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Cinema

Il “Dark musical” con Bob Fosse: regista, attore e coreografo (II)

Da Lenny in avanti, sulla via verso un grande successo

Immagine articolo Fucine MuteIl nuovo film è sugli schermi nel 1974, e per Bob continuano ad alternarsi il cinema e il teatro, con in più qualche parentesi per la televisione.
Lenny lo ha appassionato, e dobbiamo sapere che lo stesso Bruce era stato a suo tempo un sincero amico, malgrado le loro notevoli diversità di stile e anche di carattere. Nel rilevare l’assenza di un “Oscar” per il film e il suo interprete, il nostro giornalista Paolo Mereghetti parla di “scandalosa dimenticanza”, e intanto nello stesso 1974 Fosse dirige la coreografie del film Il piccolo principe di Stanley Donen, un soggetto per ragazzi derivato dal famoso romanzo di Saint-Exupery, nel quale si riserva anche un breve ruolo.
Il doppio eccesso di lavoro e sigarette gli procura nel 1975 un infarto, quindi è indispensabile un periodo di riposo che lui tollera con faticosa rassegnazione. Ma già l’anno seguente, dopo un necessario intervento di “bypass” cardiaco, è pronto ad affrontare la messa in scena d’una “pièce” teatrale che avrà uno strepitoso successo. E il titolo sarà semplicemente Chicago.
Il nome della grande metropoli americana ricorre con frequenza nel mondo dello spettacolo, in specie per Fosse. Limitandoci al teatro, osserviamo che questa Chicago si ispirava ad un fatto di cronaca del lontano 1924: omicidio del proprio amante da parte d’una bella giovane di quella città, con un clamoroso processo e imprevista assoluzione dell’imputata, grazie ai sottili argomenti d’un abile avvocato difensore.
Il fatto non era sfuggito ai giornali, e nel 1926 la cronista Maurine Watkins del “Chicago Tribune” era riuscita a ricavarne un buon soggetto teatrale. Poi, per motivi chiaramente d’interesse, il cinema dovette aspettare quindici anni prima che fosse autorizzata la versione per lo schermo, da parte d’una certa signora Watkins.
E fu così che questo soggetto Chicago fece la sua apparizione al cinema soltanto nel 1942, con il regista William A. Wellman e il titolo Roxie Hart, diventato poi Condannatemi se vi riesce nel successivo titolo italiano. Era già un vero e proprio “Dark Musical”, e gli interpreti Ginger Rogers e Adolphe Menjou erano già molto noti al pubblico. Dunque Ginger Rogers: e come ignorare questa attrice?
Ginger si era ormai lasciata alle spalle i dieci famosi film interpretati e ballati con Astaire, nonché una serie di piacevoli interpretazioni personali in parecchie commedie: Palcoscenico, Kitty Foyle, Frutto proibito, Monkey Business. Davvero unica e adorabile quando Fred la coinvolgeva nelle sue morbide evoluzioni di danza, e poi attrice sofisticata a fianco di nomi famosi come la Hepburn, James Stewart, Cary Grant.

Immagine articolo Fucine MuteDedicato a Ginger il nostro omaggio affettuoso, torniamo subito da Bob che, superato l’infarto, si è rimesso al lavoro con l’entusiasmo di prima, attenendosi alle severe restrizioni (Meno fatiche, niente fumo!) che gli sono state imposte dai sanitari. E per qualche tempo anche il suo ritmo di lavoro dovrà subire delle restrizioni, mentre si sta avviando la lavorazione del suo film successivo, che gli sta particolarmente a cuore.
Il titolo sarà All that Jazz che si può tradurre in “Tutta quella frenesia”, con un soggetto pieno di spunti autobiografici e di vicende collegate con gli amatissimi “Musicals” che sono, in pratica, la sua vita. Riceverà quattro “Oscar” e anche la “Palma d’oro” al Festival di Cannes 1979.
Il protagonista si chiama Joe Gideon, di professione regista e coreografo (più autobiografico di così…). Adora il suo lavoro, e non disdegna le belle ragazze che abitano le sue scene. Ma c’è anche sua moglie e la figlia adolescente, già una brava ballerina pure lei. Il ruolo di Gideon è sostenuto da Roy Scheider, e il suo impegno è da apprezzare, tenuto conto che ha finora interpretato quasi sempre dei film drammatici o avventurosi: Lo squalo, Il maratoneta, tanto per citarne qualcuno.
Lo Spettacolo vero, quello destinato al pubblico, non si vede. Ma le file di ballerine che durante le prove sgobbano come dei soldati, ci fanno necessariamente ricordare quelle di tanti anni prima, guidate dal mago Busby Berkeley con la loro faticosa perseveranza: e ci sembra ancora di ascoltare le note di Honeymoon Hotel.
Fra gli interpreti c’è anche Jessica Lange, una giovane attrice che ha il ruolo esplicito della Morte, sorridente e garbata: appare sovente al regista dello spettacolo come una dolce presenza, quasi complice delle sue fatiche. La trovata è introdotta con delicatezza, e quindi è apprezzabile: la Lange, alcuni anni prima, aveva interpretato la fanciulla terrorizzata, stretta in una zampa del mostruoso King Kong (versione 1976, diretta da John Guillermin). Era il suo debutto al cinema e l’inizio d’una bella carriera: forse la ricordate ancora nel Postino suona sempre due volte di Bob Rafelson (1981), molto meno angelica.

Un semplice saluto: “Bye-Bye, Life”

Immagine articolo Fucine MuteAll that Jazz e il suo regista meritano ancora qualche osservazione. Il film è molto impegnativo dal punto di vista spettacolare: per esempio la sequenza delle ballerine in un costume che riproduce le loro arterie è di sicura suggestione (forse anche troppa). Poi c’è 1a colonna sonora di Ralph Burns, splendida soprattutto nel prolungato finale sostenuto dalla voce d’un cantante di colore, che saluta la vita del protagonista ormai al suo termine: “Bye-Bye Life, Bye-Bye Happiness, I think I gotta die” (Addio vita, addio felicità, penso che sto per morire). E di colpo il sonoro si spegne sul particolare visivo della chiusura lampo d’un sacco che contiene ormai la salma del povero Joe Gideon.
“Credo che con la musica e le coreografie si possa trattare qualsiasi argomento” aveva detto Fosse. E questo “Bye-Bye” indirizzato alla vita stessa, ce lo conferma: siamo di fronte al tema più egocentrico (qualcuno lo aveva definito “narcisistico”) dell’autore stesso. In ogni caso, un capolavoro.
A poca distanza dalle vicissitudini del personaggio Joe Gideon (alias Bob Fosse), affrontate insieme alle sue schiere di ballerine prima di dire “Bye-Bye” a questo mondo, arriva sugli schermi l’ultimo film con un titolo che è anche una data, Star 80.
Il soggetto è dedicato ad un’attrice veramente esistita, di nome Dorothy Stratten: era semplicemente una delle bellissime “conigliette” che Playboy esibiva puntualmente sulle sue pagine molto invitanti. Ma la narrazione è piuttosto energica: l’ingenua ragazza subisce una vera sottomissione psicologica da un individuo che di mestiere fa il giocatore d’azzardo e che, in una crisi di fanatica gelosia, la uccide.
Il film ha come interprete la giovane Mariel Hemingway, mentre Eric Roberts ha il ruolo del truce assassino (che nel frattempo l’aveva anche sposata). Molto abile la direzione dello stesso Fosse, ma nello spettatore rimane la sensazione di essere estraneo a questa tragica “storia vera”, che pure si svolge nel segno della morte: qualche critico (Morandini) parla giustamente di “impietosa moralità”.
Star 80 è l’ultimo film di Bob, come abbiamo già detto: ma il migliore ricordo che ci rimane di lui è profondamente legato a All that Jazz, il film che lo aveva preceduto con tanta vitalità, energia, musica: un film nel quale si canta sulle note d’una canzone fantastica e realistica insieme: Bye-Bye, Life.

Una volta aveva detto: “Mi piacciono i finali non proprio tristi, ma solo un po’ malinconici, perché sono i più simili alla vita”. E il suo “finale” fu veloce: la sera del 23 settembre 1987, a Washington, ebbe un improvviso malore mentre usciva da un locale nel quale si facevano le prove d’una nuova edizione di “Sweet Charity”. Non riprese più conoscenza, e il ricovero urgente all’ospedale universitario dava questo referto: “Morte per arresto cardiaco, ore 19.23”. Era con lui l’ex-moglie Gwen: si incontravano ancora ogni tanto, per lavoro.
Bob aveva superato da poche settimane i suoi sessant’anni, e questo prematuro decesso rattristò molta gente. Tuttavia i più intimi, ben conoscendo il suo ritmo di vita, non si meravigliarono troppo.

Immagine articolo Fucine Mute

Che cosa ci rimane oggi di questo particolare personaggio dello spettacolo?
Molto, anzi moltissimo. Nelle numerose biografie viene valorizzata la sua figura di coreografo, in massima parte giustamente, ma considerare Fosse soltanto un abile direttore di danze sulla scena o sullo schermo sarebbe del tutto sbagliato: noi dobbiamo anche apprezzare la sua doppia attività, molto comune in quegli anni, in tutti i vari aspetti del teatro e del cinematografo.
Su questo argomento non vi sono dubbi. Bob Fosse era legato in pari misura a entrambi i settori, ma va tenuto presente che il teatro lo aveva affascinato fin dalla sua prima gioventù, mentre il cinema diventava via via più attraente per lui, con il progredire dei mezzi tecnici che gli venivano messi a disposizione.
Le osservazioni su Bob ci provengono in forma molto varia dai suoi biografi: grande vitalità con notevole resistenza alla fatica, talvolta una vera “febbre di vivere” pensando ai suoi tre matrimoni, al tanto lavoro e impegni di ogni genere, il tutto per soli sessant’anni di vita.
Al cinema, la bella interpretazione quasi biografica dell’attore Roy Scheider ci ha impresso il ricordo d’una sua figura fisica non del tutto fedele alla realtà: nei suoi film dell’inizio, quando era presente di persona in alcuni, come Pajama Game o Damn yankee denunciava una certa cautela espressiva, del resto molto accettabile: era ancora molto giovane.
E tanti anni dopo, quella sua morte improvvisa faceva quasi tutt’uno con la sua personalità: aveva sempre adoperato la stessa andatura frenetica per le sue attività artistiche come per tutti gli altri eventi della sua vita, né gli era servito quel preavviso che era stato l’infarto del 1975.
E ora, un’appendice necessaria. Abbiamo detto che Bob Fosse, nel corso della sua carriera aveva dedicato a Chicago, la sua città natale, molta attenzione e anche molto affetto. Abbiamo anche rammentato quell’episodio di cronaca nera realmente accaduto nella “Wind City” (così piace chiamare la metropoli dell’Illinois ai suoi abitanti) nel 1926, rievocato a teatro e poi al cinema. Bob era intento, nel 1973, al montaggio del suo film “Lenny Bruce” quando l’ex-moglie gli aveva proposto la ripresa teatrale di quel “Chicago” del ‘26 che era molto piaciuto al pubblico: e così fu, con notevole successo.
Ma il grande momento di questo intramontabile dramma va riportato ai giorni nostri. E ovviamente al cinematografo.
Il nome della città del vento è anche il titolo d’un grande Musical, molto recente, il film “Chicago” del 2003. Ha tanti nomi nell’elenco dei suoi autori, ma in pratica lo possiamo considerare un film postumo di Bob Fosse in collaborazione a Fred Ebb, con le musiche di John Kander e le coreografie di Rob Marshall.

Immagine articolo Fucine MuteRoberto Nepoti, caro amico e acuto osservatore di cose del cinema, scrive che questo ”Chicago” è un classico esempio di “spettacolarizzazione della realtà”, dove un incontro in carcere fra due ragazze imputate di omicidio si risolve con una trionfale assoluzione “all’americana”, con tante splendide musiche, tanto spettacolo e attori eccellenti. Le due accusate sono Catherine Zeta-Jones e Renée Zellweger, egregiamente inserite nel mondo illusorio e anche cattivo del Musical, con una formula incredibile: “le due bellissime assassine”. Le musiche sono di John Kander, e fra gli altri attori spiccano Richard Gere, avvocato difensore gigione quanto basta per il felice risultato, e Queen Latifah, una carceriera molto materna e molto interessata ai quattrini.
In margine a questa lunga appendice, due osservazioni molto semplici ma piacevoli. La prima riguarda la grande diffusione, oserei dire rinascita, del Musical in questi ultimi anni, e la seconda è legata agli spettacoli in corso a Milano proprio in questa stagione 2003-2004: ha debuttato nel febbraio scorso al teatro Nazionale un ottimo Musical, titolo “Chicago” e interpreti eccellenti Luca Barbareschi e le due bellissime assassine Lorenza Mario e Laura Baccarini. Un grande successo, e per di più a casa nostra e con attori italiani. Forse Bob, dal paradiso dei grandi artisti, avrà potuto osservare compiaciuto le due attraenti “Made in Italy”.

Bibliografia


Alain Masson: Comédie Musicale, Stock Cinéma – Paris, 1981.
Lee Edward Stern: Il Musical, Ed. Milano Libri, 1977
G. Fofi: M. Morandini, G. Volpi : Storia del cinema, vol. III. Garzanti Ed.
Piero Pruzzo: Musical americano in cento film, Ed. Le Mani, Recco (GE) 1988
Sara Venturino: Musical, istruzioni per l’uso, Ediz. Ricordi, 2000
Fernaldo Di Gianmatteo: Bob Fosse, in Dizionario univ. del cinema. Edit. Riuniti, 1985
Claver Salizzato: Ballare il film, Ed. Savelli Spettacolo, Milano 1982
Ermanno Comuzio: La vita è un palcoscenico: Chicago, Dark Musical, in Cineforum, apr. 2003
Tom Vallance: The Arnerican Musical, Barnes & C. New York, 1970
Maurizio Porro: “Chicago”, in Italia la vita è Cabaret, Corr. della Sera, 24 febb. 2004
Roberto Nepoti: “Chicago”, il Musical diventa un sogno, Cineforum N° 4, aprile 2003
James Robert Parish: The RKO Gals (Le ragazze della RKO), Rainbow Books, 1977

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