// stai leggendo...

Cinema

Ermanno Olmi

Il mestiere della pace

Immagine articolo Fucine MuteDomanda (D): Cantando dietro i paraventi sembra proseguire il discorso sulla guerra e sulla violenza “legalizzata” già intrapreso dal precedente Il mestiere delle armi, tanto da poter giustificarne l’interpretazione in chiave di variazione zen. Cosa l’ha spinta ad una nuova incursione in questi temi già affrontati, e perché la scelta di sostituire la struttura serrata, cronachistica e documentaria, con il respiro ampio della parabola.

Ermanno Olmi (EO): In questo momento tutti noi avvertiamo un’inquietudine a cui non riusciamo a dare risposta. Ciò che ci viene detto dall’alto delle grandi istituzioni, raramente ci convince. Quello che ci dicono non sempre corrisponde a verità: nel passato anche recente non è raro imbattersi in crisi, poi risoltisi senza conseguenze gravi, in cui il mondo è stato sull’orlo della catastrofe di una guerra, senza che noi ne sapessimo nulla. Avvertiamo un’inquietudine…come reagire all’impossibilità di agire? Con una marcia per la pace, esponendo la bandiera, ma qualcosa non ci soddisfa del tutto. Non avendo io risposte razionali, logiche, ben contestualizzate nel presente, mi sono rivolto alla favola, all’apologo. Cosa dice questa favola? “Se accetti un gesto gentile devi deporre la spada”. Ciò che possiamo fare, in ogni momento, è tentare un gesto gentile; se dicessi queste cose nel contesto di un film realistico, farei sorridere coloro che dei buonisti sorridono spesso, ma noi non possiamo davvero far altro che cercare di compiere, ogni tanto, un gesto gentile. Chissà che qualcuno non deponga la spada. “Il mestiere delle armi ” finiva con una raccomandazione dei generali: “Mettiamo al bando queste armi micidiali. Possiamo usarle solo contro i muri di difesa della città, mai più contro l’uomo”. I cannoni, però, non si sono ritirati dalla scena della guerra, anzi sono diventati sempre più potenti. Soprattutto chi è potente deve essere consapevole del valore di un gesto gentile: se si ha il coraggio di proporre, prima della potenza delle armi, un gesto gentile, è più probabile che si ottenga qualche risultato.

D: In una stagione cinematografica curiosamente ricca d’avventure piratesche (“La maledizione della prima luna”, “Sinbad”, ndr), il suo progetto è in parte controcorrente: un film sui corsari senza neppure un arrembaggio. Scelta o necessità?

Immagine articolo Fucine MuteEO: Gli arrembaggi li ho dati per scontati: sappiamo benissimo cosa succede in questo genere di storia avventurosa, ma non erano gli arrembaggi la ragione del mio film. Nel teatro greco, ad esempio, che è alla base di gran parte della cultura del Mediterraneo, la tragedia, l’azione, l’arrembaggio, non avvengono mai in scena, ma sempre fuori. In scena si discute delle ragioni per cui l’atto “scellerato” è accaduto e delle conseguenze che avrà. Quella di non soffermarmi sugli arrembaggi è stata una scelta voluta: non mi interessano le azioni di guerra, gli scoppi, ma quello che c’è prima e ciò che succede dopo. Il film risponde a questa esigenza.

D: Echi della vicenda che è alla base del film si possono rintracciare anche nell’opera di Borges: quali sono state, però, le fonti primarie cui si è ispirato per scrivere la sceneggiatura e, di conseguenza, per girare il film?

EO: La letteratura sul mondo dei pirati è sterminata: molti anni fa, leggendo un libro che aveva attinto dagli archivi di Pechino la più estesa documentazione sulla pirateria, cinese in particolare (ma non solo), lessi di un grande poeta, cinese anch’egli, che prendendo spunto da un fatto reale narrò la storia vera della vedova Ching e dei villaggi evacuati per impedirne l’assalto da parte dei pirati. È vero che anche Borges si è ispirato al medesimo racconto, ma proprio perché “derivativo” non può che considerarsi alla stregua di una fonte secondaria.

D: Cosa la colpì, in particolar modo, di quel poema cinese?

EO: Mi colpì la frase finale, che annunciava un cambiamento radicale: il passaggio epocale da un momento di scontri e di guerre, ad un periodo di pace. Questo cambiamento era annunciato dalla frase che chiude il film: “Da quel giorno i mari tornarono tranquilli, i contadini vendettero le spade e comprarono gli aratri per coltivare i campi, mentre le voci delle donne rallegravano il giorno cantando dietro i paraventi”. Questa frase, non a caso scritta da un sommo poeta, è davvero la sintesi della pace: ricordo, quando ero bambino, i canti delle donne nelle corti, all’interno delle case, per le strade. Non ho da proporre, come idea ed immagine di pace, nulla di meglio del suggerimento del poeta: una voce di donna che canta, nascosta da qualche parte. Quando la donna canta è perché è serena, perché è tranquilla, perché ha delle sicurezze, delle speranze. Per questo rivolgo un appello: donne, cantate ancora, per favore!

Immagine articolo Fucine Mute

D: Questo appello dà modo di affrontare l’anima “femminile” del film: che, non a caso, è un’opera incentrata sull’arte della resa e del perdono. In che rapporto è questo omaggio alla donna con la filosofia orientale che permea il film?

EO: Per quanto riguarda la filosofia orientale, ho constatato che, se non citassi le fonti (che risalgono addirittura a prima di Confucio) tutte queste pillole di sapienza cinesi, condensate poi in massime e proverbi, altro non sono che la sublimazione di concetti per esprimere i quali noi occidentali, molto più prolissi, riempiamo intere pagine. Anche nella nostra cultura “pre-scolarizzazione”, però, il proverbio era una sintesi di sapienza che circolava sulla bocca di tutti.

Senza contare che se non citassi le fonti, alcune battute del film potrebbero appartenere tranquillamente alla religione cristiana: la frase “Il perdono è più forte della legge” non vi ricorda nulla nell’area della cristianità? Il divino imperatore, considerato divino perché in diretto legame col cielo, aveva la facoltà del perdono, e offre il suo perdono in prima istanza: quale corrispettivo può esserci nella nostra religione? Il figliol prodigo, per esempio: un figlio ritrovato è ancora più di un figlio nato e cresciuto nell’affetto del padre, un figlio che si allontana e torna merita il perdono, per la grande gioia che procura al padre. Io credo che, specie nella sensibilità della donna, la richiesta di perdono non sia considerata una sconfitta, ma un atto eroico che va riconosciuto e premiato. Dire tutte queste cose qui e ora mi mette in imbarazzo, diversamente dal dirle nel film: che è un contesto di favola, che non ha legami vincolanti con la realtà. In contesti e circostanze diverse dalla favola questi discorsi rischiano di sembrare aria fritta, ma io ci credo: credo che in questo momento abbiamo bisogno di sincerità e di semplicità.

Immagine articolo Fucine Mute

D: E riguardo al ruolo delle donne come portatrici di pace, non pensa che non possano tenere fede a questo compito alto e nobile fintanto che non godranno di quella piena giustizia sociale di cui ancora oggi sono in parte private?

EO: Ha ragione nel dire che non c’è giustizia sociale per le donne; né per i bambini, né per i poveri… Le donne hanno una capacità di resistenza che nessun uomo possiede, perché possiedono più dell’uomo, insita nella loro stessa natura, la conoscenza del valore della vita. Quando, e non parlo solo del passato, le famiglie avevano la disgrazia di perdere il padre, la madre assumeva un duplice ruolo; difficilmente accadeva il contrario, raramente un padre riusciva ad assumere il ruolo di madre. Poteva procurare gli alimenti, così come farsi garante d’alcune certezze, eppure il ruolo della donna era ed è tuttora fondamentale: la responsabilità della donna nella vita è superiore a quella dell’uomo. Per questo motivo la donna deve mantenere un grande senso di dignità nei confronti di se stessa, evitando di cedere ad una ideologizzazione sbagliata della propria componente femminile. Ha ragioni molto serie ed importanti per assumere le responsabilità che non sempre l’uomo è in grado di assumersi. Forse è perché ho perso mio padre molto presto, ma nutro una tale considerazione per mia madre, che non posso non esternare queste considerazioni: resistete, donne, resistete!

D: Accanto al discorso sulla violenza e sulla guerra si fa strada una riflessione sulla logica distorta del potere, che manipola gli strumenti della legalità a proprio uso e consumo. Il riferimento è alla stretta attualità politica di questi giorni/mesi/anni?

EO: Nel discorso che fa alla ciurma, riconoscendo la propria posizione di fuorilegge, la vedova dice: “Noi siamo onesti fuori-legge”. Accade oggi quello che è accaduto sempre: persone che detengono il potere utilizzano false legalità per compiere i propri delitti. Non meravigliamoci, quindi, di ciò che è sempre esistito. L’importante è far saper che accade, e che noi ce n’accorgiamo: il resto spetta alla magistratura, agli organi competenti, ma il cittadino da parte sua deve far sapere che è consapevole della realtà che sta vivendo, deve far sapere che riceve i segnali che gli permettono di elaborare un’opinione e di dire la sua opinione. Facciamo sapere che non siamo stupidi, almeno questo!

D: Le riflessioni su questi temi universali non soffocano il gusto del racconto, che ha il passo leggero dell’apologo: c’è ancora spazio (ed è ancora tempo), nel mondo degli adulti, per le favole?

Immagine articolo Fucine MuteEO: Ci raccontiamo sempre favole, ogni giorno, anche da adulti. Anche quando affrontiamo la nostra minuta vita quotidiana, e abbiamo sempre una piccola favola da realizzare durante il giorno: un incontro, un evento. Si vive attraverso un’anticipazione del futuro che le favole che ci raccontiamo ci mettono a disposizione. Ricordo quando ogni giorno, da ragazzino, speravo di innamorarmi, e mi raccontavo l’innamoramento prima ancora di essermi innamorato: quello che accade nelle favole, quindi, qualche volta poi accade anche nella realtà.

D: Il versante “favolistica” è esaltato dalla straordinaria bellezza visiva straordinaria delle immagini: quali sono stati i suoi riferimenti iconografici?

EO: È imbarazzante, ma devo rendere merito a mio figlio Fabio che ha realizzato una fotografia straordinaria. Non gli ho detto “Fai riferimento ad un pittore piuttosto che ad un altro”: lui ha letto il copione, la favola, e mi ha detto “Mi piace molto!”, al che io gli ho risposto “Faremo un film colorato, perché le favole sono colorate”. “Colorato come?”: “Hai presente le lacche cinesi? Ecco, quel mondo vive di quei colori”. Il riferimento è la Cina come la vediamo noi occidentali: non volevo fare un film cinese, volevo fare un film nostro che fosse vestito secondo il gusto cinese, che ne suggerisse un riferimento nel paesaggio. La favola trasferita in Cina, letta come un’utopia, è ancora più “accettabile”, perché estranea al nostro contesto; quindi in quello ambito possiamo dire tutto ciò che vogliamo. Se dovessi affermare che una certa battuta del film è cinese non mi credereste, e magari non lo è, e viceversa… e questo è il gioco della narrazione, dell’artificio.

D: Non voleva fare un film cinese, e, infatti, ha “trovato” la Cina aldilà dell’Adriatico: come ha scoperto il Montenegro?

EO: Ho voluto evitare il realismo; chiunque direbbe “faccio un film cinese, vado in Cina”, ma io non volevo fare un film cinese; volevo evocare la Cina, attraverso l’artificio dello spettacolo. Una Cina inventata con grande libertà, come chi non conosce la Cina immagina che sia. Abbiamo trovato questi luoghi casualmente: mentre si parlava con il produttore esecutivo di dove ambientare un paesaggio cinese non contaminato da costruzioni, mia moglie sfogliando una rivista mi dice “Guarda, qui ci sono delle fotografie”. Non prestai molta attenzione, poi ad un certo punto guardo le immagini chiedendo se si trattasse della Thailandia, o qualcosa del genere. “No, Montenegro!”, mi risponde: era un servizio sul lago di Skutari. Due giorni ero in partenza. Quando abbiamo portato i cinesi italiani in quelle zone hanno detto “Sembra di essere in Cina!”.

D: Si parlava poco fa d’artificio dello spettacolo: il film è anche un originale esperimento meta-narrativa, e allo stesso tempo una riflessione sul teatro e, per estensione, sul cinema…

EO: Il teatro, rispetto al cinema, trova la sua naturale propensione nel “distillare il pensiero”; il cinema, a sua volta, trova quella stessa naturale propensione nel raccontare l’azione e nel suscitare l’emozione; poiché il film aveva bisogno di far camminare il pensiero dentro l’azione e all’interno dell’emozione, mi sono appoggiato al teatro sottolineando questo aspetto: non mi sono preoccupato di dividere e separare i due generi ma, al contrario, ho cercato di farli convivere molto liberamente. Per questo la storia mi sembra molto scorrevole, nonostante si passi spesso dalla realtà al palcoscenico: anche nel finale, quando la vedova getta la spada in mare, si gira, ed immediatamente “si ritrova” in teatro.
Quanto allo spettacolo come “rappresentazione del mondo”, una battuta pronunciata dal narratore sintetizza molto bene lo spirito del film: “Il teatro è lo specchio della realtà, e se ci guardiamo in questo specchio conosciamo il nostro vivere”.

Immagine articolo Fucine Mute

Testimonianza raccolta da Gabriele Barcaro

Ermanno Olmi, nato a Bergamo nel 1931, è noto per il suo stile tecnico caratterizzato dalla semplicità e per i contenuti delle sue opere, profondamente attenti all’integrità e alla poetica umana.
Nel 1953 inizia con i documentari, mentre nel 1959 giunge il debutto nel lungometraggio con Il tempo si è fermato. Nel suo palmares figurano la Palma d’oro assegnatagli a Cannes per L’albero degli zoccoli nel 1977, un Leone d’argento per Lunga vita alla signora! nel 1987 e il Leone d’oro per La leggenda del santo bevitore l’anno successivo.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Frankenstein a teatro (II)

Frankenstein a teatro (I)

L’etimologia dei nomi e il loro significato...

La domatrice e Il Natale di Poirot

Poirot sul Nilo e Due mesi dopo

Tonya di Craig Gillespie

Enrique Jardiel Poncela e la censura franchista

Somewhere Over the Rainbow

Cujo di Stephen King

Tutti quanti voglion fare jazz

La parola ai giurati di Sidney Lumet

Aristotele e Eugène Labiche (II)

Jason Aaron: Gli eroi di Jason Aaron

Aristotele e Eugène Labiche (I)

Glenn Gould scrittore

Roberto Baldazzini: Sultane e dive di Hollywood

Giuseppe Peruzzo: Le novità Q Press

Breve ricerca storica sul concetto di musica...

Stefano Conte "TheSparker": Volt: una scommessa vinta

Elisabetta Cifone: Molto più di un manga all’italiana

Histoire du soldat, una favola in musica

Andrea Rivi: I nuovi traguardi di Nona Arte

Casomai un’immagine

mar-23 mar-42 mar-43 th-42 29 08_pm kubrick-3 kubrick-4 kubrick-52 kubrick-8 thole-02 ruz-07 ruz-10 petkovsek_18 bon_12 bon_sculture_12 acau-gal-01 antal1x czkd1 mezzanine1 voce1 io_assumo tav4 Pb640 Otrok08 pm-32 murphy-03 50 wendygall-07 02