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Cinema

Quarant’anni sullo schermo: Jean Gabin, francese “verace” e grande attore (II)

I film del Preludio

Gabin e FernandelNon è cosa facile mettere insieme l’elenco della ventina di film, una vera ondata, che sono conosciuti come Le Prelude del Gabin cinematografico. Gli assegnavano ancora, com’era già avvenuto con il teatro, tutti i ruoli possibili: un ispettore di polizia, oppure un “mauvais garçon” dal cuore tenero, e così avanti.
Poi c’era stato, un paio di film accanto al già famoso Fernandel, preceduti però da un ruolo accanto alla bellissima Louise Brooks che era tornata in Francia per un film diretto dall’italiano Augusto Genina subito dopo la sua indimenticabile Lulu tedesca con Pabst.
Molto spesso si inseriva nei film qualche motivo musicale, e Jean non si rifiutò mai di cantare, tanto più che gli riusciva benissimo. Nel 1931 fa anche un film con Anatole Litvak, regista russo all’inizio d’una bella carriera che avrebbe continuato in America, e nel ‘32 c’è La belle Marinière, dove Jean è il partner di Madeleine Renaud, una diva affermata che farà con lui altri quattro film. Subito dopo va in Germania per “girare” con Brigitte Helm, che era stata molti anni prima l’eroina del leggendario Metropolis di Fritz Lang, nel 1926.
E ancora: nel ‘33 fa un film diretto proprio da Pabst e ambientato a Vienna in un quartiere popolare, in vari episodi e con attori di primo piano, come Michel Simon, Peter Lorre e altri. Conosce poco dopo, in casa di amici, una ballerina del Casinò de Paris, Jeanne Mauchain (in arte, Doriane): colpo di fulmine e rapide nozze. Ma il felice evento verrà subito amareggiato dalla morte improvvisa del padre di Jean, non ancora settantenne.
L’anno dopo le cose si mettono già male per i neo-coniugi, perché Doriane si atteggia sfacciatamente a pigmalione di questo attore un po’ primitivo che ha sposato: “Ho dovuto educarlo completamente”, affermava con gli amici, anche se erano ben pochi a darle credito. Il tentativo di far apparire un Gabin rozzo e senza educazione per ottenere il meglio dall’inevitabile divorzio si prolungava anche troppo, e soltanto alcuni anni dopo si poté realizzare. Va detto comunque che Jean era stato sempre molto (forse troppo) indifferente ai lato economico della sua professione, ai contratti di lavoro e che altro mai. E Doriane ne aveva certamente approfittato a suo vantaggio.

Torniamo a parlare di cinema. I pochi titoli di film che ho voluto citare dal suo Preludio professionale servono soprattutto a confermare quanto Gabin fosse richiesto da registi e produttori, francesi e stranieri, per un lavoro senza soste che avrebbe stancato chiunque ma non lui, sempre entusiasta, sempre impeccabile e collaborante, al di fuori di qualunque evento della sua vita privata, compresi i problemi con la sua ineffabile consorte Doriane.
All’inizio del 1934 Jean ha un incontro determinante con il regista Julien Duvivier, già famoso da oltre un decennio come professionista rapido e molto abile tecnicamente, inserito senza problemi nella nuova strada del “parlato”.

In attesa di La Bandéra

Immagine articolo Fucine MuteDuvivier propone subito a Gabin la parte di protagonista nel film Maria Chapdelaine, da un romanzo di Louis Hémon molto apprezzato in Francia, che in Italia si chiamerà ovviamente Il giglio insanguinato. Jean è felice di accettare, perché avrà come partner ancora Madeieine Renaud.
Il film si svolge in Canada, e i due, regista e attore, diventano ottimi amici durante il viaggio per mare: Duvivier gli spiega molte cose di tecnica del cinema, soprattutto per un attore, come l’uso degli obiettivi, lo stile di recitare che è molto diverso da quello del teatro, con tante regole da conoscere.
La lavorazione del film è faticosa per il clima freddo, e inoltre per le riprese in ambienti sconosciuti. Ma il risultato finale avrà comunque un buon successo. Un’altra amicizia che Jean farà durante quel viaggio è con Jean-Pierre Aumont, un giovane attore che farà la sua bella strada nel cinema francese.
Poi Gabin torna a casa. Ma è subito richiesto dal regista Marc Allégret come interprete d’un film musicale insieme ad un’attrice-sorpresa, Josephine Baker. Il titolo è esattamente Zouzou, e la Baker è al vertice dei suoi successi: ha superato da tempo i suoi inizi teatrali, dove figurava assai poco vestita. Ora è una grande e inimitabile Star, e tutti conoscono la sua canzone più famosa, che dice, con il suo accento un po’esotico, J’ai deux amours, mon pays et Paris.
Ma subito dopo c’è una parentesi decisamente più seria: Duvivier, inarrestabile nel lavoro, sta per iniziare le riprese di Golgotha, un film che ha perso la passione di Gesù Cristo, e insiste per avere Gabin nel ruolo di Ponzio Pilato. Jean non ne vuole proprio sapere, dice che il soggetto non è adatto al suo stile. Ma si lascerà convincere in nome della sua recente amicizia con il regista, e sarà un ottimo Pilato, con il lavaggio delle mani e tutto il resto.
Golgotha è uno di quei film che quando ero ragazzo venivano proiettati nei cinematografi durante la settimana di Pasqua, secondo lo spirito religioso della circostanza; il che non impediva, come nel nostro caso, di vedere anche delle buone pellicole. E proprio in questa occasione abbiamo un primo segnale della grande avversione che aveva Gabin per i personaggi in costume, storici o altro che fossero. Ne interpreterà ben pochi negli anni successivi, e sempre a denti stretti, anche se con la consueta serietà professionale.

Immagine articolo Fucine MuteArriva il 1935, e Duvivier sta per iniziare uno dei suoi film di maggiore interesse. Ma per motivi di contratto, è necessario un periodo di vuoto, che il produttore si affretta a occupare con Varieté (conosciuto anche come I tre diavoli), con un regista poco noto, Nicolas Farkns, e con interpreti Fernand Gravey e Annabella. Sì usava molto in quegli anni, specialmente nel cinema francese, che le attrici entrassero nel cast senza il cognome o semplicemente con un soprannome, come in questo caso. E così Susanne Charpentier, brava e valida attrice, diventerà Annabellà (l’accento finale per la pronuncia). Varieté è un film sul tema del circo, con un triangolo amoroso, le acrobazie al trapezio, e un discreto consenso di pubblico. Anche questa volta Gabin accetta i1 suo ruolo con impegno: non si può dire che in questo periodo avesse molto riposo.
È anche riuscito, su un insistente consiglio della moglie Doriane, a leggere La Bandéra, romanzo di Pierre Mac Orlan. Ne ha parlato con Duvivier, e in breve tempo decidono di farne la versione per lo schermo.

I gloriosi “Anni Gabin”

Premetto che questo titolo, quasi più adatto per un valoroso militare anziché per un grande interprete di pellicole, non è una mia invenzione, ma lo aveva creato André Brunelin, il più completo e attendibile fra biografi di Gabin. Io mi limito a dargli completamente ragione.

Nei cinque anni fra il 1935 e il 1940 vi sono ben otto film interpretati da lui ai quali è legato tuttora il massimo della sua fama. E mettiamo pure insieme il consenso sia del pubblico che dei critici per questo attore non solo instancabile, ma unico sotto molti aspetti. Non vi sarà un altro Jean Gabin nella storia del cinema.
Non possiamo omettere, inoltre, il nome dei tre grandi registi che lo hanno guidato al successo: Julien Duvivier, Jean Renoir, Marcel Carné, per i quali credo non vi sia bisogno di commento. Ve ne saranno ancora altri nel futuro.
Perché La Bandéra? Con questo nome spagnolo venivano definiti, nelle zone coloniali del Marocco, i reparti impegnati in azioni di guerra per la tutela dei territori già occupati dalla Francia e, in parte minore, anche dalla Spagna. Il protagonista è Pierre, un uomo in fuga perché ha ucciso uno sconosciuto a Montmartre durante una rissa. Raggiunto il Marocco si arruola nella legione straniera, ma lo segue un poliziotto ostinato, Lucas (attore Robert Le Vigan). In breve, non solo rinuncerà ad arrestarlo, ma nasce fra i due una grande amicizia, in un forte assediato dai ribelli. Pierre è ferito e muore, ma Lucas ne porterà il ricordo per sempre, anche al suo ritorno in patria.
Interessanti gli unici due ruoli femminili: una quasi debuttante Viviane Romance, fa una ragazza che Pierre incontra in Spagna durante la fuga e poi c’è un’attrice ormai affermata, Annabella, che è stata sollecitata da Duvivier e Gabin per un ruolo inaspettato, quello d’una bellissima ballerina berbera: la parte era già assegnata ad una giovane di colore che si era ritirata dichiarandosi incapace. Un bel segno di amicizia da parte di Annabella, pronta a dipingersi la pelle di scuro per aiutare i suoi compagni di lavoro. Li avrebbe incontrati alcuni anni dopo, quando si era appena sposata con Tyrone Power.

La belle équipe, 1936Il secondo film degli “anni gloriosi” è La bella brigata (La belle équipe, 1936): una storia quasi tutta al maschile. Alcuni giovani vincono la lotteria nazionale e decidono di investire il denaro comperando insieme un locale all’aperto, una “balera” in riva alla Marna. Il soggetto è amaro, tutto fondato su un’amicizia che non tarderà a dissolversi: il gruppo, l’équipe (nel quale Gabin, ormai famoso, vuole solamente un ruolo di pari livello con gli altri attori) va incontro ad una forte delusione per una serie di eventi negativi; e c’è anche, inevitabile, un grave contrasto causato da una donna, secondo la regola del “cherchez la femme” che è quasi d’obbligo in film di questo genere. Gli interpreti sono tutti di alto valore: oltre a Gabin c’è Charles Vanel e una bellissima Viviane Romance. Duvivier fu obbligato dai produttori a girare il finale in due diverse versioni che vennero poi, come facevano gli americani, proiettate al pubblico con relativo referendum. E vinse, come prevedibile, il “lieto fine”. Neanche a dirlo, la versione migliore era quella pessimista, che venne mantenuta per l’estero. Ma, a prescindere dal finale, il film era molto vivace, e non si può fare a meno di citare Gabin che canta Quand on se promène au bord de 1’eau (Quando sì passeggia lungo il fiume) con la sua bella voce.

Per tutto il 1936 e all’inizio del ‘37 si alternano quattro film con Gabin protagonista: due sono ancora di Duvivier e altri due di Renoir. Il primo di questa serie è stato La bella brigata di cui abbiamo appena detto. Fa seguito il film di Renoir Les bas-fonds (I bassifondi) distribuito in Italia col titolo Verso la vita: un soggetto che deriva da una commedia di Massimo Gorkj, adattato per il cinema da Charles Spaak, geniale sceneggiatore belga il cui nome resterà per alcuni decenni nei titoli di testa di pellicole d’ogni genere. Nei “bassifondi” viene raccontata magistralmente la storia d’un barone rovinato dal gioco d’azzardo (attore Louis Jouvet) e della sua incredibile, salda amicizia con un ladro (Gabin) che gli era penetrato in casa. Entrambi troveranno rifugio in uno squallido “albergo dei poveri” e il ladro Pépel conoscerà anche l’amore con Natasha, giovane figlia del padrone. Lieto fine, con i due innamorati che si avviano “verso la vita” in una sequenza che si ispira a Chaplin e Paulette Goddard in Tempi moderni, film dello stesso anno. Non possiamo precisare se c’è una vera imitazione o semplicemente un caso, ma una cosa è certa: questo film ospita due fra i maggiori nomi del cinema Gabin e Jouvet, diretti da Jean Renoir.

Pépé le Moko, 1936

Una serie di capolavori

Continua l’alternanza Duvivier-Renoir con un film che tutti conosciamo ancora, se non altro per il nome pittoresco del personaggio che gli dà il titolo: Pépé le Moko, ovvero “Il bandito della Casbah”. Pépé è una delle tante figure di bandito che i critici avevano messo a confronto con i tanti gangster che popolavano il cinema americano: Scarface era del 1932, e ce n’erano diversi altri ancora.
Ma la somiglianza era solo apparente. In realtà questo Pépé, un bandito che ci sembra risoluto, è anche un vinto. Non teme la polizia che non è capace di allontanarlo dalle intricate stradine della Casbah di Algeri, ma verrà amaramente sconfitto dalla nostalgia per la sua Parigi e per la donna amata: li perderà entrambi. Da ciò il drammatico finale, con quel suicidio atroce (si pugnala nel ventre) mentre vede la nave che salpa portando via la sua Gaby, una ricca ragazza borghese.
Questa volta Duvivier ha saputo inserire in un film altamente drammatico lo sfondo del grande porto africano e la capacità di ottimi attori: la bella turista amata era Mireille Balin, e bella lo era di certo.

Nel giugno 1937 esce un altro film, che è il più importante di tutti: La Grande Illusione di Jean Renoir. Cristina Bragaglia, nella sua Storia del cinema francese lo definisce “Un grido pacifista lanciato in un’Europa che ormai sta fatalmente precipitando nella follia bellica”. E sarà anche una delle più notevoli interpretazioni di Gabin. La trama è nota, almeno sommariamente. Guerra ‘15-‘18: alcuni ufficiali francesi sono prigionieri in un campo di concentramento tedesco, agli ordini del comandante Von Rauffenstein, uomo rigido sia moralmente che fisicamente, dato che porta un busto ortopedico per un trauma alla colonna. Notevole la caratterizzazione del “Von” attore, Stroheim, in un ruolo che sembra fatto apposta per lui.

La Grande Illusione, 1937

La Grande Illusione è un film in cui si susseguono le scene governate da una severa condanna alla guerra: molte sarebbero degne di commento, ma qui non è possibile. Ricordiamo almeno la splendida interpretazione del nostro Gabin, con un personaggio perfettamente definito: è un ufficiale che viene dal popolo, diverso dall’eroico e sfortunato collega De Boildieu, che si sacrifica per sa1vare gli altri camerati in fuga. C’è anche un tenero intermezzo non bellico, con l’amore fra il tenente Maréchal ormai in salvo dopo l’evasione, e una giovane vedova (Dita Parlo) che ospita lui e Rosenthal, un altro soldato in fuga.
È lecita una domanda: ma cos’è veramente questa “grande illusione”? La guerra, forse, combattuta per una pace futura che, lo sappiamo, non vi sarà mai. O più semplicemente il desiderio di libertà che trasforma due ufficiali francesi in due anonimi fuggitivi in cerca di salvezza? Anche questo non lo sappiamo, e il grande Renoir non ce lo dirà. Un’ultima citazione: un soldato tedesco punta da lontano il fucile sui due in fuga, e un suo collega lo ferma, vedendo che hanno già superato il confine svizzero: “Tanto meglio per loro”, è la frase di commento. Difficile dimenticarla. Alla mostra di Venezia del 1937 il film aveva ottenuto la coppa della giuria, e la critica fascista ne era rimasta indignata.

La nebbia, il treno, un suicidio.

Il porto delle nebbie, 1938Gli ultimi film della serie hanno in comune un soggetto veramente tragico: il personaggio interpretato da Gabin vi perde sempre la vita, sebbene attraverso vicende molto diverse tra loro.
Il porto delle nebbie (Le quai des brumes) deriva da un romanzo di Pierre Mac Orlan, ed è il primo film nel quale vediamo i tre grandi nomi riuniti: Prévert come sceneggiatore, Carné regista, e Gabin protagonista. Il soggetto ci presenta un disertore dell’esercito coloniale francese che arriva al porto di Le Havre per imbarcarsi e fuggire in America, ma tutto cambia dopo un suo incontro d’amore con Nelly (una splendida Michèle Morgan), ragazza diciottenne e orfana, che vive con un viscido tutore. Ed è tragedia: Jean uccide il tutore quando lo scopre nell’atto di tentare violenza a Nelly, e pochi giorni dopo è ucciso lui stesso per strada da Lucien, un teppista che con intollerabile volgarità stava perseguitando di continuo la giovane ricevendo da lui una tempesta dì schiaffi (quasi veri, dato l’impegno di Gabin). E l’attore Pierre Brasseur ricordava ancora, parecchi anni dopo, questi schiaffi dell’impegnatissimo amico Jean.
La vicenda è oppressa dall’atmosfera nebbiosa del porto (da cui il titolo), teatro di un breve incontro d’amore fra Jean e Nelly: “T’as des beaux yeux, tu sais” é la famosa frase, e i due innamorati si collocano subito fra i più seducenti attori con gli occhi azzurri della storia del cinema.

Il film successivo è La bête humaine (L’angelo del male, nella versione italiana) da un romanzo di Zola, con Renoir regista e sceneggiatore, indotto dallo stesso Gabin a fare per lui un soggetto ferroviario, suo vecchio desiderio. Si parla del macchinista Lantier, inconscio portatore d’una grave malattia famigliare con tendenza all’omicidio: la disgrazia si rivela all’improvviso quando la sua giovane amante Séverine (una Simone Simon deliziosamente perversa) vuole convincerlo a sopprimere il suo odiato marito. Ma al momento dell’azione Lantier, sconvolto, uccide invece Séverine e poi si suicida gettandosi fuori dal treno in corsa.
Un film duro, molto deplorato dai buonisti e dalla critica fascista (si volevano solo macchinisti perbene), e la programmazione fu anche vietata per un certo tempo. Vi sono alcune splendide sequenze che sarebbero tutte da citare: ricordiamo almeno l’inizio, con l’arrivo del treno alla stazione di Le Havre visto dalla cabina di guida, con una stupefacente tecnica di montaggio. E abbiamo un Gabin macchinista, con gli occhialoni e la faccia nera di carbone: possiamo immaginarcelo felice per il suo bel sogno ferroviario finalmente realizzato.
La serie “gloriosa” si conclude con Le jour se lève, diretto da Carné con le splendide musiche di Maurice Jaubert, le scenografie di Trauner e l’obiettivo di Curt Gourant, tutti concentrati su una narrazione per sequenze “a posteriori”, che si svolge con il protagonista assediato dalla polizia nella sua soffitta di una casa popolare dopo aver ucciso l’odioso individuo che gli contende la dolce innamorata. Questo ruolo si serve della magica interpretazione di Alba tragica, 1939Jules Berry, e Jacqueline Laurent è la fanciulla contesa. Ma è Gabin che qui supera veramente la sua abituale bravura, con il personaggio d’un operaio spinto all’omicidio dalle provocazioni d’un demonio. E c’è anche Arletty, attrice che avrà una lunga e felice carriera nel cinema francese. Il film è del 1939, il suo titolo per noi era Alba tragica, e non lo abbiamo mai più dimenticato.

(fine della seconda parte)

Bibliografia e iconografia
(le fonti iconografiche hanno il contrassegno )


André Brunelin, Gabin, con frefazione di Tullio Kezich, Ed. Arsenale, Venezia 1988


Cristina Bragaglia, Jean Gabin, in “Dizionario Univ. del Cinema” Ed. Riuniti 1984


Cristina Bragaglia, Storia del cinema francese, Newton Compton Editori, Roma 1995


 Georges Sadoul, Il cinema, i cineasti, i film, Ed. Sansoni, 1967 e 1968


Roberto Nepoti, Marcel Carné, Il Castoro Cinema, Ed. La Nuova Italia, Firenze 1980


Carlo felice venegoni, Jean Renoir, Ed. La Nuova Italia 1975


 Pierre Hafner, Jean Renoir, Rivages Editions, Paris 1988


Carl Vincent, Storia del cinema, Garzanti Ed., Milano 1988


Pietro Bianchi, Maestri del cinema, Garzanti Ed., Milano 1982


 Julien Duvivier, in Who’s Who of the Cinema (Il “chi è” del cinema), De Agostini Ed. 1982


 Georges Sadoul, Storia del cinema mondiale, Volumi I e II, Feltrinelli Ed., Milano 1972


 Eric Rhode, A History of the Cinema, from its origins to 1970, Penguin Books 1978

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