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Scrittura

Roberto Galaverni

La piccola bottega degli onori

Panorama sulla poesia italiana tra giovane e vecchia generazione

Immagine articolo Fucine MuteMatteo Danieli: Intervistiamo Roberto Galaverni, critico. Siamo a Parco Poesia, Riccione, e sono presenti soprattutto giovani poeti. È prematuro affermare che attualmente il motore della poesia siano, appunto, tutti i gruppi di giovani poeti ed intellettuali presenti sul territorio nazionale? O si può solo ben sperare?

Roberto Galaverni: Bisognerebbe sempre ben sperare. Chissà. Può darsi che al di fuori di questi giovani ci sia qualche poeta giovane che sta avanzando in modo diverso, solitario, può darsi che salti fuori col tempo, più tardi: i tempi della poesia sono sempre abbastanza sfasati in questo. A mio parere, i poeti talentuosi vengono fuori un po’ come vogliono, possono emergere dai gruppi, e quindi distinguersi, oppure venir fuori da soli.
Questa manifestazione è importante culturalmente più che poeticamente; la qualità di una cultura si fa anche con la partecipazione, con il colloquio tra le persone, con lo scambio delle idee, e anche attraverso la contestazione reciproca (contestazione non è forse nemmeno la parola giusta), attraverso il dialogo, che porta a degli scontri, a delle scelte.
Da questo punto di vista, i poeti intorno ai trent’anni, che hanno incominciato a scrivere presto, a trovarsi, ad incontrarsi, a scambiarsi le loro letture e le loro poesie — soprattutto le proprie letture — sono un segno positivo di attività, dalla quale nasceranno i poeti che dureranno, se questa generazione sarà ricca.
Io, ad ogni modo, non confonderei le due cose: da un lato la poesia quale dato artistico che viene o non viene, e in cui ognuno ha il proprio talento; dall’altro, il valore positivo di questi incontri.
Noi alla vostra età, nella mia generazione (che poi non so neanche se sia una generazione di dieci anni o poco più) eravamo molto dispersi, almeno nella mia esperienza personale.
Non ho conosciuto incontri di questa natura e probabilmente sono mancati perché certe cose le ho apprese, in un certo senso, più tardi nel tempo; in ogni caso per certi nomi abbiamo fatto più fatica. Poi, non è detto che i vostri incontri generino sicuramente poesia di alta qualità. Non dipende da questo, ma culturalmente è importante.

MD: La critica, soprattutto quella accademica, è tuttora concentrata sui nomi del nostro recente passato letterario, come ad esempio Montale, forse perché certi nomi danno punteggi all’Università: il discorso sul secondo novecento italiano è aperto.
Ci sono poeti di qualità che non hanno avuto la stessa attenzione, e nell’insalatiera russa della comunicazione appaiono centinaia di poeti “appetibili”. Spesso capita di leggere introduzioni a raccolte notevolmente più affascinanti delle poesie. Troppa confusione per avvicinare i lettori alla poesia contemporanea. Perché la critica, e specialmente gli Istituti di Italianistica, non affrontano con decisione il problema della promozione e della diffusione capillare delle opere sul territorio? È così difficile organizzare e riorganizzarsi?

RG: Il problema dell’Università italiana è molto grande, proprio per quanto riguarda la letteratura e, nel nostro caso, la poesia.
Prima cosa: Montale. Personalmente, considero Montale il più grande poeta del Novecento. È vero che è un poeta che si è prestato tantissimo alla critica accademica — per le caratteristiche del suo stile, perché andava incontro a certe attenzioni accademiche — ed è stato studiato anche a scapito di altri. I tempi dell’Università sono lunghissimi: si comincia solo adesso a fare tesi su Bertolucci, su Sereni, su Zanzotto. In ritardo. Perché? Perché l’Università italiana è strutturata in modo tale da essere lontana dalla letteratura che si fa e che sta crescendo, privilegia più la riduzione, la chiusura, che non la libertà dei talenti, degli incontri. Io conosco l’ambiente, non sono un professore universitario, ma ho collaborato con piccoli contratti e relativi esami: ti trovi spesso a fare lezione con delle persone che senti lontanissime dalla letteratura, che stanno facendo Lettere ma non stanno leggendo i poeti contemporanei, gli autori. Non solo non leggono i contemporanei più recenti, ma non conoscono nemmeno gli autori del Novecento canonico, e questo lascia davvero perplessi perché spesso queste persone vengono a loro volta premiate dall’organismo che le sta generando, poiché sono omogenee ad esso e spesso finiscono per diventarne parte.
Mentre i talenti, i più curiosi, i più alacri, che spesso sono gli studenti più eccentrici, ex lege, sono a me personalmente più vicini, quelli con cui mi trovo di più e che, invece, vengono penalizzati da questa specie di gerarchia istituzionale mummificata. Per cui, a parte il caso Montale, è vero: la poesia italiana arriva tardi e arriva sempre in un certo modo.
Immagine articolo Fucine MuteL’Accademia italiana ha sempre premiato troppo gli autori letterari, proprio perché probabilmente l’accademico è estraneo ad una percezione della poesia nella sua totalità e globalità, quindi anche a quella intrisa di esistenza. Invece chi vive la poesia per esempio come Pasolini, ma anche come certi ragazzi, la sente. Lì invece l’atto letterario, stilistico, questo modo di aggredire i testi, premia spesso certi autori con la «L» o con la «P» maiuscola di Letteratura e Poesia, piuttosto che altri: ahimè, è un difetto della nostra istituzione. Istituzione e poesia sono due cose diverse da noi.

MD: Il Gruppo 63 e lo sperimentalismo costituiscono un fatto non trascurabile negli equilibri dell’ambiente letterario del secondo Novecento. Tuttavia oggi si assiste ad una reazione a quel tipo di espressione, che comunque può fornire utili strumenti alla nuova generazione. Manca un discorso sull’efficacia di quella scrittura a livello della comunicazione? Decisamente quell’avanguardia non si è occupata dell’impatto che quel tipo di poesia avrebbe potuto avere nell’altro, in noi. Reagire, a mio dire, è sbagliato. Rispondere, cosa che presuppone un atto di conoscenza, è utile. La critica cosa risponde?

RG: Due giorni fa ho ricevuto una convocazione, un invito per un Convegno di celebrazione dei quarant’anni del Gruppo 63, che si terrà a Palermo dove appunto era nato quarant’anni fa. Io sono stato invitato con l’incarico di relatore che dovrebbe esprimere un giudizio sfavorevole, in quanto estraneo per tradizione a quel tipo di poesia e di critica: c’è un parterre di critici e di poeti che hanno accompagnato questo movimento…

MD: Tu sei l’accusa…

RG: Io sono l’accusa, poi ci ho pensato “Sì, ma di altri”. In realtà quando ho cominciato a scrivere, mi sentivo distante. Ho studiato a Bologna, dove il Gruppo 63 aveva messo le radici, e nell’Accademia gli autori che venivano indicati come i grandi degli ultimi trent’anni, non erano Sereni, Bertolucci o Zanzotto, ma soprattutto Sanguineti e Pagliarani; per cui ho una formazione estranea. Mentre pensavo al discorso che dovevo fare, ho sentito che se avessi fatto un intervento totalmente contro sarei stato forse un po’ come un giapponese di quelli che erano rimasti sulle isole del Pacifico e non sapevano che la guerra era finita. C’è anche il rischio di isterilirsi ormai, perché qualche cosa il Gruppo 63 ha fatto: l’apertura verso certa letteratura straniera, per esempio. Che cosa mi ha tenuto lontano, al di là delle simpatie, delle poesie e dei poeti? Secondo me l’idea molto dimidiata e parziale, dell’uomo che stava all’origine di questo progetto, che era esclusivamente parodico, ironico, dissacrante e critico, senza mai avere — come invece hanno avuto i migliori poeti del secondo Novecento — una specie di contro-orizzonte o di contro-utopia che non fosse semplicemente ideologica, da proporre alla negatività riscontrata dappertutto.
Per cui sento sempre, anche leggendo le migliori cose di Sanguineti, quelle di Postkarten, che a me tutto sommato piacciono, qualcosa di recluso, di coatto rispetto alla percezione della vita più globale, più ampia, dell’uomo proprio. Sento che su una torta molto grande c’è sempre e soltanto la stessa fetta. In questo senso è ideologica, è sempre la ripetizione dello stesso teorema, e quindi ho cercato altri poeti, altre cose.

MD: E questo è stato l’ostacolo comunicativo?

RG: Sì, perché loro sono stati i nuovi ermetici, hanno detto tanto, però alla fine era una poesia incomprensibile, partendo ormai da teoremi linguistici e accademici. Montale diceva: “Ci vogliono quattro lauree per leggere questi poeti”, altro che poeti del popolo, ammesso che siano mai esistiti da Dante in poi. Lì c’era un’ipotesi linguistica-ideologica predefinita e incontestabile, e la poesia non era che l’applicazione di questo teorema.
Poi tante cose andrebbero variate: Antonio Porta è uscito da quel tipo di poesia, è cambiato, lo stesso Sanguineti per alcuni aspetti. Amelia Rosselli, che ha fiancheggiato questo movimento, è stata una poetessa notevole, corporale. A questo punto in realtà non è più il Gruppo 63, ma è una costellazione di autori, però in definitiva, quello che sento è il distacco, un ostacolo comunicativo che deriva dalla pregiudiziale originaria che c’è riguardo all’uomo, per cui sento che la poesia mi danneggia ulteriormente e spesso ne esco ancora più umiliato. Non che arrivi già messo molto bene quando leggo una poesia, però a volte ne esco ancora peggio perché il testo mi penalizza ulteriormente, mi fa entrare a imbuto in una specie di chiusura, invece di aprirmi strade nuove e permettermi un contatto con le cose.

MD: Passiamo agli anni ’70 che vedono l’attivarsi sul territorio di pubblicazioni, riviste, volantini e gruppi, animati da un particolare contesto politico e sociale. Gli addetti ai lavori dell’epoca — non mi riferisco agli sperimentalismi e ai loro critici, tranne qualche eccezione — aderirono a questi aspetti della società di massa per fini politici, abbandonando in seguito tali gruppi perché diventati scomodi, quando invece sarebbe bastato utilizzarli come veicolo per la diffusione, selezione e promozione degli autori, creando così strutture stabili sul territorio una volta rifluita l’ondata di protesta.

Gli anni ’80 e gli anni ’90 proseguirono il trend di pubblicazioni in maniera diversa, ma l’organizzazione dell’ambiente letterario pare immutabile, alle volte immobile e decentrata nei dipartimenti di Italianistica, accentrata e onnivora in pochi centri che si occupano di poesia a livello nazionale. L’impegno dei poeti può essere reinventato alla luce della società di massa?

Immagine articolo Fucine MuteRG: Mi fai una domanda grande a cui davvero non ti so rispondere. Io ho pensato spesso ai meccanismi di diffusione, quindi anche ai problemi sociologici relativi alla poesia: la distribuzione, le collane, le case editrici cosa possono fare di fronte ai poeti che spesso hanno una voce di contestazione rispetto a certi meccanismi del mercato e della società politico-culturale? Però un Moloch è davvero difficile. Ciascuno dovrebbe impegnarsi a seguire il proprio cuore, la propria testa, a fare le proprie cose. Io non credo che si possa fare tanto. Probabilmente gli artisti più abili — penso per esempio, fuori dalla poesia, ad Andy Warhol — hanno fatto dei meccanismi del mercato, e della loro perversione, una specie di Cavallo di Troia per espugnarli, li hanno cavalcati. Invece che farsi cavalcare da questo difficile cavallo imbizzarrito e sconveniente c’hanno giocato sopra e contro. Quella è stata un’espressione artistica forte. Io non lo so per la poesia. Leggevo i giorni scorsi i saggi che ha scritto Montale negli anni ’50 e ’60, di carattere più sociologico intorno alla poesia, e anche lì lamentava (ironicamente) l’assenza di lettori, e la difficoltà degli editori, delle case editrici. Non so darti una risposta, l’unica cosa che ciascuno di noi può fare, da solo o insieme agli altri — ma da soli si fa poco — è provare comunque a fare qualcosa in cui si crede, e allora certe cose possono rimanere. È chiaro che l’esistenza della poesia è difficile — se non altro pensando al numero dei lettori — però le persone che la leggono, anche a distanza di anni, ci sono. È un meccanismo difficile: non esistono case editrici di livello nazionale che pubblichino i giovani. Lo Specchio Mondadori, per esempio, non lo fa: ha pubblicato un solo libro di giovani poeti negli ultimi tre anni, anche se credo che uno stia per arrivare, e aveva sui quarant’anni, quindi non era neanche giovane. La Faber&Faber, la migliore e la più importante casa editrice inglese, pubblica continuamente autori giovani. Ci sarà un Tizio Faber&Faber che magari non sarà Eliot, però è degno di essere letto. In Inghilterra una tiratura di 4000, 5000 copie è usuale e già da questo si capisce come le cose funzionano diversamente: i giovani hanno voce. Al contrario, il nostro, è un paese di gerontologia, terribilmente occupato da gente (anche di una certa età) che ha pagato per far arrivare i figli. È difficile, ci vuole molta pazienza, non so davvero neanche dove vada cercato il modo di vincere questa battaglia: probabilmente sta nel fare e nel credere nelle proprie cose.

MD: Una domanda creativa: la poesia è solo “buona letteratura” o è Musica Uomo?

RG: Sì, è anche musica. Sai, in genere si tende a dire “È letteratura”, quasi come formalismo astratto, e va bene; io però ho un concetto alto della letteratura. Ossia, quando la letteratura non è letteraria, parla nella formula “Musica Uomo”. Zanzotto diceva che qualsiasi poeta — e Zanzotto è un poeta che usa tantissimo la testa, quindi anche razionale, razionalista — in realtà, insegue una sorta di musica paradisiaca che sente quasi originariamente ed è inarrivabile, che ha a che vedere con ciò che si è visto forse prima della vita. Una specie di musica archetipica che sarebbe la poesia totale, la pacificazione di tutto l’insieme. Lo diceva anche a proposito di Montale che è un poeta non certo abbandonato al lirismo. Quindi davvero la musica è alla base della poesia. E non tanto musica come abbandono, ma musica delle parole, musica dei segni, la poesia è plurisemantica, ha tante possibilità, si vede, le cose sono significate, c’è il ritmo che diventa musica. Seamus Heaney, il grande poeta nord-irlandese, premio Nobel per la letteratura, spiegava l’origine della sua poesia dicendo che alla fine della sua maturità poetica, comprese che probabilmente lui non aveva fatto altro che inseguire il rumore — che lui chiamava musica — di una pompa attraverso la quale si attingeva l’acqua, di quelle per cui si usano le braccia. Si trovava nel cortile del piccolo borgo di campagna in cui abitava da piccolo, ed era questa specie di cantilena alla quale attingeva il popolo: le donne con le brocche, i contadini, i cavalli. Quindi c’è anche questo legame tellurico con la terra, “quella musica lì” — dice — “io ho ascoltato”, lo diceva proprio con la parola greca “omphalós omphalós omphalós ” ovvero ombelico, ombelico, ombelico. Quest’acqua che viene su dal centro della terra, in un piccolo paesino che è quel luogo lì e nient’altro, un piccolo paesino del Nord Irlanda, un luogo circoscritto, ma innaffiato da una musica-acqua che viene poi dalle profondità della terra e che ha infiltrazioni oceaniche: quindi è la musica di tutti. In questo senso credo davvero che ogni poeta insegua la propria musica; la lettura dei poeti me l’ha sicuramente insegnato, togliendo velami mistici o irrazionalistici da questo fatto, anche molto concretamente. Poi è chiaro che c’è una musica paradisiaca, inarrivabile, e quindi anche eccedente nelle possibilità del linguaggio. Le operazioni della poesia onirica, visionaria, anche della prima metà dell’800, inseguivano una musica al di là del significante, fin troppo forse….

MD: I tuoi poeti preferiti su questa linea, sulla linea musicale?

RG: Mi piace la musica di Montale. A me piace anche una lettura di Zanzotto molto concreta e abbandonata, quindi non il Zanzotto accademico — di cui si inseguono le paroline, il significante, “ha voluto far quello o quell’altro” — ma prenderlo come una specie di stregone, rabdomante, che usa le parole davvero come note. C’è un pezzo bellissimo di un’intervista di Zanzotto nella quale dice “quando io guardo fuori dalla mia finestra vedo le montagne, per me sono delle M, delle L, delle N”. Vede le lettere dell’alfabeto e quella è già la musica della natura, del linguaggio. Mi piace leggere questo poeta anche così. Altro poeta musicale che mi piace tantissimo, che invece ha una musica tutta jazzistica, fatta di spezzature, di cambiamenti di toni, è Sereni, che spesso è stato equivocato come poeta della prosa, come autore di un verso che diventa qualcosa di diverso da se stesso, ed invece è un poeta fortemente lirico, ritmato, con cui anche il linguaggio delle comunicazioni telefoniche diventa persuasivo e non banale. E poi Bertolucci. Io sono emiliano, lui è di Parma; lo sento tantissimo in questa specie di ondeggiamento della visone, della parola sul paesaggio, sul frumento, su queste colline, le erbe, le nuvole che si muovono, leggermente sublimato rispetto all’orizzonte terrestre. Ce ne sarebbero tanti, anche Luzi ha cose bellissime, degli anni ’50, ’60, appenninico, corrusco, nebbioso, ha questa musica dell’uomo solo, in questa stanza, con questa luce che tiene accesa e si sente lontano dagli altri ma non vorrebbe esserlo. C’è tanta poesia bellissima nel Novecento.

MD: E tra i giovani?

RG: Tra i giovani… Diceva una volta Montale degli inglesi “dopo Eliot si cala”, da noi dopo Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, quella generazione, si cala effettivamente. Io penso che facendo una classifica — e a me piace fare queste cose — dei primi dieci del Novecento nessuno è nato dopo gli anni ’20. Si arriva a Giudici, Pasolini, Fortini, se a qualcuno piacciono, che sono nati negli anni ’20, ma dopo c’è una diminuzione per cui non si è più a quei livelli, non ci sono libri di totale significanza come quelli che hanno fatto Sereni, Luzi, Caproni e gli altri. Per cui preferisco non fare nomi.

MD: In questa intervista sei libero.

RG: Ma no, non per essere politically correct, ma solo così, per riserva.

MD: Passiamo alla prossima domanda. I tuoi testi critici sono poco presenti in internet e vista la mole confusionaria di siti che si occupano di poesia sarebbe un bene che persone come te pubblicassero anche in rete. Internet, può essere un buon veicolo di sviluppo per la poesia? Già lo è, come far west, ma mancano voci che sappiano discernere il buono, dal brutto e dal cattivo.

RG: Questo è vero, poi è un rimprovero che subisco anch’io. Su internet ho pubblicato in prima persona solo una volta, in una rivista che si chiama alleo.it, un saggio sul poeta Riccardi, milanese di origini parmigiane, noto, bravo, mi piace per come costruisce i libri — il singolo testo in lui paga meno che non la costruzione generale. Hai ragione, io non sono un informatico, ho cominciato recentemente a navigare su internet e spesso faccio naufragio, perché mi pianto e non so muovermi bene; anche lì è una bolgia, per esempio alcuni dei miei saggi su dei poeti, che non avevo pubblicato direttamente in rete, sono stati poi recuperati dagli stessi e pubblicati nei loro siti.

Certo, internet offre tantissime possibilità, ma la percezione che ho avuto fin ora è di una mancanza di spessore, cioè che sia molto più utile la sua praticità informativa — quindi l’agilità, la velocità — piuttosto che la profondità culturale-artistica che ti offre. Trovo diminuita la problematicità e l’efficacia dell’Arte. Forse davvero c’è bisogno di gente che navighi su internet come un fenicio, e non come un padano come me che non sa fare le navi, ma poi c’è bisogno anche di siti costruiti in maniera complessa, perché è importante la diffusione dell’Arte nello specifico, per non farle perdere quelli che possono essere i suoi attributi di potenza, di energia, di complessità, di invenzione, di razionalità, di passionalità, di cuore. Tutto risiede nell’Arte, Però rispetto al potenziale pressoché infinito che ha, ci si è abituati ad avere una percezione dei fatti artistici e degli autori pressoché minimale, più vicina all’informazione che non ad una mobilitazione del lettore e della coscienza. L’Arte è difficile, chiama alla partecipazione e ad un impegno, altrimenti si trova solo ciò che si sa già e la conferma di se stessi. Sicuramente con il numero di contatti che ha internet, quindi con il futuro che ha questo mezzo di comunicazione così nuovo e complesso, è importante che la poesia vi arrivi nel migliore dei modi, magari arricchendosi e sfruttando le possibilità del mezzo, piuttosto che farsi soggiogare e impoverire, ridurre all’effimero. Ci sarà bisogno di persone che scelgano ed inseriscano testi di valore in siti affidabili e di poeti che partecipino.

MD: Scendi in campo…

RG: Sì hai ragione, bisogna farlo, poi io sono una talpa in questo, sono geologico. Bigongiari diceva di se stesso che era un bradipo: io mi son sempre ritrovato in questa affermazione.

MD: Le linee odierne della poesia oggi? Sono possibili in una società di massa?

Immagine articolo Fucine MuteRG: La società di massa è davvero qualcosa di strano. Manzoni diceva che quando l’uomo arriva a ragionare su questo — parlare delle sommosse durante la pestilenza a Milano e soprattutto della rivolta per il pane — quando l’uomo arriva a farsi massa, invece di condividere qualcosa di alto (la capacità di distinguere, il senso di responsabilità verso le cose), condivide una specie di slogan impoverito, che impoverisce la realtà e il contatto che ciascuno ha con essa. Il Novecento lo ha confermato con i vari regimi e le sbornie collettive.

Nella società dell’individualismo cos’è la massa? È chiaro che il problema — e ricordiamoci che anche la cultura, l’alfabetizzazione sono fatti di massa — risiede tutto in questa specie di rapporto degli individui, e nella sacrosanta dignità e forza che ciascuno ha e deve avere, con ciò che condivide con gli altri. È quello il problema: che cosa si riesce a condividere? Deve essere qualcosa che conservi e legittimi le prerogative dell’individuo anziché negarle, deve essere una cosa — e l’Arte parla spesso in questo modo — che nobiliti ciascuno nella condivisione, anziché imbrigliarlo. Per cui spesso le poetiche, le cose condivise forse non possono essere più a la page, come i grandi teoremi dell’avanguardia e della neoavanguardia. Piuttosto — e queste iniziative che si stanno succedendo tra voi giovani poeti lo testimoniano — bisogna condividere delle relazioni e degli spazi, farli diventare una condivisione di idee, insieme con una passione che è l’amore per la poesia, l’aspetto più importante. Quindi, più che la condivisione di teoremi sulla poesia, è necessario incontrarsi, scambiarsi la poesia che è estremamente libera. Ogni volta che io ho provato a definire la poesia, o quando ci ha provato qualcun altro, ho sentito sempre che non ci sta, scappa fuori, in quel momento di definizione: la uccidi. Sentire già questo amore non è poco, lo si può condividere; la linea comune è quella dell’esserci e del fare, piuttosto che una linea di poetica, in cui non credo molto. I poeti sono sempre bestioline strane, tant’è che quando un poeta nasce dentro un movimento, ogni volta che diventa veramente se stesso se ne allontana, abbandona quelle coordinate. Perché? Perché comunque non possono essere fino in fondo le sue.

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