// stai leggendo...

Cinema

Alessandro Haber

Un gioco di scacchi tra cinema e teatro

Immagine articolo Fucine MuteFucine Mute intervista Alessandro Haber presente all’incontro “dal libro al film” organizzato dall’associazione Maremetraggio.

Riccardo Visintin (RV): Gli incontri sono belli perché a volte possono ripetersi: in passato abbiamo già incontrato Alessandro Haber, attore importante e simpatico, e lo rincontriamo oggi a Trieste per la presentazione del suo film Scacco Pazzo tratto dall’omonimo testo teatrale. Al progetto Alessandro Haber tiene in maniera particolare, e quindi lo facciamo raccontare a lui.

Alessandro Haber (AH): Intanto, finché ci si incontra vuol dire che ci siamo… Cosa posso dire? Tutto nasce da un testo che si chiama Scacco Pazzo, scritto da un grande attore, ma anche scrittore, che si chiama Vittorio Franceschi. Tra l’altro lo spettacolo ha attinenze con Trieste e con la sua regione perché è stato prodotto dall’Arena del Sole di Bologna e dallo Stabile del Friuli Venezia Giulia. Siamo stati al Teatro Rossetti… Rossini?

RV: No, Rossetti.

AH: …al Rossetti per dieci repliche, ma dovunque siamo stati abbiamo ottenuto un successo incredibile e io ho dei ricordi fantastici. Tra l’altro mi ricordo che al Rossetti alla fine dello spettacolo il pubblico doveva dare un giudizio e c’erano due cassette nelle quali la gente poteva votare. C’erano i SÌ e i NO: il sì era positivo, il no era negativo… e in dieci giorni non abbiamo avuto mai nemmeno un No.
Alcuni di questi “giudizi” ce li ho ancora a casa. Mi ricordo di uno in particolare nel quale una ragazza scriveva: “Ho visto lo spettacolo più bello della mia vita!”. Firmato: “Una non vedente”. Be’, è stata un’emozione incredibile. Ho sempre desiderato fare un film da questo testo, che nasce proprio da una piccola idea che ho suggerito nell’89 o nel ’90 a Vittorio Franceschi pensandola per un film. Lui non aveva mai scritto per il cinema, però l’idea gli piaceva talmente tanto che volle raccontarla in teatro e così ha scritto questa commedia fantastica che abbiamo portato in scena per due anni, nel ’91-’93, con la regia di Nanni Loy che debuttava, tra l’altro, nella regia teatrale, e con il quale siamo andati in giro in tutta l’Italia. Non solo, questa commedia è stata tradotta in varie lingue e messa in scena in vari Paesi d’Europa: dalla Germania alla Russia, dalla Francia al Portogallo, dall’Inghilterra alla Polonia. Ho sempre avuto il desiderio di raccontarla al cinema e ora ci sono finalmente riuscito. È un sogno che si è realizzato. Ho avuto delle critiche molto belle, una più bella dell’altra.

Immagine articolo Fucine Mute

RV: Il passaggio dal teatro al cinema non è che sia dei più facili, almeno così si dice!

AH: No, però la gente che l’ha visto e anche gli addetti ai lavori hanno detto: non si sente la teatralità, cioè mi hanno detto d’essere riuscito a raccontare questa storia con un linguaggio cinematografico, e questa è la cosa più sorprendente. Ho cercato di dare un’anima a questa macchina da presa, che vive all’interno di un appartamento in cui accadono delle cose strane. È un film molto particolare.

RV: Con tre personaggi.

AH: Con soli tre personaggi, però ce ne sono altri che non si vedono, perché stanno dietro la macchina da presa, che hanno fatto questo viaggio con me: il direttore della fotografia Italo Petriccione, che ha lavorato in tutti i film di Salvatores, per esempio, nell’ultimo Io non ho paura; Osvaldo Bargero, un grande montatore che ha fatto Casomai di D’alatri; Renato Lori che è uno scenografo fantastico di Napoli che ha lavorato molto con Martone; un giovane musicista, Giuseppe Fulcheri; tutto lo staff tecnico che è stato fantastico. Io credo che un film deve dare energie e se queste energie sono positive, propositive, se si sente che questo film è amato, allora funziona. L’unico problema che c’è stato, e non è cosa da poco, riguarda la distribuzione. Noi all’inizio, prima delle riprese, avevamo un distributore, e non voglio fare nomi, che poi ha avuto delle difficoltà proprio pochi giorni prima che il film uscisse e non ci ha fatto né i trailer, né i manifesti, e di conseguenza la gente praticamente non sa che questo film esiste. Così cerchiamo di accompagnare il film giorno per giorno, città per città, perché ci crediamo e abbiamo avuto anche conferme dalla critica, ma anche dalle persone che l’hanno visto, e allora vogliamo comunicare questa emozione…

RV: Penso che questa, a Trieste, sia un’anteprima quasi nazionale, se non sbaglio, o il film è già uscito a Roma?

AH: No, è già uscito a Roma con pochissime copie, poi a Milano, una delle città più importanti, dove è andato benissimo, E poi, la prossima settimana uscirà a Napoli. Siamo usciti con sei copie, certo non come il film di Pieraccioni dove di copie ce ne erano seicento, nel quale, tra l’altro, io faccio un ruolo, e non come il film di Avati, che si chiama La rivincita di Natale, che uscirà il 30 gennaio anch’esso con tantissime copie. Questo è un piccolo film, tra virgolette d’autore, dove non ci sono effetti speciali, ma gli effetti veri sono quelli del cuore, dell’anima. Un film che ti fa riflettere, ma non solo, fa anche sorridere, perché è una commedia tragica. Ho voluto raccontare quelle storie difficili e incredibili, cattive, tragiche, ma anche divertenti, delle storie inimmaginabili, che ti stupiscono e che stanno dentro queste case. Noi siamo lungo i marciapiedi, e vicino a noi ci sono questi oblò, finestre, appartamenti, ma non ci rendiamo conto di quanto accade lì dentro, non sappiamo. Questa è una storia particolare, la macchina da presa sente che lì c’è qualcosa, entra dentro e racconta quello che succede e poi riesce per non tornarci mai più. È stata un’esperienza fantastica.

RV: Questa è stata la cartolina di presentazione più bella per il film. Lo spettacolo teatrale l’ho visto quando è passato a Trieste e ho un bellissimo ricordo, veramente una rappresentazione molto intensa…

AH: I direttori degli Stabili — e in particolare quello di Bologna — che hanno amato moltissimo questa opera, non solo, la portano come una bandiera, come se Scacco Pazzo fosse la più bella produzione che hanno fatto in vent’anni a questa parte, sono andati a vedere il film con una certa circospezione, e invece mi hanno chiamato e hanno detto: “Haber, hai fatto un film con lo spettacolo!” e questa è stata una cosa importante.

Immagine articolo Fucine Mute

RV: È molto difficile, in così poco tempo, ricostruire la carriera di Alessandro Haber perché ha fatto di tutto e di più. Devo togliermi una curiosità: quanti film hai fatto, Alessandro?

AH: Non li ho contati, ma sono vicino ai cento. Ho cominciato a diciassette anni e mezzo a far piccole parti e grossi ruoli. Ho sempre alternato al cinema il teatro che ho fatto per trent’anni.

RV: C’è un film che ho visto recentemente, ti faccio fare un salto nel tempo, che si chiama Sotto il segno dello Scorpione. In quel film c’erano Alessandro Haber, Piera Degli Esposti, Giulio Brogi, Gian Maria Volontè, Lucia Bosè, Renato Scarpa e molti altri. Le ho indicato questo film perché, cercando tra la sua copiosa filmografia, mi serviva un titolo che fosse idoneo per formulare questo pensiero. La generazione di questi attori ha fatto strada, lo sappiamo perché sono amati da tutti. Da quel periodo, da quando lei ha iniziato, in quel clima peraltro molto bello, ad oggi è cambiato quasi tutto. Com’è stata la sua evoluzione? Cos’è che quella generazione ha perso durante il cammino, e quali porte aperte hanno oggi i vostri colleghi più giovani?

AH: Intanto il tempo è passato e c’è della nostalgia. Io tornerei indietro subito. Tornerei indietro, però con la consapevolezza dell’esperienza. Un po’ come Tonino, questo personaggio del film che è regredito. Tonino è stato uomo fino a quarant’anni, una persona intelligente; poi ha avuto uno shock ed è regredito, però lo ha fatto con il bagaglio di quello che è stato, per cui rielabora i discorsi in maniera particolare, tutta sua. Poter tornare indietro con l’esperienza che abbiamo accumulato forse sarebbe il massimo, però sono solo sogni, cose impensabili. Ma c’è sicuramente la nostalgia di quello che è stato. Non rinnego nulla di quello che ho fatto, anzi, lo ricordo con estrema dolcezza e malinconia, ma anche con allegria perché ho sempre lottato e ho ancora voglia di lottare e di sognare, perché finché sogni e ti metti in gioco, sei vivo. E questo è fondamentale. Certo la nostra generazione, ha avuto davanti dei mostri sacri che non ci hanno permesso di giocare in qualche modo con loro. Se ci pensi bene, fra la gente della mia età, di cinquantacinque anni — portati alla grande, direi; la barba ce l’ho perché dovevo fare un’opera di Bukowski, una tournée che inizio a fine gennaio — non ci sono molti attori che hanno avuto un successo importante, sono rimasti un po’ schiacciati. Non gli si è dato il permesso. Oggi è più facile per un attore giovane, perché ci sono molti più giovani registi, e si dà possibilità ai giovani di potersi esprimere. Allora ci sono quei sei, sette, otto attori o registi che fanno il buono e il cattivo tempo, sono degli dèi. Io credo che poi magari è difficile essere distribuiti, avere successo subito, però se si ha del talento, dato che la rosa è più ampia, si viene fuori. Non ci sono dei pregiudizi o dei preconcetti. Come dicevo prima, insorgono altri problemi, come il far conoscere il film, la scrittura, o la mancanza di talento, però almeno si offre la possibilità. Una volta era molto più difficile, per mettersi davanti alla macchina da presa bisognava fare una lunga trafila. Pensa a uno come Pieraccioni che prima di fare I laureati non aveva mai visto una macchina da presa, però s’è inventato questa cosa e, a differenza di altri, ha avuto un grande successo. Non è così semplice. Vedi, io ho lottato molto per ottenere dei risultati, in qualche modo ho avuto anche fortuna, al di là del successo che si può avere. Credo che il talento è fondamentale, è alla base di tutto ciò che andrai a fare, e se non ce l’hai, trovi il tempo che trovi. Pensa a quante attricette e attoruncoli non riescono a mantenere il successo nel tempo.

Immagine articolo Fucine Mute

RV: Mi diceva Giulio Brogi un suo collega e forse amico, che si nomina troppo poco, che quando era ragazzo c’era “Polvere di palcoscenico“, mentre ora c’è “Polvere di burocrazia”, perché per muoversi nella tenda di un teatro bisogna fare i conti a nove zeri in quindici, compreso chi magari di arte non capisce poi molto. Ha ragione Giulio?

AH: Be’, Giulio ha ragione; è sempre stato un grande, ma è anche stato sempre molto severo con se stesso. Lui ha sempre fatto delle scelte ben precise, delle scelte anche stoiche in qualche modo. Avrebbe potuto avere molto di più se fosse stato più malleabile — non dico che dovesse scendere a compromessi — però certe cose poteva anche fare a meno di farle, anche se sarà stato utile per “giocare su un altro fronte”. Credo che gli sbagli nella vita siano necessari per riflettere, per capire, per guardarsi dentro. Comunque, al di là di questo, oggi, è un po’ più facile per chi ha delle cose da dire, si ha la solidità, la tenacia, la costanza. Una volta era più ostico. L’idea di essere qui a parlare con te, ed essere riconosciuto, è sempre un miracolo in qualche modo…

RV: C’è un film molto bello di qualche anno fa che s’intitola La guerra vinta di Antonio Acca, che mi farebbe piacere vedessero i giovani. Nel film si racconta, anche con un pizzico d’ironia e di fiction, il personaggio di Alessandro Haber alle prese con la sua spasmodica voglia di fare. È bello che ci sia stato anche questo film e che abbia avuto questo tipo di intendimento, ossia del “volere è potere”, ed è questo in fondo quello che lei ha detto prima riferendosi ai provini, alla fatica. Però poi alla fine Alessandro Haber è diventato Alessandro Haber. Quindi, merita tenere duro?

AH: Sì, infatti quel film racconta la storia di un grande entusiasmo, di uno che lotta e crede in qualcosa, tant’è vero che è stato un film molto amato anche dai “non addetti ai lavori” perché si sono rivisti in questo personaggio. Non è stata certamente una celebrazione di Haber. Chi è che non crede in qualcosa? Chi è che non vuole ottenere dei risultati lottando, credendoci, sacrificando qualcosa di se stesso? Per questo la gente l’ha amato molto, perché era un film sincero nel quale la gente stessa, in qualche modo, si può riconoscere. È un film sulla vita, sull’amore, al di là del cinema, che diviene solo una scusa per raccontare un percorso. Anche quello è stato un film distribuito in cinque o sei copie, però poi l’hanno trasmesso anche in televisione… La verità è che i film hanno sempre la loro storia, mentre in teatro “finisce lì” — anche se oggi ci sono i video, i dvd — però poi al cinema, nel tempo, se una cosa è bella, viene riesumata, viene ri-apprezzata, come in letteratura, come nella musica, come nella pittura. Ecco, credo che sia L’Antonio pazzo sia lo Scacco pazzo non hanno tempo, non sono legati ad un’epoca, ad un costume, ad un fatto politico. Sono storie tragiche, comiche, divertenti che potrebbero accadere comunque e dovunque, dove la gente può leggere facilmente ciò che c’è dietro, e in qualche modo, quello che c’è, ti entra dentro. La cosa che mi piace e che cerco di fare — ma non sempre ci riesco — è comunicare emozioni. Per esempio, adesso, a parte il film di Avati, è uscito un disco, Il sogno di un uomo, (ci sarà a breve un concerto a Trento) dove mi proporrò come chansonnier, e dopo faròper tre mesi Bukowski — Confessioni di un genio, uno spettacolo fantastico, e in primavera farò una tournée come cantante…

Immagine articolo Fucine Mute

RV:  Stavo sorridendo perché, se non sbaglio, credo fosse proprio lo stesso periodo in cui era a Trieste Jack lo sventratore, sono stato spettatore di una bella serata con Alessandro Haber e Mimmo Locasciulli, nella quale già si intravedeva il suo amore per la musica, e non solo per il jazz, ma in generale per un modo di vivere l’arte anche attraverso la musica. È stata una bellissima serata all’insegna della musica fatta da un non-musicista, nella quale si capiva che era un interesse che si sarebbe recuperato negli anni a venire…

AH: Infatti, ho sempre avuto la voglia di cantare, però non l’ho mai espressa. Nel DNA di un artista, o di un attore, chiamalo come ti pare, c’è anche la musica, solo che per un cantante è più facile recitare, che per l’attore cantare… anche se forse è sbagliato. Però questa passione è continuata ed è uscito nelle edicole, fino a novembre, il terzo cd che credo adesso sia nelle librerie più importanti. Comunque basta navigare su Elleu che lo distribuisce e si può comprare per dieci euro. Sono pezzi bellissimi, scritti “sulla mia pelle”, frutto di due anni di lavoro, di questo giovane musicista che si chiama Giuseppe Fulcheri… Insomma, mi piace mettermi in gioco.

RV: Ringraziamo Alessandro Haber, che è un “outsider” — uso sempre questo termine quando parlo di lei perché è forse la miglior definizione di una persona che non sta alle regole…

AH: Anche perché non mi sento una persona arrivata. A me non piace la parola arrivare, non mi piacciono le sicurezze. Attraverso le insicurezze trovo delle strade che mi portano poi a giocare in un certo modo. E finché gioco a scoprire qualcosa vuol dire che sono vivo.

SCACCO PAZZO



Regia: Alessandro Haber
Soggetto tratto dalla commedia teatrale di Vittorio Franceschi
Sceneggiatura di Vittorio Franceschi con la collaborazione di A. Haber
Interpreti: Alessandro Haber, Vittorio Franceschi e Monica Scattini
Direttore della Fotografia: Italo Petriccione a.i.c.
Musica originale: Giuseppe Fulcheri
Scenografia: Renato Lori
Montaggio: Osvaldo Bargero


Undici anni fa, proprio il giorno delle nozze, Antonio ha perso la fidanzata in un incidente d’auto. Alla guida c’era il fratello Valerio, che la stava accompagnando in chiesa per la cerimonia. Per l’emozione e il dolore Antonio ha una regressione infantile e da quel momento costringe il fratello, che pur professandosi innocente si porta dentro un oscuro senso di colpa, a travestirsi da padre, da madre e fidanzata (con tanto di abito nuziale) in un gioco crudele del quale Valerio è vittima mentre Antonio riscopre in quel modo il linguaggio, la fantasia, la tenerezza e il bisogno d’amore e con essi anche la crudeltà inconsapevole dell’infanzia.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Casomai un’immagine

pck_25_cervi_big th-60 08 09 24 18_pm 22_pm kubrick-37 kubrick-57 ruz-07 ruz-12 petkovsek_15 007 bon_04 bon_sculture_16 piccini_04 religioni1 18 s13 mis-pre2 mis4big-3 murphy-16 galleria10 Katharina Fritsch Padiglione Italia Dog Eat Dog Face 2 Feticci, 2010 A. Guerzoni Quarto movimento, 1951 Carol Rama the-afghan-whigs-1