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Cinema

Carlo Montanaro

Bill Viola, il video, il cinema…

Bill Viola, phot by mathias SchormannCorrado Premuda (CP): Carlo Montanaro è ospite allo Studio Tommaseo di Trieste dove stasera (17 marzo 2004, ndr) terrà una conversazione sui primi video di Bill Viola, quelli degli anni Settanta, all’interno della rassegna “VideoSpritz”. Quali sono secondo lei le caratteristiche più interessanti di Bill Viola che lo hanno reso uno degli esponenti più importanti della video arte?

Carlo Montanaro (CM): Secondo me Bill Viola non solo è uno degli esponenti più importanti dell’arte video ma è uno che resta importante nella misura in cui, per quanto le cose siano andate avanti e ci siano dei giovani autori che naturalmente sono subentrati, in realtà lui è uno che continua con una coerenza straordinaria a portare avanti un progetto che quasi in nuce si può identificare fin dai primi momenti e questo dimostra che i maestri, quando sono conclamati, restano personaggi importanti. Quello che lui ha potuto fare e che in qualche modo lo diversifica da altre esperienze è che, essendo uno dei primi a lavorare in questa forma di “artisticità”, ha vissuto anche tecnologicamente lo svilupparsi di quello che è stato l’apparato caratteristico che ha consentito gradualmente l’imporsi della video arte. Per quello che mi riguarda, alcune delle cose straordinarie che lui ha fatto sono proprio collegabili a uno degli elementi fondamentali della video arte e cioè proprio all’utilizzo del concetto del tempo. Alcuni suoi lavori, come l’installazione del ’95 che vinse un premio al padiglione americano della Biennale veneziana, si può collegare a uno dei miti della video arte, cioè il discorso legato al fatto che finalmente si poteva attaccare un quadro alla parete con il movimento interno. In realtà oggi non c’è neanche più questo mito perché si proietta sui muri ormai… non c’è quasi più differenza tra fotografia, cinema, video… questa sorta di linguaggio globalizzante in qualche modo non tiene più nemmeno conto di determinate caratteristiche, che a mio avviso si vanno purtroppo perdendo, ma questo è un altro discorso. Lì però, nei lavori di Viola, c’era quasi l’idea di citare la pittura classica per giocare con il ralenti, facendo in modo che questo gioco delle immagini in movimento avesse un senso, laddove il movimento viene quasi annullato, perché diventa impercettibile agli occhi dello spettatore. Ed è una cosa che io ho rivisto due Biennali fa: Viola proponeva una cosa analoga, cioè una specie di ritratto dove i personaggi, su uno sfondo che quasi non c’è più, che è diventato quasi una pittura fiamminga con i corpi riprodotti anche dal punto di vista figurativo, con dei colori esasperati come in un interno antico: lì i personaggi sembrano immobili anche se si capisce che è un iper-rallentamento di uno scatto che dura pochissimo. Queste sono alcune delle cose che a mio avviso sono importanti e che creano già una sorta di classicità all’interno di questo aspetto dell’arte.

Bill Viola

CP: Ci sono tracce, influenze, di Bill Viola anche nei video artisti italiani? Qualche artista del nostro paese ha particolarmente assorbito l’esempio, la genialità di Viola?

CM: Non credo. Ma nemmeno fuori dell’Italia è stata assunta più di tanto la sua arte, perché mi pare che una delle cose fondamentali di questo settore creativo è che alcuni maestri rimangono tali perché continuano a produrre, altri si avvicinano al video artistico e poi magari scantonano. Però non è facile “copiare”, perché c’è tutto un background che ognuno si porta appresso e che esce anche da questo punto di vista tecnologico. Un altro grande per me è Gary Hill: anche in questo caso ricordo la Biennale di qualche anno fa in cui un suo video proponeva un protagonista che si scontrava con un alter ego giocando con una luce stroboscopica, con rumori esasperati. Una volta di più ho constatato che, con una grande coerenza, questi signori che da vent’anni almeno, se non di più, continuano a operare in realtà riescono a rinnovarsi, pur mantenendo una sorta di matrice dello svilupparsi della loro idea di fondo. Sui giovani trovo più difficoltà a concludere questo processo, c’è più un “giocattolare” con le altre forme di comunicazione visuale che qualcuno tenderebbe a portar dentro anche alla video arte… ma io non sono completamente d’accordo che sia legittimo che questo avvenga. E parlo di giochi tipo videoclip o cose di questo genere, che possono avere delle valenze, ma che non so se vanno collegate proprio a questo tipo di esperienza che dovrebbe essere un po’ più pura, meno ricca in certi casi.

Bill Viola,

CP: Parliamo del rapporto tra video arte e cinema, due settori che lei conosce molto bene. Le nuove tecnologie nel video sono un po’ il pane quotidiano, il video è una commistione di linguaggi diversi, di espressioni diverse, ma le nuove tecnologie arrivano anche al cinema e ci sono ora film che vengono girati in digitale. Nella video arte questo può essere uno sprone in più, uno stimolo, mentre alcuni ritengono che nel cinema si vada così a perdere un po’ della natura propria del filmare. Lei che opinione ha in merito?

CM: Sono abbastanza d’accordo. Io temo che fra una decina d’anni bisognerà andare in piazza per una sollevazione universale quando la Kodak non produrrà più pellicola cinematografica. E a quel punto subentrerà qualcosa che non è più luce, non è più nemmeno materia, ma è algebra altissima: nel senso che le immagini digitali ormai sono sostanzialmente il prodotto di compressioni e di rapporti algebrici che permettono di condensare dentro supporti molto fragili qualcosa che era impensabile solo dieci anni fa. Al tempo stesso però quest’algebra, questa matematica, questa logica si può anche vedere all’interno delle immagini che sono troppo perfette e il gioco del digitale nel cinema ha ancora questo limite: di non riuscire a dare lo sporco! Anche il 3D, i cartoni animati a volte molto gradevoli… sembra tutta plastica! Non c’è l’idea dello sporco. Intanto per un fatto di eleganza, poi per il fatto che i programmi di computer ancora non consentono di arrivare fino all’ombreggiatura, allo strato di “brillantume” che abbiamo in faccia, e che all’attore viene attenuato attraverso il cerone, non lo si può avere. Forse si riuscirà anche a raccoglierlo un giorno ma a quel punto si perderà una grandissima cosa che è proprio la luce, la lampadina che emette una luminosità reale tipo i sali d’argento che costituiscono le sale cinematografiche… le tinte, i colori chimici, è tutto qualcosa di vivo che, finito invece dentro l’algebra del digitale, va a perdere una parte delle sue caratteristiche. Il contraltare di tutto questo per qualcuno è la famosa democratizzazione del sistema delle immagini in movimento in cui tutti possono fare qualsiasi cosa (altra questione che non mi trova d’accordo: non vedo perché se tutti possono fare del cinema o delle comunicazioni audio visuali, non tutti scrivono della musica o si mettono a scolpire il marmo… probabilmente ci sono tali difficoltà in altri settori della creatività che invece sembrano non esserci nel cinema). è chiaro che se uno ha delle idee, ha un suo mondo, una sua creatività, oggi rispetto a un tempo è molto più facile esprimersi ed è anche più facile avere dal punto di vista virtuale, vedi il digitale, la rielaborazione di immagini attraverso una creatività che può essere la più scatenata possibile: quello che uno oggi ha a casa una volta era impensabile, una volta ci volevano quattrocento metri quadrati di sviluppo e stampa per poter gestire tutto. In questo il progresso è miracoloso, non so però quanto possa essere stimolante sul piano della video grafica perché qualche volta vedendo questi prodotti noti che è occhieggiato il cartone animato o qualche altro linguaggio. C’è un po’ una mimesi all’interno di qualcosa di globale che però ha già dei riferimenti molto precisi dentro a filoni più coerenti e costosi dal punto di vista economico nella sperimentazione dei programmi o dei contenuti tecnologici, al punto che vedere poi questi prodotti in una galleria o in una grande mostra mi lascia ancora perplesso.

Bill Viola,

CP: Un’ultima domanda di attualità. In questi giorni si parla molto della Mostra del Cinema di Venezia, della nuova direzione, di come sarà questo nuovo festival. Lei personalmente cosa vorrebbe, cosa si auspicherebbe che diventasse la mostra? Come la vorrebbe?

CM: Io mi sono già espresso due anni fa durante le polemiche di un dopo festival, commentando la fine della rassegna, e ho istigato la Biennale ad avere un atto di grande coraggio: secondo me l’Esposizione Internazionale di Arte Cinematografica del ’32, con le parole “esposizione” e “arte” ben sottolineate come per la classica Biennale d’Arte nata nel 1895, è stata un atto di coraggio. Allora infatti si cominciava appena a ospitare le critiche cinematografiche nei quotidiani e da Venezia è venuto questo forte input: il cinema è certamente soldi, divismo, ma è anche arte, è anche qualcosa di superiore, qualcosa di più alto. Per cui l’atto di coraggio sarebbe potenziare, a fianco della vetrina, il contorno culturale e in merito ho fatto esempi sciocchi: se de Oliveira per l’ennesima volta viene selezionato per partecipare alla scelta del Leone d’oro, si può creare un evento in cui l’autore è a disposizione degli studenti una giornata intera e grazie all’Archivio storico delle Arti contemporanee, che dovrebbe essere qualcosa di vivo, si presenta una mostra dei libri su de Oliveira. Così, mantenendo anche la vetrina delle due settimane, attorno ad un regista, ad un attore, ad un direttore della fotografia, si possono creare eventi che facciano vedere una Biennale che lavora tutto l’anno, che attraverso l’archivio ha la possibilità di elaborare velocemente la bibliografia di un argomento che può essere la carriera di un regista, e magari anche stampare velocemente una monografia… per creare un indotto che invece di essere solo la vetrina, come gli ultimi presidenti hanno voluto fare della Biennale, sia anche uno spazio che ogni tanto fissa dei paletti importanti che possono entrare a pieno diritto in un discorso culturale: è inutile far venire tanti studenti universitari per poi semplicemente mandarli a farsi fare l’autografo dalla Kidman. Va bene anche quello, c’è anche la passione, è bella la visceralità del divismo, ma non è detto che sia solo quello che si debba fare… invece pare che la Biennale negli ultimi anni abbia voluto fare solo quello.

L’artista statunitense Bill Viola (New York, 1951) è una delle figure più importanti della Video Art contemporanea. E’ considerato un pioniere di questa forma espressiva, insieme a Nam June Paik e a Gary Hill, nella quale si è semptre espresso con coerenza e sobrietà, senza mai cadere in eccessivi effetti spettacolari e cercando un riferimento con l’arte tradizionale, con la quale ha mantenuto un fruttuoso e profondo dialogo. Nel 1995 ha rappresentato gli Stati Uniti alla 46° Biennale di Venezia e tra il 1997 e il 2000 la sua opera venne presentata in una mostra itinerante che viaggiò a lungo attraverso gli Stati Uniti e l’Europa. L’esposizione che viene presentata adesso al Guggenheim di Berlin è il settimo progetto che realizza specificamente per incarico di questa istituzione, sempre intorno alla riflessione sui cicli naturali di vita e morte. “Going Forth by Day” è composta da cinque proizioni di VDH (High Definition Video) di circa 35 minuti durante I quali vengono esplorati I differenti stati di nascita, morte e risurrezione. I titoli dei differenti lavori: “Fire/Birth”, “The Path”, “The Deluge”, “The Voyage” e infine “First Light”, evocano la dimensione mitica e atemporale che caratterizza tutta la sua opera. Bill Viola ha dichiarato che al momento di concepire il progetto aveva in mente il ciclo di affreschi realizzati da Giotto per la Cappella degli Scrovegni di Padova. E in effetti “Going Forth by Day” sembra un grande affresco “in movimento”, che dimostra l’idubbia capacità di questo artista nel riuscire a recuperare l’eredità del passato. Non è la prima volta che Bill Viola utilizza quale fonte d’ispirazione l’opera di un maestro del Rinascimento italiano; infatti già in altri lavori, come “City of Man” (1989) o “The Greeting” (1995) aveva rivolto lo sguardo la pittura del passato, in particolar modo sui quadri del Pontormo, con l’intenzione di indagare motivi perenni della composizione, del paesaggio, del gesto e dell’emozione. In quest’ultimo lavoro, un vero “affresco di luce” come recita il titolo della mostra, Viola conferma una volta di più il suo magistrale uso della musica, dello spazio e della luce.


Fonte: www.museodellafotografia.it

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