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Scrittura

Roberto Carifi

Il fuoco della scrittura tra filosofia e cristianità

Immagine articolo Fucine MuteMatteo Danieli: Vorrei incominciare questa intervista dalla lettura di una tua poesia. È tratta dalla raccolta Occidente, pubblicata nel 1990. È una poesia che m’è piaciuta molto ma che ho trovato difficile da decifrare. Vorrei che la leggessi per il pubblico di Fucine. Cosa c’è dentro e dietro questa visione?

Roberto Carifi: Mah, dentro questa poesia, come all’interno di tutta la raccolta, c’è l’idea di un occidente inteso come terra della sera, ovvero una terra desinata al tramonto e al declino, ma nello stesso tempo c’è un lampo di speranza, di apertura: a occidente è perduto chi non salpa e chi salpa verso l’oriente — non come luogo geografico ma come luogo ideale — può salvarsi. Quindi è la tematica generale della mia poesia che è sempre sospesa tra disperazione e speranza, tra perdita e salvezza. La leggo.

A occidente affondano le navi. Quando?
È giusta la voce che racconta il nulla?
Scintillano, a volte, ma non è sole
piuttosto un fuoco, un fuocherello acceso nella notte.
Accade a occidente, soltanto a occidente
se danno l’ordine le mani
e comanda il gesto spaventoso.
È ora di scendere, degradare laggiù,
verso le nebbie, arrancare se occorre
come morti che cercano l’uscita;
questi sono gli ordini, poi basta.
È neve la donna che saluta i marinai,
si scioglierà dietro l’angolo,
si annullerà in segreto,
quando si accende la brace dei ricordi
a occidente è perduto chi non salpa.

da Occidente (Crocetti, Milano 1990)

MD: E di chi è la voce che racconta il nulla?

RC: È la voce dell’occidente: è la voce del nichilismo in cui siano totalmente immersi.
Noi viviamo nell’epoca del nichilismo: la stessa di cui ha parlato Nietzsche, la sua stessa notte, dalla quale poi bisogna cercare di uscire, attraverso la poesia per esempio, e attraverso il pensiero e il linguaggio.

MD: Una delle immagini più belle che ho incontrato nei tuoi versi è ancora una volta legata al fuoco, ai “compagni” che si uniscono, afferrano il legno della morte e illuminano tutto, tutto fino al buio. Che funzione riveste per te il fuoco?

RC: Certamente il fuoco è la vita, il fuoco è la metamorfosi, il sacro, del resto come tu sai il fuoco è un simbolo di grande risonanza già dal mondo greco. Io provengo dalla filosofia e quando penso al fuoco penso a Eraclito, al fuoco che muta ma resta sempre ciò che è, che si trasforma ma non perde mai la propria identità: è anche questo, il fuoco.
Il fuoco è la luce. Fuoco è bruciare, ma è anche la cenere che resta e questo resto — che non si può ulteriormente bruciare — rappresenta anche qui un’immagine di speranza: per quanto si possa bruciare, rimarrà per sempre qualcosa. È un po’ lo stesso tema.

MD: La poesia a cui mi riferivo si chiude poi con la nascita della scrittura, cioè con il suo apprendimento. In che rapporto stanno scrittura e fuoco?

RC: Ma sì, c’è un rapporto fra queste due entità. La scrittura brucia — brucia anche se stessa — ma continuamente rinasce. Quindi è come il fuoco che pur bruciando se stesso non si consuma mai fino al punto di cessare di essere ciò che è, e così avviene per la scrittura: la scrittura per quanto incenerita è sempre scrittura.
Noi viviamo in un’epoca che ha conosciuto la cenere, per esempio la cenere di Auschiwitz che è in me un tema sempre ricorrente. Adorno diceva: «Dopo Auschwitz non si possono più scrivere le poesie ». Forse questo non è vero: non si possono più scrivere allo stesso modo, magari dobbiamo scrivere poesie di cenere e scrivere con la cenere, con ciò che resta del fuoco. Ecco.

MD: In Occidente, la luce rappresentata dal fuoco si trasforma, nella raccolta Il figlio, in un lume cioè in un oggetto quasi casalingo. Cosa significa questo spostamento?

RC: Il figlio sono io perché questa è certamente una raccolta dove è significativamente presente la mia infanzia, ma è contemporaneamente anche Cristo, inteso come figura emblematica dell’occidente e come cifra, dalla quale lo stesso occidente e l’Europa non possono prescindere, in quanto figura di derelizione e di speranza.

MD: Infatti, compaiono nella tua poesia, insieme al lume, il desco, la tavola, il pane, la brocca, il vino e soprattutto l’angelo.

RC: Sono simboli religiosi. Il pane, il vino…

MD: E cosa hanno a che fare questi elementi con la simbologia cristiana?

RC: Certamente molto, non c’è dubbio. Con la simbologia cristica, più che cristiana.

MD: E che messaggio riveste per te il messaggio cristico?

RC: Credo di appartenere, come occidentale, interamente alla cristianità e al suo destino: alla sua stessa agonia.

MD: La stessa agonia che gli riservava Nietzsche, Dio è morto…

RC: Certo, la stessa agonia del cristianesimo e l’agonia di cui parla Nietzsche, Miguel de Onamuno…

MD: Forse era rivolto più verso la Chiesa e l’organizzazione…

RC: Certo. Non ho nulla a che fare con la Chiesa e invece ho molto a che fare con Cristo: anzi, è forse meglio dire che Cristo a che fare con me (nel senso: con me, con te, con lui).
E ciò non ha nulla a che fare con la Chiesa: d’altra parte la mia è un’esperienza spirituale in cui non c’è solo il Cristianesimo ma c’è ormai da tempo anche il Buddismo…

MD: Nietzsche ribaltava il messaggio cristiano della compassione, che è uno dei cardini fondamentali del Cristianesimo…Lo considerava privo di forza, non in grado di…

RC: Sì, si trattava di Nietzsche che ha scritto pagine molto complesse che necessitano di una lettura approfondita (e da non prendere alla lettera).
Ora io intendo la compassione come l’ha intesa Schopenhauer, e cioè come un cum-pati — un patire assieme — una coscienza comune del dolore universale.
D’altro canto Schopenhauer conosceva il Buddismo, perciò conosceva l’oriente…

MD: Be’, certo, era lo stesso filone…E dicevamo anche dell’angelo: qual è la differenza allora tra il tuo angelo e l’Angelo di Rilke? Gli Angeli di Rilke…

Immagine articolo Fucine MuteRC: Intanto la differenza è che lui è Rilke e io so’ Carifi…Poi potrei dire che l’Angelo rilkiano è l’angelo islamico e che l’angeologia di Rilke è quella islamica dell’Angelo che abita il paese di Urkada, il paese del non-dove.
Invece la mia angeologia è certamente più cristiana: i miei sono gli Angeli muti di S. Tommaso d’Aquino, di Suarez, di Dante Alighieri e perciò direi che è proprio questa la differenza.
Certamente gli angeli della mia poesia conservano tracce di Rilke — che io poi ho tradotto — però l’angelo rilkiano è in assoluto l’angelo islamico e su ciò non ho dubbi: non è l’angelo che salva ma quello che stritola, che ti soffoca, mentre io penso, esattamente come Montale, all’angelo in quanto creatura ottimale o comunque in quanto lampo di salvezza possibile.

MD: Il tuo è l’angelo che porta in pugno la salvezza… Mi sembra tu dica così in un verso, però non ricordo bene se fosse la salvezza o la speranza…

RC: Forse la salvezza, non ricordo nemmeno io! Però sì, la speranza — o la salvezza — è nel pugno dell’angelo. Afferrare questo per noi è difficile.

MD: Leggendo la poesia contemporanea, soprattutto la poesia che chiamano giovane, mi sembra che manchino delle linee filosofiche chiare che siano in grado di maneggiare con stupore e meraviglia la morte, il tempo che passa, il dolore, l’amore. Ma non solo. Mi sembra che manchi il coraggio di costruire nuovi mondi poetici all’interno di questi temi o di recuperarne di dimenticati. Sto pensando alla città, secondo me sempre grande assente nelle scelte rispetto a luoghi più propriamente “naturali”, oppure all’assenza di una poesia che abbia autenticamente il sapore di fiaba, di onirico-fanciullesco, oppure ancora a una poesia che abbia l’impronta moderna della notizia, del reportage. Sembra sempre che si scelga, in ambito critico, il rispetto della soggettività sensibile e permalosa del poeta, piuttosto che l’attenzione alla trasmissibilità. Ne è un esempio la prassi di far fare introduzioni e prefazioni lungo un percorso che va dal poeta al critico di turno e non viceversa, come se non ci fosse un critico in grado di emozionarsi e poi muoversi verso un testo nuovo, giovane, valido, degno di essere trasmesso autenticamente senza il ricatto del favore personale o del favore da amico. Se sei d’accordo su quanto appena detto, c’è solo da sperare oppure i promotori culturali possono fare qualcosa per cambiare la situazione?

RC: Sono fondamentalmente d’accordo. Io, poi, vedo nella poesia giovane una sorta di minimalismo che non condivido, come anche il termine di operatore culturale, una definizione che non mi piace molto, sembrando quasi un professionista della cultura.
Credo che i poeti possano fare qualcosa per i più giovani, certo non pretendendo di insegnare, perché questo non ha senso, però la poesia fa crescere la poesia.
Tuttavia non ho molte speranze in questo senso: vedo francamente un grande deserto e di poeti giovani ne leggo tanti perché mi mandano tutti i loro testi….Cosa vedo? Non vedo una grande riflessione, ecco. Manca soprattutto una grande riflessione filosofica di pensiero: questo secondo me è un limite ma spero che comunque qualcosa venga fuori e che ogni tanto ci siano delle luci che si accendono.

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