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Arte

Walter Slatich

Acqua in bianco e nero

GALLERIA IMMAGINI

Immagine articolo Fucine Mute

Corrado Premuda (CP): Incontriamo Walter Slatich al Museo del Mare di Trieste dove in questi giorni è esposta una serie di sue fotografie dal titolo “Acqua”. Gli scatti che lei ha realizzato e che sono raccolti in questa mostra ruotano intorno al tema dell’acqua. In ogni ambiente del museo vediamo foto appartenenti ad un aspetto particolare legato all’acqua: si parte dal gioco, poi il lavoro…

Walter Slatich (WS): Sì, sono vari momenti della nostra vita con l’acqua. Mi piace chiamarli così. Il primo gruppo di foto, la prima isola, si chiama “Nel gioco, nell’amore, nel tempo libero”: cioè noi quando ci rotoliamo nell’acqua, quando interagiamo con essa senza darle tanta attenzione, quando ci fa compagnia. Poi però c’è anche “Il lavoro” e l’acqua da sempre offre all’uomo opportunità di sostentamento e di lavoro, semplice, manuale, d’intelletto: la pesca, le navi, i cantieri. La terza sezione, “Il sogno”, è un momento in cui ho voluto mettere insieme immagini più fantastiche in cui l’acqua non c’è ma si vede con la fantasia, con la nostra immaginazione, la vediamo, ricostruiamo l’ambiente. Sono immagini eleganti dal punto di vista grafico che trasmettono serenità. Per prendere poi uno schiaffo, un risveglio brusco, quando si arriva a quella che chiamo “L’isola sporca” ed è un insieme d’immagini dedicate al nostro rapporto cattivo con l’acqua, quando la sporchiamo e la inquiniamo, quando ci sono le mucillagini, le petroliere… In ogni modo sono fotografie semplici scattate in Italia, nulla di esotico. Non ho avuto l’opportunità di andare in giro per il mondo a catturare immagini esotiche, un po’ per pigrizia, un po’ per problemi di budget. Anche perché si vedono immagini della Tailandia, delle Galapagos, ma anche sotto casa tua c’è acqua, magari in una fontanella: l’acqua è dappertutto e bisogna sempre rispettarla, anche quella che non costa nulla e che diamo per scontata. Questo è stato lo spirito del lavoro. Le quattro isole tematiche e poi un saluto finale che dice: “Ritorniamo all’acqua bella, meno male che c’è, meno male che ci sono ancora degli spazi per l’acqua: difendiamola!”. José Martí disse una frase molto bella: “Questo pianeta dobbiamo rispettarlo perché non lo abbiamo ereditato dai nostri genitori ma l’abbiamo preso in prestito dai nostri figli”. L’ultima immagine vede bambini che giocano con una fontanella… Così la mostra saluta il visitatore.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: Il fotografo di solito osserva la realtà, la immortala e poi ce la restituisce personalizzata. In questa mostra qual è la sua interpretazione dell’acqua, del mare?

WS: Nell’insieme questo percorso non è una personalizzazione dell’immagine bensì del percorso stesso. Qui c’è un obiettivo educativo alla base, qualcosa di utile ai bambini. Per quanto riguarda la personalizzazione dell’immagine, io ho due modi di comunicare con le mie immagini: il primo è quello di rispettare assolutamente la realtà dando però il taglio e la qualità grafica che m’interessa, poi ho un altro momento in cui, quando trovo l’immagine e la situazione che mi piacciono, vado a cercare l’elaborazione, la trasfigurazione. Ci sono foto con lo sfondo totalmente bianco che rispondono ad una mia esigenza di ricerca e d’espressione. Altrimenti amo definirmi fotografo da strada, mi piace catturare la realtà e trasmetterla in una costruzione generale rispettandola. Quindi non è necessaria una particolare interpretazione, servono un grande amore e cura. Poi ho ovviamente anch’io le mie esigenze di gioco, si gioca a tutte le età, e in camera oscura gioco a creare situazioni un po’ irreali.

CP: Perché il bianco e nero?

WS: Perché mi piace. Perché trovo che esprima l’essenza dell’immagine, perché il bianco e nero lo domino in camera oscura, mi piace arrivare alla conclusione in modo artigianale facendo tutto da me, altrimenti non sono contento dell’immagine finale. In questo caso in particolare il bianco e nero è stato scelto proprio perché si è pensato, e poi è stato verificato, di trovare un modo di espressione relativamente nuovo per i bambini che sono molto abituati al colore, al suono, alla televisione, ai film, alle immagini che si muovono, mentre l’immagine fotografica che è un’immagine ferma, da leggere, in bianco e nero che dà l’essenza dell’immagine, finisce per essere molto importante per il bambino di dieci, undici anni, con cui questo lavoro è stato utilizzato all’interno di percorsi educativi, e lui riceve bene il messaggio positivo: il bianco e nero è efficace, lo colpisce, ricorda il passaggio educativo. Per i bambini il bianco e nero è inusuale per cui la scelta è stata felice perché lascia il segno.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: Lei è stato definito anche fotografo-ricercatore: in che modo si ritrova in questa definizione?

WS: Questa mostra è una ricerca, è la costruzione di un percorso educativo. Un altro lavoro, il mio primo lavoro importante degli ultimi anni, è un percorso fotografico dedicato alla Risiera di San Sabba a Trieste da cui è nato un libro che mi risulta essere l’unico libro fotografico sulla Risiera, presentato nel ’99 alla libreria “Nero su bianco” di Trieste. Per realizzare questi lavori fotografici bisogna studiare e conoscere il problema, informarsi, documentarsi, raccogliere informazioni, metterle insieme. Ho trovato utile in alcuni casi costruire degli eventi attorno al percorso fotografico ma supportati anche da raccolte di documenti. Oltre alle mie fotografie, ad esempio, ho scelto le tavole del Civico Museo della Risiera di San Sabba ed estratti fatti da me dalla bibliografia di riferimento. Mi piace costruire il messaggio al completo: qui è stato scelto un certo tipo di guida perché quando si lavora con i bambini bisogna scrivere quattro righe sul luogo, sulle situazioni specifiche… Va preparata una mostra fotografica supportata da altre informazioni, da un volantino che i bambini possono portare con sé per “ripassare la lezione”! Quindi, ricercatore in questo senso, nulla di più importante.

CP: Un’ultima domanda. Tornando al tema di questa mostra, quindi all’acqua: in questi scatti vediamo l’acqua di diverse città italiane, in diverse situazioni, però ci sono anche numerose foto scattate a Trieste che è la sua città. L’acqua di Trieste ha una peculiarità sua, qualche caratteristica che la ispira maggiormente?

WS: Sono innamorato di Trieste anche se Trieste con me non è stata particolarmente buona perché a vent’anni facevo fatica a trovare lavoro nonostante un buon diploma e sono andato via, ho fatto l’emigrante. Ma Trieste mi affascina perché è a Trieste che ho preso contatto con l’acqua, ho imparato a nuotare, ad immergermi, e poi per le sue atmosfere magiche che si possono respirare in città quando ci sono le nebbioline strane o certi soffusi irreali, compare l’orizzonte e le cose sembrano annegate in un mondo irreale, come nella fotografia del cantiere San Marco: ecco perché fotograficamente amo Trieste… Poi è bella, quindi è una ragione di più!

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