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Cinema

David Hemmings, metà divo metà outsider

Immagine articolo Fucine Mute

Londra, seconda metà degli Anni Sessanta. I Beatles hanno conquistato il novanta per cento di quanto potevano conquistare, la minigonna inventata da Mary Quant è disponibile nei Grandi Magazzini e non più solo nelle boutiques, i Rolling Stones sono i ragazzacci di sempre ed il Tamigi inizia ad intorbidire le sue acque.

C’è un italiano a cavallo della Swinging London, in quella primavera 1966. Si chiama Michelangelo Antonioni, in patria il suo nome è già conosciuto: è il profeta cinematografico dell’incomunicabilità.
Antonioni è nella capitale inglese per dirigere il suo terzo film a colori, dopo I tre volti e Deserto Rosso. La sceneggiatura non è ancora terminata ma già se ne conosce il titolo: Blow up, che allude alla camera oscura nella terminologia dei fotografi.
Il senso della pellicola sta tutto nella partita a tennis senza palline che taglia a metà il film: il confine, labile, tra quello che è e quello che “sembra”.

Antonioni si sta dannando da settimane per trovare un protagonista, possibilmente semi sconosciuto, che ricordi le fattezze del più famoso fotografo di moda del momento: David Bailey.

Sarà un altro David a venirgli in soccorso, che di cognome fa Hemmings.

David Hemmings in Blow UpUn giovane biondo dallo svenevole sguardo azzurro, popolare in Gran Bretagna per una sciropposa serie di commedie cinematografiche canterine, ove il ragazzo si produce in personaggi viziati alla Lord Flauntleroy.
Antonioni ha quella che in simili frangenti viene definita una folgorazione: sarà David Hemmings, dalle gambe a “esse” e dal viso glabro, il protagonista del suo film.
Lanciato così nel firmamento dei divi “cerebrali” dei Sixties, assieme ad altri irregolari come Terence Stamp, Alan Bates o David Warner, Hemmings scopre il mondo del cinema con la C maiuscola, quel cinema irrequieto che si ispira, anche, alle rancorose e giovanilmente ribelli opere teatrali di Osborne, “Ricorda con rabbia” in testa.

Ma il “free cinema” inglese sta già mostrando la corda, e per David Hemmings i ruoli congeniali sono quelli del furfante dal cuore tenero (La ragazza con il bastone di Eric Till, 1970; Solo quando rido di Basil Dearden, 1968) oppure quelli dell’eroe dal volto umano, impacciato ed insicuro (Un lungo giorno per morire di Peter Collinson, 1968; Frammenti di paura di Richard Sarafian, 1971; Juggernaut di Richard Lester, 1974).
Un cinema di cassetta ma nel contempo di qualità, che rende famosi non solo i malinconici occhi cerulei di questo divo-non divo, ma anche il suo malessere esistenziale, la sua inadeguatezza, attraverso un percorso di introspezione psicologica che lo rende vicino al pubblico giovane del periodo.

Forse risiede nella moderazione dei toni, nella tranquillità della sua recitazione, nella quotidianità di quel suo muoversi pigro, il segreto del suo successo: David Hemmings sa essere vicino al pubblico che lo sta guardando, ci voltiamo e nella poltrona dietro di noi ce n’è uno che gli somiglia.

Eccolo come Charlie Muffin, agente dei servizi segreti inglesi bolso e svogliato, ne L’abbraccio dell’orso di Jack Gold ; un detective dai vestiti mal stirati, che alla fine stanco di rischiare la vita per missioni di cui non comprende lo scopo, fugge con un consistente malloppo sottratto ai vertici britannici.

Sempre con quell’aria leggermente svaporata, annoiata, di chi conosce molto del negativo della vita, e dalla medesima vita non si aspetta che brutte sorprese.

Nel 1975, quando già la sua fama si è appannata e lui si sta consolando con la regia cinematografica e televisiva, è il nostro Dario Argento ad offrirgli una pregevole occasione di riscossa.

Per il suo capolavoro thriller, e parliamo naturalmente di Profondo Rosso, il visionario regista romano si produce in un colpo da grande psicanalista dello schermo, scegliendo David Hemmings come protagonista: evidente aggancio con Blow up di Antonioni, film al quale è imparentato soprattutto per il tema dell’occhio umano e della sua vulnerabilità nel decodificare.

Profondo Rosso

Hemmings è bravissimo e convincente soprattutto nella lunga sequenza dell’ispezione notturna nella villa abbandonata.

Una sequenza di altissima tensione, tutta giocata su toni rarefatti e sfumati, dalla quale il pianista Marc Daly (il personaggio di Hemmings in Profondo rosso) esce persino come sospetto, potenziale colpevole.

La recitazione di Hemmings, sempre un po’ distaccata e aristocratica, crea un effetto stridente con i bagni di sangue e la consueta macelleria argentiana.

Dal 1974, anno di produzione del film, Argento ed Hemmings sono rimasti lontani ma buoni amici, e il regista di Suspiria si è detto recentemente molto dispiaciuto della prematura scomparsa di un sottovalutato interprete del miglior cinema inglese.

Questo ci porta ad una considerazione estetica e di merito: inglese dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, David Hemmings seppe giocare bene questa sua tipicità, ma guai a considerarlo un fantoccio freddo ed asettico, simulacro immobile degli altrettanto immobili riti della Gran Bretagna.
Non a caso in La ragazza con il bastone (The walking stick di Eric Till, 1970) riesce a cambiare anima al suo personaggio per ben tre volte: prima tenero innamorato, poi imbroglione, infine povero cristo costretto dalla vita a mezzucci ed espedienti. La saga sull’onore militare e l’orgoglio del soldato che Tony Richardson puntualizzò nei Seicento di Balaklava (The charge of the light brigade, 1968) vide Hemmings lucido e disperato combattente: una delle sue caratterizzazioni più rarefatte, che gli valsero i sinceri complimenti dell’altro protagonista della pellicola, il grande Trevor Howard.

Seicento di Balaklava

Apprezzabile anche il tentativo operato dall’interprete di abbandonare il cliché del dandy supponente: succede per esempio in un film come Morte di un professore, dove è un insegnante che prima perplesso e poi sempre più angosciato, scopre il complotto ordito dai suoi studenti per fare fuori il suo predecessore. Un lavoro sottile e spaventoso, reso da Hemmings con rara sagacia interpretativa.

Ancora, ingrigiti i capelli e persa la svenevolezza dell’adolescenza, Hemmings fu credibile pervertito sessuale nel cupo Rosso nel buio di Claude Chabrol (Blood relatives, 1976) ma anche spia dal passato torbido in Unico indizio un anello di fumo (The dissapearance, 1979). Particolarmente affezionato alle tematiche del fantastico e del mistero, accetta volentieri di recitare per il regista Rod Hardy in un suggestivo horror sui vampiri, Thirst — sete di sangue (1979), girato in Australia.
Quando, nel 1984, Hemmings lavora al suo primo western (il film televisivo Calamity Jane), ha già deciso che la sua carriera di attore passerà in secondo piano.

I fan che lo avvicinano (non ha residenza fissa, vive un po’ in Francia, sulla Costa Azzurra, e un po’ in America) sono piacevolmente sorpresi: tutto se lo aspettano spocchioso e supponente, viziato e pigro come molti dei suoi personaggi sul grande schermo.
Invece il protagonista di Solo quando rido è un uomo colto e simpatico, sempre pronto alla conversazione e convinto del ruolo “sociale” dell’arte visiva.

Un anonimo studente di cinema riporta su Internet: “Hemmings è un conoscitore, oltre che del proprio cinema, anche di quello altrui, è una cosa abbastanza rara perché generalmente gli attori brillano per egoismo e sono cronisti solo del proprio mondo”.
Con una battuta è lui stesso a liquidare la faccenda: “Quasi tutti hanno un’opinione su di me, o meglio credono di conoscermi senza conoscermi. Al primo incontro non piaccio affatto, poi nella maggioranza dei casi cambiano idea”.

E ancora, accennando alla sua latitanza dal grande schermo come interprete: “Quando mi chiedono cosa ho fatto in tutti questi anni, rispondo: se guardate in televisione qualche episodio di A-Team, tenete d’occhio il nome del regista… potrei essere io…”.
Resta da dire che negli ultimi anni la dimensione più congeniale dell’interprete nato nel Surrey rimane quella di regista: da Survivor l’aereo maledetto (1980) a Una mamma per Natale (1988) dove recupera Olivia Newton -John in una storia ispirata a Charles Dickens, fino al fantascientifico Un balzo nel tempo, sono più di dieci le pellicole che vedono Hemmings dietro la macchina da presa.

Anno di grazia 2002. C’è un film, girato in Irlanda, che si intitola L’ultimo bicchiere. Racconta di un gruppo di ex goliardi che si ritrova in una locanda tipica, alla malinconica ricerca del tempo perduto. Uno dei protagonisti è un sofferto David Hemmings, dallo sguardo penetrante che si allunga verso il mare.

David Hemmings e Vanessa Redgrave

Non c’è nulla che possa più ricordare il biondo ragazzo che insegue Vanessa Redgrave nei giardini di Hyde Park, a Londra, durante Blow up.

Forse anche per questo, sentiamo di volergli sinceramente bene.

Nato il 18 novembre 1941 a Guildford, in Gran Bretagna, David Hemmings ha lavorato in oltre 80 film.
Fra questi ricordiamo Camelot di Joshua Logan, Barbarella di Roger Vadim, Solo quando rido di Basil Dearden, Frammenti di paura di Richard Sarafian, Rosso nel buio di Claude Chabrol, The Rainbow e Donne in amore di Ken Russell.
Il suo debutto nel cinema risale al 1954 nel film The Rainbow Jacket di Basil Dearden.


(fonte: http://www.filmup.com, a cura di Daniele Sesti)

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