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Scrittura

Un breve elogio a Giuseppe Pontiggia

Giuseppe PontiggiaUna volta, alcuni anni fa, mi capitò di vedere Giuseppe Pontiggia ad Urbino. Leggeva e spiegava alcune novelle del Decameron in un cinema semi-nascosto in una viuzza in salita, ad un gruppo eterogeneo e svogliato di studenti universitari, che forse pensavano di più al sole e alle gioie della vita fuori della sala, che a quello che un classico del Trecento aveva da offrire.
Io ero uno di quegli studenti ed ero andato con un misto di noia e di timore reverenziale. E un pizzico di supponenza, data dalla pretenziosità dell’idea che nessun vivente potesse considerarsi uno scrittore, tantomeno un classico. Ovviamente mi sbagliavo, ma la mente di uno studente di lettere, quale ero io all’epoca, può lavorare anche così.
Per fortuna il timore reverenziale non ci mise molto a prendere il sopravvento. Quello che mi colpì maggiormente, quando la mia mente riuscì a sgombrare il pensiero del sole e delle ragazze nei loro vestiti più leggeri, fu il suo atteggiamento dimesso e tranquillo. Sul palco non sembrava esserci uno scrittore contemporaneo affermato, ma un uomo appassionato che cercava di trasmettere il piacere che aveva trovato in quella lettura, senza spianare le fanfare.
Ricordo come riuscisse a rendere comprensibile la complicata struttura sintattica latineggiante del Boccaccio; come il volgare che sulla carta era sembrato così difficile da leggersi (e anche un po’ noioso), sia al liceo che all’università, assumesse una chiarezza che non avevo mai pensato potesse avere.
Ora, ripensando a quell’occasione, con le sue opere sotto mano, mi pare di trovare una correlazione che all’epoca non ero in grado di riconoscere. Così ricordo Giuseppe Pontiggia su quel palco come una sorta di Chichibio cuoco, uscito da una delle novelle per fare quattro chiacchiere con noi, da uomo a uomo, per raccontare una storia, forse la sua, forse no, ma questa non è la cosa più importante quando si racconta una storia. Non era lo scrittore a parlarci. Era Chichibio cuoco. Non per l’abilità nel mescolare ingredienti disparati nel piatto prelibato della letteratura — per quanto l’analogia ci starebbe pure — ma perché del personaggio boccaccesco aveva l’ironia pacata, una furbizia semplice e bonaria e la profonda umanità.

Disegno tratto da www.illustrazione letteraria.itGiuseppe Pontiggia uomo nasce a Como il 25 Settembre del 1934. Suo padre è un funzionario di banca con un cuore da bibliografo e sua madre un’ex-attrice dilettante di teatro.
Nel 1943, alla morte del padre, inizia una serie di trasferimenti che lo porteranno a Santa Margherita Ligure, Varese ed infine a Milano, dove abiterà dal 1948.
Se la passione di suo padre per i libri gli trasmette la volontà di conoscere l’universo attraverso la parola scritta, altrettanto importanti per le sue future opere saranno gli spazi aperti, i fiumi, i laghi, la vita della provincia lombarda in cui trascorre la sua infanzia e la sua giovinezza negli spostamenti forzati con la madre: Erba e la Brianza rimarranno esperienze uniche ed irripetibili, fondamentali per il suo immaginario.
Durante gli anni del Liceo classico — da cui si affranca con diploma con due anni d’anticipo — scopre Maupassant e le libere, felici possibilità del linguaggio. Lo stile dell’autore francese colpisce profondamente Pontiggia adolescente, aprendogli l’orizzonte del piacere della parola e delle sue combinazioni.
Uscito dal liceo si impiega in banca per necessità economiche. Il suo destino sembra segnato verso la vita impiegatizia. Singolare appare il fatto che, in un qualche arcano modo, abbia come suo padre la passione per i libri ed un posto in banca, in una sorta di parallelismo karmico da cui riuscire ad affrancarsi solo molto tardi, per seguire il suo personale destino.
Del suo lavoro impiegatizio, Pontiggia coglie da subito le contraddizioni e le fallacità. Un mondo che credeva maturo e composto da adulti, gli si dispiega come una serie infinita di piccole arroganze, di quotidianità sempre uguale, in cui la meschinità sembra essere il sentimento dominante. Pontiggia guarda e annota, senza riuscire mai a sentirsi parte integrante del meccanismo. È lo spettatore disincantato di quella falsa maturità che si scontra con durezza con i desideri e le aspettative di un diciassettenne costretto ad impiegarsi, con la sua vocazione di sognatore e comunicatore che lo accompagnerà per tutta la vita.

La morte in bancaDa questa crisi intellettuale e personale nasce il suo primo romanzo breve, La morte in banca, che nel 1953 riceve il placet di Vittorini. Il libro verrà pubblicato in seguito a puntate sui quaderni della rivista d’avanguardia Il Verri nel 1959, alla cui fondazione partecipa fin dall’inizio, come redattore, sotto la guida di Luciano Anceschi.
Nel 1956 si laurea all’Università Cattolica di Milano con una tesi sulla tecnica narrativa di Italo Svevo, che già sembrava avere preso a modello nelle sfumature inquietanti ed ironiche de La morte in banca.
Vedendo le sue opere future è innegabile che se Maupassant gli aveva fatto scoprire le possibilità della parola, Svevo gli insegnò le possibilità dell’ironia, che unite allo stile aforistico che è proprio del Nostro, raggiunge una straordinaria efficacia.
Nel 1961 lascia finalmente l’ambiente ristretto della banca. La nuova disponibilità di tempo a disposizione gli permette di dedicarsi alle letture e di espandere i propri interessi, unico limite la propria fantasia e la sete di conoscenza.
In quell’anno inizia due attività indipendenti ma in un qualche modo complementari: l’insegnamento serale e la collaborazione, fin dal primo numero, con “L’almanacco dello specchio” per i tipi della Mondadori.
L’insegnamento lo mette in contatto con il mondo degli usufruitori della letteratura. Il mondo delle case editrici lo mette in contatto con la classe intellettuale del suo tempo.
Nel 1968 pubblica L’arte della fuga per Adelphi, con la quale collaborava già da qualche anno. Per loro si occupa della letteratura passata e presente, spaziando a suo piacimento tra classici e contemporanei.

Questa piccola biografia ci dice quali tappe Pontiggia abbia attraversato nel corso della sua vita. Ma cosa ci dicono le sue esperienze di Pontiggia scrittore? Cosa ci dice del suo sguardo sul mondo?

“Scrivere delle cose che i bambini copierebbero nei loro quaderni! Questo vuol dire essere un classico.”

Immagine articolo Fucine MuteQuesta frase di Daumal, che Pontiggia riporta all’inizio del suo breve saggio sullo scrittore francese — contestandola almeno in parte, tra l’altro — sintetizza, seppure in modo povero, un concetto a cui lo scrittore brianzolo cercherà di rimanere fedele per tutta la durata della sua carriera letteraria, sia come narratore che come saggista.
Il bisogno intrinseco della comunicabilità del narrato.
Ancora:

“Per Daumal la chiarezza non è il valore, ma il valore si esprime solo attraverso di essa.”

Questo è forse il paradigma del desiderio di scrittura di Pontiggia. Essere uno scrittore è per lui una necessità (verrebbe da dire vocazione: parola orribile ed abusata con troppa facilità da ogni mestiere, dal prete allo spazzino) di comunicare in modo comprensibile per i suoi fruitori. La chiarezza è dunque elemento imprescindibile.
Ma da uomo intelligente ed ironico quale era, sapeva che la chiarezza non era sinonimo di impoverimento linguistico, bensì volontà di coniugare la sua voglia di dire con una maggiore comprensibilità. Forse è questo il maggior segno di rispetto verso il lettore in tempi in cui tutti credono che per essere scrittori di romanzi ci voglia molta spontaneità (si legga: ignoranza) o molta oscurità (erudizione fine a se stessa).
Scavare la parola, approfondirne i significati, limare la propria lingua perché significante e significato siano intellegibili in una forma piacevole alla lettura. Una scrittura che si evolve come un organismo vivente, che impara mentre si fa, perché “l’atto materiale dello scrivere è decisivo non solo per la forma che assumono le idee, ma anche per la loro elaborazione”, come ebbe a dire lo stesso Pontiggia.
Far vedere le cose con il proprio occhio, ma fare in modo che il proprio sia uno dei tanti sguardi possibili sul mondo.
Come è possibile dichiarare di volere la chiarezza ed essere così complessi?

Immagine articolo Fucine MuteQuesto impiego di un linguaggio corrente per esprimere verità remote dai luoghi comuni, supera, sul piano della scrittura, sia la fuga conservatrice nel passato sia la proiezione volontaristica nel futuro.
Esso è, a mio parere, il compito più importante che spetta alla narrativa contemporanea.
Certo comporta dal narratore qualcosa di più di quanto oggi si sia disposti a concedergli (o a pretendere): comporta una concentrazione ininterrotta sui significati delle parole e delle frasi.
Comporta una coscienza anche etimologica delle parole, un ricupero della loro originaria potenza e ricchezza della significazione.
Scrivere  non è quindi abbandonarsi ad una sorta di furore creativo, né andare soggetto alle visioni di Cassandra, per poi ripudiarle quando ormai sono state partorite. La fantasia, intesa come atto creativo, è la materia su cui lo scrittore lavora prima di tutto da artigiano, per poi scoprirsi, se sarà, grande artista. I suoi attrezzi sono gli utensili per scrivere e la sua intelligenza, la sua volontà di dare significato intellegibile, udibile addirittura, al pensiero, perché nessuno scrittore scrive per sé e quando lo fa, ha sbagliato mestiere. Senza mai dimenticare che si è responsabili di ciò che si scrive.
Giuseppe Pontiggia aveva la coscienza esatta di cosa significasse essere un intellettuale. Aveva abbracciato il compito con passione, conscio di quanto fosse difficile il ruolo nell’epoca contemporanea. Le sue stesse parole sono la migliore spiegazione:

“Intellettuale” è vocabolo oggi imbarazzante.
Privo com’è, nella maggior parte dei casi, di attendibilità culturale e di autorità morale, galleggia come una mina fuori uso sulla superficie del lessico. — Sartre cieco, 117.

Questa sua lucida ed ironica visione del proprio ruolo all’interno della società non lo rese solo un intellettuale migliore, evitandogli quella paura di non esistere che capiva bene e non lo spaventava né lo preoccupava.
Soprattutto lo rese un uomo migliore, capace di vivere l’esistenza ed osservarla con distacco intellettuale, senza inseguire allori da supermercato, pronti all’uso e al consumo, ma una semplicità strutturata, di quelle che non si dimenticano. La consapevolezza è la cifra della sua chiarezza:

(Il letterato) Esiste per i posteri.
Ma poi li confonde sempre con i contemporanei. — Il letterato e l’inesistenza, 307.

Allora  ecco venire alla luce opere come Il raggio d’ombra, in cui passione politica e passione storica vivono sospese tra suspence ed ironia, delineando personaggi molto umani nel loro essere un po’ grotteschi; o il pluripremiato Nati due volte, che affronta il difficile tema della disabilità senza falsi o veri pietismi, muovendo i suoi personaggi con una logica talora dettata dai sentimenti (non dai sentimentalismi!), talora con la precisione tattica dello scacchista.
Di Pontiggia potremmo citare molte altre opere, saggi e racconti, o dilungarci sui suoi romanzi fino a venire a noia anche a noi stessi. Ma è dell’uomo che ci interessa ricordare, anche se slegarlo dallo scrittore sarebbe poi fargli torto. Di colui che si definiva un giocatore di scacchi mancato e orchestra Il giocatore invisibile come un Kasparov o un Fisher prestati alla macchina da scrivere, si deve ricordare l’insaziabile curiosità, l’amore per la conoscenza, la volontà di comunicare, il bisogno di sentirsi uomo tra gli uomini e uomo tra gli scrittori.
A pochi mesi dalla sua morte, avvenuta il 27 giugno di questo stesso anno, nella Milano dove risiedeva e lavorava con tanta passione, piace ricordarlo con le stesse parole con cui egli stesso aveva ironizzato sulla morte; parole che non a caso, sembra ora, chiudevano l’ultimo saggio de Il giardino delle Esperidi, intitolato Il letterato e l’inesistenza. Con la certezza che Giuseppe Pontiggia, scrittore e critico, per fortuna è esistito.
Il trapasso del letterato come amano descriverlo i suoi colleghi:
“Se ne è andato silenziosamente, come era nel suo stile”.
Oppure:
“E’ morto appartato, come ha sempre vissuto”.
Oppure, da secoli, la metafora del teatro:
“Se ne è uscito alla chetichella, dalla comune”.
Ma perché, come può morire un uomo?

* Tutti i passi citati provengono da Il giardino delle esperidi, Adelphi Edizioni, Milano, 1984.

Prima di introdurre lo speciale sulla poesia italiana, un doveroso omaggio a Giuseppe Pontiggia, che abbiamo scelto di pubblicare nell’occasione in cui Fucine Mute dedica alla poesia una delle sue iniziative più rilevanti. 


In rete:


www.giuseppepontiggia.net


per biografia, bibliografia, percorsi tematici

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