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Fumetto

Vita a Gotham City (I)

Immagine articolo Fucine Mute“Mi sveglio nell’oscurità umida e maleodorante di un appartamento estraneo, il mio fragile sonno spezzato da una sirena sfrenata laggiù, cinque piani più in basso eppure così penetrante.
Vibra sulle scale antincendio e sui terrazzini in ferro battuto, si infila nei vicoli fatiscenti ed echeggia nelle povere teste di qualche randagio: è il richiamo del pericolo, l’allarme che avverte di cambiare strada, meglio non andare di là, non oggi, domani si vedrà.
Mi sveglio stanco ma mi sveglio irrimediabilmente. È il momento di andarsene, non voglio che mi trovi lì al mattino: meglio non affezionarsi, meglio non dividere più di qualche istante di calore, quanto basta per spezzare la solitudine opprimente di questa città sfortunata.
Mi trascino fuori, tra stanche luci al neon e odore di urina, meglio rimanere sulla strada principale, è più lunga, ma almeno ho la certezza di arrivare a casa.
Casa…
Sì, è questa la mia casa, Gotham City, la città dei miei ricordi di bambino, la città dove a Natale nevica, la città della gente che non si piega davanti a niente. Una città meravigliosa, se si ha la fortuna di nascere nel quartiere giusto, o si hanno i mezzi per vivere nell’upper side, lontano da quel porto dove mi sto dirigendo.
Una volta era bello anche lì, vicino al fiume di Gotham, e alle finestre delle case di mattoni rossi trionfavano fiori sgargianti. Adesso c’è solo miseria.
Avrei dovuto trasferirmi prima, quando le case avevano ancora un valore. Avrei dovuto vendere e andare altrove, magari comprare un appartamentino in uno dei colossi di ferro e cemento che svettano intorno al centro. Sono stato ingenuo: ho creduto che il degrado in cui il quartiere stava cadendo fosse arginabile, e ho sperato nella polizia e nei poteri forti. Ero persino giunto a votare Krol come sindaco, illuso dalle sue promesse di ordine e disciplina: ancora me ne pento. Fu per colpa sua che l’epidemia non venne affrontata in tempo: quanti morirono quell’anno? E quanti in seguito, con il terremoto?
Adesso è tutto diverso. Adesso si ricostruisce, ma Gotham non tornerà più quella di un tempo, non per me che vi sono cresciuto, non per me, che non l’ho abbandonata mai. Non me ne andai nemmeno dopo il terremoto, come fecero in molti quando il governo ci lasciò al nostro destino: io restai, non so perché, forse volevo dimostrare qualcosa al mondo intero, qualcosa che ha a che fare con il nostro essere civili, o forse con le origini stesse dell’umanità. Sono ancorato a questa città come un primitivo alla terra e alle caverne, perché credo nella nostra capacità di uscire dalla barbarie, di creare ordine laddove prima c’era il caos, unità laddove prima c’era dispersione.
Purtroppo in questa città esistono degli elementi anomali, in questa città scorre un fiume di follia alimentato da troppi affluenti e chiunque vi si abbeveri impazzisce a sua volta.
A lungo ho cercato di comprendere quale fosse la causa di questa degenerazione, a lungo ho cercato delle spiegazioni razionali. Forse è proprio Gotham, forse è lei ad alimentare questo fiume di follia: Gotham, con le sue ingiustizie, le sue disparità, con il suo arrivismo avido e la sua modesta povertà — Gotham, una tipica metropoli degli Stati Uniti d’America.

Immagine articolo Fucine Mute

Sono quasi a casa. Avrei volentieri preso un taxi, se ne avessi trovato uno: di qui non passano, non di notte. In alcune zone anche la polizia si avventura con molta circospezione.
Questo quartiere ha le proprie regole, bisogna tenere gli occhi bassi, far finta di non vedere, ma le orecchie ben aperte, pronte a captare un suono di passi poco più indietro.
Ed è in questo modo che cammino, con lo sguardo fisso sull’asfalto e il passo rapido, e con l’eterna sensazione di essere seguito.
C’è un silenzio anomalo lungo queste strade, paragonabile per intensità e assolutezza solo al frastuono che vi si respira denso di giorno e che quasi stordisce. A volte un urlo si propaga nell’oscurità, o un rantolo sbircia da dietro un vicolo. Sono come squittii nel vasto silenzio di questo luogo fuori dalla storia, immobile eppure così diverso. A volte questa stessa strada dove adesso cammino mi sembra un’enorme fotografia dai colori sbiaditi e ingialliti.
Un tempo avrei avuto paura ad attraversare il quartiere, un tempo sarei rimasto a casa di lei fino al mattino, e le avrei dato il buongiorno con il rischio di affezionarmi. Adesso, però, ho meno paura: adesso c’è lui.

Non ci ho creduto per anni. Sono un assistente sociale: non è facile suggestionarmi. Mi occupo dei figli dei carcerati e dei drogati. Ne ho visti molti finire in galera per mano sua, ma nessuno che racconti la stessa storia. Qualcuno lo descrive come un enorme mostro nero, senza faccia e con le ali. Altri lo definiscono un pipistrello gigantesco che si avventa volando sulle prede e che ne succhia il sangue. Alcuni sono pronti a giurare che si tratti di un extraterrestre, mentre altri non sanno neppure che cosa li abbia colpiti e si limitano a ripetere quanto fosse scuro, gigantesco e spietato.
All’inizio mi pareva una leggenda metropolitana, poi credetti in una forma di isteria collettiva diffusasi tra i criminali, quindi addirittura pensai si trattasse di una scusa per mascherare l’umiliazione dell’essersi fatti prendere. Eppure quelli che dicevano di averlo visto si scagliavano contro il mio scetticismo con violenza, quasi allucinati, come cani rabbiosi ancora pieni di terrore e di dolore.

Immagine articolo Fucine MuteLentamente l’Arkham Asylum si riempì di pazzi scatenati che prima la polizia non era riuscita a prendere. Un elemento li accomunava: pativano tutti la predominanza di una seconda identità, un’identità inevitabilmente distorta.
Nello stesso periodo apparve l’altro giustiziere, il ragazzo che si fa chiamare Robin, e poco dopo un segnale luminoso si librò nel cielo notturno di Gotham. Fu allora che tutti raggiungemmo la certezza che Batman esiste.

Poi è accaduto anche a me. Vederlo è un fatto che accade, che letteralmente cade addosso: non si può essere realmente preparati a una visione del genere.
Ricordo tutto perfettamente: camminavo proprio come stanotte, forse meno tranquillo, forse ancor più in fretta, se possibile. In giro, come me, poche anime perse. Di colpo, da un vicolo laterale, una sequenza di rumori angosciante: il grido soffocato di una donna e il riso di alcuni uomini mi graffiarono come vetri rotti.
Mi ero chiesto molte volte cosa avrei fatto in una situazione del genere, rispondendomi che avrei reagito con coraggio spavaldo. Eppure rimanevo immobile, incapace di intervenire e già con il cuore che mi squassava tutto, che sembrava volermi uscire dal petto a forza di colpi e le mani, la fronte imperlate di sudore.
Decisi di avvicinarmi, ancora incerto se lanciarmi avanti gridando o se tirare loro qualcosa nella speranza che fuggissero. Scoprii che erano in quattro, armati di coltelli: due la immobilizzavano, mentre due le strappavano i vestiti. Sembravano animali, un’orda di belve feroci che si avventano sul più debole, chissà perché rimasto lontano dal branco, pronti a  dilaniarlo con le fauci schiumanti.
Di colpo si bloccarono, come se a loro volta avessero percepito un pericolo. Si voltarono e sui loro volti apparve un’espressione di terrore non dissimile da quella della loro vittima, mentre un’immensa ombra, scura come una notte senza luna, si allungava su di loro, avvolgendoli, agghiacciandoli.
Non potevo sapere quale minaccia si specchiasse nelle loro pupille dilatate, ma non posso dimenticare l’espressione che distorse i loro volti in un’orribile contrattura di paura — fu solo un attimo, perché immediatamente lo vidi scagliarsi su di loro come un demone, con le ali aperte e il sibilo rovente dell’aria ad accompagnarlo. Calò dal cielo con tutto il peso delle loro coscienze marce, forte della loro ignoranza e pronto a usare il loro stesso linguaggio di violenza brutale. Due caddero subito. Era enorme.
Gli altri due, stretti lì in fondo al vicolo, ebbero appena il tempo per guardarsi indietro: compresero di non poter fuggire e cercarono di farsi coraggio stringendo i coltelli. Uno gridò, poche parole che ancora echeggiano nella mia mente: << Sei solo un uomo! Soltanto un uomo! >> Fu il primo a cadere, abbattuto da un colpo fulmineo che portò fino a me il rumore delle ossa spezzate. L’altro si fece scudo con il corpo della donna, minacciandola con il coltello: un errore terribile, perché un momento dopo aveva la mano, il polso e il braccio spezzati, e il suo corpo si abbatteva pesantemente contro il muro.
La donna guardò Batman spaventata, incerta se considerarlo la propria salvezza o un’ulteriore minaccia. Lui tirò fuori qualcosa dalla propria cintura, una corda: ebbe il tempo di legare i quattro prima che si udissero le sirene della polizia. Poi guardò la donna, levò un braccio verso l’alto e scomparve tra le ombre dei tetti.

Immagine articolo Fucine MuteDa quel momento a volte infrango la regola e, camminando, sposto lo sguardo verso il cielo, in cerca di un’ombra nera, fugace, appena un guizzo d’oscurità che copre la luna fra un palazzo e l’altro. È meglio così, è meglio che rimanga solo un’ombra, perché da vicino fa paura anche a chi combatte dalla sua stessa parte.
A volte mi pare di rievocarlo in un uccello o di riconoscerlo nell’ombra allungata di un gargoyle: segno, questo, che non potrò mai dimenticare.
Molti lo considerano un pazzo alla stregua dei suoi nemici, ma io no. Forse è solo un uomo che ha il coraggio di compiere quei gesti su cui gli altri, me compreso, possono solo fantasticare. O forse è davvero malato, malato di giustizia e di libertà, ed ebbro di essere Batman.”

Se intervistassimo gli abitanti di Gotham City, potremmo ascoltare racconti come questo. Racconti che, pur nei sovratoni loro tipici, conservano un forte appiglio alla realtà. Forse si tratta di una realtà lacerata, di una realtà parziale della quale vengono evidenziati solo alcuni aspetti negativi, ma si tratta pur sempre di una dimensione concreta, del tutto diversa da quella di altri fumetti supereroistici, nei quali poteri di derivazione magica sono mascherati da spiegazioni pseudoscientifiche, e nei quali si scontrano supereroi e arcinemici le cui forze travalicano persino la fantascienza ed esulano nell’orrorifico, nel metafisico, etc.

Nei prossimi articoli mi propongo di analizzare il mondo di Batman, di evidenziare la logica che muove il personaggio e di collocare il fumetto nella sua matrice culturale d’origine. Trattandosi di un prodotto di consumo, con i suoi limiti e le sue regole, non intendo imporre uno studio e un’esposizione cattedratica delle peculiarità di Batman, ma solo proporre delle chiavi di lettura che permettano di godere maggiormente di uno dei comic più longevi, e allo stesso tempo di avanzare qualche riflessione sulla società che l’ha partorito.

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