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Palcoscenico

Umberto Raho

L’eleganza e lo stile tra il teatro e il cinema

Oscar WildeRiccardo Visentin (RV): Abbiamo il piacere di incontrare un grande attore italiano di fama internazionale, Umberto Raho, che è tra gli interpreti di “Un marito ideale” di Oscar Wilde.
Signor Raho: quando è iniziato il suo percorso tra teatro e cinema e quali sono state le sue tappe più belle?

Umberto Raho (UR): È iniziato con il Teatro GUF ed ero con degli esponenti della cultura internazionale e dei buoni attori che poi hanno fatto tutti strada, cioè Anna Proclemer, Giulietta Masina, Marcello Mastroianni, Gerardo Guerrieri, e Fulchignoni.
Ho iniziato a fare dei film, andando ad un provino con un’altra persona, ed hanno scelto subito me.
Non mi sembrava vero d’avere la possibilità di fare dei film come Alfa Tau!, o Fantasmi del mare, cioè i veri primi film neorealisti — genere che poi hanno attribuito a Rossellini — fatti da Francesco De Robertis, che reputo i più belli.
Poi dal 1947 ad oggi ho fatto193 film. In Italia di buoni ne ho fatti pochissimi ma importanti, perché non mi sono mai “dato” troppo facilmente.
Ho fatto qualche errore, come tutti quanti. A volte semplicemente mi dicevano: “Se ci sei tu il governo o le banche ci danno tanto, ti prego…” ed allora era tutto un gioco di avvocati, si entrava e si guadagnava un sacco di soldi per un paio di giorni. Orribili cose….
Poi ho selezionato le mie scelte artistiche, per esempio sono stato protagonista ne “La confessione” di Costa-Gavras, accanto a Yves Montand e Simone Signoret. Gli altri erano i grandi attori attuali, quindi una pedana niente male.
Dopo ho fatto un film di John Schlesinger per il circuito televisivo americano, con Dustin Hoffman protagonista. Un film talmente di successo che hanno chiesto a Dustin di riproporlo al cinema e lui ha chiesto sessanta milioni di dollari. Ha detto: “Ne date trenta o quaranta a Schwarzenegger o a Pinco Pallino, non vedo perché non possiate darli a me, quando un film già riuscito sarà venduto in tutto il mondo”. L’ho pregato: “Accetta, accetta, così mi compro anch’io qualche cosa”, ma alla fine non ha firmato.

Ad ogni modo ho fatto dei bellissimi film in America. Lì può capitare di passare per sbaglio in una stanza, e vedere una delle più grandi attrici americane, per esempio Shirley MacLaine, che sta facendo danza classica, e dopo un’ora vedere che canta jazz, o che fa della preparazione drammatica e subito dopo comica: si rimane a bocca aperta.
Si resta colpiti dall’impegno di professionisti che si comportano come dei debuttanti. Da noi invece ci si meraviglia se un attore sa ballare o cantare. Mi sembra una vergogna.

Oscar WildeIo di premi in Italia ne ho vinti alcuni, a Venezia con il Diario di una schizofrenica di Nelo Risi, che mi ha dato anche la possibilità di vincere la nomination per l’Oscar ad Hollywood. Ho vinto un premio anche a Parigi per La confessione, ma io mando sempre gli altri, anche a Parigi Jeanne Moreau mi ha sostituito nel ritirare il premio. Per quanto riguarda il teatro in Italia, io non ho mai chiesto nulla, come non ho mai chiesto per il cinema: mi chiamano.

Oggi ho ottantadue anni, non ne ho uno, ed avrei ancora vent’anni di lavoro intenso, invece il mio sogno è prendere una barca — io ho già fatto quattro volte il giro del mondo — e visitare di nuovo tutti i posti dove sono già stato. Ma ovviamente, quello che sta lassù mi sta preparando un bellissimo appartamento, e prima o poi mi dirà: “È pronto”.

Oggi mi sto divertendo facendo Oscar Wilde, che poi ho avuto occasione di recitare in Inghilterra, visto che parlo perfettamente diverse lingue. Questa è la vita mia, soltanto che il tempo passa, come dissi a Marcello Mastroianni che mi chiedeva informazioni su di un nostro vecchio compagno d’Accademia: “Umbertino, ma Sciaccaluga dov’è?”, ed io: “Marcello, sono passati cinquantacinque anni, erano i tempi dell’Università”. Mastroianni di rimando: “È passato così tanto tempo?” Dopo tre mesi era morto…
Questa è la mia vita, la mia vita che è passata, ve l’ho detto, in tre minuti…

RV: Stavo leggendo un po’ di tempo fa l’autobiografia di Giorgio Albertazzi, il quale raccontava i suoi inizi e nello specifico di un’edizione spaventosamente sontuosa del Troilo e Cressida di Shakespeare nei Giardini di Boboli a Firenze, con la regia di Luchino Visconti. In questo spettacolo c’era tutto il teatro italiano: Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Gabriele Ferzetti, Marcello Mastroianni, Raoul Grassilli. Albertazzi ne parla come di una bellissima esperienza oggi non più possibile, proprio a causa del durissimo apprendistato a cui erano sottoposti gli attori dell’epoca.
Umberto Raho, un attore che di esperienza ne ha macinata tanta, quando guarda i giovani attori che iniziano a fare il teatro e poi vengono tentati da altre Muse come la televisione ed il cinema, riflette sulla doppia fatica che ha fatto?

UR: È una pena, è un dolore. Io non so quante siano le combinazioni nascoste, inconsce, che ci portano ad arrivare in un posto. Posso dirtelo anche solo con poche parole: per entrare alla De Laurentiis, a Roma, io ricordo che le prime volte bussavo trenta, quaranta volte, alla porta. Avevo un appuntamento con questi signori del cinema, ma non ero ancora nessuno, si parlava di me come di un attore che sembrava essere inglese od americano. Infatti, in America mi prendevano per il fratello di Anthony Perkins, e inevitabilmente finivamo tutti piegati dal gran ridere.
Le prime volte la situazione era imbarazzante, perché bussavo anche quaranta volte e nessun rumore proveniva dall’interno. Nella peggiore delle ipotesi mi urlavano: “Ma che cosa vuole?” Non molto tempo dopo, queste medesime persone mi accolsero nelle loro stanze offrendomi una coppa di champagne.
Ritornando al teatro, chiudo soltanto con una mia osservazione: è un po’ come chiedersi perché non nascono più bambini, o se nascono dove finiscono.
Io non posso pensare che in un momento di ristrettezze, in un momento di paura, dove tutto può finire, dove non sai se puoi cominciare qualsiasi iniziativa, si spendano quindici miliardi per lo spettacolo Peccato che sia una sgualdrina. Quanta gente potrebbe campare, quanti ospedali, quanti malati potrebbero trarne beneficio da quel denaro sprecato per un divertimento? Facciamoli diventare utilità, invece no, ci si vende, ed io mi vergogno di questo.
Mi faccio pagare ancora come se fossi un generico, ringraziando il cielo ce li ho i soldi per mangiare e per darli agli altri.

RV: In tanti ricordano Umberto Raho per i film di Dario Argento: L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Quattro mosche di velluto grigio. Molti ragazzi e ragazze la ricordano come il marito difensore dell’assassina, che si sfracella dal quinto piano ne L’uccello dalle piume di cristallo.

Immagine articolo Fucine MuteUR: Nel giorno fatale di quella sequenza Dario mi dice: “Ho pensato ad una cosa carina”. Io non sapevo di che scena si trattasse e lui mi dice: “Devi brindare con me”. Erano le otto di mattina ed arriva uno champagne ghiacciatissimo.
Mi ubriacò e non capii più niente, poi sentii che qualcuno mi metteva delle corde nelle maniche ed in ogni altra parte del corpo. Dario disse: “Guarda me, e urla” ed incominciai a dondolare, e mi divertivo perché ero sbronzo e non capivo, poi inavvertitamente vidi che una delle corde faceva attrito sul davanzale. Io ero trattenuto da Tony Musante, ma la corda cominciava a spezzarsi. Credevo di stare a venti centimetri da terra, invece ero al quinto piano e sotto non c’era niente e nessuno. Lui ebbe paura che lo denunziassi, ed ecco perché mi disse “Ti meriti il secondo film ed anche il terzo!”.

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