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Palcoscenico

Paolo Rossi

Eterno bivio tra farsa e verità

Immagine articolo Fucine MuteLe lunghe attese a volte vengono premiate. A causa di problemi non esattamente di poco conto con le realtà teatrali e istituzionali triestine, il talento anarcoide e bellissimo di Paolo Rossi sembrava essere solo un bel ricordo.
Ma la vita riserva, a volte anche delle gradite sorprese: dopo otto anni di vuoto pneumatico in regione, e più agguerrito che mai, il monfalconese dalla battuta salace torna a calcare il palcoscenico del Teatro Miela.
Lo fa, da par suo, con un testo a “struttura variabile”, dove ad un canovaccio fisso si aggiungono, sera dopo sera, le preziose insinuazioni, gli spunti ed i commenti in diretta di un pubblico che insieme a Paolo Rossi costruisce lo spettacolo.
“Il Signor Rossi e la Costituzione” ci riporta così, integro, il teatro di un caposcuola da pochi giorni cinquantenne, allevato e coccolato con affetto da Dario Fo, ma fattosi le ossa grazie a lavori come “L’Opera da Tre Soldi” e “Rabelais”, dove alla cultura teatrale classica si univano i feroci riferimenti alla classe politica odierna, alle sue magagne, alle sue incredibili e mortificanti violenze nei confronti di chi non può dire la sua. La gustosa esperienza televisiva di “Su la testa”, alcuni anni fa, aveva dimostrato a tutti le incredibili potenzialità anche fisiche di un monello della scena, incontenibile nelle gag verbali ma capace di infilare tra un salto alla corda e l’altro dei contenuti demistificanti su cui riflettere a posteriori.

In questo suo ultimo straordinario show Paolo Rossi centra il bersaglio proprio perché la sua lancia acuminata colpisce ad ampio raggio, spostandosi con veemenza e tragicomica velocità dal politico al sociale, dall’indispensabile al superfluo, dal trascurabile all’esiziale.
Le vacanze dei politici, gli schiaffi della censura, le leggi non rispettate, i condizionamenti del tubo catodico, i misteri insoluti, i servizi segreti, lo stupidario quotidiano che si rifrange dalla stampa alle conversazioni nei bar.
Dopo una parentesi a suo modo “colta” (il penultimo spettacolo era dedicato a Molìere e tentava una difficile mediazione tra la satira e il classicismo) ed un film, bello e incompreso (“Silenzio si nasce” a fianco di Sergio Castellitto), Rossi torna nel territorio che gli è congeniale, attingendo con generosità da un calderone sociale ed umano sempre più parossistico.
Gli applausi si fanno assordanti a metà recita, quando una sirena dall’esterno porta il protagonista ed i suoi musicisti a cambiare repentinamente l’assetto dello show: è l’occasione, feroce, per un ennesimo sberleffo a Berlusconi, ed ecco il piccolo comico sodale di Davide Riondino, Lucia Vasini e Claudio Bisio, prodursi in una spassosa esecuzione di “Unforgettable” di Nat King Cole.
Com’è di prammatica in produzioni teatrali di questo tipo, il finale ha un risvolto malinconico che riunisce a sé la farsa e la tragedia.
Ecco quindi una ballata di grande ritmo, quasi un momento di musica kletzmer, nel corso della quale Rossi propone un baratto: le stragi non vendicate, gli abusi politici, Tangentopoli e gli orrori di una classe politica stomachevole, lasciati alle spalle in cambio di una riacquistata dignità soggettiva, e poi c’è “un amico mio che si chiama Adriano, in questo momento è dentro, ma chissà se questo è giusto…”.
Le recentissime disavventure televisive di Sabina Guzzanti, soffocata e zittita dopo la prima puntata di un programma che non si discosta di un pelo dall’abituale (e ormai pluridecennale) suo repertorio satirico, ha gettato altro sale in una ferita clamorosamente aperta.
Sarà il tempo a dirci se gli exploit di Paolo Rossi, accusato dai suoi detrattori di “vittimismo” e di logorrea verbale sono solo gustosi fuochi d’artificio “di parte” o se invece, una volta di più, la drammaturgia e l’arte recitativa in genere, hanno anticipato di qualche passo la cronaca.

Immagine articolo Fucine Mute

Riccardo Visintin (RV): Siamo in compagnia di una delle voci — e dei volti — italiani del teatro e del dissenso tra le più interessanti: Paolo Rossi.

Paolo Rossi (PR): Questa è la voce e questo è il volto (ironizza indicando prima la sua bocca e poi la sua faccia, ndr).

RV: Il quale ritorna a Trieste, dopo una considerevole assenza, con uno spettacolo che adesso — come ci racconterà lui stesso — non ha mancato, giustamente, di suscitare anche delle belle reazioni.
Te ne riporto una: “Paolo Rossi è disgustato da quasi tutto quello che gli succede intorno, e questo traspare nello spettacolo”.
C’è molto sarcasmo, una grande ironia, ma anche tanta disperazione.
Tu ti senti disperato? Sai a cosa mi riferisco, ovviamente.

PR: Mah, la disperazione è un livello superiore all’indignazione. Io arrivo solo all’indignazione.
Il comico spesso nasce dall’indignazione, questo me lo ha insegnato Dario Fo, che è stato uno dei miei primi maestri, anche se poi ho preso una strada simile per certi versi, diversa per altri.
Credo che in certi momenti, però, si possano notare delle sfumature più scure, all’interno della mia comicità… È una comicità molto particolare, nel senso che cammina un po’ sul filo e non disdegna di affrontare degli argomenti a volte anche tragici o disperati o comunque sempre problematici, ma cercando di usare l’ironia e l’umorismo, la comicità, il lazzo, l’autoironia e quello che ci posso mettere di mio.

RV: La musica.

PR: Be’, queste sono parti tecniche, ad ogni modo a me piace mescolare molto sia i generi che le tecniche, forse perché non ho fatto un’Accademia di teatro, sono perito chimico, e anche se odiavo la chimica qualcosa mi è rimasto.
Per l’alchimia, per le reazioni di ossido-riduzione e di combustione…

RV: Senti, tu sei in qualche modo di casa a Trieste, perché sei nato a Monfalcone, anche se non vieni da un po’.
Mi diceva stamattina una ragazza, che sapeva che ti avrei incontrato, che uno dei punti di forza di Paolo Rossi è l’essere alla ricerca costante di una dimensione: si sa chi è Paolo Rossi, si conoscono le sue varie facce, però in qualche modo c’è sempre la possibilità di scoprire qualche lato nuovo.
Allora ti chiedo: ti senti in qualche modo una persona che si evolve, anche nei suoi spettacoli, attraverso quello che gli succede intorno o ti senti ancora un trasformista, come dicevamo ai tempi dei tuoi inizi, di Dario Fo per capirci.
C’è questa “verginità” di Paolo Rossi, che si rinnova ogni volta?

PR: Mah, io credo che avrei potuto fare una carriera ben diversa, forse anche più redditizia, se ogni volta non avessi voluto rimescolare le carte.
Perché comunque per me — non so per quale motivo, qui dovrebbe arrivare un analista, uno psichiatra, un amico — ogni lavoro era sempre una sfida.
Il primo spettacolo che ho visto nella mia vita, lo dico spesso, erano gli acrobati che facevano gli ubriachi sul filo.
Quindi mi è sempre piaciuto molto anche il rischio, la scommessa, l’azzardo e la sperimentazione, e chiaramente facendo così acquisti anche una certa coerenza nelle continue mutazioni.
Perdi anche, come posso dire…

RV: …la spontaneità

PR: No, la spontaneità ti rimane. Perdi magari l’approfondimento, però questa è un aspetto che sviluppi con la maturità, e siccome ritengo che questo sia un mestiere “lungo”, forse è arrivato il momento che sintetizzi tutte queste facce che ho tirato fuori in un momento particolare che potrebbe diventare un segno più distintivo.
Poter andare ancora più a fondo: è un mestiere in cui non si smette mai di imparare, e io voglio che sia così perché così mi hanno insegnato che sia, e lo ritengo giusto.

Immagine articolo Fucine Mute

RV: Un’ultima domanda, anche perché è tardi e siamo a ridosso di uno spettacolo.
So che tu sei neo-papà di una bambina, giusto?

PR: No, io sono pluri-papà….

RV: Pluri-papà, va bene. Quindi ultimamente sei diventato nuovamente papà.
Spostandoci sul lato artistico, si parla ogni tanto dei nipotini di Paolo Rossi: in qualche modo, si è creata una sorta di compagine — ti parlo da giornalista, perciò bisogna vedere come la pensi e come la vedi tu — per cui i vari Luttazzi e Claudio Bisio e tanti altri che sono usciti, vengono spesso accomunati a te.
Come se tu fossi stato in qualche modo una specie di progenitore per audacia e per spavalderia.
Come vivi questo fatto?

PR: Mah, mi ritengo una persona che pur cercando di fare cose diverse, trasgressive a volte, si è sempre rifatto alla tradizione.
La tradizione per il comico vuole che ci sia una Compagnia, ed io ho sempre preferito lavorare con gente brava, perché diventavo più bravo io.
Non avevo paura, non temevo un offuscamento, anzi credo di aver avuto e di avere delle buone doti da talent-scout nei confronti di alcuni, quelli più giovani, sicuramente. Con altri, tipo Bisio, invece siamo cresciuti assieme. Comunque, anche se abbiamo partecipato insieme ad alcuni progetti, poi io portavo avanti delle cose, lui delle altre, e va benissimo.
Poi, alcuni di questi figli “artistici” li riconosco e invece altri li diserederei.

RV: Senza dubbio quello che stiamo vivendo è un momento di grande confusione generale, senza fare riferimenti che sono poi sotto gli occhi di tutti. Si dice che in un momento simile è l’arte che può salvare l’uomo, l’arte che è anche il teatro di Paolo Rossi, e non soltanto.
Tu hai mai dei momenti di sconforto in cui ti chiedi se vale la pena la sera salire sul palcoscenico, oppure invece sai che è il tuo mestiere e quindi va fatto, specialmente nei momenti in cui c’è bisogno di dire, con ancora maggiore forza, la propria opinione?

PR: Guarda, credo che il teatro sia un luogo dove si incontrano delle persone vive, quindi che agiscono, che devono interagire raccontandosi delle storie che li riguardano.
Questa è una cosa che dico spesso, come un’equazione che per me è fondamentale.
Ora, le idee nascono dalla strada, e la strada adesso chiede questo, quasi una responsabilità, ma a me piacerebbe veramente fare anche altri lavori, su altri argomenti, che non riguardano esclusivamente la situazione “politica”.
Anche se penso che, per come si affrontano certi problemi, compresi quelli privati, tutto sia politico.

RV: Scusa se t’interrompo. In parte l’hai fatto anche con Molìere, in qualche modo?

PR: Sì, è vero, di fatto questo “Signor Rossi e la Costituzione” è nato perché quando è troppo è troppo.
Poi è uno spettacolo in cui metto in gioco e prendo in giro alcune cose di me, faccio un ragionamento su quella cosiddetta “società dello spettacolo” che mi sembra molto particolare, ed ultimamente, da questa ripresa (della tournée, ndr) che parte da Trieste, sto approfondendo la parte favolistica, aneddotica, perché credo aiuti a capire meglio la realtà.
Credo che ci siano degli artisti più bravi di me a fare uno spettacolo magari di controinformazione pura con dati, riferimenti, episodi: io viaggio in un mondo un po’ più visionario, e credo che le favole mi aiutino molto a comprendere quello che mi succede, perché in realtà nella vita c’è un modo giusto e un modo sbagliato di comportarsi.

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