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Arte

Laura Letinsky

Guardare e pensare nel guardare

GALLERIA IMMAGINI

Umberto Lisiero (UL): Le chiederei come prima cosa, di presentarsi al nostro pubblico di lettori raccontando come sia sbocciato il suo amore per la fotografia e quali fotografi hanno maggiormente influenzato il suo stile.

Immagine articolo Fucine Mute

Laura Letinsky (LT): Ho cominciato la scuola d’arte pensando che sarei diventata una pittrice. Sono stata però un po’ raggirata perché per frequentare il corso di pittura avrei dovuto prima finire completamente il corso “base” anche se nel frattempo potevo però seguire il corso di fotografia. Nel giro di alcuni mesi mi resi conto che con la macchina fotografica avrei potuto esprimermi in un modo particolare, che non mi sarebbe stato possibile in nessuna altra maniera. La macchina fotografica mi dava il permesso di “guardare” e di “pensare” nel guardare dando voce a me stessa.
Quando finalmente ero pronta ad iniziare il corso di pittura ho realizzato che nonostante fossi sempre affascinata dai materiali e da tutte le cose inerenti ai dipinti, non potevo più spiegare e capire il motivo della mia passione per le rappresentazioni su tavola.
In qualche modo la distanza imposta dalla fotografia invece, mi permetteva di immedesimarmi di più nel mio soggetto.
I fotografi che mi hanno influenzato all’inizio e il cui lavoro continua ad echeggiare nella mia mente, sono Diane Arbus, Bellocq, Gary Vinogrand, Cindy Sherman, August Sander, Jan Groover, Judith Joy Ross… i miei fotografi contemporanei favoriti invece, sono Rineke Dijkstra, Uta Barch e P.L. DiCorcia.

UL: Secondo Roland Barthes la fotografia uccide il flusso vitale imbalsamando frammenti di vita: per lei cosa rappresenta la tecnica fotografica? Quale caratteristica della foto, a suo giudizio, rende un’immagine memorabile?

LT: Non sono pienamente d’accordo con l’interpretazione del pensiero di Barthes suggerita dalla domanda. Secondo me ciò che l’autore voleva affermare è che la fotografia assomiglia, è simile, alla morte, nel senso che quello che è fotografato non esiste più. In altre parole, attraverso l’atto del fotografare c’è un riconoscimento della morte, che permette di comprendere come ciò che si vede nella foto, non possa più esistere. E forse ciò che è nella fotografia non è mai esistito se non come fotografia. Sono affascinata dai trattati di Barthes e da come egli segua la sua lettura iniziale mentre essa/egli si demolisce, si sfascia, riflettendo sul suo personale rapporto con l’immagine e con il soggetto raffigurato.
La prossimità della fotografia a qualcosa che sembra reale è affascinante, irresistibile. Così irresistibile da farmi pensare (allo stesso modo, per esempio, di Christian Metz) che la singola foto costringa la produzione di altre foto perché come una sorta di mania, di ossessione, la rende, proprio per questo, sempre insoddisfatta e che perciò ci costringe a realizzare ancora più immagini per saziare il nostro desiderio di veder rappresentato ciò che l’immagine evoca ma che non può soddisfare.

Immagine articolo Fucine Mute

UL: Per il teorico dell’arte Ernst Gombrich, un’immagine non è la riproduzione della realtà, ma il risultato di un lungo processo; fare un’immagine significa innanzi tutto guardare, scegliere, imparare: qual è il suo modo di fotografare? Come arriva all’immagine finale?

LT: L’idea che la fotografia sia l’oggetto di una copia è stata discussa a lungo. Una storia lo è senz’altro. E come una storia può avere elementi che sentiamo reali, veri. Io sono particolarmente interessata al modo in cui la fotografia può rivelarci come osservare, come vedere.
Da scrittori come Walter Benjamin e Joel Snyder ho imparato a considerare la macchina fotografica non come un’invenzione ma più come la realizzazione delle nozioni del 17esimo secolo riguardanti il “come vedere” e “come rappresentare, illustrare”, il mondo. Nei progetti precedenti alla mia attuale serie di “Still Life” ho sempre pensato di dover rispondere a quello che avevo di fronte a me reagendo alle persone come a personaggi in una scena. E in parte questo risulta essere vero. Comunque nel mio lavoro attuale, fotografando oggetti inanimati, mi sono resa conto di quanto intricata possa essere la relazione tra il rispondere e il dirigere, il vedere cosa hai in fronte ai tuoi occhi, la macchina fotografica, il muoversi, il cambiare, l’aspettare… Spesso comincio con un’idea ma mentre lavoro qualcosa di completamente diverso attira il mio sguardo. Sento che è vitale per successo del mio lavoro, cercare di camminare bilanciandomi su questa sorta di fune acrobatica sempre al limite tra il naturale e l’artificiale.

UL: Le sue foto hanno un taglio che definirei ‘cinematografico’ nel senso che sembrano singoli frammenti di un flusso continuo sospesi tra un prima e un poi, mai semplici immagini statiche. È solo una mia impressione o questa caratteristica è da lei ricercata?

LT: Mi piace questa caratteristica! Sono così presa con quello che sta tra il “prima“ e il “poi”, tra quello che sta per accadere e ciò che invece è appena passato. Formalmente cerco di costruire le mie fotografie nel modo che ci sia una specie di minaccia tra le cose che si stanno districando, liberando dalla leggermente goffa eleganza e stanno per collassare in un mucchio di roba. Forse perché questo è ciò che sento nel mondo, una continua tensione tra il leggere un significato nelle cose o vederle solo come un gruppo di oggetti secondari, non importanti.

Immagine articolo Fucine Mute

UL: Lei spesso realizza ritratti still life (come ad esempio la sua serie Morning, and Melancholia): cosa vuole comunicare, cosa vuole trasmettere nell’immortalare della frutta, della verdura, dei bicchieri, delle tovaglie, dei vasi  o degli angoli di una cucina?

LT: Ho menzionato precedentemente la mia attrazione per come la fotografia comprenda in sé le nozioni del vedere e del rappresentare del 17esimo secolo. Durante questo periodo, in modo particolare nel Nord Europa, la cultura capitalistica, imperialista protestante, celebrava il suo successo e la sua moralità con il genere “still life”.  “Looking at the Overlooked” di Normal Bryson, per esempio, è un’eccellente esplorazione di questo tema. Sono continuamente presa dal modo in cui questo lavoro rivela le condizioni socio-politiche della produzione e ricezione della popolazione di quel tempo, che aveva così tanta cura dei propri manufatti da immortalarli in una foto. E riscontro delle similarità tra quella cultura e la nostra, una cultura globale tardo-capitalistica che si è rivolta alla casa come a un luogo che racchiude la nostra identità e che nello stesso tempo rivela (a livello conscio e inconscio) chi siamo veramente.

Gli oggetti sul tavolo sono una cosa familiare, ordinaria, qualcosa che quasi tutti noi abbiamo nelle nostre case. La cura e l’attenzione che ne conserviamo, rivela molto sulla nostra classe, sulla nostra sensibilità estetica, sul lavoro che serve per creare il concetto di  “casa”, una categoria non naturale che necessita, da parte della persona, di un duro lavoro per poter così dare origine al proprio spazio.
Inoltre, io amo cucinare e mangiare. Mi piacciono le cose, i piatti, le acciughe, il verde dei limoni quando cominciano ad ammuffire…

Immagine articolo Fucine Mute

UL: Una delle sue foto considero più di altre meravigliosamente riuscita: mostra un ragazzo disteso sul letto intento a guardare una ragazza il cui volto si intravede appena riflesso in uno specchio. Il ragazzo sembra cercare conferme, sembra chiedere alla ragazza che la notte appena trascorsa insieme non sia stata solo un casuale episodio ma l’inizio di un rapporto di coppia. Lei invece, ha lo sguardo rivolto verso il basso, come se evitasse gli occhi altrui, come se si rendesse conto di non poter promettere l’inizio di un amore eterno. Non una parola, non un gesto, ma mille sensazioni. Questa lettura è frutto solo della mia fervida immaginazione o anche solo parzialmente, si avvicina a ciò che lei vede in quel ritratto?

LT: Ho una spiegazione leggermente diversa ma la sua è veramente quella che conservo nei miei pensieri riguardo alla foto in questione. Per quanto mi riguarda, volevo fotografare delle persone in modo da esplorare le complicazioni della vita di coppia. Una relazione reale con ambiguità, avere e non volere, volere e non avere…

Volevo che chi guardasse le mie foto si sentisse implicato nel leggere la storia, sia avendo provato qualcosa di simile a ciò che era raffigurato, o viceversa desiderando di essere immortalato proprio in quel momento. Ero interessata al voyeurismo e al modo in cui questo termine, che riguarda il “piacere di guardare” era utilizzato in realtà con un’accezione negativa, come se il “guardare”  fosse un atto maligno che indicava un abuso di potenza. Più tardi in alcune letture di materiale psicoanalitico contemporaneo e su testi riguardanti l’allevare e l’educare i bambini, lo scambio del guardare e l’essere guardato assumerà la stessa importanza. Per formare una buona relazione tra genitore e figlio, sia il genitore che il figlio hanno bisogno di sentire gli occhi dell’uno sull’altro. Ero interessata a questo scambio potenziale come soddisfazione comune, come se il chiedere l’attenzione dello sguardo fosse qualcosa di voluto quanto lo è il desiderio di guardare, per avere l’esperienza del piacere. E volevo mettere più in evidenza le donne, nelle fotografie, per vedere se riuscivo nell’intento di cambiare la patriarcale identificazione con la quale la macchina fotografica e l’atto di guardare sono stati etichettati.

UL: Ultimamente una sua foto senza titolo è stata associata alla poesia A Twixt the Twine’ firmata Billy Corgan: che legame esiste, quale connessione sussiste tra l’immagine e il testo che l’accompagna?

LT: Leggo molte poesie e mi ha molto lusingata il fatto che una delle mie foto ”still life” abbia accompagnato i versi di Corgan. Il sapore vecchio-stile e l’immagine deteriorata, in bianco e nero, che sia la foto che la poesia evocano, sembrano per certi versi, andare d’accordo.

Immagine articolo Fucine Mute

UL: Oggi con l’utilizzo del digitale tutti noi possiamo improvvisarci fotografi: quale particolare distingue, se esiste, un grande fotografo da un semplice appassionato di fotografia?

LT: Sin da quando Kodak costruì la Brownie, la gente ha avuto la possibilità di realizzare fotografie. Ma il dire una cosa importante/interessante non è la stessa cosa che parlarne semplicemente. Per fare una buona fotografia, penso che si debba avere prima di tutto qualcosa di cui essere veramente interessato, qualcosa che si senta dentro di sé e che non possa essere espresso in nessun altro modo che tramite una fotografia. Fotografare è un processo che in primo luogo consiste nel porsi delle domande, domande interessanti, domande difficili e poi, richiede di saper continuare questo processo.

UL: La fotografia ritoccata con l’ausilio del digitale, conserva le sue caratteristiche peculiari o, secondo lei, diventa una sorta di foto-copia sbiadita dell’originale? Quale sarà il futuro per la fotografia classica?

LT: No, pensare che la manipolazione digitale di un’immagine sia un deterioramento dell’originale significherebbe assumere una sorta di privilegio per l’originale stesso. Ma l’originale di che cosa? La scena o la cosa fotografata? Penso proprio che la tecnologia digitale accentui la qualità plastica dell’immagine fotografica, della stampa o di qualsiasi cosa sia quello che stiamo guardando e cercando di capire.
Non sono brava nel fare previsioni ma ora che la tecnologia digitale è stata programmata per operare come fosse un materiale sensibile alla luce, quando ci sarà a disposizione un’ulteriore miglioramento della qualità dell’immagine, penso che la fotografia classica diventerà una sorta di anacronismo praticato solo da pochi, come sono pochi oggi i fotografi che usano macchine fotografiche di platino e a grande formato.

Immagine articolo Fucine Mute

UL: L’utilizzo contemporaneo del termine “immagine” rimanda il più delle volte all’immagine mediatica generando spesso una confusione tra immagine fissa e immagine in movimento. Ritenere che con la televisione si sia passati dall’era dell’arte a quella della visione significa escludere l’esperienza della contemplazione delle singole immagini che consente allo spettatore un approccio più riflessivo e più sensibile. Quale a suo giudizio la soluzione affinché la fotografia e la pittura non vengano messe su in secondo piano rispetto al fluire del video?

LT: Per me sono due piani completamente diversi e ogni uno di essi si adopera per cose diverse. Non penso che il video con la sua impossibilità di funzionare senza lo schermo, senza l’elettricità, sia simile ad un oggetto fisico come una fotografia. Il video richiede un determinato tipo di attenzione che è quasi fisiologica. E comunque, rimane, nella sua realizzazione, qualcosa di immensamente diverso dalla fotografia…

UL: Ci potrebbe regalare una piccola anticipazione sui suoi prossimi progetti?

LT: In questo momento non sono ancora certa riguardo i miei progetti futuri. Ci sono alcune cose che mi interessano e spero di avere, nella prossima primavera ed estate, il tempo per esplorare altre possibili direzioni. Sono sempre esitante, forse per superstizione, a parlare dei miei progetti prima che siano conclusi. Realizzerò, probabilmente, qualcosa che riguarderà la casa, non letteralmente la mia casa, ma ciò che concerne l’idea di “abitazione”.

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