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Palcoscenico

Alessandro Preziosi

La televisione? Uno strano Regno degli Interstizi

Immagine articolo Fucine MuteGiorgia Gelsi (GG): Siamo con Alessandro Preziosi in questi ultimi giorni di prove prima del debutto a Verona del Re Lear. Non è la prima volta con Shakespeare, e non è la prima volta con Calenda. Come sta andando?

Alessandro Preziosi (AL): È la prima volta con te però! Sta andando bene, più che ultimi giorni li definirei gocce, sgoccioli! Abbiamo avuto dei cambiamenti improvvisi durante la strada, a dimostrazione che una regia istituzionale, classica, quale quella di un regista che fa capo a un’istituzione pubblica come il Teatro Stabile, abbia subito laboratorialmente dei cambiamenti, delle semplicità, degli scheletrismi che sono stati inseriti nello spettacolo e che lasciano all’attore una possibilità in più, ma anche un rischio in più. Queste ultime battute servono a massificare, a saldare delle scelte registiche che, per la prima volta nelle regie di Calenda, vertono sugli attori.

GG: Tu sei un personaggio negativo, Edmund è un cattivo, ma nello stesso tempo regista di un complotto. L’altro giorno in conferenza stampa hai parlato di un’esperienza, oltre che professionale, umana, molto intensa. Vuoi descriverci un po’ il clima da spogliatoio, anzi da camerino che si respira qui?

AP: Magari fosse uno spogliatoio, una partita dura due ore mentre questo spettacolo ne dura tre. Sfido qualunque calciatore a stare in campo così tanto! Parlo di esperienza umana perché la ritualità e l’abitudine con la quale in questi ultimi dieci giorni si lavora permette, attorialmente, di fare dei grandi passi in avanti, e a livello umano di scoprire delle coordinate umanistiche, classiche, teatrali, che arricchiscono la persona. Per cui alla fine ho la sensazione che rimanga più questo che il margine tecnico; in termini di consapevolezza, sono conscio di fare un’esperienza umana molto importante, meno consapevole dal punto di vista artistico. Questa incoscienza la considero una fortuna, perché non metti mai dei tasselli colorati, precisi, e puoi spaziare e inventare…

GG: Quali sono i modelli e i maestri che riconosci come tali?

AP: A livello teatrale porto grande invidia tecnica nei confronti di Massimo Popolizio, un attore di Ronconi che ho visto lavorare in maniera straordinaria. Come modelli, uso molto le atmosfere, il clima lasciato dagli attori che escono dalla scena prima che io entri. La mia “modellistica” è molto contestualizzata. Roberto Herlitzka è un esempio, per un attore giovane come me, di diversa natura e di diverso stampo. Prima di cominciare le prove del Re Lear di Calenda ho visto il Re Lear di Strehler e di Peter Brook: ciò che mi è rimasto non è l’interpretazione di Edmund nell’uno o nell’altro caso, ma la contestualizzazione con la quale storie vecchie riescono ad avere un’ambientazione moderna e un’attualizzazione enorme, mostruosa, come nel Re Lear di Peter Brook.

GG: Parlando d’altro, sempre in conferenza stampa, a proposito del tuo indubbio successo televisivo, hai un po’ sputato nella minestra in cui hai mangiato, nel senso che hai detto: “la televisione svilisce la parte civile, la parte artistica e anche la parte politica dell’Italia”. Tu segui la politica, che cosa ne pensi?

Immagine articolo Fucine MuteAP: Ho un’idea della politica che risale ai tempi dell’Università. Credo che i politici, come gli studenti, si nascondano sotto bandiere e ideologie ma, se andassimo ad approfondire l’argomento, difficilmente riuscirebbero a ricostruire la propria identità politica. Nel senso che si parla di ideologia, si parla di appartenenza a partiti politici, a determinati programmi, che sappiamo non hanno nulla a che fare con queste essenze. Io di politica non ne capisco moltissimo, ma credo di avere la maturità per capire che, a livello per esempio televisivo, avvengano delle cose strane. Oggi ho letto sul giornale che Alleanza Nazionale ha promesso cento milioni di euro ad una società di produzione — con cui io ho anche lavorato, la LDM, con “Il capitano” che andrà in onda su Raidue — lasciando a tasche vuote altre cinquanta produzioni cinematografiche. Quindi quando dico che la televisione svilisce o che ha ingerenze esterne troppo forti, non voglio sputare — perché comunque non ho mai rinnegato — ma credo di essere testimone neutrale di una constatazione. La televisione è questo: che poi si sappia criticamente e auto-criticamente gestirla, commentarla e avere il coraggio di esporre le proprie opinioni, questo è un altro discorso.

GG: Certo, ma credi che il teatro — che ti regala di più da un punto di vista umano — sia estraneo a queste logiche di potere?

AP: Alle mie orecchie non arriva nient’altro che indicazioni registiche, non ho alcun altro tipo di implicazioni. Un’intervista su uno spettacolo teatrale ha come contenuti solo quelli teatrali. In un’intervista di una fiction televisiva riescono a chiederti che cosa mangi la mattina o come ti vesti abitualmente. Quindi credo che siano entità che vanno mantenute separate, ma forse la tv potrebbe imparare qualcosa dalla costanza e dalla perseveranza con la quale, in teatro, si lavora.

Anche la semplicità con la quale stiamo facendo quest’intervista difficilmente esiste in altri contesti.

GG: Bene, allora giusto per smentire tutto questo, io adesso ti chiederò qual è il tuo libro preferito, la tua canzone preferita, il tuo film preferito(!) Per dare un’idea dei tuoi gusti, o anche per chiederti qualche consiglio…

AP: La mia canzone preferita è “Mille giorni di te e di me” di Claudio Baglioni, il mio libro preferito è l’Inquietudine di Pessoa — anzi ne approfitto, il 12 luglio al parco della Carmagnola a Bologna, ci sarà un recital straordinario, con Rita Marco Tulli al piano e Maria Pia Devito, due grandi jazziste a livello europeo, con le quali leggerò Pessoa — e il film preferito è la vita. Non mi astengo dal pensare che sia più emozionante di ogni film.

GG: Hai nominato Pessoa, qual è la tua poesia preferita?

AP: Il re degli interstizi, la storia di un re che è raccontata secondo la sua inconsapevolezza di esser re, la sua incoscienza di affermarsi come tale in un regno muto, segregato dalla nostra idea del tempo. Pessoa lo descrive come un re che non è né cieco né vedente, né vita né morte, forse non è mai cominciato, è una crepa del suo essere. E alla fine dice: tutti pensano che sia Dio, tranne lui. Quindi dà l’idea della poetica di Pessoa, fatta di intermezzi, o di interstizi come più propriamente li chiama. E penso che ora ci siamo detti proprio tutto!

Visse, io non so quando, forse mai
 – ma il fatto è che visse —
un re ignoto
il cui regno era lo strano Regno degli Interstizi.
Era il signore che sta fra cosa e cosa,
Degli intraesseri, di quella nostra parte
che sta tra veglia e sonno,
tra il silenzio e la parola, tra noi
e la nostra coscienza di noi;
e così uno strano muto regno
ha tenuto quello strano re misterioso
segregato dalla nostra idea di tempo e di luogo.
Quei supremi disegni che mai giungono
ad attuazione
– fra essi stessi e l’inazione-
non coronato, governa.
Egli è il mistero che
sta tra gli occhi e la vista, né cieco né vedente.
Non ha mai avuto fine né principio,
vuoto scaffale sopra la sua presenza vana.
È soltanto una crepa nel suo essere,
la cassa scoperchiata che tiene il non tesoro
del non essere.Tutti pensano che sia Dio,
tranne lui.

IL RE DEGLI INTERSTIZI
(F. Pessoa)

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