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Cinema

Matrix: la realtà e il suo doppio (II)

Percorsi simbolico-politici nella cinematografia contemporanea

Capitolo secondo

La realtà distorta come manipolazione e controllo

Immagine articolo Fucine MuteTorniamo ancora per un attimo a Matrix: abbiamo visto che il protagonista si rende conto di vivere in un mondo fittizio, in un’allucinazione collettiva creata da un computer. Soffermiamoci adesso sul perché questa realtà alternativa viene fornita agli uomini: Matrix serve a tenerci sotto controllo, serve a tenere gli uomini in catene, al fine di convertirli in energia. L’ipotesi è certamente inquietante: che una tecnologia talmente sofisticata riesca a ricreare perfettamente un mondo che non è vero, e che questo sia usato per controllare le nostre menti indubbiamente ci spaventa.

Ma se dimentichiamo per un attimo la realtà virtuale e pensiamo al concetto di verità, ci viene in mente una cosa: il fatto che ci venga proposta come vera una certa visione della realtà allo scopo di controllarci è qualcosa che succede da secoli, qualcosa che continua a succedere e che ha avuto gli esempi più evidenti proprio nel secolo appena trascorso. Pensiamo alla Chiesa del Seicento, quella che fece ritrattare Galileo a proposito delle sue tesi eliocentriche in favore di quelle etnocentriche, che, in quanto nominate nella Bibbia, erano le uniche ammesse dalla Chiesa. Confutarle avrebbe significato porre dei dubbi sulla creazione divina del mondo, e quindi sul potere di controllo dei fedeli da parte della Chiesa.

Nel XX secolo lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa ha avuto un ruolo fondamentale nell’ascesa dei regimi totalitari, perché permetteva ad essi di proporre alle masse esclusivamente la loro verità, che era così unica ed inconfutabile. Infine, una volta scongiurato (ma lo sarà definitivamente?) nel mondo occidentale il pericolo dei totalitarismi, non dobbiamo dimenticare l’importanza che anche nelle democrazie hanno i mezzi d’informazione nel condizionare la gente, e quanto meno evidente e più sottile sia il gioco in questi tempi. Ricordiamoci dunque di questo: Matrix sarà certo fantascienza, perché lo strumento di controllo è una realtà virtuale che a questi livelli non è (forse) stata ancora messa a punto. Ma la distorsione della realtà, la creazione di un suo doppio ingannevole è certamente possibile, e il ruolo giocato dalla tecnologia e dai mezzi di informazione è cruciale.

1. Verità e totalitarismo.

Nei regimi totalitari innanzi tutto c’è un monopolio degli strumenti di comunicazione, il che impedisce il bilanciamento di varie possibili voci, che neutralizzerebbero in parte la potenza di tali mezzi: verrebbero in tal caso emessi messaggi diversi, ed ogni voce sarebbe contrastata da voci contrarie.

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Il politologo Giovanni Sartori traccia un quadro di quelle che sono le caratteristiche della comunicazione nei regimi totalitari. “La struttura di tutte le comunicazioni di massa è rigidamente unicentrica e monocolore, e cioè parla con una voce sola: quella del regime.”[1] Gli strumenti di socializzazione, in primis la scuola, sono usati in funzione della propaganda di stato. Inoltre, “il mondo totalitario si preserva come un mondo chiuso che non vuole parametri esterni, che impedisce l’uscita della grandissima maggioranza dei propri sudditi e che censura tutti i messaggi del mondo circostante.”[2] è chiaro dunque come l’unica realtà possibile per il cittadino sia quella proposta, anzi imposta dal regime. “In queste condizioni il cittadino è esposto, pressoché dalla culla alla bara, a una propaganda ossessiva e indottrinante che fa quadrare tutto perché tutto è falso, e che fa sembrare tutto vero impedendo l’accertamento del vero.”[3]

Da qui la mancanza di un’opinione pubblica autonoma e non condizionata, la mancanza di una polifonia di voci che diano completezza all’informazione, che correggano messaggi soggettivi o falsi. Continua ancora Sartori: “la libertà di pensiero ci è cara in quanto ci è caro, diciamo pure, il miraggio della Verità (con la maiuscola). Questo miraggio alimenta, tra l’altro, un’etica professionale dei trasmettitori di informazione. Solo piccoli gruppi intensamente ideologizzati coltivano, nell’Occidente, il culto della menzogna; nei più vige un’intima ripugnanza per il messaggio patentemente falso, patentemente distorto. E dunque si può legittimamente parlare di un’informazione che è, nelle democrazie occidentali, relativamente completa e relativamente obiettiva. È questo elemento che viene del tutto a mancare nei regimi a propaganda totale, quando tutto è indottrinamento e al culto della Verità sottentra il culto della Causa.”[4] La verità in questi sistemi è quindi non un fine da raggiungere, ma semplicemente un mezzo, che, usato in un determinato modo, serve ad un altro fine, alla Causa di cui parla Sartori, serve al controllo. “I viventi diventano animali da vivisezione e il fine giustifica qualsiasi mezzo, ivi includendo la menzogna pura, la distorsione sistematica. […] Così un flusso di informazioni si capovolge nel suo opposto, in un flusso di disinformazione e mistificazione.”[5] E così la realtà si capovolge nel suo doppio, un doppio che è falsità, inganno.

Gli esempi sono noti a tutti: la Germania nazista di Hitler, l’Unione Sovietica (soprattutto lo stalinismo), i paesi comunisti dell’Est, la Cina di Mao.

Immagine articolo Fucine MuteUna componente complementare alla propaganda nei regimi totalitari è il terrore, come sostiene Hannah Arendt nel suo celebre saggio Le origini del totalitarismo: la violenza sarebbe infatti usata non tanto per intimorire le masse “quanto per tradurre in realtà le sue dottrine ideologiche e le menzogne pratiche che ne derivano.”[6]

Ad esempio nella Russia di Stalin il regime non solo sosteneva, contrariamente a quella che era la realtà, che la disoccupazione era stata eliminata, ma aboliva anche tutti i sussidi di disoccupazione per rafforzare quanto affermato. Oppure Stalin, per riscrivere la storia della rivoluzione russa, oltre ad eliminare i documenti ed i libri che ne erano la testimonianza, era solito eliminare anche i loro autori e lettori.

Un’altra caratteristica della propaganda nei regimi totalitari è quella della “predizione infallibile”[7] da parte dei capi di tali sistemi. Le loro previsioni, basate su inconfutabili leggi della storia e della natura, non ammettono errori, non possono essere contraddette. Con la conseguenza che i capi, “una volta al potere, hanno una sola preoccupazione, che mette in ombra qualsiasi considerazione utilitaria: far sì che le loro predizioni risultino vere.”[8]

Ad esempio i nazisti si impegnarono, verso la fine del conflitto, a distruggere il più possibile quel che restava della Germania, perché si avverasse la predizione che il popolo tedesco sarebbe stato distrutto in caso di sconfitta.

I capi totalitari presero anche l’abitudine di usare le profezie come dichiarazione d’intenti: in tal senso, la profezia che un conflitto mondiale provocato dal giudaismo finanziario internazionale avrebbe portato all’annientamento della razza ebraica in Europa stava a significare l’intenzione di fare una guerra ed uccidere gli ebrei europei.

Il risultato è quindi la creazione di una nuova realtà che possa adattarsi a quella prospettata nelle predizioni. ”Allora ogni dibattito sulla verità o falsità della predizione di un dittatore totalitario diventa assurdo; è come mettersi a discutere con un assassino potenziale se la sua futura vittima è morta o viva perché, uccidendola, egli può immediatamente fornire la prova della giustezza della sua affermazione. […] Prima che i capi delle masse conquistino il potere adattando la realtà alle loro menzogne, la loro propaganda è contraddistinta da un estremo disprezzo per i fatti in quanto tali, basata com’è sulla convinzione che questi dipendano interamente dal potere dell’uomo che può fabbricarli. L’affermazione che la metropolitana di Mosca è l’unica al mondo è una bugia solo finché il regime non ha il potere di distruggere tutte le altre. Il metodo della predizione infallibile tradisce, più di qualsiasi altro trucco propagandistico totalitario, il fine ultimo della conquista del mondo, perché soltanto in un mondo interamente controllato il dittatore totalitario può realizzare le sue menzogne e far avverare le sue profezie.”[9]

Mosca stazione Kievskaja

Il segreto, il silenzio è un altro elemento che caratterizza questi sistemi. Ciò che viene nascosto assume importanza, per il solo fatto che venga taciuto. “La plebe credeva realmente che la verità fosse quel che la società rispettabile aveva ipocritamente taciuto, o dissimulato con la corruzione.”[10] Durante l’era staliniana ci fu tutta una serie di ipotetiche congiure fatte immaginare alle masse, dalla cospirazione trockista, all’imperialismo inglese durante la seconda guerra mondiale, fino a quella del servizio segreto americano dopo la fine della guerra. Da qui si vede quella che è una delle caratteristiche principali delle masse moderne: “esse non credono nella realtà del mondo visibile, della propria esperienza; non si fidano dei loro occhi e orecchi, ma soltanto della loro immaginazione, che può essere colpita da ciò che è apparentemente universale e in sé coerente. Si lasciano convincere, non dai fatti, neppure dai fatti inventati, ma soltanto dalla compattezza del sistema che promette di abbracciarle come una sua parte.”[11] “Gli uomini sono pronti a sopportare molte cose, se sono loro imposte con energia ed in segreto. […] Non si sa ciò che veramente accada, né quando accada; […] si attende devoti, si trema, e si spera di essere la vittima prescelta.”[12] Le masse dunque non credono ad una realtà in cui fatti ed avvenimenti siano determinati dal caso: esse credono alle ideologie perché queste presentano loro un mondo in cui i fatti sono conseguenze di determinate leggi, in cui essi sono legati da una loro intima coerenza, in cui le coincidenze non esistono. “La propaganda totalitaria prospera su questa fuga dalla realtà nella finzione, dalla coincidenza nella coerenza.”[13]

Esempio di questa ricerca di coerenza sono le “confessioni” che venivano estorte agli avversari politici nell’URSS: esse erano tutte manifestate nella stessa forma, con gli stessi presupposti e gli stessi contenuti. “Le masse assetate di coerenza accettavano l’invenzione come una suprema prova della loro veridicità; mentre il buon senso ci dice che proprio la coerenza non era cosa di questo mondo e ne dimostrava la falsità.”[14]

Le masse possiedono in sé dunque un desiderio di evadere dalla realtà, un desiderio di un mondo fittizio in cui il caso, il caos, i fatti accidentali e quindi incomprensibili non esistano. Ciò li spaventa. Esse hanno bisogno di un mondo in cui ogni accadimento sia spiegato, razionale, controllabile, coerente con gli altri. Ed è per questo che i regimi totalitari con le masse hanno vita facile: danno loro ciò di cui hanno bisogno, una realtà coerente, fatta su misura, un doppio che non ha niente a che vedere con la verità. “Prima di conquistare il potere e creare un mondo conforme alle loro dottrine, i movimenti totalitari evocano un mondo menzognero di coerenza che meglio della realtà risponde ai bisogni della mente umana e in cui, mercé l’immaginazione, le masse sradicate possono sentirsi a proprio agio ed evitare gli incessanti colpi che la vita e le esperienze reali infliggono agli uomini e alle loro aspettative. Prima di poter tirare intorno a sé una cortina di ferro per impedire che il più lieve rumore esterno turbi la spaventosa quiete di un mondo interamente immaginario, essi possiedono già, grazie alla loro propaganda, la forza di segregare le masse dal mondo reale.”[15]

Immagine articolo Fucine Mute

Finzione, invenzione, menzogna, mondo fittizio, distruzione della realtà: sono le parole più usate dalla Arendt nel suo saggio, alla voce propaganda. Parole che nel nostro discorso su realtà e doppio abbiamo incontrato spesso, e che dimostrano come i totalitarismi nel XX secolo abbiano avuto un ruolo fondamentale nel rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione.

2.Orwell 1984 e Brazil.

Illuminante in questo senso è il romanzo 1984 di George Orwell, scrittore inglese nato nel 1903 in India. 1984 è in realtà molto più di un romanzo, è un vero e proprio trattato sui totalitarismi e sulla loro opera di oppressione e di mistificazione della realtà.

Orwell nel 1937 prese parte alla guerra civile spagnola nelle file repubblicane (nel P.O.U.M., piccolo movimento anarco-sindacale catalano); fu lì che maturò il suo spirito di avversione per i sistemi dei comunisti, disposti a tutto pur di conquistare il predominio, anche a costo di una sconfitta dei repubblicani. Influenzato da questo disprezzo per i metodi comunisti, scrisse nel 1948 il suo romanzo più importante, 1984: il titolo, che ricavò invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui scrisse il libro, indica l’anno in cui è ambientato il racconto. L’autore scelse questa data perché si trovava in un futuro abbastanza lontano da situarvi un racconto fantastico, ma abbastanza vicino da inserirvi elementi che avessero una certa attualità, tutt’altro che irreali. Dall’opera di Orwell sono stati tratti tre lungometraggi, i primi due con lo stesso titolo del libro nell’edizione originale, distribuiti in Italia con i titoli Nel duemila non sorge il sole (Gb, 1956) di Michael Anderson, e Orwell 1984 (Gb, 1984) di Michael Radford, che è una trasposizione molto fedele del romanzo. Il terzo, Brazil (Usa, 1985) di Terry Gilliam, ne è una liberissima rilettura, nella quale tuttavia sono evidenti le tematiche orwelliane. Tratteremo il romanzo e gli ultimi due film insieme, data l’unicità del tema.

George OrwellIn 1984, Orwell immagina un mondo diviso in tre grandi stati: Oceania, Eurasia ed Estasia, perennemente in guerra tra loro. La storia si svolge a Londra, in Inghilterra, che è ormai solo un territorio marginale dell’Oceania, la Fascia Aerea n.1. L’Oceania è governata da un regime totalitario, la cui ideologia, l’unica ammessa nello stato, è il Socing (Socialismo Inglese). Incarnazione e simbolo del Partito dominante è il Grande Fratello, la cui immagine appare ovunque e sovrasta la vita di ognuno, attraverso schermi e gigantografie, ma che nessuno conosce e nessuno ha mai visto di persona. Il Grande Fratello, cioè il Partito, vede e controlla ogni cittadino, ogni sua parola, ogni suo pensiero, attraverso telecamere presenti ovunque. Inoltre controlla la vita di ognuno attraverso i vari ministeri: il ministero dell’Amore, il Ministero della Verità; inutile dire che essi sono preposti al raggiungimento dell’esatto contrario di quello che è il loro nome. Il loro obiettivo è l’imbonimento ideologico e morale dei cittadini, il loro condizionamento, al fine di renderli succubi al sistema. E qui torniamo al discorso dell’uso dei mezzi di comunicazione, attraverso i quali il Partito offre ai cittadini una realtà creata ad arte allo scopo di giustificare la propria esistenza e la propria presenza nella società.

Il protagonista, Winston Smith, è un funzionario del Ministero della Verità. Sulla facciata del ministero sono scritti gli slogan del partito: ”La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.”[16] Da quest’ossimoro si può ben comprendere quale sia il livello di distorsione della realtà da parte del partito. Winston è addetto all’“aggiornamento” dei vecchi numeri del “Times” affinché corrispondano alla versione della storia voluta dal partito. Infatti l’evolversi degli accadimenti deve avere una sua coerenza, come abbiamo visto sopra a proposito dei regimi totalitari. Quindi, qualsiasi sia la realtà nel momento in cui la società si trova, il Partito si adopera perché tale realtà ci sia sempre stata, modificando qualunque cosa possa documentare diversamente. La storia viene modificata a suo piacimento: il passato, non essendo documentato, non esiste, esiste solo il presente. La realtà possibile è una ed una sola, visto che nessuno ha la possibilità di conoscerne altre.

“Ricostruire tutta la storia del periodo, scoprire chi stava combattendo e contro chi stava combattendo, in questo o in quel momento, sarebbe stato impossibile perché non c’era alcunché di tramandato, sia a voce che per iscritto riguardo a qualsiasi schieramento che non fosse il presente. In quel momento […] l’Oceania era in guerra con l’Eurasia ed era alleata con l’Estasia. In nessuna conversazione pubblica o privata era stato mai ammesso che le tre potenze, in qualsiasi tempo, fossero state raggruppate in uno schieramento diverso. Veramente, come Winston ricordava, erano solamente quattro anni che l’Oceania era in guerra con l’Eurasia e alleata con l’Estasia. Ma questa era come una specie di nozione rubata, ch’egli per caso possedeva perché la sua memoria riusciva a non essere del tutto sotto controllo. Ufficialmente, uno scambio di alleanze non era mai avvenuto. L’Oceania era in guerra con l’Eurasia: quindi l’Oceania era sempre stata in guerra con l’Eurasia.”[17]

Immagine articolo Fucine Mute Come abbiamo visto sopra, le masse hanno bisogno di coerenza, di sicurezza: meglio dunque la realtà inventata in cui il nemico è sempre lo stesso, che una realtà in cui nemici e alleanze cambiano, una realtà di fatti irrazionali e ingiustificati, che possa disorientarle, renderle meno controllabili.

“Lui, Winston, sapeva che l’Oceania era stata alleata dell’Eurasia appena quattro anni prima. Ma dove esisteva quella nozione? Solo nella sua coscienza, la quale, in ogni caso, doveva essere presto annullata. E se tutti gli altri accettavano quella menzogna che il Partito imponeva (se tutti i documenti ripetevano la stessa storiella), la menzogna diventava verità e passava alla storia. “Chi controlla il passato” diceva lo slogan del Partito “controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato.” Eppure il passato, sebbene mutevole per la sua stessa natura, non era mai stato mutato. Tutto ciò che era vero allora, rimaneva vero da sempre e per sempre. Era semplicissimo. Tutto quel che si richiedeva era soltanto una serie infinita di vittorie sulla propria stessa memoria. “Controllo della realtà”, lo chiamavano: e in neolingua bispensiero. ”[18]

La stessa parola bispensiero ci indica come ci si trovi al cospetto di un doppio della realtà. “Sapere e non sapere. Essere coscienti della suprema verità nel mentre si dicono ben architettate menzogne, condividere contemporaneamente due opinioni che si annullano a vicenda, sapere che esse sono contraddittorie e credere in entrambe.”[19] La stessa neolingua è un sistema di controllo della realtà: essa tende ad eliminare gradualmente alcune parole, definendole arcaiche e ponendole fuori legge, escludendole dai dizionari così che le generazioni future non potrebbero nemmeno avere certe idee, non avendo parole che corrispondano ad esse.

Ma tutto questo non è fantascienza: pensiamo a quanto detto sopra a proposito della distruzione dei documenti e dei loro autori da parte del regime stalinista nell’URSS, niente di tanto diverso da quello che accade in 1984. “Il passato, rifletté, non era stato soltanto alterato, era stato propriamente distrutto. Perché, in che modo si poteva stabilire l’esistenza anche dei fatti più comuni e ovvii, quando non esisteva alcun documento al di fuori della propria memoria? Cercava di ricordare in quale anno aveva sentito nominare per la prima volta il Gran Fratello. […] Non c’era modo di sapere quanto di questa leggenda fosse vero e quanto, invece, fosse opera di fantasia. […] Tutto si confondeva in una specie di nebbia. Certe volte, ad esser sinceri, si poteva mettere la mano su qualche menzogna sicura. Non era vero, per esempio, come era dichiarato nei manuali di Storia del Partito, che il Partito aveva inventato gli aeroplani. Lui ricordava di aver visto aeroplani fin da quand’era bambino. E tuttavia non si poteva provarlo. Non c’era mai nessuna prova.”[20]

George Orwell

Anche il regime totalitario di 1984 si affida alle predizioni infallibili, salvo poi correggere quanto detto perché le previsioni si adattino alla realtà: “si rendeva necessario riscrivere un paragrafo del discorso del Gran Fratello, in modo da fargli predire ciò che era in effetti avvenuto.”[21] È questo il lavoro del protagonista, correggere e verificare ogni numero del Times ogniqualvolta occorre. Il numero viene ristampato, quello originale distrutto, e la copia corretta messa al posto dell’altra negli archivi. Sono “corretti” non solo i giornali, ma anche i libri, i periodici, gli opuscoli, i manifesti, i film, le colonne sonore, le fotografie. “Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, il passato veniva messo al corrente. In questo modo qualsiasi previsione fatta dal Partito si sarebbe potuta dimostrare, con prove schiaccianti, perfettamente corretta; né alcuna notizia, ovvero alcuna opinione che fosse in contrasto con le esigenze del momento, era concepibile che rimanesse affidata ad un documento. La Storia era un palinsesto grattato fino a non recare nessuna traccia della scrittura antica e quindi riscritto di nuovo tante volte fino a che si sarebbe reso necessario.”[22]

E come in ogni regime totalitario, per presentare alle masse una falsa realtà non basta la propaganda, ma occorre far ricorso al terrore, alla violenza. In 1984 il regime si affida alla psicopolizia, terribile polizia che punisce i reati di pensiero, di opinione. Non solo quindi si è costretti ad accettare una realtà di menzogna, ma bisogna crederla vera. Non solo bisogna credere che esista il Grande Fratello, ma bisogna amarlo. Winston viene arrestato e gli viene praticata una sorta di lavaggio del cervello. Viene costretto a rinnegare la donna che ama, a rinnegare ogni sua più intima convinzione, anche che due più due faccia quattro, se così vuole il Partito. Solo così potrà essere un buon cittadino, obbediente, succube.

“Solo le menti disciplinate possono vedere la realtà, Winston. Tu credi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, che esiste per proprio conto. E credi anche che la natura stessa della realtà sia evidente di per se stessa. Se ti persuadi che stai pensando di veder qualcosa, credi che tutti gli altri vedano quella cosa. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è esterna. La realtà esiste nella mente degli uomini, e in nessun altro luogo. Non nelle menti individuali, e cioè in questa o in quella, che invece possono commettere errori, e che in ogni caso è destinata a svanire prima o poi: ma solo nella mente del Partito, che è collettiva e immortale. Qualsiasi cosa il Partito ritiene che sia vera, è vera. È impossibile vedere la realtà se non attraverso gli occhi del Partito.”[23] Non esiste dunque una realtà oggettiva, ma solo una realtà soggettiva. Non tante realtà soggettive, ma “una” realtà soggettiva, quella del Partito, l’unico soggetto che conti.

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“- Quante dita tengo su, Winston? — Quattro. — E se il Partito dice che non sono quattro ma sono cinque… bè quante dita sono? […] — Come posso fare a meno di vedere quel che ho davanti agli occhi? Due e due fanno quattro. — Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo.”[24] Perché così vuole il Partito. “Al culto della Verità sottentra il culto della Causa” come scrive Sartori.

3. Totalitarismo e realtà in Matrix.

A questo punto è chiaro come il discorso sul totalitarismo e sulla distorsione della realtà al fine di controllare le masse sia presente in Matrix. Abbiamo visto come nel film sia instillato il dubbio che la realtà che possiamo percepire con i nostri sensi sia solo finzione, come già molti filosofi avevano suggerito. Ma questa falsa realtà è creata allo scopo di controllare il genere umano, per fargli sopportare il fatto che sia in schiavitù, in un mondo dominato dalle macchine.

“E’ il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità. […] Che sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente.” Ed è proprio una prigione per la mente quella in cui vivono gli uomini di 1984, e qualunque uomo viva in un mondo controllato da un regime totalitario. Poco importa se creata da una neurosimulazione, cioè segnali elettrici creati da un computer ed interpretati dal cervello, oppure creata da un sistema coerente di mezzi d’informazione. Il risultato è il medesimo, quello di “segregare le masse dal mondo reale”[25] come scrive la Arendt a proposito dei totalitarismi. E come abbiamo visto questo mondo fittizio risulta più comodo, più facile da accettare per le masse, che preferiscono non vedere la dura realtà. Il mondo creato da Matrix è proprio quel “mondo menzognero di coerenza che meglio della realtà risponde ai bisogni della mente umana”[26] perché la rassicura allontanandola dai dolori della vita reale, di cui parla la Arendt a proposito dei regimi totalitari.

“Non ho detto che sarebbe stato facile, ho detto che ti offrivo la verità” dice Morpheus ad un incredulo Neo, la cui prima reazione è quella di non credere a ciò che vede. Ma il simbolo di questo bisogno dell’uomo di credere ad un mondo falso ma più comodo, invece che scontrarsi con la realtà, è certamente il già citato Cypher, che tradisce i ribelli e chiede di essere reinserito nel mondo di finzione creato da Matrix, perché è stanco di lottare, e sceglie una vita più facile.

Anche in Matrix il terrore è usato per tradurre in realtà il mondo di falsità creato al computer: i terribili agenti che custodiscono il segreto di questo mondo fittizio sono pronti ad intervenire non appena sospettino che qualcuno scopra il sistema e possa boicottarlo. Cercando di corromperlo, o torturarlo con metodi che ricordano indubbiamente la psicopolizia di 1984.

“Che cosa è Matrix? È controllo. Matrixè un mondo creato al computer per tenerci sotto controllo al fine di convertire l’essere umano in questa (una pila).”

4. Realtà e doppio nei mass media.

Nei regimi totalitari quindi, viene esercitato un controllo continuo sulle masse attraverso i mezzi d’informazione. Ma anche nelle democrazie, nelle società libere esiste il problema del condizionamento dei cittadini da parte di strumenti di comunicazione sempre più potenti ed onnipresenti. Strumenti che inevitabilmente ci presentano dei doppi che non possono che essere delle imitazioni, dei surrogati della realtà.

Immagine articolo Fucine MutePhilip K. Dick, famoso autore di fantascienza[27] (1928-1982), affronta in numerose sue opereil rapporto tra realtà e doppio, soffermandosi spesso su come il doppio possa essere creato proprio dai mezzi d’informazione. “Così, nei miei scritti, non smetto di domandare che cosa è reale. Perché siamo incessantemente bombardati da pseudorealtà prodotte da gente estremamente sofisticata che adopera dispositivi elettronici altrettanto sofisticati. Non diffido dei loro moventi. Diffido del loro potere. Ne hanno moltissimo. Si tratta dello stupefacente potere di creare universi, universi della mente.”[28] Certo, non viviamo in un mondo controllato da regimi totalitari e violenti, “ma il problema è concreto, non solo un giochetto da intellettuali, perché viviamo in una società in cui mezzi di comunicazione, grandi corporation, gruppi religiosi e politici producono realtà artificiali a getto continuo, ed esistono dispositivi elettronici atti a instillare questi pseudomondi nella mente di chi legge, osserva o ascolta.”[29] Ciò di cui parla Dick è piuttosto evidente. Negli ultimi anni sono sorte ovunque nel mondo occidentale polemiche sui mezzi d’informazione e su come presentino la realtà, e soprattutto sui rapporti tra mass media e politica. Pensiamo ad esempio a dei partiti politici in campagna elettorale: ogni parte in causa ci propone la sua versione della situazione, quindi ogni parte ci propone la sua realtà, ma spesso prospettandola come una realtà assoluta ed inconfutabile.

La realtà dunque è facilmente manipolabile grazie ai potenti mezzi che oggi si hanno a disposizione. “Lo strumento essenziale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se siete in grado di controllare il significato delle parole, sarete in grado di controllare le persone che devono utilizzarle. George Orwell ha chiarito questo punto nel suo romanzo 1984. Ma un altro modo di controllare le menti delle persone è quello di controllare le loro percezioni. Se riuscite a far loro vedere il mondo nel modo in cui lo vedete voi, allora penseranno come voi. La comprensione fa seguito alla percezione. Come fare per indurli a vedere la realtà che voi vedete? Dopo tutto, si tratta di una realtà tra le tante.”[30] Se ci pensiamo, è proprio questo la chiave della comunicazione politica: presentare la realtà di un partito, cioè di una parte, una realtà tra le tante, come la realtà di tutti, una realtà assoluta. “Le immagini ne sono l’elemento costitutivo: le figure. Ecco perché la capacità della Tv di influenzare la mentalità dei giovani è così spaventosamente vasta. Le parole e le figure vi appaiono sincronizzate, e si presenta la possibilità concreta di un controllo totale dello spettatore, specialmente se giovane. La visione televisiva è una specie di apprendimento in stato di sonno. […] Buona parte di ciò che vediamo scorrere sullo schermo del televisore viene percepito a livello subliminale. È una nostra illusione quella di vedere realmente le immagini trasmesse. Il grosso dei messaggi elude la nostra attenzione. […] Abbiamo inconsapevolmente partecipato alla creazione di una realtà spuria, e poi ce la siamo educatamente bevuta.”[31]

Indipendentemente dal fatto che le televisioni possano influenzare la gente a livello subliminale, resta il fatto che la realtà rappresentata dalle immagini non possa che essere solo un surrogato della realtà, in quanto destinata a rappresentarla parzialmente. Nell’era in cui viviamo, infatti, ci illudiamo di vivere in un villaggio globale, nel senso che grazie ai sistemi di telecomunicazione dovremmo vedere ciò che accade in ogni parte del mondo, come se accadesse accanto a casa nostra. Invece, ci ricorda Sartori, “il villaggio non è globale per nulla. Il globo che televediamo è soltanto quello in cui la telepresa è liberamente ammessa. Ma, dove scomoda, la telecamera non è ammessa. Un regime repressivo non consente di farsi vedere e trova nel buio una formidabile protezione.”[32] Quindi molte parti del mondo riescono a sfuggire al controllo della televisione libera, e i fatti che accadono nel mondo sono così giudicati con “due pesi e due misure, con parametri distorti e ingiusti.”[33]

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La visione della realtà che possiamo avere è dunque parziale, nel senso che possiamo vedere solo metà mondo. In teoria dovremmo poter vedere questa metà oggettivamente. Spesso si pensa che il giornalismo scritto possa mentire, mentre quello televisivo no, perché le immagini parlerebbero da sole. “Non è vero. Se c’è l’intenzione di distorcere o mentire la televisione ci riesce con efficacia centuplicata. Tanto per cominciare, nel giornalismo per immagini la distorsione è più facile che mai: bastano le forbici. Tra cento immagini occorre sceglierne una sola. […] Inoltre, non è per nulla vero che l’immagine parli da sola. Ci viene mostrato un morto. Chi l’ha ucciso? L’immagine non lo dice; lo dice una voce, la voce di chi controlla il microfono.”[34] Sartori porta l’esempio della guerra del Vietnam: una famosa immagine in cui un colonnello sud-vietnamita sparava alla tempia ad un vietcong inorridì tutti; ma quell’immagine non mostrava i corpi di marines, donne e bambini sterminati poco prima dai vietcong. Il messaggio di quell’immagine era dunque ingannevole. “La decontestualizzazione che si accompagna alla immagine che parla da sola è di per sé sufficiente a falsare il tutto.”[35] È grave quindi l’omissione delle immagini. “Ma ancor più grave è la compressione: la virtuale scomparsa dell’inquadramento e della spiegazione del problema. Un evento senza problema, isolato dal suo problema, non è nulla. Ma il fatto è che la televisione mal si appresta a spiegare, e questo perché l’immagine è di per sé nemica dell’astrazione; laddove spiegare è svolgere un discorso astratto, imperniato su concetti, non su immagini.”[36] Si pensi ai network americani, dove i conduttori dei notiziari sono ormai quasi banditi, perché non fanno ascolto, non fanno spettacolo. “I problemi, l’interesse generale, il lungo termine sono, appunto, “astrazioni”, astrazioni che la televisione non consente. Quel che esiste è soltanto il visibile, e soprattutto, il visibile che fa colpo: eventi di morte, fuoco, violenza, protesta, catastrofi naturali, arresti, lamenti.”[37]

Il rapporto tra realtà e finzione è diventato un tema sempre più importante negli ultimi anni. Se ci pensiamo, dieci anni fa circa abbiamo assistito alla prima guerra in completa diretta televisiva: la guerra del golfo. Chi di noi non ricorda le luci verdi dei bombardamenti su Baghdad forniteci dal Network americano CNN? Per non parlare del recente attacco all’Afghanistan. In molti si sono interrogati su quanto di vero ci fosse nelle immagini proposte. Nel caso fossero immagini falsificate sarebbe difficile da scoprire, dato che la fonte è una sola. Viene in mente un caso di qualche anno fa, quando venne diffuso un filmato sulla centrale atomica di Chernobyl, che poi si seppe essere una ripresa dell’ospedale triestino di Cattinara!

Immagine articolo Fucine MuteCasi come questo ce ne saranno a centinaia nel mondo. A questo proposito, è interessante e inquietante un film come Wag The Dog [38] (Usa 1999) di Barry Levinson, in cui, per far passare in secondo piano nei confronti dell’opinione pubblica uno scandalo sessuale capitato al presidente degli Stati Uniti, viene chiesto ad un produttore televisivo di simulare una finta guerra ad uso e consumo di televisioni e pubblico. Con poche riprese in uno studio e qualche effetto speciale, ecco pronta una guerra contro l’Albania, con tanto di eroe di guerra americano disperso creato per l’occasione. Il punto è questo: non occorre fare una guerra, basta farla vedere. Nell’era mediatica ciò che appare, è. “La realtà che batte la fantasia o viceversa? Problema superato: ormai la realtà è la fantasia.”[39]

Il caso posto dal film è certamente un assurdo, ma come non pensare che fatti simili accadano o possano accadere un po’ ovunque?

Tornando al discorso di Dick dal quale eravamo partiti, è senz’altro possibile che ci siano gruppi di vario tipo che controllino i mezzi di comunicazione. Il gioco è però in questo caso più sottile che in quello dei regimi totalitari alla 1984: lì c’era un regime che controllava ogni mezzo, la cosa (per chi se ne accorgeva) era evidente. Nel nostro tempo i mezzi di comunicazione sono in mano ad una pluralità di gruppi, e stabilire la connessione tra i media e chi li controlla non è sempre facile. Può esserlo forse nel caso della politica, meno per quel che riguarda le molte e potenti lobbies commerciali.

5. The Truman Show: realtà e televisione.

Un film molto interessante sul rapporto tra televisione e realtà è The Truman Show (Usa 1998) di Peter Weir. Il film è la storia di Truman Burbank, uomo che da trent’anni vive a sua insaputa in una cittadina che non è altro che un immenso set televisivo. Tutti gli abitanti tranne lui sono attori, e la sua vita quotidiana è ripresa da centinaia di telecamere per essere trasmessa ventiquattro ore su ventiquattro in una sorta di soap opera che è uno degli spettacoli più seguiti del pianeta. Anche in Truman Show è presente quindi un mondo che viene creduto vero, ma non lo è. La novità è che questo mondo non è il prodotto al computer di una dittatura delle macchine, come in Matrix, o di un regime totalitario, come in 1984, ma è creato dalla televisione, da qualcosa che è molto più vicino a noi. D’altra parte reality show che ricordano quello del film proliferano in tutte le tv occidentali, a volte con titoli presi in prestito proprio da Orwell (e spesso quanto più promettono di rappresentare la realtà tanto meno ci riescono, presentandoci comportamenti falsi e stereotipati). E l’artefice di questo falso mondo è il produttore televisivo Christof, vero e proprio demiurgo, creatore fino al punto di sentirsi onnipotente.

“C’è una sottile linea rossa che lega indissolubilmente Matrix a un altro film contemporaneo come The Truman Show: […] è la linea che separa e congiunge il reale e il virtuale, e che spinge i cineasti più lucidi e consapevoli a lavorare dentro quel gigantesco artificio in cui pare essere scomparsa- come inghiottita da un gorgo, o cancellata da un clic- quella che un tempo veniva chiamata realtà. In The Truman Show la realtà è un effetto speciale mediatico prodotto da un network televisivo, in Matrix è un’allucinazione collettiva computerizzata. Ma mentre in The Truman Show quasi tutti gli “attori” in scena sono consapevoli (a eccezione del protagonista) della finzione che contribuiscono a rappresentare, se non altro perché sono pagati dal network per interpretare il loro ruolo nel cast, in Matrix è la globalità del sociale a non percepire più la differenza, e a credere che la finzione in cui tutti sono immersi coincida con il mondo “vero” e “reale”, come se si fosse materializzata sullo schermo una delle eterotopie preconizzate dalla fantasia di uno scrittore come Philip K. Dick.”[40]

I richiami ad Orwell sono evidenti, con la vita di una persona controllata in continuazione dalle telecamere, e con il produttore Christof che assomiglia tanto al Grande Fratello. Ma il film richiama anche il discorso sulla realtà nei totalitarismi, come suggerisce il critico Tullio Kezich: “nel geniale copione […] si rispecchiano con allarmata ironia i rischi dell’immersione di tutti noi nell’irrealtà dell’universo televisivo. Però questo mi sembra solo il travestimento scelto dagli autori per affrontare il maggiore tema del XX secolo, il conflitto fra il totalitarismo e la libertà individuale. Infatti nella inquietante raffigurazione di Ed Harris, Christof è una sorta di Stalin insieme padre e carceriere dei suoi popoli.”[41]

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E come abbiamo visto a proposito dei regimi totalitari, la realtà inventata è sempre coerente e rassicurante, “frutto di troppe imposizioni e lusinghe”[42], molto più di quello che potrebbe essere quella vera. Emblematico in questo senso è il discorso finale di Christof, volto a frenare il tentativo di fuga del protagonista, resosi conto di tutto: ”Nel mio mondo tu non hai nulla da temere, è il mondo esterno ad essere malato e falso, io ti ho dato la possibilità di una vita normale.” Di certo il mondo creato dal demiurgo per Truman è rassicurante, la classica cittadina ideale protetta (letteralmente) da una campana di vetro. La realtà al di fuori dal set è invece un’incognita. “L’illusione che ha imprigionato Truman è finalmente morta, ora è libero di conquistare la realtà. Ma, al contrario di finali realmente liberatori come quello di Blade Runner, […] non c’è nessuna apertura di luce: la realtà è una porta aperta nel buio e nel nulla. Non c’è niente di buono là fuori. Forse meglio l’incoscienza e l’inganno, meglio una vita già scritta e con risate pre-registrate, meglio l’happy end garantito di una qualunque soap.”[43]

Estremamente crudele è anche il momento in cui la moglie, ovviamente finta, di Truman, nel mezzo di una discussione drammatica, gli consiglia sorridente di bere una cioccolata calda, perché è uno degli sponsor del programma. Scena che mostra la volontà e il potere del mezzo televisivo nel condizionare sempre le scelte, in questo caso commerciali, del pubblico.

“Il film finisce quindi per farci identificare con la vittima e i carnefici, entrambi pateticamente convinti di vivere in un mondo reale.”[44]

6. Tecnologia e politica oggi.

Fino ad ora si è parlato della tecnologia in un’accezione piuttosto negativa, con potenti mezzi di comunicazione che possono facilmente distorcere la realtà, e con fini deprecabili. Ma l’avvento delle nuove tecnologie può portare grossi cambiamenti anche nel metodo di intendere la politica e la partecipazione politica, nel nuovo ordine planetario, fondato sulla vittoria della liberaldemocrazia sulle dittature fasciste e sul comunismo. “Nell’attuale delinearsi di questo potere planetario sono interessanti gli ulteriori sviluppi della rete telematica e della cibernetica odierna. Infatti sempre con maggiore forza si profila un mondo a due velocità dove parallelamente alle dinamiche corporee e materiali, si sta sviluppando una realtà doppia, di tipo virtuale, attraverso cui sta prendendo forma l’idea di un potere planetario. Attraverso le dinamiche cibernetiche, non solo si conquista la mente di ogni individuo che viaggia nel cyberspazio, ma anche si genera un potere impalpabile capace di costruire un ordine spazio-temporale uguale per tutti e in grado di influenzare ogni aspetto dell’esistenza umana (economico, politico, biologico, psicologico ecc).”[45]

La comunità della rete, dunque, la comunità di internet, costituisce un vero e proprio doppio della realtà materiale. È un mondo alternativo, che viaggia a velocità diverse da quello reale, dove si può raggiungere in pochi secondi ogni luogo del pianeta, grazie alle nuove tecnologie. Le scene finali del film Nirvana vedono i protagonisti entrare nella rete per raggiungere una banca dati: la scena descrive il mondo della rete come un mondo autonomo, con proprie strade, porte e proprie regole. Ed è un mondo alternativo impalpabile, per la sua natura è difficilmente controllabile.

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“Le ultime frontiere della tecnologia, permettendo un sempre maggiore accrescimento di questo mondo cibernetico e sviluppando una colonizzazione del corpo, dell’elemento strettamente biologico, si apprestano a realizzare una rete informatica capace di interagire con ogni abitante del pianeta. Si realizzerà presto un mondo virtuale dove verranno prese tanto le decisioni di ordine macropolitico (come già accade) quanto ogni decisione individuale di carattere esistenziale. Tutto questo, considerando i presupposti dell’ideologia liberaldemocratica per cui la Sovranità risiede nel popolo, potrebbe scatenare una deriva democraticistica dove si farebbe strada l’idea di una democrazia diretta sul modello ateniese antico in cui un’agorà virtuale sostituirebbe quella materiale.”[46]

Potrebbe quindi cambiare il processo di partecipazione politica, fin qui fondato sulla rappresentanza, cioè sulla delega della difesa dei propri interessi. Si è spesso discusso del fatto che la forma ideale della politica sarebbe il modello ateniese, improponibile però dal punto di vista pratico, data il numero enorme dei partecipanti. Ora questa doppia realtà della rete sembra poter soddisfare quest’esigenza, con la sua caratteristica di poter superare barriere materiali e spaziali, ed avvicinare luoghi e persone enormemente distanti tra loro. “Potenzialmente la civiltà telematica è tanto in grado di misurare direttamente e in tempo reale le convinzioni politiche della maggioranza degli individui, quanto ha la capacità di orientarne e determinarne le scelte.”[47]

“Ma questo non è che uno scenario tutto sommato irrilevante, perché toccherebbe solo la forma della decisione e non il potere in senso stretto che coincide sempre più con la capacità di gestire, orientare, manipolare e occultare le informazioni su cui si basa l’opinione pubblica e quindi il consenso.”[48] Ecco quindi tornare il problema del controllo della tecnologia e dei mezzi di comunicazione, che consente di controllare le percezioni e quindi le menti delle persone. “La rete telematica ha in se stessa il potenziale capace di condizionare organicamente e globalmente la volontà degli individui e le scelte di tutti i sistemi politici.”[49] La nuova tecnologia telematica può essere dunque considerata in maniera positiva fino a che non dovesse verificarsi una “tale concentrazione di potere, capace di imporre una sorta di morbida ed impalpabile dittatura.”[50]

fine seconda parte

Note


[1]G. SARTORI, Elementi di teoria politica, Bologna, 1995, p. 192
[2] Ivi.
[3] Ivi.
[4] Op. cit., p. 193
[5] Op. cit., p. 194
[6] H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, trad. it., Milano, 1997, p. 471
[7] Op. cit., p. 481
[8 ]Op. cit., p. 482
[9] Op. cit., p. 483 -484
[10] Op. cit., p. 485
[11] Op. cit., p. 485
[12] E. CANETTI, Massa e potere, Milano, 1981, p. 357
[13] H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, op. cit., p. 486
[14] Op. cit., p. 486
[15] Op. cit., p. 488
[16] G. ORWELL, 1984, trad. it., Milano, 1989, p.27
[17] Op. cit., p. 57
[18] Op. cit., p. 58
[19] Ivi.
[20] Op. cit., p. 59
[21] Op. cit., p. 62
[22] Op. cit., p. 63
[23] Op. cit., p. 277
[24] Op. cit., p. 277 – 278 – 279
[25] H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, op. cit., p. 488
[26] Ivi.
[27] Dal suo racconto Do Androids Dream of Electric Sheep è tratto il famoso film Blade Runner.
[28] P. K. DICK, Se vi pare che questo mondo sia brutto, trad. it., Milano, 1999, p. 100
[29] Op. cit., p. 99
[30] Op. cit., p. 104
[31] Ivi.
[32] G. SARTORI, Elementi di teoria politica, op. cit., p. 422
[33] Ivi.
[34] Op. cit., p. 423
[35]Ivi.
[36] Op. cit., p. 424
[37] Ivi.
[38] Distribuito in Italia con il titolo Sesso e potere.
[39] M. MORANDINI, Il Morandini. Dizionario dei film 2001, Bologna, 2000, p. 1203
[40] G. CANOVA, L’alieno e il pipistrello, Milano, 2001, p. 57
[41] T. KEZICH, Corriere della sera, 26/9/1998
[42] Ivi.
[43] S. LUSARDI, Ciak, 1/10/1998
[44] P. MEREGHETTI, Il Mereghetti. Dizionario dei film 2000, Milano, 1999
[45] P. BELLINI, Autorità e potere, Milano, 2001, p. 105
[46] Ivi.
[47] P. BELLINI, Un nuovo Leviatano, in Frammenti, Padova, 1/1998, p. 123
[48] P. BELLINI, Autorità e potere, op. cit., p. 105
[49]P. BELLINI, Un nuovo Leviatano, op. cit., p. 123
[50] P. BELLINI, Autorità e potere, op. cit., p. 105

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