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Palcoscenico

Ugo Pagliai

Trentacinque anni in coppia sulla scena e nella vita

Ugo PagliaiRiccardo Visintin (RV): Non senza emozione incontriamo per la prima volta uno degli attori più importanti del teatro italiano, Ugo Pagliai.
Si trova per l’ennesima volta a Trieste come protagonista della “Bottega del Caffè” di Carlo Goldoni.
Pagliai, la tournée  è ben più che inoltrata, quindi è possibile fare un bilancio su questo spettacolo che sta piacendo tantissimo e che è molto attuale. è passato un bel po’ di tempo da quando è stato scritto, ma contiene dei fondamenti che funzionano ancora.

Ugo Pagliai (UP): Sì, è proprio vero.
Lei mi parlava della tournée, è stata felicissima, questo spettacolo è nato lo scorso anno ma solo da pochissimo l’abbiamo ripreso, perché prima abbiamo fatto il “Trionfo dell’amore” di Marivaux, anche quello uno spettacolo che è andato molto bene.
Io sono particolarmente affezionato a questa “Bottega del Caffè” perché mi dà l’opportunità e la possibilità di fare un personaggio che nel percorso del testo e dello spettacolo rivela tante sfaccettature dell’animo umano.
Io sono sempre alla ricerca di una certa verità, e questo ruolo mi dà la possibilità di esternarla completamente.

RV: Siamo di fronte ad un testo in cui sembra che la bontà non trionfi, semmai a trionfare è l’opportunismo. C’è un solo personaggio positivo, anche se naturalmente tutto è visto in chiave ironica.
Lei come vede questa profezia di Goldoni, non esattamente umanistica?

UP: No, indubbiamente Goldoni ha sfregiato questo quadretto veneziano, dove la materia è incandescente e viene fuori in tutta la sua forza.
In questo Campiello ne avvengono di tutti i colori, certo il mio personaggio è un maldicente che parla male di tutte queste persone, ma in effetti di queste persone non si può non parlare male.
Sono tutti dei truffatori, degli approfittatori, è naturalmente come dicevo il quadro di Goldoni è abbastanza crudele, moderno, perché parla dell’essere umano che non si smentisce mai.
Le pareti di questa scenografia alle nostre spalle (l’intervista si è svolta al “Rossetti” di Trieste, ndr), che a volte riflettono i personaggi, fanno parte del “doppio” che è in ogni interpretazione.
C’è un discorso sull’apparenza che è quasi pirandelliano, ma in effetti è così, perché ci si presenta con una certa faccia ma ciò che c’è realmente dentro è tutt’altro.

Ugo Pagliai

RV: Ugo Pagliai fa parte — assieme a Paola Gassman — di una tra le più importanti coppie teatrali italiane.
C’è una domanda che noi formuliamo spesso e che è definita in qualche modo “generazionale”.
Abbiamo incontrato spesso degli attori importanti, come voi, e spesso ci viene spontaneo fare dei parallelismi tra i protagonisti storici del nostro teatro, che hanno quindi lavorato molto, e i loro colleghi più giovani privi di un certo percorso e di una certa esperienza.
Sono i tempi ad essere cambiati, e a favorire un altro approccio, o voi eravate una generazione “di ferro”?

UP: è generazionale, i tempi sono veramente cambiati.
Un tempo, come si usava dire, da dietro le quinte si “rubava” per imparare al grande attore.
Adesso non c’è più questa possibilità, adesso magari uno “ruba” l’esternazione pronunciata da un cialtrone qualsiasi in televisione, e siccome quest’ultimo è magari un personaggio che fa audience, viene imitato proprio per questo motivo.
Naturalmente non è spettacolo, è solo un modo completamente diverso di affrontare la professione.
Io mi auguro che i giovani capiscano e non abbandonino il teatro, lo curino e vadano a vedere il teatro (e lo facciano) con l’umiltà che i grandi hanno avuto e che quelli della mia generazione, come  Mariano Rigillo, Gabriele Lavia, Umberto Orsini, Glauco Mauri, hanno seguito: è un modo veramente diverso di intendere la professione.

RV: La mia domanda conclusiva è anche un mio ricordo personale. Alcuni anni fa ero a Cortina d’Ampezzo, dove voi siete di casa. In un albergo ristorante c’era quello che in francese si definisce un “parterre de roi”, vale a dire la signora Paola Gassman, Ugo Pagliai, Jacopo Gassman, Diletta D’Andrea e Paola Pitagora. Non so se lei si ricorda…

UP: Sì, mi ricordo…

Immagine articolo Fucine MuteRV: Eravate tutti insieme, io ero presente lì vicino, nessuno, nemmeno il sottoscritto che lo desiderava fortemente, si è sognato di disturbarvi, perché eravate intenti nella vostra conversazione con una serenità ed un affiatamento bellissimo, in questo pomeriggio cortinese.
Di cattiverie se ne dicono tante, ma io le chiedo: esiste l’amicizia tra la gente dello spettacolo?

UP: L’amicizia esiste, certo che esiste, poi Cortina ha un panorama tale che ci si riposa, si è tranquilli ed in pace con se stessi. Io nei confronti dei colleghi ho sempre un senso si stima e di armonia, a teatro vado a vedere l’attore in modo partecipe perché sono al corrente della fatica e del sacrificio che ci vuole per fare questo mestiere. Veramente non ho un atteggiamento ostile nei confronti degli altri attori, li adoro, li amo. Io ho sentito dire una cosa del genere ad un attore che stimo e che amo, e che invece coltivava del risentimento nei confronti dei colleghi.
Io i difetti li trovo più in altre categorie di persone che non negli attori.

(inizia la seconda parte dell’intervista: è il turno di Paola Gassman)

Riccardo Visintin (RV): Esistono interviste che sono più difficili di altre, ne abbiamo parlato con Ugo Pagliai. In questo caso siamo un po’ emozionati perché stiamo incontrando due protagonisti molto importanti del teatro italiano.  è un grande piacere, perché non capita ogni giorno.
Io stamattina stavo rileggendo delle vostre note biografiche, e mi sono accorto che il vostro repertorio spazia molto. Si passa dallo “Spirito Allegro” ad “Harvey”, senza dimenticare il “Dante” con Roberto Herlitzka, fino agli spettacoli tratti da Pirandello. Lei ha lavorato soprattutto in coppia con suo marito, ma è difficile per questa bella coppia teatrale andare avanti quando affiora la voglia di fare qualcosa per conto proprio?

Paola Gassman (PG): Nel momento in cui questa voglia affiora, lavoriamo individualmente.
Io per esempio questa estate ho in programma uno spettacolo che farò da sola, e Ugo anche. Non è mai stato un obbligo, è stato un fatale e piacevole approdo, perché quando due persone vivono insieme e fanno lo stesso mestiere è chiaro che — come in altri lavori — si finisce per lavorare possibilmente insieme, altrimenti si starebbe molto separati.
Può essere difficile perché il nostro mestiere ci obbliga ad una convivenza molto forte, però soprattutto Ugo dice sempre che nel teatro si riesce a sfogare anche quello che non si sfoga nella vita. è qualcosa di terapeutico, ed evidentemente siamo riusciti abbastanza bene a farlo, visto che siamo qui da trentacinque anni, e non sono pochi. Per me è poi abbastanza naturale, perché nella mia famiglia materna sono stati molti gli esempi di coppie che hanno convissuto e portato avanti questo discorso.
Quando ci si riesce è meglio, e credo che funzioni.

Ugo Pagliai e Paola Gassman

RV: Siete circondati da un affetto davvero tangibile. Siccome il tempo stringe, passo subito alla seconda domanda. Incontrando in questi anni la gente di teatro ed anche gli addetti ai lavori, ho realizzato un dato di fatto: Vittorio Gassman è stato amato tantissimo dal pubblico, è un attore di cui tutti si ricordano. Questa è la faccia luminescente della vicenda. Dove invece secondo me le cose vanno meno bene, è dal punto di vista delle istituzioni. Nel senso che Vittorio Gassman è morto nel 2000, ed ha lasciato un’eredità artistica importantissima. Ha realizzato centinaia di film, fatto centinaia di spettacoli. Si è parlato molto di creare una Fondazione Vittorio Gassman, ma le istituzioni secondo me sono state capaci di riempire un po’ d’inchiostro sui giornali ma poi non si è fatto nulla. So che lei, con Ugo Pagliai, con la vedova di Gassman, la signora Diletta D’Andrea, e coi figli, vi siete fatti portavoce di quanto non è accaduto. Forse all’estero c’è un’attenzione diversa nei confronti degli artisti….

PG: Forse è vero, forse si può fare un po’ di più. Io non voglio giudicare niente, lui grazie a Dio si fa ricordare da solo, ci sono tanti film come lei diceva, ed anche la televisione li trasmette molto spesso.
Poi lui il suo lavoro lo ha fatto talmente bene che si è impresso nella gente. La Fondazione dipende da molte dinamiche, si tratta anche di individuare un luogo idoneo. Quello che si vorrebbe non è tanto la Fondazione, ma il progetto di intestargli un teatro. Anche lì il discorso è complicato, si intestano a mio padre i Foyer ma i teatri veri e propri non ci si riesce. Non è comunque mia intenzione fare polemica, ognuno ci mette la buona volontà; forse sono tutti presi da altre cose. In America in questo momento stanno facendo una bellissima retrospettiva di mio padre, e quindi si è subito sottolineato che ciò avviene all’estero, però a dire il vero sembra che non abbiano seguito un filone preciso, cosa che avverrà probabilmente in Italia quando saranno passati ancora altri anni dalla scomparsa.
Ci sono però tante piccole manifestazioni, io continuo a ricevere telefonate di gente che intesta i teatri, e che vuole organizzare scuole o premi. Forse tutte queste cose si disperdono in troppi rivoli e non c’è un filo comune che abbia un risalto mondiale o comunque europeo. In questo senso una retrospettiva americana fa comunque più colpo, ma sono grata comunque a tutti quelli che si sono adoperati per mio padre.

Paola GassmanRV: In chiusura, signora Gassman, ricorderei che suo padre ha creato una grande scuola di teatro, autogestita ed autofinanziata; non credo, di nuovo, con grandi apporti dalle istituzioni. Sarebbe un modo giusto di rendere a Vittorio Gassman quello che lui ha dato. Anche al sottoscritto è capitato di parlare con suo padre, e lui si rammaricava dell’imbarbarimento della cultura italiana. Pare che per la prima volta nella sua vita trovasse difficile continuare questa grande missione di amore e di passione nei confronti della poesia e del teatro. è normale che quando si ha un muro di fronte anche le più buone aspettative cadano.

PG: Quello che lei dice è certamente vero. Auguriamoci che le cose cambino, adesso so che Maurizio Costanzo ha lanciato una sfida, se non vince lui tale sfida, non vedo chi altro possa riuscirci…

“La bottega del caffè” di Carlo Goldoni con Ugo Pagliai, Mario Valgoj e con Paola Gassman, regia Luca De Fusco.

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