltanto Goldoni, Pirandello e Shakespeare — che vanno venissimo e anch’io desidero continuare a farli anche come attore; uno spazio agli attori e agli autori e ai registi che possano portare sangue nuovo credo sia buono ed è una tendenza tipicamente italiana.

CP: L’ultima domanda che faccio ad entrambi, dopo “Sonno” quali sono i vostri progetti?

EL: Non lo so, continuerò a scrivere, questo sicuramente: ho già scritto un testo di tutt’altro genere e tutt’altro stile, un testo drammatico. Ho intenzione di scrivere un’altra commedia di cui per precauzione non dico niente, perché magari non la scrivo adesso ma tra dieci anni, conoscendomi, ché sono molto lento e molto pigro, più pigro che lento. Ho anche cose, di lavoro, da scrivere per la televisione, che mi divertono.

MC: Io ho presentato un altro progetto allo Stabile, con un’altra regia. Vedremo come andrà, perché con questo Fondo Trieste che è sparito è difficile che saltino fuori i soldi. è un testo scritto da una pittrice sul suo fare arte che però non è solo il dipingere ma ha a che fare con varie discipline, dalla medicina cinese al rapporto col colore, un testo poetico in cui entrerà musica: è un lavoro con Gabriel Maldonado — la pittrice si chiama Anna Mariani — il quale fa ricerca sulla musica elettronica e ha creato un programma per cui immagini create da Anna vengono in tempo reale suonate su una musica che lui ha composto, e anche la musica vorremmo che fosse dal vivo, più una voce dal vivo… non so che cosa nascerà però mi intriga un casino, sono curioso di vedere, questa è la prima cosa su cui voglio lavorare quest’anno.

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