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Musica

Domenico Cipriano

La questione dell’ombra, dalla terra alla musica

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Immagine articolo Fucine MuteMatteo Danieli (MD): Il dissidio con gli avi mi sembra elemento fondante del verbo che ti accompagna. Mi sembra che la tua ira nasca da qui e da un legame con la terra rappresentato anche dal vino: odori, profumi; ma essi sono essenze o parvenze di cui liberarsi?

Domenico Cipriano (DC): Il punto di partenza della mia poetica è la consapevolezza di appartenenza ad una “generazione del cambiamento”, quindi un trait-d’union tra due epoche; una generazione che per essere tale, porta tutto il peso della frattura e la ricucitura di due modi di vedere le cose. Allo stesso modo resta il senso fondamentale di riconoscersi nella Storia che ci ha preceduto, nelle radici, quindi nella terra che ci ha generato, ma con il bisogno forte di criticarla. Da questo punto di vista non si pone l’esigenza di liberarsi da qualcosa, ma sforzandosi di concepire il modo con cui poter convivere con esso, per prenderne il meglio: come gli affetti, nella consapevolezza che da questa convivenza ne verrà sempre fuori un dolore verso quella parte di mondo in cui non ti riconosci e tuttavia insisti per mutare, ma facendolo, pur nel contrasto trovi la verità.

MD: L’ira della notte è una delle prime poesie della raccolta che poi dà il titolo a questa prima sezione. Contrariamente alle aspettative, però, essa ha un tono molto pacato: l’ira di cui sembra colma la poesia è riassorbita immediatamente dal suo essere compagna, e da un sentimento d’incomprensione che instaura dopo dialoghi muti — un circolo vizioso tra l’ira, il desiderio di compagnia e il nettare distillato dal poeta per bere col pensiero notturno. Come hai giustificato questa pacatezza di tono?

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DC: L’ira è una delle fonti da cui parte il bisogno di scrivere, ma nella stesura poi la scrittura ridiventa pacata, l’animo si rasserena, è un calmante dovuto alla riflessione. L’ira è il pensiero che ha bisogno di scarnificare ciò che trova intorno per poi assumere un tono meditativo, perché soddisfa già parte del suo bisogno fermandosi su carta.

MD: Che valore ha per te la datazione e la toponomastica a fine poesia dato che non è utilizzata spesso?

DC: Un valore importantissimo, perché evidenziano momenti particolari, hanno sia il luogo che il tempo. Per il tempo in generale, la raccolta identifica uno spazio racchiuso in due anni, quindi un periodo breve di formazione che si rispecchia anche nella sequenza delle sezioni, tranne per alcuni momenti messi in rilievo con una data. Circa il luogo, le poesie sono nate nel mio paese di origine, Guardia Lombardi, a 1000 metri d’altitudine e 60 km. dal capoluogo e nella mia abitazione successiva, situata vicino alla città di Avellino (Monteforte Irpino), luoghi citati in qualche poesia. Quelle poi nate in viaggio, sono per la maggior parte sottolineate con la toponomastica. Ma in effetti pensandoci successivamente avrei preferito riportare ogni singola data e luogo, cosa che appunto sempre sugli originali e al computer.

MD: Con che valore letterario usi la tecnica di antropomorfizzare gli elementi naturali, magari donandogli un sentimento o uno stato d’animo (L’aria affranta), oppure un verbo usualmente riferito ad un’azione umana (Alle siepi chiede perdono il sole)?

Immagine articolo Fucine MuteDC: Ritengo che la poesia debba avere un ruolo di comunicazione oggettiva, e amo scrivere di una poesia che sia tattile, quindi permetta al lettore di riconoscere le cose di cui parla il testo, poterle fare proprie, anche quando esse sono più personali. La poesia va calata completamente nella realtà, questo è anche il valore che prendo da molta produzione poetica realista del Sud, in cui in parte mi riconosco. Il modo migliore quindi è far partecipare tutto ciò che ci sta intorno, dalla natura alle cose e, se riflettiamo, il poeta dovrebbe avere la presunzione di rendere tutto vivo attraverso la poesia. Anche per questo, se noti, l’uso della similitudine quasi scompare, lasciando spazio, quindi, alla personificazione, nella convinzione che tutto ciò di cui il poeta scrive partecipi direttamente e per questo si incarni in ciò che il poeta vede.

MD: Qual è la vera missione del poeta, sempre che ne esista una, se in verità rimpiange di non essere nato uomo? È dunque una condanna quella di essere poeti?

DC: Come accennavo prima, il poeta deve dare un volto al mondo che lo circonda; una chiave di lettura che altrimenti non traspare, perché “ma questo da sempre” delle cose ci appare solo la superficie, così difficilmente le persone sanno leggere dentro se stessi e gli altri. Rimpiange di non essere nato uomo perché nota che la vita in superficie, che lui non accetterebbe mai, diventa il modo più semplice, apparentemente, di vivere. Quindi un ruolo di coscienza che il poeta sente di dover svolgere, che, se non è una condanna, lo fa sentire meno riconoscibile nel mondo che lo circonda. Ma l’altra faccia della medaglia è che al poeta resta sempre la poesia, quindi ogni difficoltà che richiede una discesa nel profondo, riesce a gestirla in modo differente, a volte meglio di chi si sente sottratta l’apparenza e non ha più elementi a cui affidarsi.

MD: In quali luoghi della moderna civiltà l’uomo è più autenticamente figlio primogenito del pensiero?

DC: I luoghi dove nasce il pensiero restano sempre quelli della esperienza, quindi da quelli della nascita, fino a quelli del viaggio, interiore ed esteriore, e nella modernità quelli che permettono osservazione e riflessione, anche la metropolitana o le luci gialle della notte.

MD: Il passo del vecchio, il rugoso pescatore sono inviti a vivere il tempo in maniera naturale, saggia o solo più lenta, stanca e ripetuta?

DC: La ricerca è sempre diretta alla saggezza, non c’è accusa al progresso che aiuta a vivere meglio, l’accusa è all’uomo che si aggrappa sempre più alle cose futili, rischiando di utilizzare male gli strumenti che la civiltà moderna gli offre, dimenticando di essere solo uno degli elementi del mondo come è conosciuto.

MD: Quanto c’è dell’ideologia verghiana nei personaggi che attraversano L’EQUAZIONE DEL TEMPO?

Immagine articolo Fucine MuteDC: Verga fa riferimento al progresso come un elemento negativo per il singolo uomo, qui è la preoccupazione del tempo che la fa da padrona, la paura di non riuscire a vivere tutto nel poco tempo a disposizione. Ma un altro elemento affiora, quello della concezione stessa della vita, che gira intorno al tempo, e una osservazione sulla natura dell’uomo a vivere nell’attesa, a bruciare futilmente gli istanti. In fondo è una paura di vivere che nasce a volte dal vacillare della Fede, un edonismo che pone l’uomo al centro dell’universo.

MD: In questi personaggi l’equazione del tempo “per cui se ho per nemico il tempo ho per nemico me stesso” è compiuta?

DC: Ci sono delle eccezioni, come Madre Teresa di Calcutta, che supera il rapporto conflittuale con il tempo e quindi non ha nemica se stessa, grazie ad una Fede profonda che supera ogni temporalità. Ma le eccezioni sono fatte per stabilire paragoni con la normalità. Diverso invece è il discorso della generazione di cui faccio parte e dei luoghi in cui vivo, che spesso diventa oggetto di attese (anime ferme al parcheggio), perché non gli viene offerta la possibilità di essere al centro della propria esistenza visto un baronato ancora troppo pressante che intralcia il bisogno di espressione dei giovani.

MD: È ancora sostenibile una figura di poeta sempre amareggiata, sola, come è l’uomo relitto, intellettuale? Il poeta tale, l’uomo in questo caso, dovrebbe avere la forza morale di apparire lieto nonostante triste?

DC: Anche se le riflessioni inducono all’amarezza, ad una diagnosi della solitudine del uomo-poeta, ancora più oggi, dove i modelli dominanti sono legati all’immagine e alla velocità, lontani da quelli cari al poeta che vuole invece riflettere sul mondo e l’esistenza, non si può più sostenere la figura del poeta lontano dal reale, che lamenta il mondo che muta. Il poeta ha il dovere morale di capire la realtà e partecipare alla sua evoluzione, rivalutare ciò che ha un valore e di cui spesso si ha il bisogno. Deve farlo anche con i mezzi offerti dal progresso, essere al passo con i tempi, senza svalutare la poesia, anzi affinando gli strumenti della poesia, ma utilizzando i mezzi della comunicazione come il resto degli artisti. In ciò si inserisce la sua capacità di partecipare anche ironicamente, pur portando un messaggio doloroso, quindi acquisire consapevolezza e cercare il dialogo, non arroccarsi su una torre di cui nessuno più sente il bisogno.

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MD: Nella strofa che apre la sezione APPUNTI DI VIAGGIO mi sembra si ponga una questione filosofica. Il viaggio apre la possibilità per il soggetto di fingersi ombra. Con questo stratagemma, quasi un topos,  il poeta può veramente segnare il confine di demarcazione tra la luce e il buio per salvare passaggi nel tempo che altrimenti rimarrebbero senza traccia. Il nodo sintattico lascia sospesa la questione se l’essenza visibile nell’istante sia il viaggio, l’ombra, la traccia, il tempo o il soggetto stesso ma io propendo per quest’ultima interpretazione poiché le altre non mi convincono. Su questa scia, quando il poeta, o l’uomo, si finge ombra e si sente essenza visibile nell’istante, non può far a meno di interrogarsi sul proprio essere. Tu suggerisci due dubbi: il dubbio di essere apparso e il dubbio di essere un falso, in contrapposizione tra loro. Il viaggio, per te,  mi sembra dunque ponga la questione dell’essere/apparire da una parte e della verità/falsità dall’altra, suggerendo che risolvere una delle due questioni non significa necessariamente risolvere l’altra.  Ma è questo dubbio lo scopo ultimo del viaggio?

DC: Il viaggio radica la sua funzione nel bisogno di conoscenza, e suo scopo ultimo è il confronto con le altre realtà. La traccia che ne resta è sempre solo il ricordo, quindi un’ombra, lo “stratagemma”, come hai giustamente sottolineato, in cui nasce la poesia. Così, non restando nulla di tangibile, sorge il dubbio, elemento di conoscenza fondamentale nella nostra esistenza; senza il dubbio non cercheremmo più nulla. E dal dubbio nascono altri due elementi che non vogliono l’uno la soluzione dell’altro, ma, come già citato all’inizio di questa intervista, vivono nel contrasto, unica verità possibile. Da ciò il bisogno della ricerca, per trovare altro, e confrontarlo con ciò che conosciamo, far sorgere nuovi dubbi, per dar vita a nuova ricerca.

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MD: Alcuni dei tuoi “viaggi” sembrano suggerire un’ipotesi diversa da quella di Baudelaire per il quale si parte per partire, per dire “Andiamo!” in un viaggio verso l’ignoto. In te il  viaggio si ha quando si ha memoria di una strada da seguire, quando si ha una sicurezza: di trovare una casa o il proprio passato, o, in ultima istanza, la propria mente. È questa sicurezza che ti permette di vivere il viaggio senza esaltazione ma, anzi, con una punta di impressionistica contemplazione?

DC: In effetti come accennato partiamo per cercare la soluzione ad un dubbio, quindi con un punto fisso, che alla fine ci condurrà a nuove concezioni e nuovi dubbi, ma mai verso un ignoto a priori, perché noi partiamo da una storia di cui non possiamo sbarazzarci, non siamo vergini nemmeno alla nascita, abbiamo segni di demarcazione che vogliamo cambiare o confermare, ma abbiamo dei riferimenti con cui sempre confrontarci.

MD: Nel viaggio si ritrova il dialogo con un Dio?

DC: La ricerca di noi stessi indubbiamente ci porta a scavare nella nostra esistenza, e quindi a ricercare Dio. Lo scrivo anche in una poesia dedicata a David Murray, come il suo assolo lo porta ad una ricerca di Dio dentro di se. Dopotutto questo è un elemento comune a molti artisti, penso a John Coltrane e al suo bisogno di ricerca musicale per elevare il suo canto a Dio.

Immagine articolo Fucine MuteMD: In TERRA DI NOVEMBRE più suggestivi sono i punti in cui invece di invocare la solitudine essa è evocata dall’estraneità dell’uomo alla sua terra, dall’odio attribuito al giallo delle fronde, dal battere di zoccoli duri sulla pietra bianca. Il linguaggio con cui descrivi il paesaggio rurale o naturale non ha però la forza propria di quel mondo, è un linguaggio di rappresentazione e distanza. Qual è il tuo rapporto con questo mondo?

DC: Sì, qui entra l’annoso odio-amore del poeta meridionale verso la sua terra, e il mio distacco sorge più verso un modo di vita e visione dell’esistenza che non verso la terra fisicamente. Personalmente ho sempre abitato a ridosso della piazza del mio piccolo paese, quindi ho avuto un rapporto più diretto con il luogo, centro abitato, non tanto con il mondo rurale da cui prende comunque origine la nostra civiltà. Il contatto col mondo rurale, quindi, diventa indiretto, vissuto attraverso le persone. Ma il distacco nasce anche dal contrasto di una gioventù vissuta attraverso possibilità di viaggiare per le città d’Europa per svago, e all’università di Napoli, da qui il confronto tra la montagna e il mare che è sempre dominante nei miei testi. Un bisogno di vivere questo mondo da osservatore per cercare una oggettivazione della poesia.

MD: Nell’ultima poesia della sezione — una delle tue migliori — il treno appare come elemento di progresso ma in funzione di mezzo di spostamento delle masse. Osservare il treno in questo caso lo rende incolpevole, è solo un segno dei tempi che si deve accettare. Il rimpianto per la tradizione, per la Storia nasce dal tradimento dell’uomo verso i valori della terra? Oppure nel suo piegarsi all’imperativo del tempo?

DC: In effetti questo è il ruolo del treno, figlio di un progresso che occorre, è dovuto, e il poeta non deve ostacolare se la sua opera è rivolta alla ricerca. Il rimpianto invece è per il tradimento dell’uomo, la sua esistenza, la sua origine, le sue radici, la montagna a favore del mare. Il progresso ha le sue regole che possono convivere con i valori, ma a volte accade il contrario, si snatura il senso stesso della propria storia, perché non la si conosce a fondo e la si vede solo come un peso di cui sbarazzarsi, qui è l’incoscienza che vede piegato l’uomo all’imperativo del tempo, diventando la vittima della società che muta, invece di sfruttare i vantaggi del progresso.

Immagine articolo Fucine MuteMD: MINIMALISMI insieme a FREE JAZZ sono le sezioni più belle della raccolta. Nella prima punti molto sulla ripetizione della parola minimale, evidenziata anche dal corsivo. Finisce per sembrare una sorta di pellicola invece di essere una densa sostanza delle immagini. Una pellicola che si può togliere con un gesto dell’indice e del pollice. Sei d’accordo?

DC: Il nocciolo della sezione Minimalismi è proprio l’osservazione della ciclicità della vita, quindi rafforzare con la ripetizione la parola minimale serve proprio a sottolineare questo ripetersi. Eliminarla come una pellicola sarebbe possibile, ma come ogni comportamento minimale dovrebbe essere fatto con una lentezza tale da non farne accorgere il mutamento, e subito dopo rimetterla al suo posto sempre lentamente, perché fa parte del ripetersi degli eventi come i suoi contenuti.

MD: Le semplici opposizioni o sinonimie in rima, come assente/presente, predeterminati/anticipati, fatto/disfatto che accompagnano la chiusura di alcune poesie — di cui una in questa sezione — sono una precisa scelta tecnica?

DC: Anche qui ritorna il discorso di partenza, quello dei contrasti, in effetti la ricerca di una verità, e mi ripeto, sta nei contrasti, non a caso l’uso della rima dimostra che due punti di vista di partenza opposti conducono a suoni uguali. Quindi la tecnica, in cui credo molto, aiuta la poesia e il suo significato.

MD: I minimali sembrano anche un “decalogo” dei tuoi elementi poetici, almeno al tempo del componimento. E così?

DC: Sì, un prologo non poteva essere fatto se non da una osservazione che ci inserisce nella vita, quindi parlando della ciclicità in cui s’innesta l’uomo, la sua esistenza, dove provo a inserire il mio lavoro poetico.

MD: Nell’alternanza di ottonari, novenari e decasillabi, nelle poesie più riuscite di FREE JAZZ, si riscontra una precisa scelta musicale. Potresti spiegare con alcuni passaggi tecnici il lavoro che hai fatto sul testo e sul jazz per poterli mettere uno di fronte all’altro, uno sopra all’altro?

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DC: L’esigenza è nata dal bisogno di scrivere sull’affascinante universo della musica afroamericana, a cui mi sono dedicato come ascoltatore in un primo momento e come organizzatore di Festival dopo. Mi accorsi col tempo che potevo parlare di questo mondo solo attraverso i suoi strumenti, quindi attraverso la poesia che si immedesimasse nei ritmi del jazz. La nascita delle poesie mi portava ad una sorta di estraniamento, come succede in alcuni lavori di Dino Campana, come ha colto abilmente Adriano Napoli in una sua recensione. Ecco allora che le parole cercano di rincorrersi attraverso figure retoriche come allitterazioni, paranomasie, rime interne e alternate, consonanze e dissonanze, che permettono alle sillabe di riprodurre un lungo assolo, legandosi alle parole precedenti dal punto di vista fonetico, come lo fanno le note in una sequenza cercata dal solista. Nell’assolo il musicista parte da un’idea, poi offre spazio alle note che in quell’istante sente proprie, usa fraseggi ritornando poi all’idea originaria che solitamente è il tema; nelle poesie scritte in jazz cerco di ricreare quelle successioni di suoni, proprio come il solista, con dinamiche di tempi che si realizzano nel brano, a seconda delle esigenze dei contenuti o degli stati d’animo espressi e della musicalità interiore. Per fare un esempio, in una poesia troviamo due tempi differenti a seconda dei versi che leggiamo, quindi si passa da un 2/4 per i versi: “Cerchio riflesso — lampade flebili — esili ritmi nati — dai cerchi sommati”, ad un ritmo più ampio per i versi della stessa poesia, che è un 3/4: “Ogni cerchio è oscuro nel centro / ripercorre insistente se stesso / ridesto nei segni invadenti / del mondo e i simboli tondi”. Questa ricerca musicale non risponde ad uno schema prefissato in origine, e l’uso di settenari, ottonari e decasillabi sono legati al bisogno di sfruttare al meglio gli enjambement per lasciare legati tra loro i versi in modo da creare un unico lungo assolo, ma anche dal bisogno di contrastare una sistematicità che credo fondamentale nella poesia con i tempi sincopati che sono propri della musica jazz. La prima parte di “Cerchio riflesso” in effetti è scritta in questo modo “Cerchio riflesso lampade flebili / esili ritmi nati dai cerchi / sommati”, ma il ritmo imposto porta ad una versificazione più breve, come ho esemplificato prima (su questa mia ricerca uscirà a breve un bel saggio di Giuseppe Panella).

MD: Quali sono le poesie, all’interno della sezione,  che ti hanno più soddisfatto in questo senso?

Immagine articolo Fucine MuteDC: Quelle che esprimono il mondo del jazz o i suoi personaggi (es. “Le note richiamano versi”, “a Michel Petrucciani”, “Si addossa al corpo del basso” (su questo sottolineo l’allitterazione della “s” che comprime il ritmo mimando il suono dello strumento), ma anche riflessioni filosofiche, che riportano ad altre soluzioni cercate nel libro, come la citata “Cerchio riflesso” che rimanda alla tematica dei minimalismi.In ogni caso i brani migliori, con delle aggiunte, diventeranno a gennaio un disco, già registrato, che è una fusione tra poesia e jazz, e la presenza di un attore versatile e molto “swing”, visto il ruolo di solista come un fiato da aggiungere al trio jazz, per un progetto dal nome “JP band”, giustificato dalla forma e il contenuto di questi testi che sono a sè dei componimenti di jazz-poetry e motivano la fusione con la musica afroamericana, delle composizioni originali nate per sostenere le varie idee che traggono vita dalle poesie. E su questo lavoro spendo qualche altra parola per citare il sostegno di Giorgio Rimondi che ha firmato la nota introduttiva, il fotografo Eric Toccaceli che ci ha seguito in alcune performance dal vivo e naturalmente i compagni di viaggio coautori: il pianista Enzo Orefice e l’attore Enzo Marangelo, nonché gli importanti musicisti che completano il trio jazz che hanno creduto nel progetto offrendoci tutta la loro fiducia: Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti.

Il progetto che prende il nome di “J.P.band”, nasce dall’idea del poeta Domenico Cipriano, in collaborazione con il musicista jazz Enzo Orefice e dell’attore Enzo Marangelo, dopo aver sperimentato in più appuntamenti questa formula, in occasioni di serate a Roma: Castel Sant’Angelo (invito alla lettura), a Guardia Lombardi – Av – (per il Parco Letterario F. De Sanctis), nonché a Sasso Marconi – Bo – (ospiti della rivista letteraria Le Voci della Luna). L’appuntamento, all’inizio inteso come originale presentazione del libro di poesia “Il Continente Perso” di Cipriano, in cui s’inseriva anche una parentesi critica, è diventato un vero e proprio spettacolo di Jazz e Poesia, dalla durata superiore a un’ora, dove la parola, scritta in jazz, si fonde con le note, realizzando qualcosa che va oltre quello che proponevano i poeti della Beat Generation. Qui, i ritmi sono già all’interno dei testi, dovuti alla sperimentazione di Domenico Cipriano su poesie che affrontano la tematica della musica jazz, e la fusione in melodie afroamericane, grazie alle peripezie interpreative di Enzo Marangelo, e alle capacità compositive e improvvisative di Enzo Orefice. Si potrebbe parlare di una Spoken Poeetry sui ritmi del jazz.
Per quanto riguarda la musica, siamo difronte ad un trio jazz di piano (tastiera), batteria e contrabasso, in modo da immergersi nell’atmosfera dei locali di questa grande musica, con delle composizioni che si confondono con le parole, e con brani di sola musica improvvisata che amalgamano la performance. Circa i testi, a quelli che parlano di jazz, si affiancano altre composizioni che trattano tematiche diverse, dal viaggio, all’importanza delle radici e della storia, fino all’amore.

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