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Palcoscenico

Paolo Poli

Jacques il fatalista

Immagine articolo Fucine MuteRiccardo Visintin (RV): La storia degli incontri di Fucine Mute è fatta di corsi e ricorsi.
Abbiamo incontrato un po’ di tempo fa uno dei più grandi attori italiani…

Paolo Poli (PP): Perché sono morti tutti, quegli altri?

RV: No, perché è la verità…

PP: … e la mummia è sopravvissuta alla sua epoca… è pregiata: certo, il Faraone era meglio, però anche la mummia ha un suo fascino, magari sinistro, ma comunque… dì, dì, scusa che ti ho interrotto.

RV: L’attore in questione è l’incommensurabile Paolo Poli, il quale ritorna a Trieste sguazzando nel suo Settecento diderottiano con uno spettacolo bellissimo, nel quale si evocano personaggi importanti, si ride e ci si diverte. Diderot, arriva dopo cinquant’anni di carriera: le chiedo un bilancio di questo spettacolo che è da un bel po’ in tournèe.

PP: Sì, Diderot è un autore che ho “frequentato” anche un’altra volta. Ho fatto uno spettacolo assieme a mia sorella Lucia sulla professione dell’attore, e Diderot ha scritto un libro che si chiamava “Paradoxe sur le Comédien”, in cui l’autore si domanda se è meglio imparare la tragedia di Voltaire a memoria e dirla tutta e forte, oppure abbandonarsi al sentimento del momento. C’era poi la diatriba, nel secolo decimo ottavo, con Jean-Jacques Rousseau che invece privilegiava il sentimento…
Io credo, d’accordo con Diderot, che sia meglio la ragione. Non a caso nel Settecento usavano la parrucca bianca: il bianco è il segno della saggezza e della vecchiaia. Allora in quest’epoca di giovanilismo sconsiderato, in cui anche delle persone di una certa età si vanno a levare le borse dagli occhi e si fanno il labbro più sensuale, credo che sia meglio ritornare all’elogio della ragione.
Una volta ho visto Anna Magnani mentre recitava in “Bellissima” di Visconti, che chiamava il trucco dicendo: “Mi metti le lacrime?”, poi mi ha guardato e ha detto: “Che mi guardi? Non devo mica piangere io, devo far piangere gli altri!”.
Così gli attori devono far piangere gli altri, mantenendo la lucidità mentale. So che  molti miei colleghi recitano meglio quando hanno bevuto un sorso, ma invece no, bisogna stare digiuni! Io oggi ho mangiato un grappolo d’uva ed una banana, sennò poi il vecchietto s’addormenta, il poco sangue che c’è in circolazione invece di andare al cervello va alla trippa, e arrivederci e grazie.

Immagine articolo Fucine MuteHo fatto già la scorsa stagione con questo spettacolo, che è desunto da un romanzo, quindi là dove il libro si attarda nell’analisi, il teatro deve stringere nella sintesi: è l’operazione opposta. Lo spettacolo dura due ore con l’intervallo, le signore hanno il tempo di andare alla toilette oppure al bar, e così si arriva felicemente in fondo.
È uno spettacolo vario, perché anche il romanzo è tutto fatto di sorprese, di digressioni, alcuni episodi di avventure si raccontano — perché c’è il piacere della conversazione — altre si rappresentano sceneggiate.
Si vedono tanti personaggi, ma gli unici che rimangono sono il padrone ed il servo. Il padrone non ha neppure un nome, è un conte e basta, mentre il servo si chiama Jacques e si dice che sia fatalista, perché il secolo decimo ottavo voleva essere laico e doveva scavalcare la provvidenza. Ecco, Diderot non credeva che con una giaculatoria l’uomo potesse cambiare il suo destino. Il destino è così, è scritto lassù….

Ci si rifà un po’ agli antichi Romani: il Settecento pensò che la Repubblica Romana fosse un momento di giustizia nel mondo da prendere ad esempio. Poi anche i dittatori presero ad esempio l’Impero Romano, e giù colonne, giù aquile che volavano.
Però — siamo alla metà del Settecento — ancora non c’è stata la Rivoluzione e la dittatura di Napoleone. Da noi in Italia, le poche sorprese del Settecento le dobbiamo proprio a Napoleone, che le ha portate, però ci ha anche portato via dalle chiese tutti i quadri, perché lui era anti-papalino e poteva farlo.

RV: Mi posso inserire? Si potrebbe andare avanti a lungo perché è bellissimo sentirla parlare, ma vorrei fare un piccolo salto nel passato. Giorgio Albertazzi, mi ha detto: “Hai incontrato Paolo Poli, hai incontrato me, Vittorio Gassman non lo puoi più incontrare, dimmi che non andrai domani ad intervistare un attore di venticinque anni che fa Amleto e poi fa le fiction…” Allora io le chiedo con un pizzico di simpatica perfidia che è tipica anche del suo carattere: è vero che la vostra generazione viveva una palestra artistica più rilevante di quella di oggi?

PP: Albertazzi è di una generazione a me precedente. Io ho cominciato tardi, Albertazzi ha fatto un repertorio importante assieme a dei grandi attori. Io invece ho sempre fatto un po’ per conto mio, sono sempre stato un po’ “outside”, ed ho fatto un repertorio che non entrava in concorrenza con quello dei Teatri Stabili.

RV: Anche con dei divertenti — a posteriori — incidenti di percorso. Scalfaro agli inizi le chiuse un teatro, se non sbaglio…

PP: Oh, sì, però Scalfaro è una persona che stimo e che ha delle convinzioni.
Non è un baraccone come tanti, di fronte alle ingiustizie che vengono fatte a volta alza una voce autorevole.

RV: Chiudendo con il passato, leggendo il curriculum di Paolo Poli esce un ritratto molto affascinante di un professore, perché lei è professore se non sbaglio….

Immagine articolo Fucine MutePP: No, sono dottore, non ho fatto l’esame di Stato, per cui solo dalle monache potrei insegnare, ma dubito che mi vogliano…

RV: Mi hanno colpito i suoi inizi, con la radio e le fiabe, perché è noto che lei è forse il più grande lettore di fiabe in Italia, e di quando andava, nei caffè fiorentini, a recitare delle poesie e dei piccoli frammenti di opere teatrali per le signore della buona borghesia fiorentina.

PP: No, non lo facevo specificatamente per le signore, erano dei piccoli gruppi universitari e si andava dove si poteva. A volte si prendeva un teatrino dei preti nei giorni di venerdì o di lunedì che sono i giorni “gobbi”, oppure si andava appunto nelle sale da tè.
Però c’era un palcoscenico, e si facevano delle cose di genere teatrale, anche perché il mio maestro era un cantante di musica da camera, e allora la sua scuola era più tedesca che non italiana, perché da noi i “lieder”non li cantano per le strade.
Più che delle operette — quelle più belle sono austriache od ungheresi — da noi andavano delle robe tipo “Scugnizza”, che musicalmente mi paiono più sciatte.

RV: Allora, noi la ringraziamo anche perché siamo sul palcoscenico a teatro …

PP: Bisogna chiudere il sipario perché arrivano le mie affezionate …

RV: … appunto, le affezionate triestine non proprio ventenni…
Tutti parlano con affetto di Paolo Poli, Benigni lo ha scritto, e lo ha anche detto: “Una certa generazione di comici, deve tutto a Paolo Poli…”.

PP: Ah, sono stati gentili, ma è perché non rompo troppo le tasche ai colleghi, io sono sempre stato per conto mio, e quindi non ci sono vecchie ruggini di soldi “che tu non mi hai dato, che io non ti ho dato”.
Gratta gratta, “Cui prodest?”, chiede Agatha Christie.
C’è sempre una Agatha Christie dietro di noi, che si domanda come mai e il perché delle simpatie e delle antipatie. Comunque, ringrazio i colleghi del buon giudizio, tanto ormai sono con un piede nell’aldilà, e mi importa fino ad un certo punto.

RV: Grazie e buon viaggio assieme a questo spettacolo…

PP: Ritorniamo, ritorniamo, torna a casa Lassie.

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