// stai leggendo...

Cinema

Quarant’anni sullo schermo: Jean Gabin, francese “verace” e grande attore (I)

Tanto per cominciare, gli storici anni ‘30

Jean GabinNella complessa e multiforme vicenda del cinema, gli anni ‘30 sono un periodo fra i più importanti. Era il momento del primo “parlato” con un film un po’ lacrimoso, ma anche e soprattutto musicale. C’era Al Jolson che cantava il suo tributo d’affetto alla “Mamie” con la ben nota faccia nera del “Jazz Singer” strappando sospiri, emozioni e applausi: e in tempi molto brevi queste pellicole piene di “parole e musica” diventavano un avvenimento mondiale, lasciandosi dietro i gloriosi “Silent Movies” a riempire i volumi di storia del cinema.
Il “Musical”, genere trionfante, non aveva comunque ostacolato gli altri settori, avventurosi o sentimentali, che continuavano ancora il loro seducente cammino. E fu così che in Italia, in piena atmosfera “littoria” potevamo vedere sugli schermi un po’ tutti i generi, senza avere ancora troppi impedimenti.
C’erano le “riviste” dolci e geometriche di Busby Berkeley, mentre Ginger e Fred, magica coppia danzante, ci facevano un po’ trascurare le nuvole che già si affacciavano ai nostri orizzonti.
Ma non era tutto. In qualche altra sala di proiezione arrivò anche un diverso cinema: ce lo presentò un certo “Bandito della Casbah” (Pepé le Mokò nella versione francese), che ebbe la capacità di portarci lontano dalle “girls” americane.
E qui eravamo veramente in un altro mondo.
In quel film c’era la polizia di Algeri che stava cercando un inafferrabile fuori legge con quello strano soprannome. L’interprete era un attore poco più che trentenne, di nome Jean Gabin. Era la storia d’un bandito romantico che “nascosto ad Algeri, sogna Parigi andando incontro alla morte per amore di una donna”. La citazione viene da Cristina Bragaglia, nota giornalista.

Non mi sembra che nella sua carriera Gabin abbia mai fatto un ruolo da autentico malvivente, e neppure da “cattivo” nel senso classico del linguaggio cinematografico: se mai duro e irascibile, spesso perseguitato dalla malasorte, ma anche talvolta generoso “compagnon” di belle brigate con amici fedeli.
Affascinato come tanti dalla straordinaria personalità di Gabin, sto già anticipando su di lui delle osservazioni che meritano una ben migliore attenzione. Conviene pertanto raccontare la sua vita e la sua professione in un preciso ordine cronologico.

I Moncorgé, parigini di Mériel

Jean GabinJean Alexis Moncorgé, questo il suo vero nome, era nato il 17 maggio 1904 a Mériel, un paesino alle porte di Parigi. La famiglia era di origine alsaziana: un fratello aveva già sedici anni, e poi c’erano altre due sorelle più piccole. Jean era l’ultimo arrivato (come il brutto anatroccolo, avrebbe detto poi), e contrariamente alla tradizione non era stato molto viziato dalla madre, una cantante molto seria e attaccata al proprio lavoro.
Il nonno Moncorgé era stato un capo-selciatore municipale, vale a dire che aveva costruito i marciapiedi della sua città, mentre suo figlio Ferdinand si era avviato ad una carriera artistica in pieno contrasto con il padre, che lo aveva addirittura cacciato di casa. Buon per lui: era poi diventato un ottimo attore di “music-hall” sposando una bella cantante che lo accompagnava nelle sue frequenti tournées con molto successo. Si chiamava Hélène.
Il piccolo Jean ebbe dalle due sorelle l’affetto che la madre gli aveva alquanto lesinato. Erano due brave ragazze: Madeleine, la maggiore, era pittrice, e Jean avrebbe sempre conservato certi suoi ritratti di bel bambino biondo. Reine, la più piccola, si era anche lei dedicata per qualche tempo alla recitazione. Il fratello maggiore, invece, non aveva alcuna tendenza per le arti.
Mériel era un piccolo paese con una stazioncina sul percorso dei treni per Parigi, sulla riva del fiume Oise. Jean odiava terribilmente la scuola, e aveva invece due grandi desideri: coltivare i campi e diventare un macchinista sui treni.
Qualche anno più tardi il fratello lo aveva introdotto come fattorino in un suo ufficio di città, e Jean era felice di poter fare ogni giorno un breve percorso in treno per andare al lavoro. Tuttavia il suo vero mondo era quello dei campi: la terra, le bestie al pascolo, il succedersi delle stagioni. Aveva anche fatto amicizia con una famiglia di vicini che condivideva le sue stesse simpatie agresti.

La guerra aveva interrotto il lavoro al padre, che ne aveva molto sofferto. E proprio in quei giorni avvenne un fatto molto grave, la morte della madre, che fu per Jean un terribile trauma. Per di più il povero papà Ferdinand, rimasto vedovo e pensando di fare una cosa buona, gli procurò una borsa di studio come allievo interno in un istituto molto per bene, che lui cominciò a odiare con tutto il cuore.
Scriveva alla sorella Madeleine delle lettere angosciate, e lei cercava di sollevargli in tutti i modi la depressione, con l’aiuto del marito che si chiamava Jean anche lui, una cara persona, più un amico che un parente qualsiasi.

Ferdinand MoncorgéFerdinand Moncorgé aveva ripreso la sua attività in teatro alla fine della guerra. Ogni tanto gli piaceva portarsi dietro le quinte il suo ragazzo, nella speranza di avvicinarlo a quel mondo piuttosto speciale. Ma Jean rimaneva del tutto insensibile al fascino del palcoscenico finché, crescendo, cominciò ad ammirare le ballerine, belle e vivaci: “Le sbirciavo piuttosto sgomento”, avrebbe scritto anni dopo, tanto più che lo accoglievano con simpatia, sempre sorridenti e non molto vestite. Invece gli sembrava una cosa strana e ripugnante che pure gli attori maschi si dipingessero per recitare, compreso suo padre.
Padre e figlio si erano trasferiti a Parigi dove c’era, a Montmartre, una brava e ospitale zia Louise. E la vita di Jean cambiò radicalmente: “Da piccolo campagnolo sto diventando un cittadino” scriveva alle sorelle.
A questo punto bisogna anche spiegare l’origine del cognome Gabin, dovuta in gran parte alla professione del padre: i colleghi del teatro gli parlavano dell’opportunità di cambiare quel “Moncorgé” in qualcosa di semplice e breve, non più di due sillabe. Qualcuno suggerì quel “Ga—bin”, facile da ricordare e pronunciare, e venne anche proposta la stessa modifica per il figlio, mentre per il nome di battesimo di entrambi si adottò un semplice “Jean”. Così si ebbero due Jean Gabin sistemati nel mondo del teatro senza difficoltà alcuna da parte loro.

Carriera di Gabin “Junior”: gli inizi

Jean GabinMentre il padre, sempre amico di tutti, riprendeva al termine della guerra la sua attività sulle scene, il nostro Jean era ancora sospeso fra le seducenti atmosfere del teatro e le sue precedenti aspirazioni verso i campi e il rumore delle locomotive.
Aveva cominciato a interessarsi parecchio verso il palcoscenico, dove l’avevano anche ammesso a qualche ruolo secondario: gli impresari lo avevano accolto bene, perché sotto l’aspetto di giovane “serioso” si stava rivelando un simpatico attore, molto disponibile per qualunque parte gli venisse proposta. Aveva una bella voce con una dizione gradevole e per di più era anche un formidabile danzatore: per tutta la sua vita, le signore avrebbero considerato come un privilegio il fare coppia di ballo con lui, leggero e delicatissimo, gli occhi azzurri sul volto un po’ severo.
Si era subito dimostrato preciso e sempre puntuale: lo si poteva trovare in attesa sul luogo di un appuntamento con diversi minuti d’anticipo. Gli erano piaciuti molto gli orari della sua attività quotidiana, quasi tutta concentrata nelle ore serali di uno spettacolo e con una discreta libertà diurna, malgrado il tempo da riservare alle prove. C’era stata anche una tournée in Sud America che però non gli era piaciuta: lui era a suo agio sul palcoscenico, magari nella fila dei “Boys”, ma soprattutto non lontano dalla sua amata Francia. Il suo posto era nelle “Folies Bergère” e Parigi era il suo mondo.

Aveva cominciato nel 1922,a diciotto anni. Terminato il suo primo ingaggio alle “Folies” era stato assunto al “Vaudeville”, un teatro di rivista con dei programmi molto variati, dove gli assegnavano ogni specie di personaggi (guardia egizia, pirata, controllore di vagoni-letto, e così via). Poi entrò negli spettacoli di operetta come principiante, e qui ebbe modo di conoscere il grande Maurice Chevalier: un incontro che gli rimase impresso per sempre. Chevalier era unico, e tutti cercavano inutilmente di imitarlo.
Maurice ChevalierIntanto si era fatto notare, e non tardò a ottenere il suo ruolo fisso in palcoscenico. Qui, fra le tante, conobbe una giovane attrice, anche lei agli inizi, piena di vivacità e con una bella voce: si chiamava Gaby Basset.
Jean aveva già avuto delle avventure, ma decise che questa Gaby sarebbe stata la donna con cui vivere. E gli arrivò nel frattempo la “cartolina” per il servizio militare: era il 1925, la guerra era ormai lontana, ma per i due innamorati vi sarebbe stata comunque una lunga separazione. C’era una sola possibilità, quella d sposarsi subito: ne sarebbero derivate delle licenze più lunghe e più frequenti. E c’era anche posto per gli sposi nella vecchia casa paterna di Mériel, poco lontana da Parigi.
Il servizio militare dimostrava a Jean che quella disciplina forzata e formale non faceva proprio per lui: per tutto il tempo aveva sofferto la nostalgia del teatro con tutte le sue anarchie. La graziosa mogliettina era impegnata in alcuni spettacoli, e subito dopo il congedo, lui si trovò costretto per un po’ di tempo ad ammirarla da dietro le quinte, dove si rappresentava “Trois jeunes filles nues” (Tre ragazze nude), una rivista molto spigliata e divertente. Fortuna volle che fra gli attori si liberasse un posto, e così i due poterono finalmente lavorare insieme. Per l’appunto in quel programma c’era anche il padre di Jean: per la prima volta due Gabin erano impegnati nella stessa commedia, e Ferdinand ne fu molto fiero.

Alcune signore: Mistinguett e Gaby

Al suo rientro sul palcoscenico, Jean ritrovò le sue precedenti amicizie, e ne fece anche molte altre. I suoi colleghi e amici fedeli erano Jean Sablon (prossimo a diventare uno dei più grandi cantanti e compositori francesi), poi Pierre Brasseur, uno splendido attore “antipatico” in via di affermazione, e ancora Marcel Dalio, che raccontava barzellette ebree e che avrebbe poi interpretato insieme a Jean uno dei più grandi film di quegli anni.
Qualche tempo dopo, Gabin riuscì a farsi assumere dal prestigioso Moulin-Rouge grazie all’interessamento di Jacques-Charles, un famoso produttore di “Music-Hall” che l’aveva notato tra le file dei nuovi attori. Gli aveva fatto cantare due canzoni, e in una di queste Jean aveva improvvisato una splendida imitazione del grande Maurice Chevalier. Gli dissero di aspettare un momento e poi fu introdotto in una sala dove in prima fila lo stava osservando un gruppo di persone sconosciute. Ma fra loro ce n’era una che non si poteva ignorare: era Mistinguett in persona, detta semplicemente “Miss”, la regina del teatro leggero francese. Si era separata da Chevalier poco tempo prima, e cercava nuovi attori. Lei aveva cinquantadue anni, e Jean ventiquattro. Lo notò subito perché “siera permesso” di discutere direttamente con lei e senza intermediari la cifra del possibile stipendio, e lo fece assumere e confermare al “Moulin Rouge”.

MistinguettLa “Miss” non era bella di viso, ma aveva ancora uno splendido corpo e un grande fascino; si parlò molto, nei mesi seguenti, d’una relazione fra il giovane attore e la grande diva abbandonata da Chevalier.
Naturalmente, Gaby non prese con molto entusiasmo questa storia di suo marito, e all’inizio del 1930 chiese il divorzio: i due decisero di comune accordo la separazione. Rimasero amici, Jean non abbandonò mai questa sua prima dolce compagna che in seguito si sposò felicemente: si può ancora trovare il nome di Gaby Basset fra gli interpreti di secondo piano in qualche suo film.
“Va sans dire” che Mistinguett proseguì per la sua strada di successi ancora per diversi anni. E forse non dimenticò mai quel giovane attore che le aveva contestato la cifra dello stipendio e imitato così bene il suo beneamato Chevalier.

È interessante osservare come tutti i giornali che in quel tempo si occupano di Gabin, sottolineano nei loro articoli la sua “personalità comica”, la sua “tranquilla comunicativa”, il suo futuro “nell’operetta comica”. Pochi anni dopo c’era già Pepé le Mokò a smentire questi primi superficiali giudizi su un attore che avrebbe dato ben diverse testimonianze delle sue capacità. Ma ci voleva il cinema.
Facendo un breve passo indietro, ricordiamo anche la partecipazione di Gabin ad una commedia di successo, “Flossie” che si era prolungata fino alla primavera del 1930. Era un buon momento per lui, anche dal punto di vista finanziario, con buoni contratti e ottimi incassi.
Scriveva ad un amico: “Non demorderò mai dal mio sogno d’infanzia: le locomotive erano cose da ragazzi, ma un po’ di terra e degli animali sono ormai un chiodo fisso, e ho tutti i motivi per credere che con quest’ultimo contratto sono sulla buona strada.

“La grande macchina”, cioè il cinema

Pearl WhiteLe cose andarono diversamente, e questa volta la causa era proprio in quel cinema che gli era sembrato “una gran macchina molto complicata e ingegnosa” con quei trucchi incredibili che facevano figurare gli attori come dei giocolieri, con Douglas Fairbanks che fermava un cavallo al galoppo oppure saltava giù da un secondo piano in fiamme. Come tutti i giovani di allora, si esaltava alle peripezie dell’attrice Pearl White, fanciulla in pericolo, e rideva fino alle lacrime grazie a Chaplin, Keaton e Lloyd: ma proprio non pensava in alcun modo di figurare su quelle pellicole. Era ancora saldamente legato al teatro.

Lo avevano chiamato allo studio Gaumont di Parigi per qualche “provino” e i risultati gli erano sembrati disastrosi: il cinema era muto, e per lui, abituato a sentire la sua voce, era una cosa intollerabile. Neppure, diventando poi “sonoro” lo aveva particolarmente attirato. E il problema più grave secondo lui era essenzialmente la dettagliata esibizione del suo naso un po’ a gobba, sui fotogrammi di profilo.
Ma quelli del cinema insistevano senza tregua, con la proposta di un contratto molto generoso. Forse lo cercavano per dirgli che si erano sbagliati, con tante scuse.
Superati questi dubbi, accettò di presentarsi agli studi della Pathé a Joinville e di sottoporsi con pazienza alle regole del film, con tante prove e tantissima rassegnazione. “C’era molta gente che si occupava di me senza che ne capissi la ragione”. Ma c’era soprattutto la macchina da presa, l’Appareil, come la chiamavano allora, ed era la cosa più importante. “Imparai che dovevo restare “nel campo” controllando dei segnali per terra, e anche modulare la voce secondo il tono imposto”. In quegli anni non esisteva il doppiaggio, e la maggior parte dei film veniva girata in francese e tedesco, con attori diversi per ognuna dalle due lingue.

Immagine articolo Fucine MuteIl 19 dicembre 1930 usciva in due cinematografi di Parigi il film “Chacun sa chance” (A ciascuno la sua sorte) con interpreti Jean Gabin e 1’ex moglie Gaby, sempre graziosa e amichevole. I giornali furono entusiasti di Jean: “Debutto eccellente nel cinema parlato, voce altamente fonogenica” e così via. In conclusione, un contratto di tre anni con la Pathé-Nathan, un’importante casa cinematografica che non lo aveva legato in via esclusiva, per cui poteva ancora, per poco tempo, proseguire il lavoro al teatro “Les Bouffes” di Parigi insieme a due esordienti, una con la “faccina simpatica da pechinese” che era Simone Simon, e l’altra che si chiamava Cora, ma che sarebbe diventata Edvige Feuillère. Furono gli ultimi passi di Jean Gabin sopra un palcoscenico.
Dal 1931, con una decisione molto rapida ma assoluta, Gabin non farà più teatro. Nella vita di un attore questo poteva e può ancora accadere, ma non è facile che ciò si verifichi così rapidamente e per di più senza un movente particolare. Ma questo era Gabin, nemico d’ogni compromesso.
Per gli attori stava arrivando il cinema “parlato”. Lui lo sapeva benissimo, ma avrebbe potuto concedersi un periodo di prova, facendo qualche altra esperienza sullo scherno. Non fu così: dopo il successo più commerciale che artistico del suo primo film, è tutto un succedersi di offerte da parte delle Case di produzione. E lui accetta questo lavoro continuo e senza soste, quasi in allegria.
Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che Jean vedesse in ogni nuovo film un passo avanti per la sua agognata sistemazione campestre, ma ci sembra troppo semplice. Possiamo invece credere che Gabin avesse cominciato ad amare questo suo nuovo lavoro così preciso e disciplinato, molto affine al suo noto carattere.
Scorrendo la sua filmografia fra il ‘30 e il ‘35 si possono enumerare poco meno di venti film, che qualche biografo definisce come un “Preludio alla gloria”. Faranno poi seguito i “Gloriosi anni Gabin”: una distinzione piuttosto schematica, ma accettabile, malgrado l’enfasi.

(fine della prima parte)

Bibliografia e iconografia
(le fonti iconografiche hanno il contrassegno )


André Brunelin, Gabin, con frefazione di Tullio Kezich, Ed. Arsenale, Venezia 1988


Cristina Bragaglia, Jean Gabin, in “Dizionario Univ. del Cinema” Ed. Riuniti 1984


Cristina Bragaglia, Storia del cinema francese, Newton Compton Editori, Roma 1995


 Georges Sadoul, Il cinema, i cineasti, i film, Ed. Sansoni, 1967 e 1968


Roberto Nepoti, Marcel Carné, Il Castoro Cinema, Ed. La Nuova Italia, Firenze 1980


Carlo felice venegoni, Jean Renoir, Ed. La Nuova Italia 1975


 Pierre Hafner, Jean Renoir, Rivages Editions, Paris 1988


Carl Vincent, Storia del cinema, Garzanti Ed., Milano 1988


Pietro Bianchi, Maestri del cinema, Garzanti Ed., Milano 1982


 Julien Duvivier, in Who’s Who of the Cinema (Il “chi è” del cinema), De Agostini Ed. 1982


 Georges Sadoul, Storia del cinema mondiale, Volumi I e II, Feltrinelli Ed., Milano 1972


 Eric Rhode, A History of the Cinema, from its origins to 1970, Penguin Books 1978

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Casomai un’immagine

pck_25_cervi_big th-60 08 09 24 18_pm 22_pm kubrick-37 kubrick-57 ruz-07 ruz-12 petkovsek_15 007 bon_04 bon_sculture_16 piccini_04 religioni1 18 s13 mis-pre2 mis4big-3 murphy-16 galleria10 Katharina Fritsch Padiglione Italia Dog Eat Dog Face 2 Feticci, 2010 A. Guerzoni Quarto movimento, 1951 Carol Rama the-afghan-whigs-1